Contro l’autonomia differenziata, per un nuovo federalismo. Intervista a Gianfranco Viesti

Daniele Balicco, Maria Teresa Carbone, Giuliano Laccetti

Gianfranco Viesti è stato uno dei principali animatori della battaglia contro “la secessione dei ricchi”, espressione per altro coniata da lui stesso (G.Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, Laterza 2019). Dopo gli interventi di Daniele Balicco e di Giuliano Laccetti, la redazione ha deciso di intervistare il professor Viesti, per capire cosa potrà succedere, su questo tema, nei prossimi mesi; e se è possibile ragionare su una riforma dello Stato portata all’altezza del presente. Ci pare di particolare interesse la parte propositiva del suo discorso: anzitutto un non banale “avviso di tagliando” per le Regioni a Statuto speciale, che dopo 70 anni di Repubblica non hanno forse più ragione d’essere; un opportuno “warning” all’ipotesi di macroregioni per superare i limiti dell’attuale regionalismo; infine, l’ipotesi di costituire nuove realtà inter-provinciali per realizzare un assetto amministrativo nuovo, più aderente ai territori, soprattutto nella gestione di servizi e interessi comuni.

Anche se la discussione interna al governo sembra momentaneamente stoppata, sembra difficile che la Lega accetti di trattare al ribasso sull’autonomia differenziata. Esistono, secondo lei, possibilità reali che questo progetto venga bloccato? Quali forze istituzionali potrebbero opporsi?


Le sorti del progetto dell’autonomia differenziata sono molto difficili da prevedere; dipenderanno dal percorso parlamentare che si farà, dalla decisione o meno di stabilire prima i Livelli Essenziali delle Prestazioni. É comunque immaginabile che la Lega continuerà ad insistere il più possibile per portare a casa, almeno in parte, i risultati a cui ambisce. Anche se raggiunti solo parzialmente, essi potrebbero essere molto gravi, sia per le sorti complessive del Paese, sia in particolare per quelle del Sud. Le forze che più potrebbero opporsi a questo processo sono il mondo della scuola, compatto nel contrastare la regionalizzazione dell’istruzione scolastica; e il mondo della sanità: i medici, e le
altre professioni sanitarie, sono anch’essi molto contrari a queste ipotesi di regionalizzazione. La spinta maggiore potrà venire poi da gruppi e da associazioni sul territorio, molto più che dai partiti politici che, sull’argomento, sono spaccati al proprio interno.

L’unica forza sociale che si è espressa chiaramente contro l’autonomia differenziata è il sindacato. Come spiega la trasversalità dell’appoggio a questo progetto? Quali sono le ragioni profonde? 

L’appoggio a questo progetto dipende da un insieme di circostanze: la forza compatta della Lega e delle forze economico-sociali ad essa vicina, soprattutto in Veneto, e in parte in Lombardia; la scelta dell’attuale giunta regionale dell’Emilia-Romagna di affiancarsi a quel processo, anche se a partire da posizioni diverse, sostanzialmente favorendolo. Le ragioni profonde di questa iniziativa, però, sono nella crisi del Paese, nelle sue difficoltà di finanza pubblica, e nella scelta di una parte delle classi dirigenti di concentrare sui propri territori le forze e le risorse disponibili. Una scelta a mio avviso autolesionista anche per loro, ma comprensibile in un’ottica egoistica di brevissimo periodo. 

Nel caso in cui questo progetto secessionista fallisse, in che modo, secondo lei, si dovrebbe riaprire, nel paese, una discussione politica capace di disegnare un processo serio di riassetto federale dello Stato? Con quali soggetti sociali e politici? 

Certamente bisogna ridiscutere gli assetti dei poteri nel nostro Paese, per così dire fare un tagliando al regionalismo, ma anche all’abolizione delle Province e all’istituzione delle Città Metropolitane, che sono state un grande problema, realizzate in questi ultimi anni. Si può, si deve realizzare un equilibrio migliore fra il governo centrale, a cui vanno riservate forti competenze di cornice e di impostazione generale e di definizione di standard e livelli di servizi, e quelli regionali. All’interno delle Regioni, tuttavia, va guardato con grande attenzione il tema delle città e soprattutto quello delle grandi città che hanno bisogno di competenze e di risorse, attualmente a livello regionale, ben maggiori di quelle di cui dispongono. C’è il tema, scottante ma decisivo, delle Regioni a statuto speciale, che certamente non meritano più il trattamento di favore che esse attualmente ricevono; e c’è il tema del livello ottimale di pianificazione socio-economica.  Le 19 regioni e 2 province autonome che abbiamo oggi non sono certamente ottimali e quindi si dovrebbe aprire una grande discussione su come riformulare anche i confini delle regioni

Sento molti a favore di macroregioni; forse, invece, si potrebbe puntare su territori relativamente più limitati però uniti fra loro nella gestione di grandi servizi.

