Le macerie dei populismi

populismoCristina Morini

Carlo Formenti è un intellettuale engagé che ci ha da tempo abituati a un anticonformismo e a curiosità particolari che lo spingono a rimettere, senza esitazioni, in discussione ogni cosa. Inclinazione, umbratile e sensibile, da osservatore instancabile e scrittore assai colto che non si contenta della dimensione del proprio tempo posto all’interno di una trama di rapporti, e risulta però, a lungo andare, meno affascinante e meno convincente se la si considera sul piano propriamente storico e interpretativo, cioè sul piano politico.

Con testi come Incantati dalla rete (2000), Mercanti di futuro (2002) e Cybersoviet (2008), è stato un acuto teorico della Rete e – probabilmente non gli piacerà - del capitalismo biocognitivo. Come tale l’ho conosciuto nel 1999 e parlammo anche del 14, il caffè zuccherato erogato dalle macchinette della pregiata fabbrica cognitiva Rizzoli dove entrambi allora lavoravamo. Le nostre figure bene interpretavano, su fronti in quel momento nostro malgrado antistanti, la trasformazione in atto nel lavoro cognitivo, sospeso tra antico e moderno, tra femminilizzazione dei contesti pubblici, scolarità di massa, rivoluzioni tecnologiche, una diversa divisione cognitiva del lavoro, un “conflitto tra strati superiori e inferiori”, tra gerarchie intellettuali, spesso maschili, con ruoli di potere, che si confrontavano con “strati emergenti”, spesso femminili, che puntavano a una “contaminazione” dei “saperi tra alti e bassi”, affrontando e combattendo le “corporazioni disciplinari” del lavoro, del pensiero, norme autoritarie e autoriali. Effettivamente, si trattava di soggettività eccedenti e autonome, che hanno sfidato la precarietà e poi vissuto, in concreto, anche i rischi della “proletarizzazione”, e la perdita di “chance di accedere ai livelli medioalti di reddito e status sociale” (i virgolettati sono tratti da Incantati dalla rete. Immaginari, utopie e conflitti nell’epoca di Internet, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000, pag. 177).

Mi rendo conto che lo smantellamento ulteriore dei diritti di cittadinanza (welfare, reddito, equità sociale) dentro la crisi infinita e l’infinita austerity europea, a colpi di Jobs Act e Loi Travail, rende la mia attuale precarietà meno aspra rispetto a quella delle generazioni dei precari dell’economia della conoscenza e non solo, anche maschi, che si sono velocemente succedute, le quali non hanno più accesso a forme di inclusione e sono costrette a spendere giovinezza ed energie - tra povertà materiale e ricchezza del lavoro e del sapere vivo - al servizio della cultura della start up, un mito che ha il potere di rovinarti la vita. L’ontologia precaria a cui abbiamo guardato e a cui ancora facciamo riferimento, individua, affatto astrattamente, il problema politico ed esistenziale - o meglio, esistenziale e dunque politico - incarnato da tale composita realtà del lavoro in quest’epoca. Politicamente, non c’è altra battaglia che non continui a sembrarmi più giusta di questa, perché mi/ci riguarda, non demanda ad altri, non è lontana, essa è nostra, ora e qui.

Formenti è stato un precoce anticipatore di ricerche e analisi sui processi in atto che pochi vedevano e pochissimi capivano. Ha indagato il rapporto tra neoliberismo e industria virtuale, dunque ha scavato in mezzo al cuore delle contraddizioni emergenti tra nuovi soggetti produttivi e nuovi rapporti di produzione. Gli si debbono critiche essenziali sulla relazione contemporanea con le nuove tecnologie, condotte ricostruendo le tappe genealogiche principali dell’affermazione del web anche a partire da indagini sul campo, tra quei knowledge workers di cui il capitale andava incorporando le “forme di vita sociali” (competenze, bisogni, desideri, affettività, tempo, insomma riproduzione, con un interessante sovvertimento della precedenza rispetto alla produzione tout court ) e dove lui stesso riconosceva tensioni, non ancora risolte, tra nuovi processi di fragilizzazione e nuovi margini di creatività e autonomia.

