Speciale George Saunders

Nello Speciale:

  • Antonella Francini, Lincoln nel Bardo. Intervista all'autore
  • Dario De Marco, Dr George e Mr Saunders

Lincoln nel Bardo. Intervista all'autore

Antonella Francini

Lo scorso 17 ottobre, il Man Booker Prize, prestigioso premio letterario britannico, è stato assegnato a Lincoln nel Bardo di George Saunders, un libro che ha riscosso una notevole attenzione anche in Italia, dove è uscito per Feltrinelli nella traduzione di Cristiana Mennella. La presenza dell’autore al Festivaletteratura di Mantova a settembre per presentare il suo primo romanzo dopo le molte raccolte di racconti che lo hanno reso un indiscusso maestro della forma breve, ha dato ulteriore visibilità al libro che, come è stato scritto, esce dal canone romanzesco e allo stesso tempo ne amplia i confini. I protagonisti sono, da una parte Abraham Lincoln e il mondo dei vivi e della storia, dall’altra una folla di spiriti che si aggira nel Bardo, un luogo liminale dove, secondo il buddismo tibetano, sostano coloro che non sanno accettare il distacco dal mondo terreno prima di andarsene definitivamente. Il Bardo di Saunders è il cimitero di Oak Hill a Georgetown e gli eventi si svolgono in una singola notte, quella del 25 febbraio 1862, giorno della sepoltura del figlio undicenne di Lincoln, morto per febbre tifoide, e della pubblicazione dell’elenco impressionante di caduti nella battaglia di Fort Donelson all’inizio della Guerra Civile. L’arrivo di Willie Lincoln in questo luogo di transizione e del Presidente, che secondo un aneddoto sarebbe tornato nottetempo sulla tomba del figlio per abbracciare un’ultima volta il suo corpo, avvia l’azione e dà un senso agli spiriti che abitano questo microcosmo. Come è stato scritto, colpisce la forma del romanzo: un montaggio, una polifonia di voci che scorrono sulla scena per raccontarci, in definitiva, pregi e difetti umani dalla prospettiva di chi guarda alla propria vita terrena post factum. La stesura del romanzo rimanda alla scrittura teatrale, con brevi battute e scene guidate da tre spiriti che fanno proprio il compito di separare il Presidente dal figlio affinché possa tornare alle sue responsabilità di leader e permettere a Willie di riposare in pace. Separate dal corpo, le menti degli spiriti si coalizzano in questo obiettivo comune mettendo di continuo a confronto il mondo terreno e un preciso momento nella vita privata e pubblica di Lincoln con il mondo dei morti e il retrospettivo bilancio di vite vissute. Si confrontano anche sentimenti, posizioni sociali e modalità espressive diversi in un affascinante intreccio di tragico e comico.

Quest’intervista a George Saunders è stata condotta per email nei giorni seguenti l’assegnazione del Man Booker Prize.

AF: La drammatizzazione dei sentimenti di Lincoln in un momento particolare e in un luogo specifico avvicina Lincoln nel Bardo al teatro: la disposizione dei monologhi sulle pagine ricorda un copione, le voci che via via entrano in scena risuonano come una sorta di coro greco in veste americana, i tre spiriti che guidano le azioni sono attori protagonisti fra molte comparse e l’autore è il regista che muove e coordina ogni cosa. Aveva in mente il teatro quando ha concepito il libro o nel corso della sua stesura? Il romanzo è diventato anche un e-book, recitato da molti attori, e un film….

GS: Sì, uno dei momenti importanti nello sviluppo del libro è stato mentre guidavo attraverso i Berkshires ascoltando Philip Glass, molto prima che iniziassi a scriverlo, e in una sorta di flash mi è apparsa nella mente l’immagine di un palcoscenico: una cripta, una fossa comune, alcuni spiriti. Poi ho passato almeno dieci anni a tentare di scrivere un testo teatrale basato su quell’idea centrale. Ma per qualche ragione la cosa non ha mai preso forma finché non mi sono detto: bene, sarà realizzata in PROSA. Proprio quel trucchetto della mente ha poi spalancato le porte in qualche modo.

AF: In questo suo microcosmo il tragico e il comico s’incontrano: la tragedia di Lincoln per la morte del figlio, che in uno dei momenti più alti nel romanzo fa suo anche il dolore dei padri dei caduti nella Guerra Civile, e la comicità delle azioni, dell’aspetto, delle conversazioni e della lingua dei garruli spiriti del Bardo. Il cupo mondo dei vivi si contrappone a quello umoristico e divertente dei morti (penso, ad esempio, allo scambio di battute sui sottaceti fra lawrence t. decroix e professor edmund bloomer). Questa divisione di ruoli, almeno a grandi linee, era parte di uno schema originario del romanzo?