Quando uno Stato muore

Daniele Balicco

Il prossimo venerdì 15 febbraio il governò firmerà l’intesa per l’autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Si tratta di una richiesta di devoluzione pressoché totale, una secessione mascherata da autonomia. Sono moltissime le ragioni per cui non c’è stata alcuna discussione pubblica su questa trattativa “privata” fra Stato e Regioni. Nessun giornale, nessuna radio, nessuna trasmissione televisiva nazionale (a differenza di quanto accade da mesi in Veneto) ne ha approfondito la portata, tecnica e politica. Difficile farlo, del resto, anche perché l’intesa siglata fra la ministra per gli Affari Regionali e le Autonomie, la leghista Erika Stefani, e i governatori di Lombardia, Veneto ed Emilia, è tutt’ora segreta. Una volta firmata dal governo, questa proposta dovrà passare in parlamento. Non potrà però essere discussa: solo approvata o respinta, a maggioranza assoluta. Se passerà, non potrà più essere modificata in alcun modo, neppure attraverso referendum abrogativo, per dieci anni.

La ministra Erika Stefani parla di vera e propria rivoluzione. E ha ragione. La Lega, l’unico vero partito gramsciano rimasto, con tanto di intellettuali organici, una strategia lucidamente perseguita e una visione ideologia complessiva, sta per riuscire ad ottenere l’obiettivo per cui è nata: separare il Nord dal resto d’Italia. Non si tratta di federalismo; ma, questa volta, con indubbia intelligenza politica, di secessione mascherata da autonomia. Nell’intesa, Veneto e Lombardia (e, solo in un secondo tempo, Emilia Romagna) chiedono infatti l’attribuzione di 23 aree di competenza su 23, vale a dire su tutte quelle previste dall’articolo 117 della Costituzione. Una devoluzione totale di potestà, compreso fisco, demanio e istruzione.

Le questioni centrali sono due. La prima è ovviamente legata alle risorse finanziarie. L’obiettivo ultimo è quello di trattenere sul territorio i 9/10 del gettito fiscale. Il tutto mascherato da una procedura tecnica: da ora in avanti, infatti, per gestire le risorse che le Regioni potranno trattenere, verranno stabiliti dei bisogni standard parametrati sul gettito fiscale. L’idea è semplice: se un territorio è più ricco ha diritto ad avere più servizi e di miglior qualità. In questo modo, come ben spiega Giancarlo Viesti nel pamphlet Verso la secessione dei ricchi. Autonomie regionali e unità nazionale (il testo si può scaricare gratuitamente dal sito dell’editore Laterza) si fa tranquillamente passare il concetto che i diritti di cittadinanza “a cominciare da istruzione e salute, possono essere diversi fra i cittadini italiani; maggiori laddove il reddito pro-capite è più alto”. La seconda questione è però ancora più spinosa: l’istruzione. Qui, duole dirlo, si vede all’opera l’intelligenza politica di questa classe dirigente leghista, per quanto oscena, in nulla improvvisata. È la vecchia battaglia per l’egemonia. Si vuole una scuola regionale, con insegnanti dipendenti dalle Regioni e assunti secondo criteri discrezionali stabiliti dalle stesse. Fra cui, anzitutto, la residenza. Ma è solo il punto di partenza; la volontà politica è quella di intervenire direttamente sui curricula. Ci sarà poco da stupirsi, se fra qualche anno, il dialetto veneto o lombardo diventeranno materia di studio nelle scuole di istruzione primaria regionali.

L’avvio di questa trattativa “segreta” fra Stato e Regioni si deve al bellunese Gianclaudio Bressa: il 28 febbraio del 2018, in qualità di sottosegretario di Stato dell’ultimo governo Gentiloni, concluse con Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna un’intesa preliminare. E così, mentre Renzi aveva avanzato, nel suo progetto di riforma costituzionale, un’ipotesi di ristrutturazione dello Stato, con una nuova centralizzazione delle competenze strategiche affiancata da un federalismo regionale equilibrato – e va detto: era l’unico aspetto di valore della riforma, per il resto pessima - ; il governo Gentiloni fa la mossa esattamente opposta, aprendo alla possibilità di una concreta disgregazione dello Stato, di una devoluzione pressoché totale che fu sempre osteggiata perfino da Berlusconi.

Forse la lunghissima transizione italiana è arrivata al suo compimento. In silenzio, e quasi di nascosto, il 15 febbraio 2019 potrebbe diventare una data storica. La data in cui uno Stato, l’Italia, muore.

