Il film del secolo

Valerio De Simone

Come si può definire, e di conseguenza leggere, Il film del secolo (Bompiani, 2013)? La prima risposta che viene spontanea sarebbe un libro-intervista di Rossana Rossanda, figura di spicco della sinistra italiana nonché fondatrice del manifesto, con Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri, due colonne portanti della critica cinematografica già dello stesso quotidiano. Ma se il libro fosse classificato in quest'ottica potrebbe risultare in parte riduttivo.

Piuttosto si potrebbe leggere come un vero e proprio romanzo autobiografico in cui i tre protagonisti, che hanno condiviso una lunga amicizia e hanno lavorato nello stesso giornale, si rincontrano a Parigi, nell'appartamento di uno di loro. Qui “con le immancabili tazze di tè circondate da allegri e dolci macarons” i tre protagonisti iniziano una lunga conversazione che riporta alla mente del lettore-spettatore quelle avvincenti tra Julie Delpy e Ethan Hawke nella trilogia cinematografica diretta da Richard Linklater.

Il tema principale e filo conduttore della conversazione è il cinema che, nello svolgersi del dialogo, diviene uno specchio su cui si rifletteranno non solo i gusti estetici, ma anche le ideologie e di conseguenza l'attivismo politico, i sogni, le vittorie e le sconfitte che hanno animato le vite degli autori.

Il libro si apre con una introduzione a firma della Rossanda stessa che spiega come il giornale-movimento politico da lei co-fondato e costatole un'espulsione dal PCI, inizialmente fosse costituito da quattro pagine interamente dedicate alla politica. Successivamente, come ricorda Mariuccia Ciotta, fu proprio Rossana Rossanda a spingere perché nel “manifesto” “si ampliasse a poco a poco lo spazio d'intervento giornalistico e si moltiplicassero i campi di battaglia teorici e politici.” Così al quotidiano vennero aggiunte due nuove pagine destinate al dibattito culturale. I giovani Roberto Silvestri e Mariuccia Ciotta, che all'epoca lavoravano nell'archivio del giornale e si dividevano tra un impegno militante politico e cinematografico, vennero promossi e inviati in missione speciale alla Mostra del cinema di Venezia.

Lontano dall'essere un'opera prettamente nostalgica, o fruibile esclusivamente da un pubblico di appartenenti alle generazioni pre belliche e dei baby boomers, Il film del secolo è un'appassionante carrellata sul Novecento che si articola in diciotto capitoli (più un'appendice di tre articoli scritti da Rossana Rossanda per il “manifesto”, di cui in particolare si consiglia vivamente la lettura di La forma assoluta e bellissima del dolore). In ogni capitolo si affronta un tema cinematografico osservato attraverso una lente politica ed estetica. In questo “lungo viaggio” si incontrano non soltanto le figure classiche del cinema hollywoodiano (Buster Keaton, Charlie Chaplin, Howard Hawks...), ma anche i classici della rivoluzione russa, primo fra tutti Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, fino ad arrivare all'oriente di Yasujiro Ozu e Yukio Mishima.

I momenti di maggior ricchezza del testo non sono quelli di condivisione bensì quelli di contrasto, quando le due generazioni coinvolte, l'una che ha vissuto la seconda guerra mondiale, l'altra che si è affacciata alla politica partecipando al movimento del Sessantotto, si confrontano. Questo risulterà per il lettore avvincente, dal momento che apre una serie di riflessioni sul passato, sul presente e sul futuro.

Un ottimo esempio lo possiamo trovare nel film o meglio nella saga cinematografica Guerre Stellari inaugurata da George Lucas nel 1977 che diviene un vero e proprio leitmotiv per tutto lo svolgersi del libro. La trilogia, amata e salutata dalla coppia Ciotta-Silvestri come l'alba di un nuovo cinema rivoluzionario, non esercita lo stesso fascino su La ragazza del secolo scorso che invece ama molto Million dollar baby: “ di quel film – afferma la Rossanda - mi piace tutto, la ragazza, il modo con cui Eastwood racconta, l'ideologia, il coraggio di fronte a chi ti chiede di morire.”

Il film del secolo dunque si propone una lettura che si rivolge non solo a cinefili appassionati, senza distinzione d'età, ma anche agli appassionati di storia politica mondiale.

Rossana Rossanda
con Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri
Il film del secolo
Bompiani (2013), pp. 341
€ 19,00

Il 15M è ancora vivo?

Montserrat Galcerán (Fundación de los comunes)*

Dopo aver fatto la sua comparsa nel maggio del 2011, il 15M spagnolo si è affermato come nuovo soggetto nell'agitato panorama politico contemporaneo. Oggi, dopo oltre due anni di mobilitazioni e di lotte, continua a porci degli interrogativi.