GS: Non direi di averlo avuto in mente a priori. Ma funziona così la prosa: se si esagera in qualcosa, allora si deve controbilanciare con qualcos’altro. Per me il tragico e il comico spesso si alternano, se non altro perché in questo modo il lettore rimane coinvolto. Viene inoltre trasmesso anche un commento tematico. Per me quest’alternanza ha qualcosa a che fare con l’idea che “tragedia” e “commedia” sono in effetti etichette riduttive, applicate frettolosamente a questa cosa immensamente polivalente che si chiama Vita. Nella realtà barlumi del tragico e del comico vanno e vengono, in eventi di pochi secondi (qualcuno in lacrime che sdrucciola sul ghiaccio mentre sta andando verso la tomba del suo migliore amico).

AF: Le vicende sono narrate dagli spiriti con il discorso indiretto e il passato remoto come se, retrospettivamente, ci stessero raccontando quanto è successo nel cimitero di Oak Hill nella notte del 25 febbraio 1862, come se fossero tornati dall’aldilà proprio per farcelo sapere. Non ci parlano soltanto della morte, ma soprattutto della vita con le sue contraddizioni e imprevedibilità, dei nostri rimpianti, della vecchiaia…l’elenco sarebbe lungo perché il suo romanzo copre così tanti aspetti dell’esistenza umana. Perché il tempo passato?

GS: Direi che è stata una scelta fatta d’istinto. Uno scrittore compie quella piccola mossa, all’inizio, che gli fa sentire quale sarà la strada che lo porterà alla scelta più felice; la scelta che sente più giusta sarà la più ricca, darà maggior piacere e il maggior numero di altre scelte andando avanti. Penso che questo aspetto del processo creativo – l’intuizione – venga talvolta liquidato in modo troppo sbrigativo. Quando leggiamo abbiamo l’urgenza di analizzare e capire le scelte dell’autore, ma nella mia esperienza queste scelte sono state fatte per lo più in fretta, secondo il mio gusto. Possiamo decidere di disfarcene in seguito, come se ne fossimo totalmente in controllo, ma questa non è la mia esperienza. La crescita artistica potrebbe essere semplicemente definita come quel processo che mette uno scrittore sempre più a suo agio con le scelte fatte intuitivamente, con l’imparare, il riconoscere e l’avere fiducia nei nostri istinti migliori.

AF: Trattandosi di una comunità di spiriti di ogni estrazione sociale, il loro modo di esprimersi varia molto e contribuisce a rendere ogni personaggio memorabile: si va dall’inglese mainstream al gergo volgare della strada dei Barons, allo slang afroamericano, alla parlata razzista e arrogante del Lieutenant Stone, alla lingua asciutta del documento e ai bellissimi passi lirici di Vollman e Bevins. In che modo ha selezionato il suo cast per creare quella polifonia di cui parlano recensori e critici?

GS: Sono state decisioni prese di giorno in giorno. Guardavo a che punto ero nel testo e chi o cosa mi stava di fronte, e mi calavo nella situazione. Qualcosa di questo genere: se due personaggi devono andare dal punto A al punto B, immaginavo di andarci anch’io con loro, guardandomi intorno…ed ecco che arrivava uno spirito. Chi era? Lo osservavo insieme a loro per capire che tipo di voce fosse improvvisamente apparsa nella mia mente. Ma non si tratta di un metodo così disinvolto come sembra. In questa fase della scrittura il libro era già completamente presente nel mio subconscio, un’entità già molto organizzata e completa, così l’improvvisazione verbale che mi trovavo a fare traeva la sua forma da un pozzo molto più profondo, se così si può dire.

AF: Gli spiriti di Oak Hill hanno vissuto vite infelici o non soddisfacenti. Nel Bardo raccontano, ossessivamente e spesso con autocompiacimento, la loro ultima vicenda terrena, che è l’immagine di come si percepivano da vivi. La loro difficoltà ad accettare la morte e il desiderio di poter avere ancora ‘tempo’ per una seconda chance sembrano condurre verso una caratteristica umana molto diffusa: l’autoinganno, l’egocentrismo, e ciò che ne consegue nella sfera pubblica e privata. L’unione che si forma fra figure così diverse con l’obiettivo comune di separare Lincoln dal figlio, affinché il Presidente possa tornare alle sue responsabilità e Willie riposare in pace, è ciò che infine li redime? Non è forse ‘l’unione nella diversità’ la grande utopia americana mai realizzata, riassunta nella locuzione latina e pluribus unum posta sullo stemma della nazione nel 1782 e tuttora presente su monete e banconote?

GS: Sì, penso che questo sia un bellissimo modo di leggere il libro. Tutti gli spiriti hanno vissuto molti anni di solitudine prima di quella notte. Una solitudine necessaria, credo che direbbero. Erano concentrati sul rimanere dove erano, il che è una gran fatica. Il romanzo si svolge in quella notte particolare perché è la notte in cui, per molti di loro, finisce quella solitudine e quell’isolamento e ricordano, brevemente, cosa significhi tornare a essere una persona completa e generosa. Non che lo avessi pianificato. La cosa meravigliosa è stata che, nel corso della revisione, questo me lo ha ‘insegnato’ il libro. Le migliaia di scelte difficili che ho fatto hanno gradatamente prodotto quel disegno. È davvero qualcosa di misterioso e bello. La revisione rende un libro più ‘astuto’ e gli permette di rivelarsi, e quanto viene rivelato è sempre più complesso di ciò che puoi aver immaginato all’inizio.