Nietzsche a Wall Street: il mezzo fa parte della verità

Ludovica del Castillo

«Poi, con l’aiuto dell’età, grazie anche alle esperienze accumulate, parvero aderire un po’ meno ai loro fervori più esacerbati. Seppero aspettare, e abituarsi. Il loro gusto si formò lentamente, più sicuro, più ponderato. I loro desideri ebbero tempo di maturare; la loro cupidigia divenne meno astiosa. […] Erano lieti di pensare che l’immagine che si creavano della vita si era lentamente ripulita di tutto ciò che poteva avere di aggressivo, di manierato, talvolta di puerile. […] Ritenevano di signoreggiare sempre più i loro desideri: sapevano quel che volevano, avevano le idee chiare. Sapevano ciò che sarebbe stata la loro felicità, la loro libertà.

Eppure s’ingannavano; stavano già precipitando verso la rovina. Cominciavano ormai a sentirsi trascinati lungo un cammino di cui non conoscevano né le svolte né la meta. A volte avevano paura. Ma, più spesso, erano solo impazienti: si sentivano pronti, erano disponibili: aspettavano di vivere, aspettavano il denaro».

Così sono descritti Jérome e Sylvie, i due giovani protagonisti – incoscienti, internamente incoscienti – delle Cose. Una storia degli anni Sessanta di Georges Perec, pubblicato in Francia nel settembre del 1965 (e tradotto in Italia l’anno successivo). Il romanzo di Perec ha un fondo sociologico e, in particolare, affronta la percezione e l’influenza del capitalismo sulla vita delle persone: la consapevolezza dei meccanismi del sistema capitalistico fa cadere il velo dell’innocenza e dell’istintività e mette in atto una «forma sociale di contestazione».

Allo stesso modo, l’ultimo libro di Daniele Balicco, Nietzsche a Wall Street, si propone l’analisi di una serie di fenomeni e figure portanti per cercare di comprendere e ripensare la contemporaneità, soprattutto da un punto di vista sociale e culturale. Una lettura del presente secondo categorie politiche e culturali inadatte – perché inattuali e nate nel secondo dopoguerra – è secondo l’autore il vero motivo per cui l’Italia oggi non pare in grado di capirsi e definirsi.

Il libro è diviso in tre sezioni tematiche. La prima, intitolata Teoria, si concentra sulla mutazione antropologica e politica in atto, in particolare sulla centralità e la genealogia della teoria franco-americana e sull’influenza del movimento surrealista su quello che Franco Fortini (nella seconda edizione del Movimento surrealista, del 1977, antologia da lui curata con Lanfranco Binni) definiva surrealismo di massa. Nell’ultimo intervento della sezione, è affrontata la relazione tra forma estetica e potere, intendendo il verosimile estetico come espressione di una forza simbolica che ci investe materialmente, per realizzare la propria influenza, e il realismo come «lo spazio della possibilità dell’esistenza del soggetto» – usando le parole di Fredric Jameson –, quindi come la manifestazione sia di un conflitto sia del tentativo di oggettivare qualcosa che per suo statuto non lo è.

La seconda parte, Modelli, propone il punto di vista di quattro intellettuali che hanno riflettuto sul rapporto tra capitalismo ed estetica: lo stesso Fortini, Edward W. Said, ancora Jameson e Giovanni Arrighi. Italia, la terza sezione, si concentra invece proprio su quel paese inconsapevole, e perso perché non sa capirsi, che tanto somiglia ai protagonisti delle Cose di Perec.

Due sono i temi-chiave di Nietzsche a Wall Street: la separazione dalla realtà e la responsabilità collettiva e individuale rispetto al presente. Per Balicco, lo scollamento dalla realtà può declinarsi come evasione, ma anche come mezzo per problematizzare il presente. Un esempio della prima reazione è il surrealismo di massa statunitense, analizzato nel primo saggio del volume; un esempio della seconda l’estraniamento come atteggiamento critico di Fortini, che considera necessarie una presa di distanza e un’autoanalisi della propria condizione d’intellettuale (in questo senso è interessante il confronto delle posizioni di Fortini con quelle di Calvino e Pasolini).

La responsabilità rispetto al presente si declina invece come posizione onesta e problematica nei confronti della realtà – che sia cosciente della propria parzialità – e come consapevolezza che l’azione e il pensiero possano incidervi. Esemplare l’atteggiamento di Said: il quale crede, da umanista, nel potere simbolico dell’arte come strumento per muovere il presente e per immaginare scenari ancora inesistenti. O anche, avvicinandoci alla realtà italiana e riferendoci all’ultima sezione dello studio di Balicco, all’autorappresentazione dell’Italia come esempio di comportamento al contrario, che dimostra quanto una mancata comprensione del presente determini uno scollamento tra la percezione e la realtà.