Il 15M è ancora vivo?
Una delle prime domande, e tra le più frequenti, che viene posta agli attivisti del 15M è se il movimento esiste ancora. La risposta è decisamente affermativa: Il 15M è vivissimo, e come tutto ciò che è vivo si trasforma e cambia. Ora non ci sono più le acampadas nelle piazze, il 15M non è più la notizia principale sui giornali e in TV, però continuano a esistere un'infinità di assemblee nei quartieri e nelle città, decine di collettivi e associazioni come la PAH (Piattaforma delle vittime dei mutui ipotecari), o il collettivo delle vittime degli investimenti in azioni preferenziali (ad altissimo rischio), continuano a esserci lezioni universitarie in strada e moltissime altre iniziative. Continuano anche le assemblee pubbliche nelle piazze con una notevole affluenza di pubblico e dibattiti molto partecipati.

A seguito del 15M sono sorte le mareas, mobilitazioni di cittadini e lavoratori di quei settori maggiormente colpiti dai tagli, come l'educazione (marea verde), la sanità (marea blanca) o i funzionari della giustizia (marea negra). Le mareas costituiscono un'innovazione rispetto al sindacalismo tradizionale perché rompono con il corporativismo dei lavoratori di quei settori, come per esempio i professori e i medici, e danno vita a un movimento più ampio che vede la partecipazione sia dei lavoratori di quel particolare settore, sia di numerosi utenti del servizio. Così, per esempio, l'ampia mobilitazione che si è prodotta intorno al mondo della scuola, da un lato ha sostenuto le occupazioni e dall'altro ha fatto sì che il conflitto si estendesse anche ai quartieri intorno alle scuole. Qualcosa di simile è accaduto con la sanità. Insomma, anche se ha perso visibilità, il movimento in realtà continua a essere vivo e a muoversi sul territorio come un enorme millepiedi, lentamente ma senza fermarsi.

Chi c'è dietro il 15M?
La mentalità paranoica e cospirazionista del potere ha contagiato anche i giornali che non smettono di chiedersi chi ci sia dietro al 15M. La nostra risposta è molto semplice: tutti e nessuno. Dietro al movimento, a dare una mano e a farlo crescere ci siamo tutti/e e nessuno in particolare. Secondo le statistiche circa il 70-80% della popolazione è a favore del 15M o simpatizza comunque con il movimento. Questo non significa che tutte queste persone partecipino attivamente, significa però che tutte queste persone hanno comunque partecipato almeno qualche volta, sono d'accordo con le rivendicazioni del movimento al quale guardano con simpatia, hanno firmato delle petizioni, hanno partecipato a un'assemblea e si sono interessate ai problemi che lì sono emersi e/o hanno fatto sentire la loro voce intorno alle questioni dalle quali sino sono sentite più direttamente coinvolte.

In generale possiamo dire che il 15M è un gigantesco movimento nato in risposta a tutti quei provvedimenti di austerità economica suicidi messi in campo dal governo e dalle autorità europee, a quelle politiche che la popolazione ha deciso di smettere di subire passivamente iniziando a contestarle pubblicamente. Un ruolo fondamentale lo svolgono tutte quelle centinaia di persone che assicurano il funzionamento della logistica e della comunicazione, che preparano gli incontri a poi redigono i verbali e che profondono le loro energie per assicurare continuità al movimento.

Ma visto che in ogni assemblea si decide sempre di nuovo chi deve redigere il verbale, chi deve moderare o animare, è sempre possibile che si aggiungano nuove persone, e che altre al contrario si sgancino. È proprio questo rinnovamento continuo ad assicurare la persistenza del movimento. È davvero raro incontrare le stesse persone negli stessi posti: trovi sempre persone nuove, c'è sempre qualche sconosciuto che ha deciso di riscoprire un ruolo più attivo in un continuo processo di politicizzazione. D'altra parte è anche vero che continuano a esistere vari gruppi e collettivi politici strutturati in maniera stabile e che partecipano al 15M, ma lo fanno allo stesso livello di chiunque altro e senza nessuna prerogativa particolare.

Quand'è che il 15M si trasformerà in un partito politico?
Questo nuovo modo di fare politica disorienta tutti quelli che riducono la politica a un gioco istituzionale, e ritengono che gli unici soggetti politici legittimi siano i partiti. Secondo loro un movimento sociale come il 15M dovrebbe trasformasi in un partito politico e presentarsi alle elezioni. A questa richiesta di trasformazione la risposta è sempre negativa: noi non ci trasformeremo in un partito politico e se dovesse emergere qualche candidatura vicina al 15M, questa dovrà preservare il modo di agire particolare che stiamo inventando.

Questo significa respingere quella distinzione secondo la quale i movimenti, in quanto spazi di incontro e mobilitazione, avrebbero solo la capacità di far emergere le problematiche che interessano la popolazione, mentre i partiti politici, in quanto detentori di un saper-fare particolare, sarebbero gli unici in grado di produrre soluzioni efficaci nel quadro delle loro ideologie. Questo modo di pensare, benché sia ancora diffuso, sta perdendo terreno giorno per giorno.

