Nel tempo della minorità

Lelio Demichelis

La vittoria dei no al referendum in Grecia aveva dimostrato che l’uomo in rivolta di Camus esiste, che se vuole è capace di dire no e anche di dire sì. L’uomo in rivolta greco ha detto sì all’europeismo dicendo no a questa Europa dell’austerità, della colpa, dell’egoismo, dei mercati, della cancellazione scientifica dei diritti sociali, dimostrando che un agire politico è ancora possibile. Fine della rassegnazione? No, sappiamo com’è andata a finire, la rassegnazione è stata imposta a forza alla Grecia, ma quel no che era un sì rimarrà comunque nella storia. Anche se si conferma, senza se e senza ma come il capitalismo sia strutturalmente conflittuale con la democrazia.

Di più: sono morte le ideologie del Novecento, ma anche le utopie e persino le idee; la lotta di classe l’hanno vinta i ricchi e si è azzerata ogni capacità (specie a sinistra) di innovazione politica, mentre si è dominati dall’imperativo dell’innovazione tecnologica – e l’unica immaginazione al potere è oggi quella di dover diventare uomini economici la cui vocazione (beruf) deve essere quella di adattarsi al mercato e di connettersi in rete, mentre «la flessibilità deve entrare nel Dna delle persone» (Mario Draghi). Condizione esistenziale tristissima e devastante per società e democrazia.

Qui parliamo allora di tre libri, diversi ma tutti importanti per comprendere la nostra condizione (dis)umana nell’epoca del capitalismo tecnologico globalizzato. Pubblicati da Laterza nella nuova e benvenuta collana «Solaris».

Con Stato di minorità di Daniele Giglioli, ritorniamo a Kant. Per il quale la minorità era l’incapacità degli uomini di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro: una condizione che è imputabile solo a se stessi se dipende non da un difetto di intelligenza ma dalla pigrizia o dalla viltà. Purtroppo – ammetteva Kant – è così comodo essere minorenni e avere qualcuno che pensa e decide per noi: un libro, un direttore spirituale, un medico, purché io sia in grado di pagare non ho bisogno di pensare. Mai Kant avrebbe però immaginato che la minorità potesse discendere oggi dalle tecnocrazie, dai social network e dal mercato (dove appunto, basta pagare). Di più: dire che i mercati procedono in automatico (ancora Draghi) è la sublimazione del non dover pensare più, perché tutto si è fatto auto-poietico e auto-referenziale.

Giglioli ci porta a ragionare (Kant: sapere aude!) sul perché oggi l’agire politico sia percepito «come qualcosa di impossibile, non perché proibito ma perché ineffettuale, senza esito, svuotato di ogni concretezza». Obiettivo di Giglioli è l’elaborazione di un lutto. Ricordandoci che «compito della critica non è solo dire la verità, ma contribuire a trasformarla». Ovvero, ci chiama all’impegno per il cambiamento, per uscire dal nostro ennesimo stato di minorità. Nell’idea di cittadinanza, infatti, oggi «si è aperto un vuoto»; mentre – come ricordava Hannah Arendt, citata da Giglioli – l’umano è davvero tale solo se ha la possibilità di agire politicamente tra altri esseri umani, altrimenti si diventa meno umani e la vita è solo metabolismo, una mera condizione animale – e oggi (aggiungiamo) economica, ciascuno dovendo attivare in sé gli spiriti animali del capitalismo.

«L’assunto di questo saggio è mostrare ciò che accade quando l’azione è inibita. Che lo sia qui e ora è evidente. Che sia perfino un bene è un’opinione che circola. Qui si enfatizzerà il negativo del fenomeno». E Giglioli lo fa usando magistralmente il Saggio sulla lucidità di José Saramago, favola amara sul potere dove governo e popolazione «restano chiusi nella loro impotenza speculare» e dove un esercizio di libertà, come ritirare la delega al governo votando scheda bianca, finisce male. Saramago descrive come nasce questa impotenza attraverso i dispositivi che la producono. Un concetto foucaultiano – il dispositivo – poi ripreso da Deleuze e da Agamben (e, riassume Giglioli, il dispositivo dice: «ecco il posto dove devi stare e non muoverti di lì»).