Gli strumenti-guida del libro sono, in ogni caso, lo studio e l’analisi sociologica e culturale delle forme estetiche e del loro significato, nell’ottica di una reciproca influenza tra oggetto artistico e contesto socio-economico e culturale in cui si sono generate, e l’atteggiamento critico di comprensione e di ricerca.

Alla fine delle Cose di Perec è riportata una citazione approssimativa di Karl Marx: «Il mezzo fa parte della verità, come il risultato. Occorre che la ricerca della verità sia vera a sua volta; la ricerca vera è la verità spiegata, i cui membri sparsi si riuniscono nel risultato». Qui poco importa se questa frase sia riferita alla letteratura o al capitalismo. A importarci, comunque, è quell’inesauribile «ricerca della verità» che attribuisce senso a noi e alle cose che ci circondano.

Daniele Balicco

Nietzsche a Wall Street. Letteratura, teoria e capitalismo

Quodlibet, 2018, 171 pp., € 18

Creditori di tutto il mondo

Daniele Balicco

Sophie Calle, da Suite vénitienne, 1983

«Siamo noi stessi a creare la nostra frenesia».  Ne è convinto Eric Packer, il giovane speculatore finanziario protagonista di uno dei romanzi più inquietanti di Don De Lillo: Cosmopolis. Eric appartiene al regno stregato di Wall Street; ne è un suo emissario. La sua vita scorre parallela alla realtà, in un universo forzatamente sovra-stimolato da un flusso inarrestabile di moneta che deve continuamente aumentare, senza pace. Questa, del resto, è l’unica legge che il suo mondo rispetta e che non può essere violata. La vita reale, storica, incarnata, fisica è altrove. E poco conta, visto che questo è il mondo che la assoggetta. Un mondo sicuramente post-edipico, privo di leggi e per questo, come ben argomenta Arturo Mazzarella nel suo ultimo saggio, un mondo di schiavi. In fondo anche Eric lo è. La sua estrema libertà è tanto potente quanto illusoria, se si involve di continuo nel suo opposto, in una condizione di «schiavitù involontaria» – così la definisce Mazzarella – rivolta verso se stesso, verso la propria compulsione, verso la forma delirante di un eccesso che non fa «che moltiplicare altri eccessi».

Cosmopolis è solo uno dei molti testi – anche se, probabilmente, insieme a Cecità di José Saramago, quello più emblematico – che il saggio di Mazzarella discute per provare a decifrare la nuova realtà psichica del capitalismo finanziario oggi trionfante. Rispetto a un determinismo sociologico oggi in voga, che quasi fa rimpiangere il rozzo binocolo marxista che pretendeva causalità fra struttura e sovrastruttura, Mazzarella sceglie un punto di vista felicemente insolito. Con un gesto che ricorda il capovolgimento soggettivista trontiano, si chiede: «siamo sicuri che l’economia neoliberale possieda oggi una forza egemonica, capace di infiltrarsi nell’intera articolazione psichica fino a dominarla, rendendola subalterna alle sue leggi come alle sue imprevedibili oscillazioni?» La sua ipotesi è invero opposta: «che non sia l’apparato psichico a preparare le condizioni da cui derivano la genesi e, poi, il radicamento delle modalità di produzione e consumo sulle quali si fonda il “finanz-capitalismo” per riprendere l’efficace formula coniata da Luciano Gallino?».

Insomma: prima il soggetto, poi il capitale; prima l’economia psichica, poi l’economia finanziaria. In realtà Mazzarella non attua, come potrebbe forse sembrare da questa prima ricognizione, un semplice capovolgimento cognitivo. Perché la sua tesi individua una contiguità fra universo delle pulsioni e mondo stregato della moneta. Medesima infatti è la radice, essendo la realtà psichica strutturata secondo principi squisitamente economici. E su questo, Freud, Jung e, soprattutto, Lacan, gli offrono più di un argomento a favore. Mazzarella li fa propri fino a leggere nelle nuove forme di indebitamento psichico – effetto di un’ormai pervasiva catastrofe del simbolico, ben raccontata dalla letteratura e dal cinema contemporanei – la condizione stessa di possibilità del manifestarsi storico del potere finanziario mondiale e delle sue forme brutali di assoggettamento.