Tuttavia, già a partire da Utopie letali in un crescendo che tocca l’apice in un ultimo volume da poco uscito, La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo (DeriveApprodi), sembra assillato dal desiderio di “regolare i conti”, liberandosi dagli inciampi di quella economia della conoscenza, di quel general intellect che lui stesso ha contribuito a studiare e a descrivere. In effetti, oggetto della polemica è, sempre più esplicitamente l’operaismo, retroterra di partenza dell’autore stesso: è necessario “archiviare l’operaismo”, dichiara. Per farlo, costruisce antitesi tra moltitudine e “popolo” o tra cognitariato e proletariato globale, evocando le masse operaie della Cina o del Sudamerica in una sorta di febbrile feticismo del “lavoro” produttivo e dell’economia reale - clangore d’acciai e forza muscolare - appoggiandosi a una stravagante confutazione del peso contemporaneo del terziario e dei servizi e al ruolo “potenzialmente antagonista” del “terziario arretrato” legato alla manifattura, contrapponendo il mondo “immateriale e leggero dei flussi di segni di valore, di merci, servizi, informazioni e membri delle élite che li governano” al mondo “dei luoghi in cui vivono i corpi di coloro che chiedono cibo, casa, lavoro e affettività”.

In realtà, né il post-operaismo né altri (movimenti dei precari e dei lavoratori autonomi; femminismi; “la totalità dei nuovi movimenti”, come scrive l’autore) tra coloro che hanno guardato alle trasformazioni presenti e che sono tutti, al pari della “sinistra riformista”, destinatari delle critiche di questo libro, hanno stabilito a tavolino di concentrarsi sul lavoro bio-cognitivo e sui nuovi processi di accumulazione capitalistica: questo è semplicemente il tempo nel quale ci è stato dato di vivere. Inoltre, la ricerca spasmodica di un soggetto centrale delle lotte, di egemonia e di avanguardie è la preoccupazione centrale di queste pagine assai più che delle cure delle teorie sul capitalismo cognitivo-relazionale. Rispetto al precedente testo, il rebus attuale di Formenti è quello di assimilare la categoria di “blocco sociale” di Gramsci a quella di “popolo” di Laclau. Perora la causa del populismo di sinistra, la costruzione di un “popolo come comunità”, interrogandosi anche sul ruolo del leader che incarna “l’assoluta normalità dell’uomo di popolo”.

Riprendendo riflessioni molto percorse in questi anni, le forme di organizzazione a cui abbiamo guardato si sono ispirate (con tutti i limiti) alla complessità modulare delle vite precarie e alla odierna irriducibilità di ognuno/a a un unico e uniforme soggetto collettivo all’interno di un impianto verticale/gerarchico. Così come è più difficile operare un taglio netto tra manualità e intellettualità, egualmente continua a sembrare più utile puntare alla costruzione di alleanze, trasversalità e viralità piuttosto che pretendere di ritrovare, da qualche parte, soggetti unitari, soprattutto se fondati sull’identitarismo, come nel caso dell’ambiguo concetto di “popolo”. Non si tratta di cedere a un postmodernismo metodologico ma di osservare la realtà.

Le scorciatoie non si vedono e le eccessive semplificazioni, le interpretazioni sommarie, non aiutano: “Gorz, Negri e soci” hanno detto cose assai diverse tra loro, spesso discordanti; Carlo Vercellone e Laurent Baronian hanno già esaustivamente fatto proprie e attualizzato le critiche di Marx a Prodhon; dire che il capitalismo oggi gode di una rendita che sfrutta le reti sociali delle esistenze è cosa ben lontana dal parlare di una “intelligenza imprenditoriale che converte a profitto” con ciò “generando da sé le condizioni del proprio superamento”; strumenti come la “moneta del comune” non sono espressione di una stupida fiducia in una qualche tautologica liberazione ma tentativo di riappropriazione di una ricchezza inseparabile dai produttori, nella fine della società salariale. Le sfumature di un magma estremamente articolato, finiscono per essere ironicamente, e un po’ tristemente, ridotte a uno.

Vorrei rassicurare Formenti, come già si fece con una parte del marxismo ortodosso, anni fa: non si è evitato di guardare ai processi di industrializzazione e di taylorizzazione del lavoro cognitivo, con ciò che ne discende in termini di fatica dei corpi alle prese con la stimolazione continua dei device a cui siamo connessi, né ai violenti tentativi di “misura del fuori misura”, con pochi cedimenti alla “seduzione della smaterializzazione”. D’altro lato, è certo che i rider di Foodora (muscoli e bicicletta ma anche cervello e smartphone) sono comandati da un algoritmo che raccoglie a distanza dati statistici concernenti la quantità delle consegne eseguite, le velocità medie tenute, la rapidità nell’accettare l’ordine. E spesso lavorano con la partita Iva.

Il rapporto di sfruttamento tra capitale e lavoro si ridefinisce continuamente. È questa metamorfosi che occorre oggi indagare, tentativo di superare le contraddizioni poste dalla dinamica dei conflitti sociali che hanno innervato il Novecento e la crisi del paradigma taylorista-fordista-keynsiano.