Un esempio in questo senso ce lo offre la Piattaforma delle vittime dei mutui ipotecari. Questa piattaforma è stata capace non solo di mettere in campo una resistenza efficace, come testimonia il fatto che centinaia di sfratti sono stati bloccati, ma è stata in grado di sviluppare tutta una serie di misure per risolvere, almeno parzialmente, l'emergenza, come la dazione in pagamento e l'affitto sociale. Queste misure sono il risultato di uno studio approfondito della legislazione e di una pratica continua di negoziazione con le banche. Si aggiunga a questo la preparazione di una proposta di legge d'iniziativa popolare per gli ipotecati che ha raccolto un milione e mezzo di firme (la soglia minima è di 500.000), molto più realista ed efficace della legge promulgata dal governo.

Questo è solo un esempio che dimostra come sia sbagliato pensare che i politici siano i custodi di una serie di saperi tecnici che gli permetterebbero di trovare soluzioni adeguate ai problemi dei cittadini, saperi dei quali noi saremmo invece carenti e che richiederebbero un impegno particolare a tempo pieno da ricompensare con privilegi economici e sociali. Al contrario, siamo proprio noi cittadini, pressati da tutti i nostri problemi, che collettivamente siamo in grado di trovare soluzioni nuove e inedite a molti problemi, proprio perché sappiamo anteporre agli interessi di una minoranza predatoria, gli interessi delle moltitudini. Senza dubbio è necessario mettere in campo un certo tipo di saperi, ma possiamo contare su un numero più che sufficiente di specialisti e professionisti: dalla nostra parte abbiamo avvocati, giuristi, ricercatori sociali, urbanisti, banchieri, economisti, esperti di mass media... Tutte queste persone padroneggiano una serie di saperi specifici adatti ad analizzare adeguatamente le varie situazioni e a proporre soluzioni adeguate. Basta mettercisi d'impegno.

Non abbiamo davvero bisogno dei politici di professione, e non dobbiamo neanche pensare di trasformare noi stessi in politici tradizionali. Piuttosto quello che vogliamo è riappropriarci della politica impegnandoci a controllare da vicino quei pochi politici di professione ai quali magari possiamo pensare di affidare alcuni compiti particolari. Ma il potere rimane a noi perché la sua fonte siamo noi, non loro. Se decideremo di presentarci alle elezioni, siano esse politiche o amministrative, dovremo farlo con liste aperte, decise in assemblee pubbliche, con opzioni specifiche per i diversi problemi e l'accordo di favorire quanto più possibile la democrazia diretta e partecipativa, riducendo contemporaneamente i vantaggi e privilegi della politica rappresentativa.

Movimento-rete. Il virtuale in azione
Uno degli elementi più importanti nel nuovo paesaggio politico a cui ha dato vita il 15M è il ruolo fondamentale svolto dai social network: Facebook, Twitter, N-1, Youtube, i siti web, la viralità delle informazioni, la velocità dei contatti, è questo l'ambiente naturale del movimento. Le notizie viaggiano a una velocità tale per cui tutti possono essere informati puntualmente ed entrare in contatto reciprocamente. Ma la rete funziona anche come archivio: si conservano i documenti prodotti delle assemblee, si tiene memoria delle decisioni che sono state prese, delle questioni discusse, degli accordi e dei dissensi. E sulla rete prendono forma le nuove linee del dibattito ed emergono i nuovo problemi da discutere.

Senza dubbio questo nuovo modo di fare politica in rete è ancora gli inizi e molte delle sue potenzialità ci sono sconosciute. Riuscirà, per esempio, il Partito X (partidodelfuturo.net), un partito nato sulla rete e nel movimento, ad affermarsi ulteriormente e a guadagnare credibilità? Anche Democracia Real Ya (DRY) è un movimento nato sulla rete, ma sarà possibile inventare nuove congiunzioni politiche attraverso la rete? Possiamo dire quali sono i limiti di queste nuove forme politiche? In questo ambito tutto rimane ancora da inventare, ma stiamo progressivamente passando da un utilizzo della rete come spazio di comunicazione e interconnessione, all'affermazione di tutte le potenzialità proprie della rete per dare vita a una nuova politica.

Potere e politica: la gestione comune dei problemi comuni
Noi diciamo, forse con un po' di presunzione, che stiamo reinventando la politica. E questo perché noi non intendiamo la politica come la gestione da parte di alcuni dei problemi che interessano gli altri, ma la intendiamo come la gestione comune dei problemi comuni.

