Il giornalismo culturale

Federico Capitoni

La difficoltà di fare un quadro completo ed esatto dello stato esistenziale del giornalismo culturale è dovuta principalmente allo sfuggente concetto di cultura. Su cosa sia la cultura - e cosa, quindi, sia cultura - hanno, almeno una volta, tentato di esprimersi tutti.

Ovviamente, per quanto riguarda ciò che normalmente attribuiremmo alla competenza del giornalismo culturale, ci dobbiamo far guidare qui dal senso comune, quello cioè che ci suggerisce di assegnarvi letteratura, musica, arte figurativa, teatro, cinema, scienza ecc., e non lo sport, la politica, la cronaca, l’economia. La posizione “aperta” di chi considera tutto “cultura” permetterebbe forse di riformulare interamente l’assetto delle pagine dei giornali, ma non di analizzarli come sono attualmente e cioè con le sezioni culturali ben distinte dal resto (quando non costituenti un allegato a parte).

Il pregio del libro Il giornalismo culturale di Giorgio Zanchini (pubblicato da Carocci in una nuova edizione aggiornata, a quattro anni dalla prima) è quello di sintetizzare una storia della cultura nei giornali (nascita e scomparsa della Terza Pagina, l’elzeviro, l’influenza dei direttori) e cercare di fare una fotografia dello stato attuale delle cose, includendo la radio, la Tv e la rete, in un’analisi – ricca anche di dati economici – dedicata per lo più ai quotidiani.

È quello che invece manca al testo – non per colpa dell’autore, ma perché non era nello scopo del libro – che fornisce qui l’occasione per alcuni spunti di riflessione. Esistono diversi nodi critici i quali costituiscono la problematica generale che rende mal gestita la cultura nei giornali. L’origine della questione è quella già accennata: l’idea frammentata di cultura, inevitabilmente legata – e qui emerge il paradosso circolare – alla cultura stessa di chi il giornale lo dirige.

L’equivoco. Per prima cosa non è da sottovalutare la suddivisione ulteriore che nella cultura si fa a seconda degli argomenti. Numerosi sono i quotidiani che dividono la Cultura dagli Spettacoli, tradendo così alcune discipline artistiche – che all’idea comune di cultura abbiamo già ritenuto debbano appartenere - quali il teatro, la musica, la danza, il cinema, che vengono “abbassate” al livello di intrattenimento. I fraintendimenti qui sono di due tipi. Il primo scaturisce da un banale luogo comune: che la cultura faccia rima con libro, e certi inserti culturali dai nomi significativi - Tuttolibri per la Stampa, La Lettura per il Corriere… - lo dimostrano. L’altro è generato dall’assurdo concettuale della separazione: in pratica, esclusi gli spettacoli, nelle pagine culturali vanno letteratura e arte figurativa; cioè prodotti intellettuali immobili. Ecco allora l’incomprensibile esito: se viene ritrovato un testo teatrale di Goldoni o di Shakespeare, la notizia viene inserita in Cultura; ma se il suddetto testo viene rappresentato, lo ritroviamo negli Spettacoli.. Non appena la cultura inizia a muoversi, diventa spettacolo: il moto stabilisce la pagina di collocazione… Curioso, quantomeno.

Assenza di pensiero. Altra considerazione da fare è di tipo qualitativo. Non parliamo qui della libera selezione che ogni redazione opera su ciò che ritiene debba essere comunicato, ma di una scelta estetica e – appunto - culturale che invece possiamo dire accomuna ormai tutti i giornali: la presentazione in luogo della recensione. Sebbene colpisca soprattutto la musica e il teatro (i libri subiscono meno questo atteggiamento), è generalizzato ormai lo svuotamento del significato di critica. I direttori, che evidentemente non capiscono quale sia il ruolo della critica – usano la formula dell’appuntamento, secondo il motto: “inutile parlare di un evento già svolto se non possiamo invitare lo spettatore a fruirne”. Questo ragionamento non dovrebbe necessitare, al cospetto di un lettore cosciente del compito della critica, di alcun commento.