E dunque: il dispositivo del terrorismo (il terrorismo è «un delirio di onnipotenza cui sottende una condizione di impotenza radicale»); il dispositivo del trauma («C’è trauma dove non è possibile l’azione; il trauma è una condizione di minorità. E quando una società ha paura del conflitto ha paura di se stessa»); il dispositivo vittimario, «la principale fonte di riconoscimento nelle società odierne» («e chi non si istituisce a soggetto finisce prima o poi per essere una vittima», ma vi è anche «la tentazione di passare per vittima onde avere ragione»); quello della miseria simbolica («la perdita di partecipazione alla produzione di simboli»); e il dispositivo dello stato d’eccezione (dove «l’economia ha preso il posto del sovrano; e se di solito non decreta lo stato d’eccezione è perché lo incarna già»).

Certo, molti errori sono stati commessi, riconosce Giglioli citando una poesia di Brecht. Ma ammettere gli errori è già un recupero di capacità di agire, di agency. Evitando così che l’unico agire ammissibile sia quello di coloro «che impiegano buona parte della loro agency a far sì che altri non possano». Dunque, serve tornare a pensare l’azione sotto la specie della nascita, intesa come distacco, separazione, nuovo inizio. Nuova politica.

Secondo saggio. I destini generali di Guido Mazzoni rovescia la lettura di Giglioli, proponendo una malinconica presa d’atto dell’impossibilità di agire: «Non ho nulla di politico o di reale da opporre a tutto questo. Ho solo una forma di disagio». Troppo poco. Il saggio contiene però e comunque un aggiornamento utilissimo di quella mutazione antropologica che Pasolini aveva analizzato da par suo tra il 1973 e il ’74. Mazzoni dichiara però subito l’inefficacia, oggi, delle categorie con le quali si cercava di interpretare, ieri, la realtà perché «chi è stato lettore di Marx, di Adorno, di Benjamin, di Bloch o di Fortini sente che i concetti con cui ha provato a capire la realtà, oggi non lo aiutano più» – e qui dichiariamo subito il nostro totale disaccordo, Marx, Adorno e Benjamin (e magari anche Marcuse e Fromm) sono ancora imprescindibili.

Vero è invece che «negli ultimi cinquant’anni la vita psichica delle masse occidentali ha subito una metamorfosi senza precedenti», legata allo sviluppo ulteriore del capitalismo come forma oggi globale (ma lo era anche ai tempi di Marx e di Engels) di organizzazione della vita psichica prima che economica delle persone, perché il capitalismo «è personale, sovrapersonale e intrapersonale» (e Mazzoni rilegge il discorso del capitalista di Lacan). L’American way of life è oggi diventata Western way of life, una struttura psichica compatta e unitaria e globale al di là delle sue apparenti differenze. Dove i legami si sciolgono. Dove evapora il padre. Dove si spezza e si frammenta il tempo o scompare nella rete, depotenziando il passato e il futuro. Dove i legami etico-politici si sciolgono e i soggetti collettivi si segmentano. Per un processo di individualizzazione che produce quell’etica (Mazzoni) del «non me ne frega un cazzo, che è il compimento dell’individualismo», o meglio (integriamo) dello pseudo-individuo già secondo Adorno. Alla fine, anche per Mazzoni «ciò che scompare non è soltanto l’utopia ma, prima ancora, l’idea che gli esseri umani siano animali fondamentalmente politici, che la politica sia ciò che può dare senso alla vita modificando l’esistente per produrre un mondo nuovo». Trionfa l’adattamento («una forma profonda di saggezza»).

Ma questo – aggiungiamo ancora – è ciò che vogliono il neoliberismo e l’ordoliberalismo: tutto deve essere economia; solo il capitalismo dà un senso alla vita. Come dimostra la seconda parte del saggio, sulla trasformazione commerciale post 1989 di Berlino, città che forse più di ogni altra è stata rimodellata «da quella forma di vita sorta attorno alla figura dell’individuo privato e consumatore», dove un’immagine pubblicitaria dell’iPad sovrastava il Memoriale per gli ebrei, nella normalità blasfema del capitalismo.