Il capitalismo trionfante ci ha fatto perdere qualsiasi nozione del carattere comune di molti dei problemi che viviamo, e di come sia necessario creare un ambito comune per poterli risolvere. Nessuno può fare niente da solo contro uno sfratto, un licenziamento, i tagli alla sanità e all'istruzione pubblica. L'individuo, se isolato, è condannato all'impotenza. Ma noi diciamo che juntos sí podemos. Per potere bisogna riunirsi e comunicare, creare comunità e scoprire come possiamo, grazie al nostro numero e alla nostra intelligenza, cortocircuitare il potere dei nostri avversari che, asserragliati negli spazi della rappresentanza, inventano ogni giorno nuovi espedienti per convincerci della nostra impotenza. La democrazia reale consiste proprio in questo: trovare il modo di far crescere il potere collettivo del 99%. Solo così possiamo vincere.

Traduzione di Nicolas Martino

* Montserrat Galcerán (Barcellona, 1946), filosofa e militante, insegna all'Università Complutense di Madrid. Tra le sue ultime pubblicazioni Deseo y libertad (Traficantes de Sueños, 2009) e Spinoza contemporaneo (Tierradenadie, 2009)

Dopo la politica

Giorgio Mascitelli

Alcuni giorni fa mi sono imbattuto in metropolitana in un cartone pubblicitario che rappresentava una ragazza fotografata di nuca e riportava lo slogan “Bella ciao. L’Italia guarda al futuro. Che parte per l’estero”. È di un’azienda di abbigliamento che dichiara di voler usare come testimonial la gente comune.

Questo slogan cita ironicamente una canzone simbolo della storia politica italiana, che nessun pubblicitario si sarebbe azzardato a usare fino a pochi anni fa, e un sintagma tipico del discorso politico, demistificandoli poi con un crudo riferimento alle difficoltà attuali. È però una demistificazione senza contenuti alternativi, visto che si tratta di un messaggio commerciale che si risolve in uno sberleffo alla classe politica.

Il fatto che questo sberleffo si trovi in una réclame, quando i pubblicitari di solito evitavano in passato la politica come un terreno minato, non è solo sintomo di uno stato d’animo largamente condiviso, ma anche della convinzione che non possa essere mutato tanto facilmente. Non mi sembra che ci sia prova più eloquente del discredito di cui gode la politica, che del resto si sforza di offrire uno spettacolo pressoché quotidiano di incompetenza e corruzione. Né si tratta di un fenomeno solo italiano: basti pensare ai risvolti mediatici delle presunte avventure extraconiugali o per meglio dire postconiugali del presidente della repubblica francese.

Che le vicende d’alcova abbiano spesso giocato un ruolo nella vita politica, dalla contessa Castiglione in poi, non è certo una novità. Eppure questo trattamento dei protagonisti con cadenze da telenovela trent’anni fa sarebbe stato riservato alla casa regnante di Monaco e prima ancora a un reame immaginario, tipo Zenda. Mai in ogni caso a figure dotate di poteri operativi. La decadenza della politica e il suo onore perduto ricordano per più aspetti il fenomeno della crisi dell’oratoria nella società romana imperiale del I secolo d. C.

L’oratoria, disciplina formativa delle classi dirigenti romani e strumento ed emblema della vita pubblica stessa, conosce un degrado progressivo: al posto dei grandi oratori politici che parlano di scelte storiche e di leggi importantissime, emergono declamatori che scelgono argomenti assurdi o malsani per far colpo sui sentimenti peggiori del popolino.

Si accende un dibattito sulle cause di questa crisi: chi lamenta la decadenza morale seguita all’allontanamento dal mos maiorum, l’ethos consuetudinario romano, chi l’inadeguatezza della scuola, chi l’eccessiva ambizione delle famiglie, che vogliono una carriera senza gavetta per i propri rampolli, chi infine timidamente rivendica la bellezza della nuova oratoria adatta ai tempi. ÈTacito con il suo brutale realismo nel Dialogus de oratoribus a risolvere la questione: la decadenza della retorica è dovuta al fatto che, non essendoci più la libertà politica in un impero, non c’è nessun bisogno di persuadere il senato o il popolo a prendere questa o quella decisione e dunque non c’è bisogno di nessuna oratoria.

Infondo ci si può azzardare ad applicare lo schema di ragionamento di Tacito alla crisi attuale della politica. Se è perfino scontato indicare nell’attuale potere neoliberista con le sue pratiche governamentali l’equivalente dell’impero, è interessante guardare con maggiore attenzione al meccanismo di decadenza dell’oratoria. Essa infatti non viene osteggiata dal nuovo potere imperiale né perde di centralità nel sistema scolastico romano, semplicemente sfrattata dalla grande arena politica e giudiziaria si cerca un seguito o meglio un audience nel pubblico sfaccendato degli spettacoli e dei processi di piccolo cabotaggio. Cambia in questo modo anche il livello delle persone che la praticano professionalmente.

