La religione degli ebrei dinanzi al fascismo

Un testo inedito dal laboratorio di Cultura di destra

In occasione della Giornata della memoria riproponiamo un testo inedito di Furio Jesi pubblicato nel 2011 in appendice alla nuova edizione di Cultura di destra, curata per nottetempo da Andrea Cavalletti e proposto da Alfabeta2 in quella occasione.

Furio Jesi

La presenza di una tirannide può spesso agire negativamente anche sulle strutture di una collettività religiosa, se non sulla parte più intima dell’esperienza religiosa di ciascun fedele. L’ora della violenza è necessariamente anche quella in cui le vittime rivelano tutta la loro fragilità e appaiono poco nobili nella ricerca di compromessi e nelle speranza di salvare il salvabile. S’intende che ogni gruppo di vittime ha i suoi eroi e i suoi martiri: ma si tratta di una minoranza, ed è umanamente ovvio che sia così.

L’atteggiamento dei responsabili religiosi e laici delle comunità ebraiche italiane dinanzi al fascismo non insegna a questo proposito nulla di nuovo. Il documentato volume di Renzo De Felice sugli ebrei italiani durante il ventennio contiene, nei capitoli dedicati al periodo delle persecuzioni, numerose prove di debolezza spinta – per lo più in buona fede – fino al servilismo più controproducente, nonché un certo numero di esempi di eroismo o anche soltanto di maggiore coraggio o di migliore politica. Aggiungere testimonianze a quelle già presentate dal De Felice può avere una certa utilità storiografica, ma non vale in alcun modo a chiarire un problema di fondo: quello della crisi della coscienza religiosa degli ebrei italiani dinanzi all’incombere di una tirannide che ignorava il concetto stesso di religione e che rivolgeva alle sue vittime intimidazioni brutali oltre che grottesche, imponendo a esse come condizione d’una precaria sopravvivenza (si vide poi quanto precaria) sacrifici morali tali da far vacillare la dignità di qualsiasi comunità religiosa.

Al fenomeno della crisi allora in atto nei maggiori responsabili della vita religiosa ebraica in Italia, si aggiunge quello altrettanto grave delle esperienze religiose dei singoli, dei laici, in tutte le classi sociali; fenomeno, quest’ultimo, dal quale risulta anche a prima vista la gravità del disordine spirituale che la violenza fascista portò a un acme doloroso e squallido. «La vergogna delle vittime ricade sugli oppressori»: le grandi parole che valsero per Silvio Pellico sono particolarmente appropriate nel nostro discorso, il quale non intende in alcun modo fare il processo alle debolezze e ai compromessi di chi, in ultima analisi, ottenne solo moltiplicate sofferenze dai propri errori: errori, appunto, di vittime incapaci di lucidità e di eroismo. Il nostro studio riguarda unicamente la fenomenologia religiosa e non vuol proporre giudizi, né tanto meno condanne.

Certo, la complessità e la singolarità dell’atteggiamento ebraico in Italia dinanzi al fascismo potrebbe già essere esemplificato dal fatto che, mentre gli ebrei tedeschi o polacchi riconobbero subito nel nazista lo sterminatore, un numero cospicuo di ebrei italiani continuò fin quasi all’ultimo a nutrire sentimenti di rispetto, e a volte addirittura di entusiasmo, verso il fascismo, rimanendo poi quasi stupiti dalla volontà di massacro che procedeva contro di loro, totalmente indifferente al loro atteggiamento amichevole, e anzi «disgustata» da quella che veniva interpretata come spregevole volontà di contaminazione della mistica e delle strutture del regime.

Ci riferiamo in particolare al movimento ideologico ebraico della Nuova bandiera, che ebbe il suo centro a Torino – in particolare nelle persone di Ettore Ovazza e di Guido Liuzzi – e che dichiarò programmaticamente l’«italianità» degli ebrei italiani, ricevendo un impressionante numero di adesioni e giungendo a mostrare il sionismo come un vero e proprio attentato proditorio e ingrato contro il regime che «rinnovava l’itale glorie».

Dal punto di vista religioso, i promotori della Nuova bandiera e in special modo il loro portavoce «letterato», Ettore Ovazza, proponevano come fatto acquisito un precario pastiche fra ebraismo e cristianesimo – «religioni sorelle» – il quale avrebbe dovuto confermare anche nell’ambito religioso la «italianità» degli ebrei, fiancheggiatori – anziché estranei – della religione cattolica nazionale, e soprattutto «fascisti come ogni altro vero italiano».