Ma come fare a resistere di fronte a una forma di potere che ha ormai assunto tratti vistosamente cannibalici? Attraverso il confronto con il tardo Derrida di Stati d’animo della psicanalisi, Mazzarella pensa una via d’uscita possibile potenziando la reciproca contestazione di schiavitù e sovranità. Una volta che questa dialettica venga sospesa, infatti, si spalanca uno spazio vuoto di in-appartenenza. Uno spazio che può allargarsi fino ad assumere «un’apparenza an-economica», interdicendo possesso e assoggettamento. Imperativo etico diverrà dunque cartografare quegli eventi che permettono questa apertura, come ben testimoniano, da prospettive diverse, le opere di autori come Sebald, Boltanski e Sophie Calle. Il loro scopo è infatti quello di trasformare il debito che ci imprigiona in un credito verso se stessi. Un credito infinito. Che può continuare a crescere, ristabilendo mediazioni simboliche inattese, rendendo di nuovo desiderabile la vita; aprendo mondi. «L’investimento operato da Sophie Calle, al pari di Sebald e Boltanski, riesce a capovolgere, attraverso una metamorfosi radicale, le leggi dell’economia finanziaria: abolendo ogni debito per trasformarlo in un credito. Nel credito verso se stessi. Un credito davvero inestinguibile: premessa di una condivisione che ha liquidato qualsiasi proprietà. Incrementarlo giorno per giorno è il dovere di tutti noi».

 

Arturo Mazzarella

Le relazioni pericolose. Sensazioni e sentimenti del nostro tempo

Bollati Boringhieri, 2017, 154 pp., € 14

L’università sotto assedio

uniDaniele Balicco

Universitaly di Federico Bertoni è un saggio politico. Il suo oggetto immediato è la metamorfosi inquietante dell’università pubblica in Italia; ma, come in ogni vero esercizio saggistico, l’oggetto è in realtà pretesto per un discorso più generale. Bertoni, mentre discute di università e di ricerca, sta in realtà costringendo il lettore a riflettere su una questione di fondo, inaggirabile benché ovunque elusa: se si manomettono le forme istituzionali di educazione pubblica di massa è la qualità stessa della nostra democrazia a essere a rischio. Questo è il nodo attorno a cui il saggio ruota. E il decalogo che chiude il volume – le dieci pratiche di resistenza a cui il testo invita – andrebbe letto come un piccolo manifesto portatile di disobbedienza civile. Ma andiamo con ordine.

Universitaly si apre con una domanda spiazzante: «perché un luogo di elaborazione e di trasmissione della conoscenza diventa uno straordinario concentrato di stupidità, in cui l’automazione frenetica delle pratiche svuota di significato le azioni quotidiane?». La risposta non è semplice e il testo prova ad articolarla in tre mosse. La prima si intitola esperienza. Federico Bertoni è professore di letterature comparate e teoria della letteratura all’Università di Bologna. È dunque un insider. Per spiegare come si insegna e come si fa ricerca oggi, il primo passo è quello di descrivere in presa diretta la vita quotidiana di un professore italiano. Bertoni si diverte a mostrare la follia della routine nella quale è imprigionato; ma il tono generale della scrittura è amaro. In questa prima parte del volume lo seguiamo mentre cerca di dribblare il sovraccarico di burocrazia, la mole di email senza fine, le richieste sempre più astruse degli organi di valutazione della ricerca, gli intimidatori comandi dei centri informatici, la scrittura a ritmo fordista di abstract, le lettere di presentazione per gli studenti, eccetera… Ma il lavoro del professore universitario non dovrebbe essere quello di fare ricerca e di insegnare? Sembrerebbe di no. È stato costruito, in meno di due decenni, un esorbitante apparato normativo che per funzionare richiede un lavoro continuo. Ed è precisamente questo il lavoro per cui viene selezionato oggi un professore universitario. Ricerca e docenza passano in secondo piano.

La seconda mossa del saggio si intitola narrazione e ha il compito mostrare al lettore i dispositivi che producono il discorso sull’università, vale a dire quella rappresentazione aggressivamente demolitoria del sistema pubblico alla quale da oltre due decenni siamo quotidianamente sottoposti. A iniziare dalle classifiche di rating mondiali: tutti sappiamo che il nostro sistema non eccelle in queste classifiche. Pochi però si interrogano sul senso di una comparazione che valuta realtà quasi incomparabili. È sensato analizzare allo stesso modo una piccola università privata come Harvard, che ha poco più di 15.000 studenti e che da sola ha un finanziamento pari al 40% dell’intero sistema pubblico italiano, con una università statale come, per esempio, quella di Bologna, dove gli studenti sono quasi 100.000 e le risorse finanziarie, rapportate alle sue dimensioni, sono decisamente scarse? E come mai, nonostante questa disastrosa posizione, l’emigrazione scientifica italiana ha assunto ovunque posizione di rilievo proprio perché molto ben preparata? Non è forse che i conti non tornano del tutto?