Ghettizzazione. La striminzita pagina culturale del Fatto Quotidiano si chiama Secondo Tempo, nome che dà perfettamente l’idea di quale considerazione la cultura abbia nel quotidiano. La maggior parte dei direttori ritengono la cultura, nel giornale, una faccenda abbastanza marginale, secondaria appunto. Incomprensibilmente la Repubblica si è inventata R2 (che, al contrario di quanto dice Zanchini, non è un inserto particolare, bensì semplicemente il nuovo titolo alle sezioni di cultura, inchieste, spettacoli e sport, che esistevano anche prima all’interno del giornale) soltanto perché voleva tenere ben distinte le notizie considerate importanti (cronaca, politica, economia, esteri) dal resto, alimentando così tra l’altro il complesso di superiorità dei giornalisti che si occupano di cose “serie” (secondo l’adagio che si è più importanti quanto più si è a rischio di querele o di incolumità fisica). Sezioni speciali e inserti, contribuiscono all’idea che la cultura sia una cosa in più, un passatempo. E spesso escono la domenica, quando appunto non si lavora.

Gli aspetti su cui dibattere, e dai quali dovrebbe nascere eventualmente un altro libro più approfondito, sono ben di più. C’è per esempio l’annoso capitolo della scienza incomprensibilmente bistrattata dagli organi di informazione. E soprattutto c’è quello attualissimo di internet, che richiede davvero una riflessione a parte e da fare in fretta, prima che il giornalismo culturale, oltre i problemi di definizione legati alla parola “cultura”, si trovi a fronteggiare pure la crisi di identità che internet stesso procura alla professione giornalistica in generale.

Giorgio Zanchini
Il giornalismo culturale
Carocci (2013), pp.160
€ 11,00

Matrimoni e libertà

Bia Sarasini

Il matrimonio gay è al centro della scena. A Londra, a Parigi, nonostante il diverso orientamento politico dei governi. Il premier conservatore Cameron ha ottenuto l’approvazione della legge del matrimonio gay nella House of Parliament, ora tocca alla House of Lords. In Francia il socialista François Hollande ha visto votare dall’Assemblea nazionale la legge che prevede matrimoni e adozioni gay, che deve passare al Senato. In Europa già Belgio, Danimarca, Olanda, Svezia, Norvegia, Spagna, Portogallo, Islanda hanno legalizzato il matrimonio omosessuale, come Canada, Sudafrica e nove stati Usa.

Grande eccezione, la Russia di Putin, dove l’assemblea della Duma ha approvato in prima battuta una legge che dell’omosessualità proibisce addirittura di parlare e scrivere. Ci sono discussioni e divisioni: in Francia per il 24 marzo si prepara una nuova grande manifestazione contro la legge, e David Cameron incontra l’opposizione del suo stesso partito, ma l’iter procede e tutto fa pensare a una conclusione positiva.

E in Italia? La situazione è decisamente diversa, come si è visto benissimo nella campagna elettorale, dove diritti civili in generale e in particolare il matrimonio gay sono stati tenuti fuori dalla scena. La coalizione di centrosinistra (Pd, Sel) si è accordata sulla legge sulle unioni civili, anche se Sel sostiene il matrimonio, che è nel programma di Rivoluzione civile. Mentre M5S parla di matrimonio per tutti. Una situazione difficile, confusa, in cui i movimenti Lgbt, duramente provati dalle sconfitte subite negli anni passati – si ricorderà il balletto ai tempi del governo Prodi intorno ai Dico –, propongono un unico obiettivo che supera tutte le divisioni: il matrimonio, appunto.

Più che i politici, sembra che solo il Vaticano abbia prontamente registrato un cambiamento di clima, con le parole di monsignor Paglia, che ha parlato di diritti degli omosessuali, persone che «come tutti devono essere amate».

