Frosini/Timpano, Carne difficile da tagliare

28carne2Dalila D’Amico

Il tessuto tematico ed espressivo di Carne, l’ultimo lavoro della coppia romana composta da Elvira Frosini e Daniele Timpano, è cosi denso che si ha l’impressione di ridurne gli intenti nel provare a separarne tutti i piani di lettura.

Andato in scena in anteprima nazionale al Teatro Orologio di Roma il 14 aprile, Carne è infatti un effluvio sonoro continuo, un tappeto di parole intelaiato in un ambiente di suoni che lo spettatore mastica in un sol boccone. La difficoltà nell’affondare il coltello in questo spettacolo non dipende soltanto dalla drammaturgia, ma anche da tutti i sapori politici e gli odori extrascenici che la coppia riesce a trascinare sul palco. Carne è infatti un testo del drammaturgo – vivente, sottolineano Frosini e Timpano – Fabio Massimo Franceschelli. E allora in primo luogo, come scrivono i due registi, è un progetto che intende portare in luce «una grande lacuna della politica culturale italiana: la scarsa attenzione dedicata alla drammaturgia contemporanea di autori italiani»: «PIRANDELLO HA ROTTO IL CAZZO (I CLASSICI SIAMO NOI)» è il titolo di un ciclo di spettacoli che Frosini/Timpano vorrebbero realizzare con ricorrenza annuale o biennale, parallelamente al loro percorso da autori, nel tentativo di prestare ascolto alle voci di autori viventi «in luogo della consueta vampirizzazione dei cosiddetti classici».

Carne, intanto, è animato da un’urgenza politica che amalgama tre vocazioni artistiche, quelle performative della compagnia, quelle poetiche di Franceschelli e quelle musicali di Ivan Talarico. Le musiche che si avvitano attorno al dibattito tra una vegetariana e un «carnivoro», sono un andirivieni tra spazi sonori evocativi di un fuori – ora un ambiente naturale, ora un’eco siderale, ora una musica d’accompagnamento – e spazi evocativi di un dentro – respiri, deglutizioni, masticazioni, borborigmi. Allo stesso modo il testo allarga il tema centrale, quello della scelta tra la carne o i vegetali di una coppia, verso istanze più profonde: la mercificazione della carne, la reificazione della vita, il monopolio occidentale sulla morte. Il contrasto tra un vegetariano e un carnivoro diventa così terreno di scontro sul pensiero dicotomico occidentale.

La coppia ha deciso di affidare lo slittamento dei diversi piani del testo alla «sola» forza della voce e dei movimenti. Non un oggetto in scena, se non due microfoni con cui amplificare il flusso continuo di parole che cadenzano il ritmo dello spettacolo. Irrigiditi in «cosa» davanti al microfono, i due interpreti schierano al ritmo di una partita di ping pong i tropi del contrasto tra donna e uomo, eroe e vinto, civiltà e guerra, salute e malattia. Più avanti nello spettacolo scopriremo che quelle pose irrigidite rimandano a Bodyworld del tedesco Gunther Von Hagen, la mostra itinerante di sapore positivista che dal 2002 raccoglie milioni di visitatori attorno ai cadavari plastificati dall’antropologo, e che riduce la complessità della vita nello spettacolo di reificazione del corpo.

Al ritmo scatenato di un amplesso, si affronta l’argomento del rapporto biopolitico tra il potere e le persone. Cantando una canzone, si sferrano attacchi a un sistema che capitalizzando la vita degli animali economizza la salute dei consumatori. In cinquanta minuti Daniele Timpano ed Elvira Frosini non prendono mai fiato, tanto da far apparire lo spettacolo un armonico concerto a due voci.

«PIRANDELLO HA ROTTO IL CAZZO (I CLASSICI SIAMO NOI)» è un grido all’unisono per un teatro, quello italiano, soffocato da una burocratica disattenzione e che per sopravvivere non può fare a meno di rinnovare la tradizione o, come nel caso della coppia romana, intraprendere strade di autonoma produzione e auto-organizzata progettualità. Da anni infatti la compagnia è impegnata sul fronte di resistenza nei confronti delle stantie e contraddittorie politiche culturali rivolte al teatro, ideando e realizzando Generatore X (rassegna, 2004-2007), Uovo (spazio performativo, 2004-2007), Ubu Settete (rassegna romana indipendente, fino al 2007), NOVO CRITICO (incontri tra critica e nuova scena contemporanea, 2008-2010) ed ECCE PERFORMER (progetto di formazione e creazione per la scena contemporanea, dal 2010. Dinamici e instancabili anche fuori dalla scena, quindi; e capaci di recuperare, da quel Pirandello su cui ironizzano, un riso amaro che si rovescia in pianto.

Fabio Massimo Franceschelli

Carne

diretto e interpretato da Elvira Frosini e Daniele Timpano

Zombitudine

Dalila D’Amico

Zombitudine della compagnia Frosini/Timpano, proveniente dalle file del teatro indipendente romano degli ultimi dieci anni, ha debuttato a Roma al Teatro dell'Orologio dove rimane in scena fino al 23 Novembre.