Coloro che avrebbero la tempra morale e la preparazione culturale per essere grandi oratori, si astengono dal parlare in pubblico; un personaggio del Dialogus de oratoribus afferma esplicitamente che adesso è meglio dedicarsi alla poesia, più dignitosa in quanto attività lontana dal grande palcoscenico pubblico. Perfino uno scrittore di alta cultura come Plinio il Giovane, che evidentemente non vuole seguire i consigli contenuti nel libro del suo amico Tacito, ci ha lasciato un’orazione per l’imperatore Traiano, che è un impressionante documento di piaggeria, ben superiore a quelli lasciati dai Bondi e dagli altri cortigiani della reggia di Arcore nelle loro giornate di grazia.

Purtroppo per noi, le analogie con i tempi di Tacito finiscono qui: all’epoca era sempre possibile ritirarsi in campagna a scrivere versi. Come ricorda Paul Veyne, perfino la repressione dei più tirannici dei cesari si esercitava su quella frazione di senatori che giocavano il grande gioco della lotte di corte e delle ambizioni politiche. Per gli altri, presa qualche precauzione, era sempre possibile una vita privata abbastanza libera.

Oggi invece abbiamo un potere che non reprime nessuno o quasi, ma che si insinua in tutti gli aspetti della vita sociale e quotidiana, perdipiù facendoci subdolamente credere che sia sempre possibile ritirarsi in campagna a scrivere versi. Anche se qualcuno, disgustato dalla decadenza della politica, volesse in un placido ozio scrivere qualche bucolica o una nuova versione delle Argonautiche in endecasillabi sciolti, la verità è che non troverebbe nessuna via di ritirata.

 

La cultura delle destre

Elisabetta Ruffini

A chi provi ancora indignazione trovando il nome di Benito Mussolini nell’elenco dei cittadini onorari di una città della provincia italiana, e stupore nell’ascoltare ragazzini di una decina d’anni difendere tale scelta sulla base di esempi tratti da documentari televisivi e da visite guidate per la tutela del patrimonio, si può oggi suggerire la lettura de La cultura delle destre. Il saggio intende leggere il berlusconismo come una strategia culturale che aspira a un’egemonia in grado di «forgiare la fisionomia di una società» attraverso non solo la sedimentazione di «comportamenti e mentalità», ma anche la diffusione di «conoscenze e consapevolezze». E consente di riflettere sull’orizzonte culturale che dalla metà degli anni Novanta va definendosi nel nostro paese.

Il «comune denominatore della cultura delle destre di governo» passa, secondo Gabriele Turi, in primo luogo per «l’interpretazione della storia italiana» e per il «senso di appartenenza religiosa». Se i due temi caratterizzano da sempre la «formazione e l’identità profonda delle classi dirigenti del paese», da storico Turi tiene in particolare a concentrarsi sul primo. Il revisionismo diventa così il fulcro del libro, e viene indagato quale strumento per modellare la sensibilità collettiva e produrre consenso.

L’evanescenza dei confini tra conservatori ed estrema destra, che caratterizza l’esperienza berlusconiana, ha innescato un «edulcoramento storiografico della dittatura di Mussolini» che non alimenta una vera e propria nostalgia per il fascismo ma porta a cancellare la rottura dell’esperienza resistenziale. La continuità del percorso italiano è privilegiata a discapito delle differenze tra vinti e vincitori; mentre il processo di «pacificazione della memoria» procede attraverso un annullamento della complessità del passato.

Il discorso revisionista tende a un’idea di cultura priva di ogni dimensione dialettica, di ogni voce dissonante. L’attacco a una lettura comunista e marxista del passato, conseguenza della presunta occupazione delle istituzioni culturali da parte della sinistra, anziché rifiutare davvero un discorso retorico e ideologico si rivela il presupposto per la creazione di una «cultura nazionale» assai ben caratterizzata, se i suoi cardini ripropongono Dio-Patria-Famiglia: un’«ideologia che si richiama a valori semplici come la “cultura italiana” e la “tradizione cristiana”».

In questa prospettiva Turi analizza la politica della destra sulla scuola, in cui si inseriscono tanto la battaglia per la revisione dei manuali di storia quanto la difesa del crocifisso nelle aule, ma soprattutto mette in luce la riscoperta della «funzione connettiva» del ceto intellettuale: che si traduce in una rete di think tank e in un network di riviste e istituzioni in cui l’elaborazione di un discorso revisionista è la piattaforma di una rilettura del passato a uso della politica. Pur nella consapevolezza dell’eterogeneità di tali soggetti, e della differenza dei loro pubblici, la panoramica di Turi mette a fuoco, «attraverso l’intreccio di collaboratori, editori e centri di ricerca pubblici e privati, un progetto del centro-destra di espansione e occupazione di spazi culturali e politici».