AF: I pensieri di Lincoln, che ci arrivano attraverso gli spiriti entrati nel suo corpo, fanno venire alla luce, brevemente ma intensamente e con forza, il tema politico – il conflitto del Presidente fra ruolo pubblico e privato, i doveri e le responsabilità verso la nazione, il dolore di un padre che diventa empatia per tutti i padri dei morti nella guerra. Sono pagine, queste, dal tono quasi epico. Il suo è anche un discorso sulla leadership, su chi è “al timone della nave”, nel 1862 come oggi?

GS: Sì, proprio così. Ma, naturalmente, l’idea (ancora una volta!) è arrivata con la revisione. Per me Lincoln era soprattutto soltanto un padre affranto dal dolore che dà l’ultimo saluto al figlio; ma poi, quando si passa alla revisione, ti rendi conto che è anche un uomo particolare, con una professione particolare, in una notte particolare. Continuavo a chiedermi (me lo chiedo ancora): come ha fatto? Come ha fatto il giorno dopo ad andarsene, a tornare al lavoro?

AF: Lincoln nel Bardo è anche un libro sulla memoria? Com’è noto, non ricordiamo mai i fatti come sono realmente avvenuti, e gli inganni della memoria producono delle conseguenze. reverend everly thomas, per esempio, ha perfino dimenticato perché sia destinato alla peggiore punizione nell’aldilà…

GS: Sì, certo. Come ho detto sopra, il libro mi ha insegnato che per quegli spiriti è molto faticoso rimanere in quel luogo liminale. Come talvolta capita alle persone molto anziane, nel tentativo di affermare la loro identità finiscono col continuare a ripetere una manciata di storielle sempre uguali, dimenticandosi tutto il resto - chi erano, cosa sapevano e ricordavano. Solo di recente mi sono reso conto di aver ripreso questa parte del libro da un mio articolo in cui racconto di quando ho vissuto in incognito in un campo di senzatetto a Fresno. La gente mi prendeva in un angolo e mi continuava a raccontare aneddoti per loro cruciali di quando ancora “vivevano”, cioè quando lavoravano e avevano una famiglia. A volte sembrava che quella singola storia fosse tutto quello che era loro rimasto delle precedenti identità.

AF: La lunga fila di spiriti in attesa di parlare con Willie Lincoln appena arrivato nel Bardo mi fa venire in mente il suo reportage di viaggio “Buddha Boy” (in Il megafono spento). Del resto, l’elemento sincretistico annunciato dal titolo affiora in più parti del libro, anche nelle pagine, davvero memorabili, sulla discesa nell’oltretomba dove viene giudicata la condotta terrena dei defunti…

GS: Mentre facevo ricerca per il romanzo ho scoperto che quasi ogni tradizione religiosa include la scena del giudizio, il che potrebbe avere a che fare con il nostro sistema neurologico di base (oppure con il paradiso e l’inferno reali). Ma sono d’accordo – l’immagine di migliaia di persone che ogni giorno si aggiravano per quel luogo solitario nel Nepal del sud può benissimo essere riaffiorata in quella scena. Era un luogo di tale devozione…

AF: Nel saggio La grande cecità, Amitav Ghosh, nel trattare del rapporto fra cambiamento climatico e narrativa, punta il dito contro il romanzo contemporaneo. A suo parere, la fiction ha perso la sua specificità, che è quella di “far immaginare altre possibilità” di esistenza umana, non riprodurre il mondo com’è. Ghosh parla di fallimento dell’immaginazione e della cultura. La sua narrativa è sempre stata un esempio di come l’immaginazione possa essere spinta fino a un limite estremo e tuttavia creare storie che continuano a essere legate alla realtà di oggi, che coinvolgono emotivamente e intellettualmente. Lincoln nel Bardo fa fare un passo avanti alle sue sperimentazioni con la drammatizzazione in un intero romanzo del dolore di un padre per la perdita del figlio in un ambiente surreale dove le nostre convinzioni (che gli spiriti non esistono, per esempio) devono essere momentaneamente sospese. Pensa anche lei che il romanzo contemporaneo abbia perso la sua specificità e che l’immaginazione creativa sia in crisi?

GS: Trovo difficile rispondere a questo genere di domande perché non fanno parte del mio pensiero creativo. In altri termini, in qualche modo io ‘so’ ciò che voglio fare e ciò che voglio evitare di fare, e il mio lavoro procede lungo queste due linee nel modo più energico possibile. Il pensiero teorico su larga scala non mi è di grande aiuto, addirittura può essere un guastafeste. Le mie idee su ciò che un’opera d’arte debba essere sono molto esigenti e più o meno innate in me, perciò cerco di onorarle quando scrivo. Certamente condivido questo sentimento – penso che la narrativa rimandi al mondo un’immagine mediocre di sé perché oggi la fiction sembra concepita per voler essere qualcos’altro, e qualcosa di più – una versione esagerata o rarefatta delle battaglie morali in cui siamo convolti, che potrebbero essere molto più efficaci se ci si allontanasse dal quotidiano. Ma, come dicevo, io ho una percezione molto forte di ciò che mi piace o non mi piace quando scrivo qualcosa, e schivo con un’energica sterzata quello che non mi va. In ultima analisi, sono certo che le mie teorie sulla narrativa sono completamente presenti nel mio stile.