Lo spettacolo, frutto di un' incubazione avviata nel 2012 durante il progetto “Perdutamente” al Teatro India, mette in scena il collasso di un corpo, definito da Elvira Frosini una matrioska: è il corpo sfaldato del postcapitalismo, il corpo consumato della società italiana, quello logorato dell'apparato politico, il corpo asfissiato del teatro, quello comatoso di una lingua che ha smesso di significare, quello proprio che non desidera altro che caffè, quello dello spettatore che non prende posizione. Strato dopo strato, il duo romano, sveste questo corpo scoprendone l'assenza, la morte o il suo rovescio: la Zombitudine.

La morte come rottura dei clichè è d'altronde il filo conduttore che lega il lavoro della compagnia, la cui ricerca è volta ad indagare i rapporti tra abitudini e politica. Daniele Timpano ha esplorato le retoriche della politica italiana a partire dai cadaveri che ne hanno segnato la storia: quelli di Mazzini, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele in Risorgimento Pop quello di Benito Mussolini in Dux in scatola, quello di Aldo Moro in Aldo Morto. Per Elvira Frosini invece la morte passa per il proprio corpo in scena, restituito sempre come prodotto del biopotere: In Ciao Bella, è un corpo che si assopisce nella figura-archetipo della Bella Addormentata, proposta come simulacro di una Nazione sonnolenta e di un tempo senza “orizzonte di risveglio”. In Digerseltz, spettacolo sulle mitologie del mangiare, (altro tropo della compagnia) diviene pasto sacrificale per una società vorace che si ingozza di consumi, immagini e parole. In Zombitudine è accostato all'immagine eloquente di una fettina di prosciutto che i due attori consumano in scena leggendovi “la rappresentazione metonimica di un corpo che non c'è più”.

L'apocalisse tratteggiata da Elvira Frosini e Daniele Timpano, si radica nel ricco scenario degli zombie, gli esseri privati di volontà della religione vuduista, mutuati dall'immaginario cinematografico in morti viventi riottosi contro la civiltà consumistica, gli operai alienati dal lavoro che si ribellano alla classe dominante di odore marxista, gli individui asserviti al progresso tecnologico suggeriti da McLuhan, gli elettori impotenti privati del futuro come li legge Franco Berardi (Bifo). Zombitudine si nutre di un terreno immaginifico consolidato, ma non si identificano né la parte di vittima né quella di carnefice. Non è mai chiaro infatti se gli zombie siano i produttori o i prodotti, il capitalismo finanziario o la massa che vi si adegua, gli immigrati che rubano il lavoro o la Nazione che li accoglie senza dar loro garanzie, il teatro che resiste all'infarto generale, o chi ne occupa gli edifici in nome del bene comune, come allude Daniele Timpano.

Zombitudine è una chiave di lettura e al tempo di rifiuto del presente. Come spiegano i suoi autori: «Gli Zombi siamo noi [..] Il vecchio che non muore e il nuovo che non c'è». Davanti ad un sipario chiuso, la coppia Frosini/Timpano, bagnata da luci rossastre, parla direttamente agli spettatori, comunica di aver scelto di rifugiarsi in teatro per scampare all'ecatombe, luogo sicuro “essendo vuoto e pieno di morti”, come recita la regola n.13 del prontuario distribuito agli spettatori all'ingresso. Difendendosi in un luogo della cultura, i due attori, tra monologhi e dialoghi serrati che rasentano l'elenco, attendono l'arrivo di qualcosa o qualcuno che potrebbe smuovere gli equilibri del rifugio. Perché di nuovi equilibri ha bisogno il teatro, sembrano denunciare, che anziché vivere riesce solo a non morire.

Attesa e rovesciamento sono i dispositivi su cui si regge l'intero spettacolo. I due autori in scena infatti, non hanno nulla da fare, se non “ammazzare” un tempo già morto mediante giochi di parole che cercano di definire il fuori minaccioso sempre più simile al dentro minacciato. La straziante attesa di chi “se non può fare nulla, allora non fa niente”, annulla, sia per gli attori che per gli spettatori, la differenza tra la paura dell'assedio e la speranza che arrivi quanto prima. E in effetti il fuori campo, evocato dalle voci amplificate dei due attori, appena aldilà del sipario, alla fine dello spettacolo si rovescia in campo. Scena e platea vengono invasi da zombie di manifestanti che portano al collo slogan sdruciti di rivolte fallite: “Come è zombie la prudenza”, ironicamente riferito al Valle o “L'Italia è una Repubblica democratica fondata sugli zombie”.

A differenza di qualsiasi film o racconto sugli zombie che si rispetti però, il finale dello spettacolo tradisce la rivolta agognata: il sipario finalmente si apre svelando uno scenario postatomico in cui gli attori cianotici, avvolti da fumi e luci verde acido, prendono commiato dagli spettatori inghiottiti da un buio che odora di sconfitta. A pensarci bene però, torna in mente la frase iniziale dello spettacolo: «Se non siamo morti non cominciamo». E allora cominciamo rovesciando la sconfitta.