Il discorso sull’università ipnotizza però la discussione pubblica soprattutto con tre concetti: merito, eccellenza e valutazione. Sono tre termini tossici. Perché impediscono di ragionare seriamente sul significato politico di un’istruzione universitaria di massa. Bertoni giustamente ricorda che «la meritocrazia tende a premiare chi può accedere a grandi risorse, opportunità, orizzonti sociali e culturali, reti di relazioni. Non c’è bisogno di essere raccomandati dal potente di turno per essere favoriti nella competizione: basta nascere in una “buona” famiglia, crescere in un ambiente sereno, avere i mezzi per viaggiare o studiare le lingue, disporre di una grande biblioteca, rientrare in un sistema ramificato di scambi e di relazioni sociali». Ed è per questa ragione che «merito è solo un altro nome per privilegio». Il secondo termine tossico è eccellenza. Presentata come obiettivo da conquistare grazie al merito, l’eccellenza non è altro che una martellante strategia retorica. Si vuole compensare, in realtà, il senso profondo del fallimento istituzionale dello Stato, nascondendo cause e responsabilità politiche. L’ultimo concetto ipnotico è quello di valutazione: il dispositivo che deve certificare l’eccellenza. Queste sono, fra le pagine del libro, quelle più importanti, un vero e proprio microsaggio di retorica, di politica e di psicologia sociale. Bertoni interpreta la valutazione come un dispositivo di potere che impone, in chi lo subisce, una sorta di auto-coercizione volontaria con effetti pratici immediati: è dal buon funzionamento di questo dispositivo, infatti, che dipendono fondi di ricerca, acquisizioni e posti di lavoro.

L’ultima mossa del volume prende il nome di politica. Bertoni avanza un’analisi impietosa di come l’università si sia progressivamente trasformata in una consumer oriented corporation senza alcuna forma di opposizione da parte di un corpo docente per lo più irresponsabile perché incapace di difendere il nesso humboldtiano ricerca-educazione, ripensandolo all’altezza del presente. A questo quadro già di per sé sconfortante si aggiunga poi una dosa massiccia di esterofilia, aggravata, nel caso della ricerca umanistica, da un senso di inferiorità verso le scienze pure e il loro delirio di onnipotenza. Come se ne esce? Il libro si chiude con dieci azioni semplici e due libri. Anzitutto dieci piccole pratiche di resistenza quotidiana capaci di mantenere viva un’idea altra di università come istituzione in grado di «promuovere una buona qualità media dell’istruzione collettiva, di fondare il progresso del Paese nell’estensione dei diritti e delle opportunità sociali». Quindi la lezione di due libri di Luigi Meneghello: I piccoli maestri (1964) e Fiori italiani (1976). Entrambi insegnano cosa produce l’uso sbagliato dei libri: uno scollamento sempre più grave fra conoscenza astratta ed esperienza del mondo. Quanto una buona università dovrebbe con ogni forza scongiurare.

A margine, una riflessione. È possibile pensare la trasformazione attuale dell’università come risposta politica a un problema di fondo, che potremmo identificare nel nesso fra qualità dell’istruzione di massa e conflitto sociale potenziale? Uno studio degli archivi della Fulbright Commission, sugli anni Settanta italiani, potrebbe forse rivelare risposte inaspettate. In questi anni ci siamo tutti dimenticati che l’istruzione pubblica resta uno dei campi privilegiati della battaglia per l’egemonia.

Federico Bertoni

Universitaly. La cultura in scatola

«Solaris» Laterza, 2016, X-139 pp., € 15

Uno sguardo dai margini

Graff008Daniele Balicco

Non è facile pensare che l’Italia abbia un centro. È molto più facile pensarla come uno spazio centrifugo e indisciplinato, che stenta a riconoscersi nella sua storia unitaria, e che spesso preferisce, alla modernità imperfetta del proprio Stato, tradizioni locali più antiche, poco importata se sconosciute o illustri. Anzitutto per questa ragione, leggere un saggio come Margini d’Italia di David Forgacs è fondamentale, oggi. Perché uno sguardo critico che sosti sui margini ci ricorda che, anche se facciamo di tutto per ignorarlo, l’Italia ha realmente un centro, dei confini, una classe dirigente (non sempre impresentabile) e una meravigliosa, seppur molto malandata, città capitale. Certo, dal modo con cui uno Stato costruisce, controlla, armonizza, disciplina, annienta i suoi confini si capiscono molte cose della qualità politica di chi lo amministra e, più in generale, della sua identità culturale profonda: «c’è da chiedersi infatti se l’identità più profonda di una nazione, la sua identità inconscia e non quella pubblicamente riconosciuta, non sia forse composta anche dai gruppi che essa definisce come marginali, da quelli che respinge o non integra né assimila, e non solo da quelli che accoglie di buon grado e con piacere».