AF: La Guerra Civile e Lincoln, due temi privilegiati dalla letteratura americana, sono oggi, ancora una volta, tornati ad alimentare l’immaginazione di narratori e poeti statunitensi. Penso, per esempio, al bellissimo romanzo di Laird Hunt, Neverhome, a Welcome to Braggsville di Geronimo T. Johnson e alla raccolta poetica Native Guard di Natasha Trethewey. La Guerra Civile è una ferita ancora aperta? L’ultima parola nel suo romanzo spetta allo spirito di uno schiavo che accompagna il Presidente fuori dal cimitero, verso il suo ruolo di leader nel mondo reale devastato dalla guerra. È un messaggio molto forte dati i recenti episodi di razzismo, l’assenza di leadership e di grandi utopie che possano unire per un obiettivo comune, negli Stati Uniti come altrove…

GS: La verità è che la Guerra Civile non è mai finita. Abbiamo eliminato la schiavitù, ma negato l’uguaglianza. Come qualcuno ha detto, questo è il grande peccato nazionale e lo stiamo ancora scontando. Penso che oggi, col Trumpismo e col risorgere di movimenti neo-fascisti, vediamo il morbo di una guerra mai finita venire adesso allo scoperto. La nazione fu fondata sul riconoscimento di una bellissima verità spirituale (tutti gli esseri umani sono stati creati con un’uguale presenza divina in loro, per esempio), ma non è ancora arrivata a crederci veramente o a metterla in pratica. Così….il giudizio viene eliminato e la posta in gioco è alta. Abbiamo sempre messo in scena questa strana concessione di uguaglianza, dove il gruppo dominante (diciamo bianco, etero e maschile) ha percepito se stesso come un generoso ‘dispensatore’ di uguaglianza verso il basso. Questo è sbagliato. L’uguaglianza è sempre stata un diritto di nascita per tutti. Perciò, benché venga fatto il gesto, se pervaso di paternalismo malevolo, ecco che inasprisce ogni cosa. È obbligatorio per chi di noi si trova in posizioni di potere purificarci da questo malinteso.

***

Dr. George e Mr. Saunders

Dario De Marco

Evita solo i toni troppo elogiativi”: così mi hanno risposto dalla redazione di Alfabeta2 quando ho proposto un pezzo sull'ultimo libro – e primo romanzo – di George Saunders, Lincoln nel Bardo. Compito arduo, ho pensato subito. Per motivi soggettivi: Saunders è uno dei miei scrittori di racconti preferiti, e quindi uno dei miei scrittori preferiti tout court. Geniale la sua capacità di costruire mondi in poche pagine, inquietante il suo modo di intendere il fantastico come un mostro dietro l'angolo: non è la nostra realtà, ma potrebbe diventarlo domattina (se fosse un genere, sarebbe definito “fantascienza di prossimità”). Il declino delle guerre civili americane, Pastoralia, Nel paese della persuasione, Dieci dicembre: una raccolta dopo l'altra, Saunders ci ha abituato a standard elevatissimi. E poi i motivi oggettivi: il coraggio di cambiare forma e accettare la sfida del romanzo; l'intenzione però di non rinunciare alla sperimentazione; l'attesa spasmodica per l'uscita del libro, e poi per la sua traduzione in Italia; l'acclamazione di “capolavoro” da parte di Zadie Smith e altri.

Intanto, mentre lo leggevo, iniziavano a uscire i primi pareri discordi: le perplessità e addirittura le stroncature. Ancora più difficile parlarne meno che bene, a questo punto. Ho ritenuto allora di convocare a dibattito Aristide Maselli: ci lega una consuetudine di affetto personale e disaccordo letterario. Che anche stavolta si è confermato. Quella che segue è la trascrizione infedele della nostra chat.

Dario De Marco: Allora, che ne pensi?

Aristide Maselli: L'ho trovato stancante, alla lunga. Un po' sovradimensionato.

DDM: Mah... 350 pagine non sono tante, rispetto alla media dei romanzi massimalisti che vanno per la maggiore adesso. E poi, contando le battute effettive, non si arriverebbe neanche alla metà delle pagine. La lunghezza è dovuta a questa particolare forma in cui è costruita la narrazione: a più voci, quindi con tanti a capi e tanti spazi bianchi. Un romanzo frammentato e corale, una trovata meravigliosa.