La complicanza diventa allora - dentro questo nuovo tessuto, là dove anche la pista ciclabile è simbolica catena di montaggio e tutte e tutti siamo diventati “imprenditori” – provare ad “organizzare” la vita stessa allo scopo di rinsaldare i legami sociali e favorire processi di soggettivazione alternativi.

Riproporre le esperienze del populismo sudamericano, in una sorta di improponibile retaggio di un passato fuori contesto, mi pare inadeguato rispetto al nucleo del confronto che ci troviamo a dover affrontare: quello con la finanziariazzazione (il biopotere della finanza), da un lato, e quello con la mercificazione dei corpi “riproduttivi”, dell’ambiente e dei cervelli produttori di knowledge, dall’altro.

Come ha scritto Lea Melandri: “La sinistra, ancorata al primato del lavoro e della classe operaia, ha sempre trascurato altri strumenti interpretativi, come se dopo il grande balzo operato da Marx non ci fossero stati altri rivolgimenti altrettanto radicali, come la psicanalisi, il femminismo, la biopolitica, l’ambientalismo”.

I processi della riproduzione sociale diventano terreno di esame più prezioso e più fondante dei processi produttivi stessi, ribaltando una gerarchia storicamente consolidata. Da questo punto di vista le teorie del capitalismo biocognitivo dialogano con i femminismi contemporanei, a differenza di altri chiavi di lettura pervicacemente dicotomiche, che separano corpo e linguaggio, materia e vita psichica. Proprio su questo versante del lavoro cognitivo-relazionale, ovvero della riproduzione sociale contemporanea, del “lavoro socializzato”, del biolavoro globale, della “vita come plusvalore” si sono succedute riflessioni, che cercano di andare oltre le analisi già correttamente condotte sulla riproduzione legata al lavoro domestico e alla divisione sessuale del lavoro.

La vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti è esplicita espressione, sempre con Melandri, delle “viscere razziste, xenofobe, misogine, su cui la destra antipolitica ha fatto breccia per raccogliere consensi, sedimento di barbarie, ignoranza e antichi pregiudizi ma anche sogni e desideri mal riposti”.

Siamo ormai scivolati molto in là, la strategia suggerita da Formenti di puntare a una “variante populista” per organizzare la “lotta dei nuovi barbari, delle comunità di rancore”, è parte del programma di ogni destra e da pochi giorni pienamente operativa negli Usa di Mr. president Donald Trump. Nei prossimi anni, a tutte e tutti noi toccherà, probabilmente, “regolare i conti” con le macerie che verranno prodotte da masse di lavoratori impoveriti, maschi e bianchi, accecate da promesse reazionarie di ruolo e di ordine, che stanno calcando la scena e che verranno lanciate a bomba non contro l’ingiustizia ma contro i migranti, contro le donne, contro gli omosessuali. Contro le idee per le quali abbiamo combattuto e continueremo a combattere.

Carlo Formenti

La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo

DeriveApprodi 2016

pp. 288 € 20

La solidarietà al tempo della crisi

crisi_cohousingOggi e domani presso la Sala Principi D’Acaja, Università di Torino (Palazzo del Rettorato), via Po 17, Torino. si tiene il convegno Rispondere alla crisi. Pratiche, invenzioni, sostituzioni, a cui parteciperanno tra gli altri Chiara Saraceno, Christian Marazzi, Giso Amendola, Cristina Morini, Ugo Mattei. Proponiamo il testo di presentazione.