Il Novecento si chiude così – riaprendosi sul nuovo secolo – «nella medietas antitragica delle nostre vite solo private». «Liberati dalle trascendenze religiose e laiche, gli uomini non vogliono l’uscita dalla minorità o la creazione di un mondo più giusto». Trionfa, scrive Mazzoni, un modo di vita meno grandioso di quanto immaginato dalle grandi utopie del passato, ma anche «meno elitario» (in effetti è vero il contrario), «più immanente» (ma il capitalismo è esso stesso una religione, diceva Benjamin) «e più autenticamente popolare» (ma è un popolo senza potere).

Terzo libro, Sottofondo italiano di Giorgio Falco. Diverso dai precedenti per forma e per struttura, e nel raccontare la condizione (ancora) di minorità in cui siamo caduti – la sinistra e il sindacato in particolare. «Il sottofondo c’è sempre, anche quando non vogliamo sentirlo. Scava nell’intimo di ognuno di noi. Diventa la vita». La prende, la produce, la replica. «Non so quali istituzioni abbiano più influito nell’educare all’inerzia collettiva, alla sottomissione», scrive Falco, ma le parole d’ordine erano: «Stai tranquillo. Non immischiarti. Fatti gli affari tuoi. Pensa solo a te stesso e all’affermazione della tua individualità o al tuo gruppetto di amici».

Erano gli anni in cui – cattiva maestra Margaret Thatcher – ci si convinceva che la società non esiste ma esistono solo gli individui. Anni che Falco attraversa con stile, dalle BR alla marcia dei 40mila all’egemonia del modello aziendalistico che genera una nuova forma di «irresponsabilità totalitaria» (dove ciascuno dice: io faccio solo quello che mi dicono di fare – ancora una condizione di minorità); dai governi che cambiavano le leggi sul lavoro a favore degli imprenditori e delle multinazionali ai sindacati il cui unico obiettivo era (al più) una «sconfitta di misura» davanti a un’impresa che voleva invece stravincere.

È un’altra fotografia, questa di Falco – da leggere (è un consiglio) dopo Giglioli e Mazzoni –: impietosa descrizione, da dentro il sindacato, della mutazione antropologica che il capitalismo ha prodotto. Dove mutazione, ovviamente, non significa evoluzione. Né progresso.

Giorgio Falco
Sottofondo italiano
«Solaris» Laterza (2015), 81 pp.
€ 14

Daniele Giglioli
Stato di minorità
«Solaris» Laterza (2015), 101 pp.
€ 14

Guido Mazzoni
I destini generali
«Solaris» Laterza, 2015, 107 pp.
€ 14

Una risata non li seppellirà

Dal numero 23 di alfabeta2 che esce in questi giorni nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Daniele Giglioli

La cosa più sbagliata da fare è prenderli sottogamba, metterla in burletta, lasciarsi sedurre dall’incredibile mole di pasticci, retromarce, figuracce, ragionamenti sghembi e trattative levantine che hanno accompagnato in questi anni, in Italia, l’introduzione tardiva della cosiddetta «cultura della valutazione»: nell’università, nella scuola, nella pubblica amministrazione. Un paranoico potrebbe perfino pensare a una geniale strategia di comunicazione suggerita da qualche costosissimo spin doctor: non abbiate paura, siamo buffi. Sono buffi, ma di paura ne fanno e come. Certo la tentazione è forte: basterebbe raccogliere un dossier di neologismi tautologici, anglismi maccheronici, cifre sbagliate, test farlocchi, passarlo a un bravo comico (un Guzzanti, un Albanese), e l’effetto sarebbe assicurato, specie in un paese dove l’unica opposizione culturale visibile dell’ultimo ventennio è stata svolta, purtroppo, dalla satira.

Chi non ricorda il rettore della Sapienza mentre difende con vibrante accento sabino un test di ingresso basato sulla grattachecca della sora Maria? Chi non sorriderebbe (amaro) a rileggere i report delle agenzie di rating che ancora nel 2007 spergiuravano affidabilissimi i derivati della Lehman Brothers? Ma il pericolo è reale, e non c’è catarsi comica che possa scongiurarlo. La cultura della valutazione non usurpa il proprio nome, è davvero una cultura, una visione del mondo, un programma che ha ben chiaro, se non come va il mondo, almeno come dovrebbe andare. E prende piede, acquista carisma, fa ciò che dice, lo produce nel momento stesso in cui si insedia nei gangli di ogni agenzia decisionale.