E non c’è dubbio che i diritti dei gay, nei mille intrecci tra famiglia, educazione, sacerdozio, sono tra le questioni aperte che si troverà ad affrontare il nuovo papa. Benedetto XVI, dal canto suo, ha ripercorso sempre e solo la tradizione: il matrimonio gay, aveva detto solennemente lo scorso dicembre in occasione della Giornata della pace, è «un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace». Ecco, la tradizione. Il matrimonio gay la cambia, o ne ribadisce la forza? Illuminante la posizione di David Cameron: «Io sono a favore di tutto ciò che rafforza la famiglia, dunque anche del matrimonio gay», mentre alcuni deputati conservatori hanno scritto: «Noi dobbiamo sostenere i matrimoni gay non nonostante, ma perché siamo conservatori. Il matrimonio si è evoluto nel tempo, noi crediamo che aprirlo alle coppie dello stesso sesso rafforzerà, non indebolirà l’istituzione».

Insomma, tutto cambia perché nulla cambi? L’istituzione include nella norma il disordine per allontanare l’instabilità sociale? Non penso che la curvatura simbolica sia così univoca, soprattutto non penso che tutto sia già chiuso, definito, stabilito. Mi pare piuttosto che sia in corso una lotta, poco visibile ma vera e aspra, perché ha a che fare con la vita, per orientare il mutamento in corso. Perché il cambiamento – della famiglia, delle relazioni di affetto, della stessa filiazione – porta in direzioni diverse, chissà se tutte compatibili tra loro. Per esempio, vorrei ricordare che per tante, troppe donne nel mondo il matrimonio è stato ed è tuttora una prigione. Che essere un marito era/è esercitare un potere, che essere una moglie era/è un destino, un servizio, un abbrutimento, una schiavitù, a volte.

Che il vincolo si stringa tra persone dello stesso sesso ne cambia le molto concrete relazioni che nel matrimonio trovano una forma, oltre che il senso simbolico? In che modo? Coppie omosessuali che nel matrimonio per sé trovano il senso della propria libertà, dei propri diritti. Donne, e anche uomini, in fuga dal matrimonio. In cerca della libertà. Dei propri diritti. Paradossi del contemporaneo? Il gioco è aperto.

Dal numero 27 di alfabeta2, dal 5 marzo nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Credere, distruggere

Alberto Burgio

Un problema con il quale parte della storiografia sul nazismo si cimenta da anni è la partecipazione di vasti settori di popolazione alla violenza criminale scatenata dal regime. Come spiegarsi che milioni di donne e di uomini «civili» non soltanto acconsentirono alla persecuzione in massa di inermi, ma la sostennero e contribuirono a metterla in atto? Come comprendere la stabile coesistenza di forme di vita criminali con codici culturali e morali tradizionali? In un certo senso, a ordinare il discorso storiografico è dunque ancora l’intuizione che Hannah Arendt ebbe, giusto mezzo secolo addietro, durante il processo ad Adolf Eichmann: i carnefici non erano mostri, destinati per natura all’orrore, bensì, almeno in origine, persone del tutto normali. Il che, lungi dal fornire loro attenuanti (come temevano i critici di Arendt), apre il campo a interrogativi assillanti.

Perché «uomini comuni» possono trasformarsi in spietati assassini? Che cosa deve avvenire nella mente di un individuo perché egli possa rendersi disponibile a compiere consapevolmente e sistematicamente violenze efferate, senza nemmeno riconoscere la mostruosità dei propri atti? Questo insieme di questioni – intorno alle quali viene da tempo costituendosi un complesso paradigma storiografico – è alla base dell’ultima ricerca di Christian Ingrao, direttore dell’Institut d’Histoire du Temps Présent di Parigi, già autore (nel 2006) di uno studio sulla «brigata Dirlewanger» (Les chasseurs noirs), una tra le più famigerate divisioni delle SS attive nella repressione della resistenza sul fronte orientale.