Ci ritroviamo di fronte alla consueta battaglia della destra contro l’egemonia della sinistra comunista e marxista: storicamente anacronistica dopo l’89, certo, ma che qui tocchiamo nel suo potere di penetrazione in larghi strati dell’opinione pubblica quale forza culturale in grado di cancellare la dimensione antifascista dall’orizzonte mentale degli italiani.

Gabriele Turi
La cultura delle destre
Alla ricerca dell’egemonia culturale in Italia

Bollati Boringhieri (2013), pp.175
Dal nuovo numero di alfabeta2 in edicola e in libreria
Leggi anche:

Alberto Burgio, Processo di Giordano Bruno

Maria Teresa Carbone, Città aperta
Andrea Cortellessa, Il rovescio del dolore
Nicolas Martino, Filosofia del comune
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Sinistra

Nicolas Martino

«Diremmo, anzitutto, sinistra quella parte del sistema politico che opera efficacemente per rappresentare il potenziale liberatorio racchiuso nella perdita del Senso della Storia, nella perdita dei suoi “ordinatori” mitici. Diciamo sinistra la critica in atto di ogni dogmatismo organicistico-teologico, di ogni impostazione meccanicistico-assiale nella rappresentazione dell’antagonismo culturale e politico. Diciamo sinistra quella parte che si organizza al proprio interno e opera sulla base del riconoscimento della natura catastrofica dell’antagonismo.

Manca in tutto ciò ogni sicura episteme? Manca ogni principio-dittatura? Manca ogni ancoraggio a filosofie della storia o a sociologie dualistiche? Manca il mito (la Classe e la Promessa che essa incarna)? Per negativo, si sarebbe tentati di dire che proprio il senso acuto di queste perdite è di sinistra. La sinistra è parte del tempo benjaminiano della povertà. In questo tempo tramonta la dimensione della Grande Politica? Può essere – certamente non tramonta la possibilità di un Grande Opportunismo».

Così scriveva Massimo Cacciari nel 1982 interrogandosi sul concetto di sinistra. Un’interrogazione che allora coinvolse la parte più innovativa e raffinata degli intellettuali del Pci riuniti intorno alle riviste «Laboratorio Politico» e «Il Centauro» per giocare la scommessa del disincanto e dell’autonomia del politico. Nei fatti, senz’altro al di là delle intenzioni originarie dei suoi sostenitori, qualcosa è andato storto: il disincanto si è inverato nell’autodissoluzione della sinistra, e il Grande Opportunismo si è deformato nel piccolo e odioso opportunismo di bottega, interno solo alle logiche di Palazzo.

Ora però, rimossa probabilmente la sconfitta e le sue ragioni, quella scommessa viene rilanciata da Carlo Galli, intellettuale e politologo di grande spessore, tra i protagonisti della riscoperta italiana di Carl Schmitt. L’anamnesi proposta è rigorosa, assolutamente condivisibile. Tre sono le tradizioni intellettuali che hanno dato corso alla sinistra del Novecento: il razionalismo democratico, la dialettica socialista e il pensiero negativo (che ha in Nietzsche la sua «piattaforma girevole» in chiave critica o neoconservatrice).

Quattro sono le rivoluzioni del Novecento: quella comunista, quella fascista, quella welfaristica, e infine quella neoliberista inaugurata nella seconda metà degli anni Settanta.
È questa la rivoluzione da studiare a fondo per non rimanere subalterni alla sua «ragione». Ciò che lascia sorpresi è appunto la terapia proposta: la ricostituzione di una sinistra per il lavoro attorno a un «secondo» New Deal capace di «ricomporre l’infranto» ed essere progetto politico anche per i movimenti, altrimenti ridotti solo a testimoniare la protesta.

Ma nel dispiegarsi di quella Great Transformation che è la sussunzione reale della società al capitale, la quarta rivoluzione perfettamente circoscritta da Galli, quando è la vita che viene messa al lavoro, cade ogni illusione di trovare una «giusta» misura dello sfruttamento, e allora l’idea stessa di sinistra è fuori asse perché irrimediabilmente subalterna proprio a quella che, nella loro genealogia del neoliberismo, Pierre Dardot e Christian Laval individuano come un’autentica e singolare «nouvelle raison du monde».

Se ora è invece possibile cominciare a pensare che essere produttivi possa coincidere con l’essere liberi, se il principio stesso della rappresentanza è svuotato dall’interno, la sinistra è ridotta a simulacro. E solo nella costituzione del comune, una volta abbandonata ogni nostalgia per qualsivoglia sinisteritas, solo nel passaggio all’etico, e cioè alla potenza di costituire un mondo sensato, exeunt simulacra.

Carlo Galli
Sinistra
Per il lavoro, per la democrazia
Mondadori (2013), 166 pp.
€ 17,50

Dal numero 30 di alfabeta2, da oggi in edicola, in libreria e in versione digitale

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La Sinistra di re Giorgio

Giso Amendola

Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. Questo Paese va tenuto unito rigettando ogni cosa che sappia di conflitto, e mantenuto sui binari della concertazione eterna tra le forze politiche principali: evocando, a norma fondamentale del governo, la perpetua emergenza.