Scuole e università, comuni e regioni, teatri e ospedali, musei e parchi verranno sempre più pensati e finanziati – da parte di un potere politico che sta cedendo ogni giorno porzioni della sua sovranità con l’allegra spensieratezza del patrizio rovinato, e da parte di un’opinione pubblica impotente di fronte al ricatto di termini civetta come meritocrazia, efficienza, prestazioni, razionalità (nientedimeno!) – in ragione di un punteggio assegnato, dicono i valutatori culturalmente più avveduti, non sulla base dei contenuti o del valore delle prestazioni, ma sulla loro efficienza, a sua volta identificata con l’adeguamento a standard che si pretendono oggettivi quanto più sono arbitrari. Sotto le spoglie di un’algida e impersonale terminologia pseudoscientifica, la cultura della valutazione è una forza che si fa ragione, non una ragione che diventa forza: o funzionate come diciamo noi, o siete fuori. E non conta nemmeno il fatto che perfino nel ramo in cui ci siamo inventati maestri prendiamo un granchio dietro l’altro: l’autorità, non la verità detta la legge.

Da terreno di razionalità intersoggettiva, procedura verificabile, libero dibattito, la scienza degrada a diktat, imposizione, uso connotativo, affettivo, alonale di parole e numeri che servono a sedurre, a stupire, ad ammutolire, non a dimostrare. La cultura della valutazione ha dalla sua molti punti di forza. La trasformazione molecolare del triangolo che ha dato forma al rapporto tra potere, sapere e produzione nell’età moderna (stato nazione, partiti di massa, istruzione obbligatoria, università humboldtiana, welfare, ricerca pubblica) è un fatto, non un’invenzione dei banchieri, dei tecnocrati o dei cantori della moltitudine. (Un’invenzione è semmai il ritornello: bisogna comunque razionalizzare, non ci sono più risorse. Le risorse ci sono e come, basterebbe chiederle indietro a chi se le è intascate. Razionalizzare non vuol dire accettare la miseria). Un fatto è che di fronte allo strapotere della finanza mondiale, apparati governamentali e non sovrani come le burocrazie tendono sempre più a porsi come unica controparte, come interlocutore che tratta da potenza a potenza, del capitale finanziario: da qui dovete passare, con le nostre procedure dovrete fare i conti, voi che pure vi dite tanto insofferenti dei famosi lacci e laccioli. E un fatto, infine, è che, almeno in un paese come l’Italia, lo status quo è indifendibile.

Non vi piaceremo, ma vi andava bene come andavano prima l’organizzazione scolastica, il reclutamento universitario, il funzionamento della pubblica amministrazione? Non vi lamentavate tutti degli sprechi, della corruzione, del nepotismo, della malagestione? Non ce l’avete fatta a riformarvi da soli, è giusto che qualcuno vi commissari. Fidatevi di noi, poiché non potete fidarvi di voi stessi. Questo è il punto cruciale, il punto d’onore della cultura della valutazione, ciò che ne fa davvero una cultura e non solo una tecnica. La sfiducia. La presunzione di minorità. La diffidenza nei confronti della capacità dei soggetti di autogovernarsi: vi ci vuole un padrone, il sovrano ieri, il tecnocrate oggi, l’agenzia terza, l’autorità nominata dall’alto, l’autoproclamata società di esperti muniti di banche dati, grafici e statistiche (raccolti a pagamento; e spacciati con tecniche di comunicazione da Gatto con gli Stivali: di chi sono queste terre? Ma del Marchese di Carabas!).