Il libro offre un ritratto dell’intellettualità tedesca che scelse di entrare nel Servizio di sicurezza delle SS. L’analisi prende in esame la vicenda di ottanta intellettuali «umanisti» (filosofi, economisti, storici, geografi e giuristi) che contribuirono alla fondazione ideologica del regime, alla nazificazione dei saperi fino ai parossismi della guerra genocidiaria. Muove dalla loro infanzia (durante la Grande guerra) per poi accompagnarli nella fase di piena adesione al Terzo Reich, scandita tra produzione teorica e (dopo il ’41) partecipazione attiva alla guerra. La narrazione ricostruisce anche la reazione alla disfatta, fino al momento postbellico con la transizione giudiziaria alla democrazia (e nello specifico ci si sofferma sulle strategie di negazione, depistaggio, giustificazione poste in essere al processo di Norimberga).

Si tratta, in una parola, della biografia di un importante settore della generazione che si incaricò di dare esecuzione al progetto hitleriano. Ma l’idea di scandagliare la genesi di personalità criminali non si traduce in una interpretazione deterministica. Il prima aiuta a spiegare il dopo, non lo determina: nel mezzo, si verificano salti di qualità (nella fattispecie, la costruzione dell’ideologia razzista, alla quale proprio gli intellettuali delle SS diedero un importante contributo) e si compiono scelte (tanto più consapevoli nel caso di personale altamente qualificato).

Cruciale è, a giudizio di Ingrao, la condizione della Germania durante la Grande guerra, che costò al paese oltre due milioni di morti e regalò a tanti tedeschi una visione funerea dell’esistenza, mista a una inestinguibile sete di vendetta. Finita la prima guerra se ne attese una seconda, come ordalia e transizione a una nuova era. Su questo sfondo di senso si avviò anche la mobilitazione dei bambini (e, tra questi, di quanti erano destinati a divenire i futuri intellettuali SS). «Il nazismo offriva a quanti vi aderivano il sentimento che il corso delle cose fosse quello della salvezza collettiva attraverso l’avvento dell’impero»: una fede come promessa, come sentimento «che attinge insieme all’ineffabile e alla certezza, mobilitando anime e corpi nell’attesa di un’utopia di fusione razziale».

Da qui l’idea di partecipare a una «comunità di destino», cementata dall’unità genetica e biologica e, perciò stesso, dalla distruzione del nemico e dell’estraneo, che gli intellettuali delle SS contribuirono a individuare e a perseguitare. Dapprima fornendo argomenti al discorso nazista (attraverso sondaggi, agenzie, bollettini di informazione, misurazione e valutazione delle reazioni della società tedesca alle politiche del regime), in un secondo momento «scendendo in campo» nelle file delle Einsatzgruppen incaricate della mattanza di quei «parassiti» che già avevano, in piena «scienza e coscienza», provveduto a definire.

Christian Ingrao
Credere, distruggere. Gli intellettuali delle SS

Einaudi (2012), pp. 405
€ 34

Vita di Pi

Valerio Coladonato

La Vita di Pi non è così sorprendente come il protagonista del film di Ang Lee vorrebbe far credere. Nato e cresciuto all'interno dello zoo gestito dai genitori, Pi si imbarca con la famiglia e gli animali su una nave mercantile che attraversa il Pacifico. Il bastimento affonda ma Pi si salva, trovandosi a dividere con una tigre la scialuppa e le poche provviste. La maggior parte del film è dedicata alla loro deriva in mare aperto, e alla sfida per la sopravvivenza. Dal diluvio universale al Robinson Crusoe, da Il vecchio e il mare a Moby Dick, si tratta di una serie di motivi narrativi che il mito, il romanzo di formazione e il film d'avventura hanno frequentato spesso e con ben altri risultati.