AM: Ecco, è proprio questo espediente che secondo me disturba e distrae. Va bene la pluralità di voci quando hanno effettivamente qualcosa di diverso da dire – quando ogni personaggio racconta la sua storia per esempio. Ma i continui passaggi di testimone quando c'è da portare avanti l'azione, cadono nel manierismo. Leggi qua:

Belinda French, Appena nata. Ve la ricordate?

roger bevins iii

Grande come un filone di pane, rimase lì, spandendo una luce

candida e fioca insieme a quell’acuto lamento.

il reverendo everly thomas

Per cinquantasette minuti di fila.

hans vollman

Molto tempo dopo che sua madre, Amanda French, Perduta

mentre dava la vita a una figlia bella e sfortunata, se ne era andata.

roger bevins iii

Giacevano insieme nella stessa cassa da malato.

hans vollman

Che spettacolo commovente.

il reverendo everly thomas

Ma alla fine andò.

roger bevins iii

DDM: È un ritmo. Bisogna entrarci dentro, e ci si abitua. Ma non si può dire che non sia originale. Altro aspetto sui generis è l'ambientazione nel Bardo.

AM: I morti che parlano, capirai che novità. Ma le discese nell'Ade di Ulisse e Enea, a quanti millenni fa risalgono? E Dante Alighieri, Saunders l'avrà mai sentito nominare? Oppure, restando più vicini a lui nel tempo e nello spazio, Spoon River?

DDM: Ma è proprio qua che emerge una differenza con gli altri oltretomba della letteratura! Lì il protagonista è il vivente, che scende tra le ombre. Qui in primo piano c'è la comunità di trapassati, e il presidente Lincoln - che entra nella cripta di notte per abbracciare il figlio piccolo morto di febbre – lui è lo sfondo, il contesto: distante, inavvicinabile, irreale, è lui che assume il ruolo dell'ombra. Poi certo, anche Edgar Lee Masters dava voce direttamente ai morti, ma qui entra in campo l'altra differenza, che rende unico il romanzo: non siamo in un aldilà pacificato o comunque definitivo, come a Spoon River. Siamo nel Bardo.

AM: Che dovrebbe essere quel posto che sta dopo la vita ma prima della morte definitiva o della reincarnazione, nel Libro tibetano dei morti. Una cosa molto anni settanta, o sbaglio? Ho sentito che Saunders negli ultimi anni si è avvicinato al buddismo, insomma forse ci crede veramente... A me è sembrato un po' come la trama nascosta del Sesto senso, o meglio ancora il limbo/stazione di polizia in cui sta intrappolato Depardieu in Una pura formalità finché non capisce che è

DDM: Attenzione, non spoilerare. E comunque, a me non pare una cosa da poco, questo architettare un mondo di mezzo, con i suoi sentimenti, le sue nostalgie, il suo rapporto agognato e impossibile con la materia... E con le sue regole: la possibilità remota che hanno queste ombre di comunicare con i vivi, inserendosi nel loro corpo e tentando di muoverne i pensieri inconsci; il periodico assalto delle tentazioni, dei fantasmi che provano a trascinare color che son sospesi nel “di là” definitivo; la meraviglia che suscita Lincoln quando, come nessuno dei visitatori del cimitero fa, arriva a toccare il corpo del bimbo; i bimbi, l’impietosa norma che li obbliga a partire in fretta o restare per sempre, in un inferno personalizzato:

La piccola Traynor come al solito era imprigionata e fusa

nell’inferriata e in quel momento si manifestava sotto forma di

un’orrida fornace annerita.

roger bevins iii

Non potei fare a meno di ricordare il suo primo giorno qui,

quando si manifestò ininterrottamente sotto forma di fanciulla

che girava su se stessa con un abito estivo dai colori cangianti.

il reverendo everly thomas

La chiamai e le chiesi di parlare al ragazzino. Dei pericoli di

questo posto, per i più piccoli.

hans vollman

La fanciulla non rispose. Lo sportello della fornace che lei era

in quel momento si aprì, si richiuse, offrendoci solo un breve scor-

cio del rovente antro arancione.

roger bevins iii

Subito si tramutò nel ponte crollato, nell’avvoltoio, nel grosso

cane, nella terribile megera che s’ingozzava di torta nera, nel cam-

po di granturco funestato dall’alluvione, nell’ombrello squarciato

da un vento che non sentivamo.

il reverendo everly thomas

AM: Sì, certo. Ma hai presente le visioni di Antoine Volodine? E poi, tutte queste cosiddette regole del gioco, che però trovano immediata e ingiustificata eccezione... Insomma, non c'è né la crudele geometria di un Borges, di un Martin Amis, di un Primo Levi dei racconti, né lo sfrenato abbandono onirico di un Cartarescu.

DDM: Forse perché Saunders non vuole essere né Borges né Volodine... E riesce però a essere molto toccante nel dramma esistenziale, e molto efficace nel dilemma morale. Un passaggio limpido sulla caducità del tutto, e su cosa vuol dire fare figli in questo contesto:

Ero in errore quando lo vedevo stabile e fisso e pensavo che lo

avrei avuto per sempre. Non è mai stato né stabile né fisso ma sem-

pre e solo una fugace momentanea esplosione di energia. Avrei do-

vuto saperlo. Non appariva in un modo quando è nato, poi in un al-

tro a quattro anni, e un altro ancora a sette? E a nove anni, non si

era del tutto trasformato? Non è mai rimasto uguale, neanche da un

istante all’altro.

È venuto dal nulla, ha preso forma, è stato amato, è sempre stato

destinato a tornare nel nulla.

Solo non pensavo che sarebbe accaduto così presto.