Diffidenza da trasmettere ai soggetti con ogni mezzo necessario. L’operazione è già a buon punto. Stupisce quanto debole – a parte l’opera meritoria di chi è capace di smontare pazientemente il meccanismo; e a parte qualche resistenza corporativa – sia stata la reazione di chi rischia di vedere stravolto il senso del lavoro che fa da uno scombiccherato armamentario di sofismi. Presupponendo cittadini inermi, la cultura della valutazione contribuisce a crearli: chi ha tempo e voglia di addentrarsi in quella boscaglia di pseudo numeri e pseudoconcetti? E ne vale la pena, intenti satirici a parte, nel momento in cui è acclarato che non la razionalità ma un principio di autoelezione inverificabile presiede a quelle pratiche? Tentare di prendere in castagna la cultura della valutazione sulla base dei suoi sfondoni è divertente e utile, ma non decisivo. Urge invece contrapporle un’altra cultura. Ci vorrà tempo, pazienza, idee e soprattutto fiducia nelle idee.

Intelletuali: tra critica e carisma

Daniele Giglioli

Il dibattito sugli intellettuali e la loro fine è come una febbre che si riaccende periodicamente. Se ne guarisce ma lascia sfiniti, e si ha la certezza che ritornerà. Formuliamo allora qualche auspicio per fare, come diceva Pascal, buon uso della malattia.

Ce ne dà occasione la prima uscita della nuova serie di “Alfabeta”. Ne discutono Umberto Eco, Andrea Cortellessa, Andrea Inglese, Augusto Illuminati. Il tema viene ripreso da Eugenio Scalfari sull’”Espresso”,  mentre altri gli dedicano cenni di una sufficienza preventiva che sarebbe anche questa tutta da interpretare (roba da vecchi bacucchi, hanno scritto non so più se Sergio Luzzatto sul “Sole 24 ore” o Mariarosa Mancuso sul “Foglio”). Fatte le differenze, nessuno ostenta ottimismo, così come malinconici erano fin dal titolo un volume di Alberto Asor Rosa uscito non molto tempo fa (Intellettuali, il grande silenzio), o un articolo di Romano Luperini comparso sull’Unità nel 2004 (Intellettuali, non una voce). L’intellettuale, un certo tipo di intellettuale, è senz’altro scomparso: non ha più pubblico, non ha più influenza, non ha più mandato sociale, parla solo ai suoi simili, che spesso, come nota giustamente Scalfari, non lo ascoltano nemmeno loro. L’alternativa è elaborare il lutto o continuare a mantenere in vita un cadavere. Ma è proprio così? O la crisi contiene un germe di opportunità? Leggi tutto "Intelletuali: tra critica e carisma"

L’università assassinata

Daniele Giglioli

Nel silenzio più totale, al riparo da sguardi indiscreti, è in discussione in Parlamento un disegno di legge di riforma dell’università che ha in realtà un solo e unico fine: lo smantellamento dell’università pubblica del nostro paese. Lo scopo dichiarato è ridurre gli sprechi e razionalizzare le risorse. Quello vero è condurre il sistema universitario al collasso nel giro di pochissimi anni. Il sistema universitario ha le sue colpe, ed è scarsamente difendibile: autoreferenziale, poco trasparente, in molti casi mal gestito, privo di anticorpi contro la tendenza inerziale e connaturata a ogni corpo separato a trasformare in leggi non scritte le proprie dinamiche di potere. Ma la cura è un’eutanasia mascherata.
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Critica della vittima

Paolo Godani

Il nuovo lavoro di Daniele Giglioli non è soltanto un esercizio di critica nel senso più profondo e radicale del termine, ma anche, come suggerisce il sottotitolo, un esperimento con l’etica. Critica, etica e sperimentazione sono termini che illustrano bene il metodo praticato da Giglioli tanto in questo Critica della vittima quanto nei precedenti Senza trauma e All’ordine del giorno è il terrore: un metodo capace di coniugare, in maniera rigorosa e spregiudicata, analisi letteraria e ricerca genealogica, costruzione concettuale e riflessione sul presente. Con questi lavori, Giglioli ha inaugurato un nuovo stile di pensiero.