La ricerca visiva del film è, in confronto, più coraggiosa. Gli episodi della sopravvivenza nell'oceano sono dinamizzati da continue invenzioni figurative, come le spettacolari riprese aeree o appena sotto la superficie dell'acqua, o le immagini in cui balene, pesci volanti o venti di tempesta mettono a repentaglio la scialuppa. I riflessi e le turbolenze dell'acqua e del cielo sono coreografati con maestria. E il personaggio della tigre è perfettamente funzionale all'esibizione delle capacità tecnologiche della macchina produttiva hollywoodiana: l'animazione digitale le conferisce un'espressività sorprendente, tale da permettere ad alcuni primi piani della tigre di competere con quelli del protagonista.

Dovremmo allora concludere che Vita di Pi si esaurisce negli effetti speciali e in una storia trita e convenzionale? È quello che i detrattori del blockbuster post-classico spesso sostengono. Ma uno schema di questo tipo porta ad archiviare frettolosamente il film, e non permette di cogliere alcuni aspetti del suo funzionamento culturale. Al di là del giudizio estetico, infatti, pellicole come questa registrano - in modo obliquo e latente, ma non per questo meno efficace - alcune tendenze profonde del mondo in cui viviamo.

Proviamo ad avanzare una lettura diversa. Nella parte iniziale, Pi ripercorre gli anni della sua formazione: egli cresce a Pondichéry, un ex insediamento francese in India. Lo zoo in cui abita è stato inaugurato per celebrare la fine della dominazione straniera, e ha quindi un valore simbolico, fondativo dell'ordine post-coloniale. Durante l'infanzia, Pi negozia le istanze della tradizione - ad esempio la religione indù, ma poi anche il cattolicesimo e l'islam - con il sopraggiungere della modernità e della razionalità occidentale verso cui lo indirizza il padre. Quando le speranze di prosperità legate al processo di decolonizzazione vengono frustrate, la famiglia decide di cercare fortuna in Canada.

La parte centrale del film rimuove i conflitti sociali e culturali evocati sin qui. Ma nella dimensione fiabesca che Pi evoca con il racconto del naufragio, sono condensate alcune delle strutture simboliche che caratterizzano il colonialismo: l'opposizione tra “selvaggio” e “civilizzato”, la scissione del soggetto e la sua ambivalenza. Uno studioso come Homi Bhabha ha mostrato, da un lato, l'importanza delle narrazioni nella costruzione dell'identità nazionale e, dall'altro, come il soggetto coloniale sia preso tra identificazioni e credenze contraddittorie. Nella catena di associazioni attivate dal film, la nazione indiana è sostituita dalla tigre; e Pi svelerà che, nel racconto, la tigre è anche un suo alter ego. Inoltre il nome dato alla bestia è Richard Parker, come il cacciatore che l'ha catturata e ridotta in cattività. Quindi Pi è legato a doppio filo alla vittima e all'oppressore, all'India arcaica e all'Occidente.

Quando si trovano in mare aperto, il rapporto tra il ragazzo e la tigre è strutturato in tre fasi. La prima consiste nel reciproco tentativo di sopraffazione: la brutalità e l'istinto dell'animale si confrontano con la “supremazia” della scienza e della religione. Pi afferma: “forse Richard Parker non può essere addomesticato, ma con la volontà del Signore, può essere ammaestrato.” La seconda fase vede il faticoso processo di separazione e delimitazione dei reciproci spazi. Nella terza, il rapporto si spezza definitivamente, e la tigre abbandona Pi. Questo evento sembra sconvolgere il protagonista più della morte della sua intera famiglia: è come se egli fosse incapace di superare il lutto nei confronti delle componenti perdute della sua stessa identità. La narrazione del naufragio che egli costruisce appare allora, retrospettivamente, come un tentativo irrisolto di elaborazione della nuova condizione diasporica del protagonista, della rottura con la dimensione tradizionale dell'India.