Né che ci avrebbe preceduto.


E poi, lo strazio personale che diventa senso di colpa pubblico, per un presidente che sta portando avanti una guerra civile:

È solo uno.

E il suo peso già sta per uccidermi.

Ho esportato questo dolore. Circa tremila volte. Finora. A oggi.

Una montagna. Di ragazzi. Figli di qualcuno. Dovrò seguitare così.

Potrei non averne la forza. Una cosa è spingere la leva senza vedere

il risultato. Ma qui giace un amato esempio di ciò che ottengo attra-

verso gli ordini che...

Potrei non averne la forza.

Che fare. Dare l’alt? Buttare quei tremila nella fossa dei caduti?

Invocare la pace?


Poetico e politico, che vuoi di più?

AM: Niente, in effetti. Casomai volevo qualcosa di meno. Il problema è appunto che qui dentro ci sta tutto, troppo. Come quando, a libro quasi finito, arriva una schiera di morti negri che si mettono a dire la loro. Sembra quasi come se il buon Saunders avesse detto: "Dunque cosa mi dimentico? La vita, la morte, i gay i poveri gli storpi ce li ho... Ah sì, che scemo, la questione razziale!".

DDM: Adesso esageri. Però mi dai il destro per insinuare: non è che Lincoln non ti è piaciuto perché avresti preferito l’ennesima raccolta di racconti perfetti?

AM: Al contrario, piuttosto sono deluso dal fatto che la via del romanzo l’abbia iniziata ma non percorsa fino in fondo. Tu invece, non è che lo ami proprio perché è costruito a frammenti, citazioni, divagazioni, storie molteplici, insomma perché continua a giocare con le forme brevi?

DDM: Può essere. Ma una cosa è certa: vorrei che il prossimo libro fosse ancora diverso. Vediamo se almeno in questo siamo d'accordo.

AM: Un romanzo. Purché non sia postmoderno.

DDM: Racconti. Purché non siano neorealisti.

***

George Saunders

Lincoln nel Bardo

Feltrinelli

traduzione di Cristiana Mennella

pp. 347, euro 18,50

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

I labirinti invisibili di Eshkol Nevo

Dario De Marco

“Capisci, Sigmund Freud era un uomo molto intelligente ma (...) un errore l’ha fatto. I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi. Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia. Se non c’è uno così, a cui svelare segreti, con cui sciorinare ricordi e consolarsi, allora si parla con il segretario elettronico, Michael. L’importante è parlare con qualcuno. Altrimenti, tutti soli, non sappiamo nemmeno a che piano ci troviamo, siamo condannati a brancolare disperati nel buio, nell’atrio, in cerca del pulsante della luce”.

In questa frase, tratta dalla sua uscita più recente (Tre piani, 2017, Neri Pozza) si potrebbe racchiudere tutta l'opera di Eshkol Nevo, come in un manifesto di poetica: c'è il suo stile colloquiale, la capacità di dare voce ai personaggi, la delicata invenzione verbale, le fondamenta psicanalitiche e l'architettura narrativa; soprattutto, c'è la fiducia che una storia si possa raccontare, e la necessità che ci sia qualcuno da entrambi i lati del racconto.

La biografia di Eshkol Nevo (Gerusalemme, 1971) ricalca il percorso dello scrittore – occidentale, alto borghese – di successo: gli studi un po' in patria un po' negli Usa, la laurea in psicologia, il lavoro da copy in un'agenzia, poi abbandonato quando le vendite dei libri glielo hanno permesso, i romanzi (cinque finora), i progetti collaterali (una raccolta di racconti, un libro per ragazzi, un saggio, un film ), le lezioni di scrittura creativa. I libri di Nevo sono stati tradotti dappertutto, ma se non vado errato, l'Italia è l'unico paese dove i suoi romanzi sono stati pubblicati tutti.

Narratore come pochi, ecco come Nevo aggancia il lettore con l'incipit in Tre piani: “Quello che sto cercando di dirti è che, al di là della sorpresa, c’era un’altra questione di cui io e Ayelet non osavamo parlare: il fatto che in qualche modo sapevamo – dovrei dire sapevo – che poteva succedere. I segnali erano lí da sempre, ma preferivo ignorarli. Troppo comodo, una coppia di vicini che ti tengono la bambina. Pensaci”.

Ma la sua sapienza non è solo tecnica. La principale caratteristica del suo modo di raccontare è l'uso quasi esclusivo della prima persona. Che però cambia, si sposta di personaggio in personaggio. Già matura nell'esordio di Nostalgia(Neri Pozza 2004, traduzione di Elena Loewnenthal e revisione di Raffaella Scardi), questa modalità raggiunge livelli vertiginosi nel suo libro a oggi più compiuto Neuland (Neri Pozza 2011, traduzione di Ofra Bannet e Raffaella Scardi), storia epica di oltre seicento pagine in cui non sono soltanto i protagonisti a prendere la parola, ma anche le comparse, quasi tutti quelli che calcano la scena hanno il microfono in mano almeno una volta.