Forgacs ricostruisce la storia moderna dello Stato italiano descrivendola da cinque punti di osservazioni obliqui: la periferia di Roma, le colonie africane, il Sud, i manicomi, i campi Rom. Ogni capitolo si apre con l’analisi di una fotografia. L’intento è duplice. Per un verso, Forgacs vuole mostrare come i documenti fotografici confermino sempre uno squilibrio di potere. I margini vengono fotografati per essere studiati come spazi da organizzare, disciplinare; o distruggere. Chi è imprigionato in un margine ottiene sempre la stessa parte: più che il ruolo di attore non protagonista, quello di un oggetto di scena, privo di intenzioni e di storia. Nello stesso tempo però, seguendo la lezione dell’ultimo Barthes, quello della meravigliosa Camera chiara, Forgacs vorrebbe lasciarsi guidare, nei documenti fotografici che analizza, dal punctum: quel momento inatteso e non progettato dalla messa in scena fotografica che sovverte, anche solo per una frazione di secondo, il potere come asimmetria dello sguardo.

Ci sono due donne affacciate, per caso, sulla ringhiera di un cortile fatiscente nel quartiere di San Lorenzo, a Roma, nel 1905: guardano diritte in camera, non previste. Nel manicomio di Gorizia due internati corrono contro le inferriate e ci fissano, sbarrando la bocca; in un campo Rom della periferia di Roma, una madre cambia il figlio piccolo che, a testa in giù, sorride in camera. E così via. Questi documenti fotografici, scattati per lo più da operatori appartenenti a enti pubblici o a istituti di ricerca, non prevedono l’irruzione della vita nel loro spazio visuale, progettato per essere il più asettico possibile. Eppure, anche in questa gabbia la vita può irrompere e aprire un varco. Chi si occupa dei margini dovrebbe seguirlo. Questo è l’intento profondo del lavoro di Forgacs.

Leggendo le quasi 400 pagine del volume, spesso dense di notizie e di giudizi critici condivisibili (in particolare il secondo capitolo dedicato all’esperienza coloniale italiana è davvero splendido, anche se inspiegabilmente non prende in considerazione né il romanzo che più ogni altro ha descritto l’abominio di quell’esperienza storica, Tempo di uccidere di Ennio Flaiano; né tanto meno l’attuale letteratura migrante italiana che da anni lavora proprio sull’esperienza coloniale come rimosso politico), si ha però la sensazione che lo sguardo critico di Forgacs tenda a chiudersi in uno schema troppo rigido. La griglia concettuale con cui viene passato al setaccio un secolo e mezzo di storia italiana è quella dei cultural studies anglosassoni. Ma più nella postura scientifica estroflessa che nei contenuti teorici. Si sente spesso, insomma, il taglio freddo da laboratorio. Tutti i capitoli sono strutturati seguendo un ordine preciso che ha lo scopo di confermare, ogni volta, la stessa tesi. E cioè che la rappresentazione dei margini è una forma di conoscenza interna al potere.

Pochissime sono le eccezioni. Di fatto, solo due: Ernesto de Martino e Franco Basaglia. Il primo, nonostante compia, secondo Forgacs, una serie di gravi errori metodologici nello studio delle culture magiche meridionali, resta comunque l’autore che ha provato, in quegli anni, a interpretare le tradizioni sincretiche del Sud, non come fossile d’arretratezza da bandire, ma come implicita ribellione allo sviluppo senza progresso del boom; il secondo è invece il pensatore rivoluzionario che distrugge l’istituzione manicomiale dall’interno, mostrando come, grazie alla politicizzazione di massa degli anni Sessanta, l’Italia fosse capace di trasformare progetti di riforma francesi o inglesi in una vera e propria rivoluzione culturale. Lo sostiene lo stesso Basaglia, nelle bellissime Conferenze brasiliane, sulle cui parole, citate in volume, dovremmo tornare ancora una volta a riflettere: «l’esperienza francese ed inglese sono state pensate, proposte ed eseguite da tecnici, mentre l’esperienza italiana è stata formulata da tecnici ma la sua cultura è stata fatta propria da movimenti e forze politiche, che hanno trovato in essa un contenuto nuovo per le lotte di emancipazione della popolazione. Questa è stata l’originalità dell’esperienza italiana».