Non si può dire che non abbiano ascoltato il Presidente. Fa nulla che, nel solito passaggio da tragedia a farsa, le grandi forze popolari delle grandi intese del 1976 si siano ridotte, nel frattempo, a correnti litigiose del PD, e che le intese ora si facciano con la destra berlusconiana: lo schema non si tocca. Ciò che non s'era riuscito (ancora) a fare per la formazione del governo, si farà nell'elezione del Presidente della Repubblica. Il richiamo di Napolitano al 1976 suona come la riproposizione obbligata di una cultura politica perenne e inaggirabile: larghe intese, unità nazionale, emergenza. Così: "deve essere un cattolico".

E allora recuperiamo l'uomo della CISL, insieme cattolico ed eroe della concertazione: Marini. Poi, quando pure ci si è spinti a rompere l'intesa e ad arrivare a un nome votato dal solo centrosinistra, allora è stato Prodi: mai Rodotà. Ma perché l'interdetto, quando in fondo, e lo ha pure rivendicato più volte, Rodotà proviene, nel bene e anche nel male, da quella stessa storia?

Più che per il marchio M5S, Rodotà è subito sembrato un extraterrestre, anche e proprio rispetto alla sua stessa storia, per motivi sostanziali, e radicati nelle sue battaglie recenti.
I beni comuni: in un partito diviso tra priorità del mercato e nostalgie statualiste, il solo evocare uno spazio non tradizionalmente pubblico e non proprietario è concepito come incomprensibile. Il reddito di base? Bersani e Fassina hanno scelto come bandiera, nella discussione della riforma Fornero, l'innalzamento della pressione fiscale sul lavoro precario, sognando evidentemente di spingere così al tempo indeterminato per tutti. Con gli esiti disastrosi già registrati.

E questi velleitari tardosocialisti, che risolvono la precarietà ammazzando il precariato, possono mai capire la rilevanza politica del reddito di base? Per chi ha il calendario che segna 1976, tutto questo è eresia. E allora, contro l'eresia, è evidente che bisogna ritornare ai Padri che più Padri non si può, e reincoronare re Giorgio. E certificare così l'ibernarsi definitivo di un'intera cultura politica. Anche in questo, davvero, hanno seguito il 1976: nella scelta di rompere definitivamente ogni ponte con intere generazioni, con i linguaggi e i desideri del presente, con la vita.

Fortunatamente, a sera, abbiamo finalmente lasciato questo eterno '76. Le piazze si sono riempite: e non era l'effetto della chiamata di Grillo, il quale, anzi, ha innestato la retromarcia non appena ha capito che Piazza Montecitorio non sarebbe stata un "suo" teatro. Piuttosto, abbiamo visto, per una sera, anche a Roma qualcosa di simile alle convocazioni spontanee attorno ai palazzi arroccati della rappresentanza, le modalità di dissenso tipiche dell'Europa dell'indignazione di questi anni.

Ma anche qui, poco ci hanno capito, i reduci del '76: quella gente è populista, è fascista, dicono. Rodotà stesso invita, come per la sua cultura è quasi inevitabile, a manifestare dissenso solo "nelle sedi istituzionali".

Eppure, quello che si è visto non è che quello che nell'Europa della crisi accade spesso. Ma una sinistra agli occhi della quale anche solo un buon costituzionalista liberaldemocratico, riformista e legalitario, appare un sovversivo pericoloso, giusto perché aperto ai beni comuni, ai nuovi diritti e a un nuovo welfare, evidentemente ancor meno ne può sapere di indignados e di acampadas. Starà ancora rincorrendo gli "untorelli" e maledicendo il '77.

Sinistra e Nuovo Realismo

Luca Taddio

Severino nel suo intervento («La Lettura», 16 settembre) sul Nuovo Realismo sostiene che i concetti di «libertà» e «democrazia» sono strettamente legati all’analisi della loro metafisica sottostante. In tal modo ci conduce in prossimità di uno dei nodi fondamentali del dibattito contemporaneo. Il Nuovo Realismo non fa eccezione: l’ontologia di Ferraris ha delle chiare implicazioni politiche; egli ritiene infatti che il postmoderno sia stato, suo malgrado, funzionale alle politiche delle destre, dato che, se possiamo negare i fatti, la macchina neoliberale può costruire realtà tutte ugualmente vere. L’efficacia retorica dipenderebbe in questo caso dall’impossibilità di far appello a una realtà vera e incontrovertibile. Il mondo si è fatto favola, e la destra è stata brava a raccontarci favole: in Italia con Berlusconi, nel mondo con Bush. Ferraris chiude la sua risposta su «Repubblica» (18 settembre) auspicando un confronto con Severino. Un primo confronto potrebbe essere incentrato su alcune questioni che potremmo riassumere attraverso tre parole chiave: «etica», «estetica» e «politica».