È il caso di insistere: non è solo questione di tecnica – pur prodigiosa, visto che spesso i passaggi da una voce all'altra sono rapidissimi, e data la necessità comunque di tirare le fila della storia in modo comprensibile, anzi coinvolgente. Viene in rilievo la capacità umana di Eshkol Nevo di calarsi nel punto di vista degli altri, peggio di assumere su di sé, di farsi carico di vissuti e sentimenti lontanissimi dalla propria esperienza. L'alternarsi di voci si attenua in Tre piani, ma resta notevole la capacità di mettersi nei panni: due voci narranti sono di donne; la terza voce è maschile, anzi machista, si scoprirà un po' alla volta, e anche qui l'identificazione non era proprio immediata.

Identificazione che, in genere, Nevo crea non solo tra sé e il personaggio, ma – ed è poi lo scopo finale – tra personaggio e lettore. La riuscita dipende anche da un fattore, per così dire, generazionale. Nevo è del '71, in Italia lo definiremmo ancora giovane: è comunque della generazione successiva a quella della santissima trinità Yeoshua-Grossman-Oz. Lui, e i suoi protagonisti giovani, li vediamo fare le stesse cose che abbiamo fatto noi figli della classe media agiata occidentale: gli studi universitari rilassati; i viaggi zaino in spalla, avventure tutto sommato protette; il gusto di certe letture e certe musiche, l'attrazione verso l'introspezione e la psichedelia; il sogno che qualcosa, o tutto, potesse cambiare... E di contro, questa identificazione è salutare, direi necessaria, per consentirci di saltare il fosso che ci separa da certe realtà ebreo-israeliane lontane anni luce dal nostro quotidiano: quanti di noi hanno avuto tutta la famiglia deportata in un treno con le porte piombate? Quanti, dopo aver fatto tre anni di leva obbligatoria, sono stati richiamati nell'esercito e si sono trovati incastrati all'interno di un carro armato che va a fuoco?

Questo ci porta dritti a un'altra dicotomia all'interno della quale si muove l'opera di Nevo: quella tra grande Storia e piccole storie. Una cosa che la storia, e la cronaca, di Israele rende quasi inevitabile. Ma lo scrittore sa sovrapporre i due strati in maniera mirabile, fino a farli coincidere: senza che la Storia diventi metafora, senza che le storie diventino un pretesto per pontificare di politica. Neuland è la vicenda, tra le altre, di un figlio che gira il Sudamerica alla ricerca del padre, il quale soffre di un trauma post-bellico scoppiato con trent'anni di ritardo. Quando Dori lo trova, in Argentina, scopre che ha fondato una colonia laggiù, una mini utopia dis-cronica (Altneuland, vecchia-nuova-terra, era lo scritto del 1902 di Theodor Herzl, la fondazione mitica del sionismo). Ecco come si intrecciano tragedie millenarie e piccoli drammi familiari, senza che nessuno dei due sembri fuori luogo.

E ancora, altra unione di opposti su cui si muove in equilibrio Nevo: tradizione e innovazione. Da una parte, come si è appena visto, rottura degli schemi: invenzioni a più voci, sperimentazioni linguistiche, shift temporali da capogiro (sempre in Neuland), labirinti sottili. Dall'altra una solidità quasi classica, una fiducia infinita che la realtà esista, e che sia raccontabile: un atteggiamento, non saprei dire altrimenti, ottocentesco.

Esempio di labirinto invisibile. Tre piani: l'ultimo arrivato sembra più banale, quasi un passo indietro. Sembra il classico romanzo di racconti, anzi tre racconti legati insieme dal mero pretesto di essere ambientati nello stesso palazzo. Ma più si va avanti e più si scoprono corrispondenze segrete, echi, suggestioni, leitmotiv: più che tre storie che si incastrano e si completano, si finisce per supporre che siano la stessa storia raccontata in tre modi diversi (e oltre non è il caso di rivelare).

Infine, la questione che tutti i lettori, dall'inizio, si pongono: la questione palestinese. E qui la dicotomia tra rimozione e catarsi, tra tabù e sua infrazione, è sia esterna che interna all'opera di Nevo. È lo stesso scrittore a dichiarare: “la versione palestinese del conflitto è un vero e proprio tabù nella società israeliana”. E racconta la curiosa situazione per cui, siccome Nostalgia fa parte del programma di esame alla maturità, quando studiano letteratura i ragazzi apprendono il punto di vista palestinese; poi passano ai libri di storia e a quel posto trovano un buco, una censura. In Nostalgia, una delle strazianti vicende è quella di un palestinese che abitava nella casa dove vivono i protagonisti, e dalla quale la sua famiglia è stata cacciata quando i coloni ne hanno preso possesso (così "funziona"); l'uomo vorrebbe tornarci, anche solo per cercare un oggetto caro alla mamma. Scandalo, sale sulla ferita, contestazioni e urla ogni volta che Nevo parla in pubblico. Eppure: lui stesso non sfugge alla rimozione, in altri luoghi della sua opera. In tutto il tomo di Neuland, per dire, le occorrenze del termine “palestinese” si riducono a una; e una sola volta compare il termine “arabi”, e quasi per sbaglio. In Tre piani, vengono nominati a un certo punto “due drusi”, e per citare un episodio di violenza sessuale.