Una lettura di questo tipo non è suggerita esplicitamente dal film: anzi, l'apparente rimozione dei conflitti identitari è problematica da un punto di vista politico. Ma tali tensioni rimangono e segnano in profondità Vita di Pi. Ed è indicativo che proprio Ang Lee abbia voluto con insistenza l'adattamento del romanzo di Yann Martel, una scelta che lo stesso sceneggiatore ha definito complessa. Il regista taiwanese padroneggia i meccanismi produttivi di Hollywood, e allo stesso tempo è in grado di ibridarne i linguaggi e l'immaginario con una serie di influenze esterne. Ma il risultato è, in questo caso, deludente: in Vita di Pi mancano sia l'efficacia del racconto a cui ci ha abituato il cinema americano, sia una convinta esplorazione della condizione diasporica contemporanea.

Il cielo dei Maya

Giacomo Pisani

Il 21/12/12 è arrivato e passato, e finalmente può esplodere quell’ironia appagante che ci permette di dimostrare la superiorità del modo razionale di vedere le cose. Poveri quelli che hanno creduto alla profezia dei Maya, e l’ironia si tramuta piano in saccenza, rinsaldando la nostra sicurezza, dall’alto della civiltà occidentale, cinica e razionale.

Ora, la bolgia di ironici e saccenti che ha fatto della profezia un fenomeno mediatico di dimensioni impressionanti, non accetta discorsi sui paradigmi culturali, che permetterebbero di inscrivere quella profezia all’interno di un orizzonte categoriale irrimediabilmente altro rispetto al nostro. Eppure è proprio questa confusione a rendere inequivocabile la deformazione e il travisamento della profezia stessa.

Ma, senza addentrarci nel merito della profezia Maya, è chiaro che il fatto di introdurla all’interno nel nostro modello razionale, ben costituito nelle categorie della scienza e della tecnica occidentali, deriva proprio dalla ingenuità di una cultura che ignora la propria storicità ed è incapace di comprendere la diversità. Ecco perché il fallimento di tante “profezie” occidentali, formulate nei termini precisi e razionali dell’economia e della tecnica moderne, non destano uguale scalpore. Eppure sono ben più allarmanti gli effetti tragici del nostro modello turbo-capitalistico, che ci pone di fronte all’eccedenza delle emergenze naturali rispetto ai nostri parametri di sviluppo. Per non parlare delle masse di diseredati che costituiscono l’elemento fondante di tale modello.

Forse, allora, è proprio in quella considerazione cinica e presuntuosa della profezia dei Maya che va ricercato il tratto caratterizzante dell’assolutezza del nostro modello di vita e di amministrazione dell’esistente. In altri termini, è proprio l’incapacità di relativizzare il nostro campo di senso e di aprirci alle differenze, che ci impedisce di rimodulare le categorie fondamentali della tecnica occidentale, per farci carico delle esigenze ormai irrimediabili della natura e degli oppressi da tale configurazione.

L’incapacità di assumere il nostro orizzonte di senso non ci permette di accogliere la sfida dell’alterità, quando ci provoca, al fondo delle nostre certezze, per rimetterle al gioco delle possibilità, facendoci scoprire il diverso come un modo del tutto peculiare di stare al mondo. Così, la profezia dei Maya non è il tentativo fallito di prevedere il corso degli avvenimenti del nostro tempo, ma è un modo di dirsi di un popolo, con i suoi valori, il proprio contesto sociale di riferimento, un proprio spazio comunitario. E per comprenderlo è necessario cogliere la storicità delle proprie stesse categorie, per metterle in gioco.

Ma è molto più semplice liquidare quella profezia inscrivendola nell’ingenuità di una civiltà di gran lunga inferiore alla complessità del nostro grado di sviluppo. Forse è per questo che le nostre profezie fanno sempre più acqua, e ci hanno indotto a prendere la profezia dei Maya così sul serio. Anche nel suo senso letterale e distorto.