Il Nuovo Realismo si oppone a un soggettivismo-relativistico tipico della cultura postmoderna per affermare invece che nell’etica, come nel diritto, vi sono, dato un sistema di riferimento, nuclei di oggettività entro cui si inscrivono verità di ragione oltre che di fatto. Lo stesso vale per il bello e per l’arte: pur vedendo continuamente brutti film sappiamo comunque riconoscere i capolavori, oggi come ieri. Certo, giustificarlo può essere complesso, e Severino potrebbe obiettare che il concetto stesso di “sistema di riferimento” ci conduce a verità relative e non assolute. Tuttavia, ogni verità per essere tale deve implicare un sistema di riferimento, altrimenti rimarrebbe una mera tautologia. Ma se il Nuovo Realismo si incammina in questa direzione teorica, rimane la questione se vi possa essere, dentro il “cerchio dell’apparire” evocato da Severino, spazio per un’etica e un’estetica. Circoscriviamo quindi il confronto alla politica. La crisi che stiamo vivendo ci spinge a riflettere sul significato della politica. Il Nuovo Realismo è già stato pensato da Ferraris nel suo Manifesto come una prospettiva politica di sinistra. Possiamo sviluppare ulteriormente questa idea all’interno di un progetto per un manifesto cosmopolita per la sinistra. Proveremo sinteticamente a illustrarne le ragioni.

Riteniamo questa crisi strutturale: agendo localmente secondo diverse scale di sovranità la politica non è in grado di governare i processi di globalizzazione in corso. Per questa ragione affermo la presenza di un elemento strutturale nella crisi. Il capitalismo finanziario comporta un problema di governance strettamente correlato alla crisi della rappresentanza politica. I politici non rappresentano più i cittadini non per incapacità (o non sempre), ma per la costitutiva impotenza rispetto al potere economico-finanziario. Ciò ci conduce dritti al cuore del problema: il senso della democrazia rispetto alla finanza globale. Se la crisi ci ha portati a un forte deficit di democrazia, dobbiamo immaginare una risposta in grado di invertire questa tendenza. I numeri per una volta rendono intuitivo e chiaro questo “deficit-democratico”: la somma del Pil di tutti i paesi del pianeta si aggira intorno a 54.000 miliardi di dollari, mentre il totale dei capitali speculativi che passano da una piazza finanziaria a un’altra si aggira attorno a 540.000 miliardi di dollari. Mentre la bilancia del potere pende interamente dal versante economico-finanziario invece il potere politico inscritto nelle sovranità nazionali ha un peso esiguo: lo squilibrio si è fatto evidente. Non a caso uno slogan di successo recita: We are the 99%. Questo per dire che il profitto di pochi grava su gran parte della popolazione mondiale.

Il progetto per una nuova sinistra deve fondarsi su una cultura cosmopolita. Il principio è semplice: problemi economici di natura globale richiedono soluzioni politiche di natura globale. Due le idee-guida: Stati Uniti del mondo e democrazia diretta e partecipata. Si tratta certo di idee-guida regolative, ma se non stabiliamo dove vogliamo andare, come e su quale base possiamo trovare i criteri per decidere cosa fare oggi? Non immaginiamo un “super Stato” mondiale, ma forme di governance globale sì; altrimenti le grandi questioni di oggi semplicemente non possono trovare soluzione: dalle speculazioni finanziarie alla fame nel mondo, dalle guerre ai problemi legati all’ambiente. Nessuno oggi ha l’autorità politica per prendere decisioni politiche su scala globale e per farle applicare; da ciò il problema di come regolamentare fenomeni per loro natura transnazionali. Come agire fin tanto che questo scenario non verrà realizzato su scala globale? La vera sfida consiste nel determinare il modo in cui coniugare i processi di globalizzazione in atto con le istanze locali e territoriali: quanto locale e quanto globale.

La cultura riformista non può schierarsi semplicemente pro o contro la globalizzazione, deve invece tentare una difficile sintesi sul piano culturale prima ancora che sul piano economico e giuridico. E tale sintesi passa necessariamente attraverso una cultura cosmopolita: l’idea di “Terra-Patria” come bene comune (per usare le parole di Morin). Poter affermare delle verità presuppone il riconoscimento di fatti: unicamente dal riconoscimento di questi fatti potremo arrivare a smascherare le attuali forme di potere, sempre più pervasive e inafferrabili, e così promuovere nuove forme di equità e giustizia sociale. È a partire da questa prospettiva cosmopolita del Nuovo Realismo che un dialogo con Severino, in primis con la sua riflessione sulla Tecnica, risulta imprescindibile.

I temi di questo articolo saranno discussi nel convegno che si apre domani a Roma
Bentornata realtà. Il Nuovo Realismo in discussione