David Forgacs

Margini d’Italia d’Italia. L’esclusione sociale dall’Unità a oggi

traduzione di Laura Schettini

Laterza, 2015, XXVII-370 pp., € 26

La primavera dei banditi

Uno speciale su Beppe Fenoglio e la Resistenza con testi di Cortellessa - Alfano - Pecoraro - Balicco - Camillo ***

QUATTRO PARTIGIANI, SETTANTA PRIMAVERE
Andrea Cortellessa

La nuova e rivoluzionaria edizione del Partigiano Johnny, o meglio (visto che redazionale era pure il titolo della prima, nel ’68, poi seguito dalle successive ancorché diversissime di Maria Corti e Dante Isella), del Libro di Johnny (come lo intitola il suo curatore di oggi, Gabriele Pedullà, da un lato richiamando la definizione da parte dell’autore – del ciclo complessivo dal quale infaustamente estrasse nel ’59 quello che s’è letto finora come Primavera di bellezza – del «libro grosso», dall’altro arieggiando la Bibbia che Fenoglio tanto amava leggere in inglese: Il libro di Giobbe, Il libro di Giona…), dà un’accelerazione formidabile alle celebrazioni anniversarie che – come tutte le altre, ma questa in particolar modo – più si allontanano dall’evento generatore più sono destinate a ghiacciarsi nell’ufficialità. Ancora una volta, per fortuna, Johnny ci viene in soccorso.
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LE INTENZIONI DI JOHNNY
Giancarlo Alfano

Si potrebbe iniziare con un paradosso: se Lorenzo Mondo non avesse mai pubblicato Il partigiano Johnny in edizione postuma nel 1968, il problema del suo rapporto con Primavera di bellezza non si sarebbe mai posto. Allo stesso modo, se Varo e Tucca non avessero rispettato il lascito testamentario di Virgilio, mai si sarebbe dovuto discutere dell’assurdo anacronismo di cui si macchiò il poeta augusteo facendo incontrare Didone ed Enea, due personaggi che, secondo la «verità» delle storie tramandate, appartenevano a due epoche distinte.
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RITTO SULL'ULTIMA COLLINA
Francesco Pecoraro

L’otto Settembre sorprese mio padre in Sardegna. Tornava da una missione di ricognizione, quando gli tirarono qualche raffica dall’aeroporto dov’era di stanza e dove avrebbe dovuto prendere terra. Nello sconcerto e nello spavento di vedersi arrivare in carlinga colpi sparati dalla propria base, virò e si diresse verso un altro campo di volo. Lì riuscì ad atterrare. Quella base si stava auto-smantellando, vide ufficiali che se ne andavano con addosso abiti borghesi. Lo misero al corrente della situazione: per quanto ne sapevano, adesso i nemici erano i tedeschi.
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FELICITÀ DELLE BANDE
Daniele Balicco

Nella città in cui sono nato, ogni anno, il corteo del 25 aprile si scinde in due spezzoni. Il primo confluisce nella piazza centrale, dove parlano sindaco e autorità cittadine; il secondo, con in testa la partigiana Cocca Casile, si separa e prosegue fino alla lapide di Ferruccio Dell’Orto, gappista morto a diciassette anni a Bergamo, l’8 febbraio 1945. Se seguiamo l’ultimo libro di Valerio Romitelli (La felicità dei partigiani e la nostra. Organizzarsi in bande, Cronopio 2015) possiamo chiamare il primo spezzone come corteo dell’antifascismo; il secondo, invece, come corteo della Resistenza, o meglio, della guerra partigiana. Romitelli infatti preferisce non parlare di Resistenza.
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PARTIGIANI E CITTADINI
Andrea Camillo

A settant’anni dal 25 aprile 1945, e a ventiquattro dalla pubblicazione di Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, le parole «guerra civile» associate al ’43-45, se non possono più indignare o sconvolgere continuano comunque a suscitare una certa curiosità, permettendo al dibattito avviato dal celebre saggio di Claudio Pavone di mantenersi vivido e attuale. Proprio tale attualità è alla base di questo volume, in cui sono stati raccolti gli interventi di Pavone e di Norberto Bobbio, attraverso i quali è possibile capire com’è cambiato, nei decenni del lungo Dopoguerra italiano, il significato assunto dalla Resistenza.
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IL NEMICO DENTRO
Andrea Cortellessa

Il nemico è penetrato nella mia città. Così suona, ipnotico e minaccioso, il ritornello del Nemico: uno dei brani del cd che riunisce i quattro quinti dei CSI (Francesco Magnelli, Gianni Maroccolo e Massimo Zamboni; all’appello manca Giovanni Lindo Ferretti, che al nuovo gruppo ha però voluto regalare il nome, «Post-CSI»). È questa, certo, l’essenza della guerra civile – della Stasis, come la chiamavano gli antichi (concetto di cui Nicole Loraux – nella Città divisa, 1997, Neri Pozza 2006 – e da ultimo Giorgio Agamben, di quell’edizione a suo tempo promotore, hanno ricostruito l’archeologia).
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