Contro lo sgombero del teatro Embros

Manuela Gandini

Il clima ad Atene è pesantissimo e la guerra civile è un pericolo incombente. Dopo le ultime elezioni, nelle quali il partito neonazista Alba Dorata ha conquistato il parlamento con una ventina di seggi su 300, le violenze xenofobe sono all’ordine del giorno. La retorica basata sull’esaltazione della nazione, della famiglia, della normalità, assorbe consensi a non finire. Il risultato è una politica brutale, repressiva e fortemente autoritaria che si è imposta sulla città, in nome della “sicurezza” e della “pulizia”. Gli extracomunitari viaggiano in gruppo per potersi difendere; i gay si stanno compattando per scongiurare aggressioni; alle manifestazioni i picchiatori di Alba Dorata stanno al fianco dei celerini pronti ad attaccare i manifestanti. Qualche settimana fa, due deputati di Alba Dorata e una trentina di attivisti, rasati e in maglietta nera, hanno fatto irruzione in un mercato alla periferia della città, chiedendo documenti a tutti i venditori stranieri e distruggendo selvaggiamente i banchi e la merce di chi ritenevano non fosse in regola. Il portavoce del partito, Ilias Kasiriadis, ha affermato che: “AD interverrà con la forza ovunque vengano offese le sensibilità religiose e la storia della Grecia”.

Intanto le micro-comunità artistiche - sorte in questi anni per far fronte alla ferocia della crisi, alla drasticità dei tagli, alla subordinazione nella quale il cittadino è precipitato - si stanno indebolendo. Nel quartiere popolare di Psirri, lo scorso novembre, il collettivo Mavili ha occupato il teatro Embros rimasto chiuso per sei anni dopo la morte del proprietario. Uno spazio misterioso che da tempo non vedeva scene e uomini, e non sentiva calore. Un luogo che è diventato polo d’attrazione per gli artisti, per gli abitanti del quartiere, per gli extracomunitari e per chiunque volesse esserci. A natale, all’Embros, è stato allestito un pranzo aperto a tutti e ciascuno portava quel che poteva.

In breve è diventato il riferimento per lo sviluppo del teatro indipendente di Atene. Da lì sono passati artisti di tutto il mondo, coreografi come Dimitris Papaioannou e studenti come gli olandesi di Das Arts di Amsterdam che hanno fatto uno stage di due settimane. La logica è stata quella di includere anziché escludere, condividere anziché dividere , consolidare orizzontalmente rapporti anziché riprodurre forme verticistiche di potere. All’Embros si viveva, si mangiava, si discuteva, si metteva in scena la tragedia contemporanea adottando nuovi punti di vista e prospettive inedite.

L’Embros, concepito come piattaforma creativa sulla crisi in corso, ora sta per essere chiuso, murato per sempre. A metà settimana, la polizia, su ordine dell’Etad (società per lo sviluppo degli edifici pubblici) sbaraccherà tutto in prospettiva di “un processo di privatizzazione”. Così, di colpo, come sono stati sradicati gli alberi e le piante degli orti urbani coltivati dai cittadini, ora viene chiuso un polmone di cultura. Il messaggio è chiarissimo: eliminare ogni forma di protesta concreta (centri sociali, culturali, artistici). Eliminare ogni tentativo di autogoverno che sorga dal basso. Stroncare ogni iniziativa volta alla sopravvivenza fisica e psicologica indipendente dal sistema. Polverizzare il tessuto popolare eterogeneo che si andava costituendo e, infine, annientare ogni diritto alla felicità.

 alfabeta2 e alfa+più sostengono la raccolta firme contro lo sgombero del Teatro Embros
Per aderire clicca qui

 