Il fatto è, indubbiamente, che i seguaci rigorosi del teorico Ovazza non potevano genuinamente dirsi né ebrei né cattolici: la loro religione – se questa parola non viene troppo svilita – consisteva nell’adesione a un superficiale fideismo entro il quale confluivano sterili e snaturate le sopravvivenze della religione antica, intese ormai solo più come «eredità sentimentali», avute in retaggio dai padri e conservate come «ricordi di famiglia» capaci di suscitare qualche emozione metafisica. I più diretti fiancheggiatori di Ovazza appartenevano all’alta borghesia ebraica, conservatrice per tradizione oltre che per convenienza, e assimilatrice di una morale simile a quella che Max Weber indicò nella cultura dell’alta borghesia calvinista. Certo, il ricco ebreo poteva nutrire sonni religiosi meno tranquilli di quelli di Jean Buddenbrook, poiché nel fondo – pur trascurato – della devozione avita restava una «religione dei poveri e dei diseredati» che rendeva scarsamente conciliabili le istanze di illuminazione metafisica con il benessere ottenuto dall’«onesto lavoro» dei ricchi. Ma le memorie della storia rendevano anche possibile l’equivoco dell’identificazione dei poveri con i perseguitati, dal quale dovevano trarre giustificazione i ricchi in un tempo inizialmente privo di persecuzioni. E poi, proprio quel parziale, ma latente, disagio, induceva le coscienze meno genuinamente religiose a trovare quiete e rifugio in una diversa – e ben più sconsacrata! – mistica: la mistica del combattente – la Nuova bandiera conferiva supremo valore alle esperienze belliche dell’«ultima guerra del Risorgimento» combattuta nel ’15-18 –, del patriota, attraverso la quale l’eterno complesso d’inferiorità della minoranza ebraica veniva riscattato dall’essere tutti «soldati d’Italia». Tanto più piana dunque si faceva la via se nella Nuova Italia i combattenti della Prima guerra mondiale – ebrei e non ebrei – si sentivano riservare un posto d’elezione. E si rinunciava volentieri all’altrettanto eterno complesso di superiorità ebraico, organizzato nel sionismo: la bestia nera degli ex combattenti ebrei «innanzitutto italiani».

Religione superficiale, certo. Ma religione della cui bontà si facevano garanti i maggiorenti di alcune principali comunità ebraiche, trascinando con sé il «popolo minuto», il cui complesso d’inferiorità era più doloroso e la cui coscienza era, quindi, più indifesa dinanzi alla demagogia dei correligionari tutori dell’ordine, che rappresentavano apparentemente la via verso un rapporto finalmente di parità con la maggioranza etnica e religiosa, attraverso la parentela ideologica con il regime dominante.

Il piccolo ebreo, magari più religioso del confratello dell’alta borghesia, era portato a sacrificare la genuina eredità dei suoi padri dinanzi alla prospettiva di una pianificazione più entusiasmante di quella sostenuta da Massimo d’Azeglio, poiché negatrice del concetto stesso di minoranza etnica e religiosa. «Siamo tutti italiani e fascisti»: il messaggio di Ovazza possedeva una carica demagogica che si può ben intendere se si percepisce la situazione psicologica dell’ebreo italiano, specialmente integrato nelle strutture della sua patria geografica, e patriota, o addirittura sciovinista pro domo sua: per vincere l’angoscia d’essere l’eterno senza patria.

Indubbiamente quella situazione non avrebbe potuto verificarsi, e i promotori della Nuova bandiera non avrebbero ottenuto tanti seguaci, se la coscienza religiosa di gran parte degli ebrei italiani non fosse stata – già nei decenni precedenti il fascismo – alterata dalle modalità dell’integrazione della minoranza ebraica nell’Italia unita. E qui si potrebbe osservare che paradossalmente gli aspetti positivi economici e sociali di quell’integrazione esercitarono una funzione negativa nell’istante in cui si sarebbe dovuto riconoscere il nemico latente – e non troppo mascherato –, con il quale purtroppo si identificava ormai lo Stato italiano. Le positive garanzie di vita libera, alla pari con la maggioranza etnica nazionale, e il benessere economico che ne derivava, furono lo cause determinanti del conservatorismo e dell’«ingenuità» dell’atteggiamento ebraico dinanzi all’avvento della tirannide. Queste cause coincidevano anche con una rilassata adesione della maggioranza degli ebrei italiani al nucleo della loro tradizione culturale e religiosa, dovuto a un complesso di fattori storici che esamineremo più oltre in particolare, e che già nei secoli immediatamente precedenti l’integrazione ottocentesca tendevano a fare degli abitanti dei ghetti della penisola gruppi di italiani forzatamente isolati dal resto della popolazione. Ma per quanto la lingua ebraica fosse poco e superficialmente conosciuta dalla maggioranza degli ebrei italiani; per quanto riguarda la grande tradizione culturale ebraica fosse generalmente trascurata o ignota, con tutte le conseguenze religiose implicite in questo stato di fatto, resta poco credibile che gli ebrei – e soprattutto quelli delle classi sociali meno elevate, meno esposti all’assorbimento della cultura italiana e cattolica – potessero veramente far proprio l’atteggiamento di un Ovazza che proclamava la stretta parentela delle religioni e dei culti, in nome di un sedicente e superficiale teismo, assai lontano da genuine esperienze religiose. È inverosimile che il popolino ebraico, per quanto moderatamente religioso lo si voglia rappresentare, accettasse facilmente l’identità ebraismo-cristianesimo proposta da Ovazza; ed è molto più probabile che per quella gente l’Ovazza, banchiere e «commendatore», potesse divenire una guida grazie alla sua autorità economica e sociale anziché alle sue enfatiche esortazioni alla religione universale.