Il fatto è indicativo. Di quanto anche una voce critica, che senza giri di parole nomina il fallimento di Israele, possa consciamente o meno sorvolare sulla questione palestinese – una questione che laggiù è vita e ansia quotidiana da settant'anni – e descrivere quel fallimento come una cosa tutta interna. E di quanto ci aspettiamo di trovare nei prossimi libri di Eshkol Nevo.

(Una versione di questo articolo è in uscita sul blog Per tutto il resto c'è facebook )

Eshlol Nevo

Tre piani

traduzione di Ofra Bannet e Raffaella Scardi

Neri Pozza 2017

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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Alfadomenica # 5 – luglio 2016

Care lettrici, cari lettori, con un alfadomenica particolarmente ricco (qui sotto il sommario) interrompiamo per tutto il mese di agosto la programmazione abituale di alfa+ per lasciare spazio da domani a una iniziativa che segue quelle del 2015, sull'arte, e del 2016, sul teatro: questa volta è il turno del cinema, e quella che vi proponiamo è l’anticipazione a puntate di un testo di Lorenzo Esposito ed enrico ghezzi, che verrà pubblicato – col titolo kafkiano Il film più vicino – il prossimo autunno: nel quarto volume, dedicato al Tempo pieno, dell’enciclopedia delle arti della modernità” diretta per Electa da Achille Bonito Oliva. Ringraziando gli autori e l’editore per il permesso accordato a questa anticipazione, vi auguriamo buona lettura, invitando tutti coloro che ancora non lo hanno fatto a iscriversi all'associazione Alfabeta: è il modo più semplice per sostenere il lavoro della rivista, partecipando in modo attivo alla sua realizzazione.

Oggi su Alfadomenica:

  • Serena Carbone, Marinella Senatore, il teatro della rivolta: Azione: corpi in movimento per piazze, strade e musei. È una comunità dinamica e in divenire quella che Marinella Senatore mette in scena attraverso le sue opere. Opere performative che si costruiscono attraverso la partecipazione di uno e mille individui: professionisti e amatori, studenti e illetterati, e poi scrittori, attori, ballerini, cantanti. Una comunità festante che prende forma in un “luogo di rappresentazione” che si costruisce grazie a performers e spettatori che agiscono in interdipendenza gli uni dagli altri.  - Leggi:>
  • Antonello Tolve, Germano Celant, il presente dell'arte e la sua storia:La ripubblicazione della Precronistoria di Germano Celant è un momento di gioia per quanti hanno ricercato questo ormai introvabile volume: e non solo perché dopo la sua prima edizione, nel 1976, non ci sono state ristampe, ma anche perché offre, a distanza di tempo, un percorso puntuale su un periodo fondamentale dell’arte e della sua storia recente.- Leggi:>
  • Massimiliano Manganelli, Marco Giovenale, il linguaggio delle cose: Se c’è uno stigma che si addossa spesso alla cosiddetta scrittura di ricerca è quello della sua difficoltà, della mancanza di un carattere, se così si può dire, reader-friendly, se non addirittura dell’incomprensibilità. Si ignora così, o si finge di ignorare, che questa scrittura – nelle varie tipologie formali in cui si incarna – interpella il lettore con grande forza, lo chiama in causa nel processo di fruizione del testo, attribuendogli un ruolo più che mai attivo. Di qui la difficoltà, certo, perché il lettore-fruitore, per condurre il gioco interpretativo, deve passare attraverso le strettoie di una architettura testuale spesso intricata (tutti i giochi, del resto, hanno delle regole).  - Leggi:>
  • Alessandro Sarti, Bifo & Geraci, o la governance del sensibile:  Morte ai vecchi di Bifo-Geraci è un romanzo sul controllo. Sul controllo sociale, ovviamente, ma prima ancora sul controllo del sensibile. O meglio sul controllo sociale attraverso il controllo del sensibile. Il romanzo racconta la storia di gruppi di ragazzi che si trovano ad avere sottopelle un chip con il quale si scambiano messaggi. I messaggi controllano i loro comportamenti seguendo le dinamiche di un sistema complesso e gli fanno commettere le azioni più efferate. - Leggi:>
  • Dario De Marco, I labirinti invisibili di Eshkol Nevo: “Capisci, Sigmund Freud era un uomo molto intelligente ma (...) un errore l’ha fatto. I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi. Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia. Se non c’è uno così, a cui svelare segreti, con cui sciorinare ricordi e consolarsi, allora si parla con il segretario elettronico, Michael”. In questa frase, tratta dalla sua uscita più recente (Tre piani, 2017, Neri Pozza) si potrebbe racchiudere tutta l'opera di Eshkol Nevo, come in un manifesto di poetica. - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Fredda e non ghiacciata: “Fredda e non ghiacciata”, così Gualtiero Marchesi raccomandava la pasta in Oltre il fornello nel 1986.- Leggi:>
  • Semaforo: Brexit e Mick Jagger - Maschi, femmine e Beatles - Marshall McLuhan - Leggi:>