Apocalypse Now Redux

Augusto Illuminati

I quattro cavalieri della desolazione, la bestia il cui numero è 666 che sale dal mare, sette trombe e sette sigilli, il sorgere dell’Anticristo ingannatore e la sua finale sconfitta con il secondo avvento di Cristo, nella letteratura apocalittica cristiana. Il regno del Dajjal, l’arrivo dell’ultimo imâm, il Mahdî, nella tradizione sciita, la decisiva battaglia contro il Dajjâl degli alleati Mahdî e Cristo, quest’ultimo appollaiato sul suo personale minareto (il manâr Îsà della moschea degli Omayyadi a Damasco), terremoti, eclissi, inondazioni, l’arresto dell’espansione dell’universo, ecc. Vuoi mettere! Davvero la fine dei tempi.

La letteratura fantascientifica, suggestionata dalla tecnologia dei registratori a nastro, mostrò piuttosto propensione verso un riavvolgimento del tempo, un rewind conseguente al raggiungimento del limite espansivo dell’universo e all’inizio della sua fase contrattiva. Walter Benjamin opinò che la catastrofe, erede del Giudizio, consistesse nel fatto che tutto proseguisse come prima, rileggendo l’Eterno Ritorno nietzschiano nella metafora del kafkiano pittore Titorelli, che in una sordida soffitta tira fuori da sotto il letto una serie di quadri tutti uguali e ne impone l’acquisto tangentizio a chi impetra il suo intervento presso il Tribunale.

In ogni caso, un tempo sconnesso, dove riavvolgimenti, sviluppi e soglie di indecidibilità si frammischiano, preannuncia Armageddon, videogioco post-chiliastico. Qualche indizio? Da un po’ di tempo si levano volute di fumo e gli sciamani proclamano con un primo squillo di tromba l’inesistenza della realtà, dissolta in interpretazioni. Ma subito sono scesi in lizza, secondo squillo di tromba, i contro-sciamani affermando che la realtà è consistente e inalterabile, guai a interpretarla ed emendarla, anzi impongono il voto di fiducia in nome del new realism, peggio del governo Monti. Anni ’60-‘70 dello scorso millennio, accademia torinese? Per carità, cronaca culturale rovente. Fra poco –si spera– rivedremo apocalittici e integrati, avanguardia contro romanzo di consumo.

La Transavanguardia è all’ordine del giorno, mentre i neo-melodici già occupano stabilmente il mercato a sud del Volturno e Moccia illucchetta tutti i ponti disponibili. Vintage, ragazzi. Con i complici di don Verzè in veste di Sigilli e illustr* filosof* a cantare le lodi del defunto. Come negli epocali dibattiti di metà del secolo scorso (chi ricorda Vera Lutz?), si propone audacemente di ridurre i salari e aumentare l’orario di lavoro, nonché vietare i sindacati in fabbrica, per incoraggiare gli investimenti e sviluppare il nostro infelice Paese. Il licenziamento libero aumenterà l’occupazione, la precarietà selvaggia produrrà occupazione buona. E che cazzo, noi difendiamo il lavoratore, mica il posto di lavoro, disse la new realist Fornero, e pianse.

Mica ci si può accontentare del ritorno a prima dello Statuto 1970, il regresso ha le sue esigenze e pure gli ortaggi pugliesi e campani. L’importazione degli schiavi dal Mediterraneo è ripresa in grande stile, purtroppo con qualche rivolta. Non preoccupiamoci troppo: corre voce che ne hanno già accerchiati un bel po’ vicino al fiume Sele e già sull’Appia si allestiscono le croci. Bersani deplora che tale barbaro spettacolo incoraggi l’anti-politica e propone l’alleanza fra progressisti e moderati. A proposito, si avvicina la metà di luglio e i giornali annunciano la scesa in campo di un outsider, il cavalier Berlusconi. Sullo schermo appaiono Cicchitto e Capezzone: dicono che allora non ci saranno primarie. Dev’essere il futuro anteriore.