Il nodo problematico preso di mira in Critica della vittima è senza dubbio uno dei più rilevanti del nostro tempo. Come già riconosceva Senza trauma, la logica vittimaria è divenuta il «paradigma attraverso cui l’ideologia contemporanea pensa la storia umana, e spesso anche il destino, la natura stessa della nostra specie». Quello vittimario è un dispositivo duplice attraverso il quale da un lato si elevano la passività e l’impotenza a valori supremi, dall’altro si conferisce solo alla vittima la possibilità di una rivendicazione legittima (facendo anzi di essa il soggetto di un discorso irrefutabile) – il che ha come corollario la riduzione di ogni rivendicazione autonoma e affermativa, che non sia cioè il risanamento di qualche ferita subita, a pretesa futile.

Questa elevazione della vittima, così caratteristica del nostro tempo (come Giglioli mostra con una grande varietà di esempi), implica che ciò che sta in basso venga elevato, ma implica anche che esso venga elevato proprio in quanto è e resta ciò che sta in basso; la vittima, soggetto di un diritto e di un potere assoluti, è tale perché e sino a quando rimane vittima, inerme e impotente. Solo l’impotenza è potente, ovvero la sola potenza consentita è quella che si nutre d’impotenza.

Il lavoro di Giglioli, dopo aver introdotto la questione e aver proposto una dettagliata «sintomatologia» del fenomeno vittimario, si sviluppa stringendo sull’essenziale a partire dal paragrafo intitolato Vulnerabili e poi, ancor più profondamente, da quello dal titolo Inalienabile. Qui, dapprima, si mettono in luce con grande perspicuità i limiti di un’antropologia negativa fondata sull’enunciato «l’essere umano è ciò che può essere colpito». Prendendo partito con giusta determinazione contro l’ipotesi (tradizionalmente reazionaria) secondo cui l’umanità si caratterizzerebbe per una «mancanza originaria» che solo un potere forte può tutelare, Giglioli si schiera apertamente in favore dell’idea (antica anch’essa, dato che risale almeno a Pico della Mirandola) per cui la specie umana si definisce per «l’uso sempre indeterminato che può fare della propria costitutiva incompiutezza».

Non è questo il luogo per approfondire le ragioni di una tale presa di posizione, ma vale almeno la pena di attirare l’attenzione sulla sua estrema rilevanza etica e politica, e di osservare (come fa Giglioli citando fra gli altri i casi di Derrida, Agamben, Butler) quanto l’antropologia negativa sia dilagata ben oltre i confini del pensiero conservatore. In seguito, l’autore inizia a tirare le fila del suo discorso rispondendo alla domanda fondamentale: «che cosa promette e che cosa vieta un immaginario che fa della passività il suo Nord magnetico?». Giglioli risponde che «la vittima promette identità», un’identità forte, coesa, innegabile; cosicché la mitologia vittimaria si propone come il farmaco che cura la dissoluzione contemporanea della soggettività, dei valori etc.

Ma, com’è noto, ogni farmaco cura in quanto è anche un veleno. Dunque, l’immaginario passivo della vittima inocula al contempo il veleno che vieta, che cancella «l’imperativo tipicamente moderno» sintetizzato da Rilke nel «tu devi cambiare la tua vita». La vittima non può che ribadire se stessa, cosicché la mitologia della vittima rende impensabile una qualunque trasformazione, personale e collettiva. Per questo, in conclusione, «la mitologia vittimaria è una subalternità che perpetua il dominio».

Ma la conclusione del lavoro torna su una questione più generale. La critica, per quanto radicale, si limita a una genealogia capace di mostrare la contingenza delle formazioni ideologiche e sociali dominanti; la genealogia è certo una condizione della trasformazione, a cui però non può mancare una prassi, un agire collettivo. Ma tra il discorso freddo della teoria e il fuoco di una prassi trasformativa – è questo il dubbio che Giglioli rimanda infine ad un supplemento di indagine – esiste forse (come molti sostengono) la necessità di una nuova mitopoiesi non vittimistica né subalterna?

Nonostante il dubbio, la risposta mi pare si trovi già come conseguenza del percorso fin qui descritto: non c’è mito non subalterno. Il mito, come l’identità, è «il contrario della rivoluzione». Non vale la pena ricadere nel circolo – per quanto il dubbio spesso ci assalga che la critica non basti a se stessa.

Daniele Giglioli
Critica della vittima. Un esperimento con l’etica
Nottetempo (2013), pp. 130
€ 12,00