Alessandra Quarta e Michele Spanò

La crisi economico-finanziaria esplosa nel 2008 ha avuto devastanti conseguenze negli Stati europei e, tra questi, in Italia. L’aumento della disoccupazione, indotto dalla chiusura di molte imprese e dall’assenza di politiche industriali capaci di generare nuovi posti di lavoro, ha colpito larghe fasce della popolazione e in particolare quella giovanile (il cui tasso di disoccupazione ha oggi superato il 40%). L’arresto della crescita economica ha contribuito a diffondere la povertà relativa e quella assoluta, aggravando le condizioni di vita di molte famiglie, soprattutto nel sud dell’Italia, dove il sistema di welfare e gli investimenti in spesa sociale versavano già in condizioni critiche. Negli ultimi anni, sono stati principalmente i Comuni a finanziare la spesa sociale, con un impegno diverso sul territorio nazionale e un conseguente effetto negativo in termini di diseguaglianza; le sovvenzioni statali, al contrario, sono diminuite drasticamente, fino ad azzerarsi in settori particolarmente delicati (ad esempio il Fondo Nazionale per le persone non autosufficienti e il Fondo Nazionale Affitti). 
L’attuale situazione economica induce processi di esclusione sociale in grado di compromettere il diritto alla salute, il diritto alla casa e quello al lavoro, rendendo di fatto evanescenti le garanzie giuridiche esistenti. All’interno di questo scenario, è tuttavia possibile isolare una serie, non esigua, di “pratiche di resistenza” alla crisi. Nel corso degli ultimi anni, infatti, le incertezze e i problemi determinati dalla crisi economica sono stati molto spesso affrontati attraverso processi collaborativi e di condivisione, cooperativi e solidali, che meritano di essere analizzati con sguardo critico e con la consapevolezza che essi, negativamente e specularmente, altro non segnalano se non, da un lato, le mancanze del sistema pubblico e, dall’altro, le disfunzioni del mercato.


Gruppi informali e spontanei di soggetti hanno cominciato a dar vita a nuove pratiche di solidarietà o a sperimentare l’autorganizzazione per rispondere a bisogni fondamentali individuali o collettivi. La reviviscenza di esperienze comunitarie ne attesta una nuova centralità: la cooperazione diviene infatti la premessa e l’operatore di una diversa distribuzione di costi e benefici. In Europa, la Grecia – dove l’applicazione delle misure di austerità come antidoto alla crisi economica ha finito per produrre una forma feroce di eterogenesi dei fini, determinando un ingente impoverimento della popolazione e l’impossibilità da parte dello Stato di garantire il benessere dei cittadini – ha conosciuto esperienze di questo tipo: il collasso del servizio sanitario nazionale, ad esempio, è stato affrontato attraverso risposte costruite “dal basso”, con l’apertura di ambulatori sociali e farmacie solidali, diventate importanti pratiche di resistenza alla crisi.


Anche in Italia è ormai possibile fornire una mappa dettagliata di pratiche tra loro molto diverse che assolvono obiettivi altrettanto differenziati, ma che presentano tuttavia tratti comuni: reagiscono alla crisi economica attraverso soluzioni alternative tanto al sistema pubblico che al mercato, attivano meccanismi di solidarietà e di cooperazione, sono disciplinate da statuti e consuetudini. Dal punto di vista del pensiero economico, queste esperienze, riconducibili alla cd. sharing economy, stimolano una riflessione generale sull’attuale modello economico neoliberale, basato su una forma radicale di individualismo e sulla convinzione che il meccanismo concorrenziale sia l’unico capace di soddisfare bisogni differenti e in competizione tra loro.


Alcune di queste pratiche nascono come risposta diretta a una situazione di bisogno o di assenza determinata dalla crisi: si pensi, ad esempio, al cohousing, che consente di affrontare l’esigenza abitativa in una dimensione comunitaria; al coworking, che rappresenta una nuova forma del lavoro; o agli strumenti di finanza etica, che consentono di finanziare attività, progetti e imprese sociali che, altrimenti, non riuscirebbero ad accedere agli ordinari canali di credito. Queste esperienze, pur evidenziando una disfunzione nelle politiche pubbliche, si dimostrano alternative anche al sistema privato e in particolare al mercato, opponendo alla concorrenza la cooperazione. In altri casi, l’autorganizzazione finisce per sostituire il Welfare State, introducendo nel nostro ordinamento soluzioni dette di neo-mutualismo, che appaiono modellate su quelle adottate all’inizio del ‘900. La creazione di ambulatori sociali e di sportelli che offrono servizi di cd. bassa soglia (indirizzati cioè a persone che versino in una situazione economica di estrema difficoltà senza alcuna condizionamento d’accesso, es. costo della prestazione, titolarità di documenti di identità e di riconoscimento) si inserisce in questa stessa cornice e consente di interrogarsi su quanto questo fenomeno possa costituire una riserva di creatività sociale e istituzionale destinata a durare e a “supplire” a uno Stato che non finisce di “ritirarsi” dal sociale.


A cavallo tra queste due “famiglie” di pratiche, si colloca il fenomeno del crowdfunding: la raccolta di finanziamento presso il pubblico, attraverso piattaforme digitali, ha conosciuto un’ampia diffusione negli ultimi anni e rappresenta un’alternativa all’assenza di risorse pubbliche, ma anche un modo di finanziare progetti imprenditoriali, sociali e culturali capaci di influenzare “emotivamente” il donatore.
Questo frammentato scenario – che di certo non esaurisce l’ampio numero di pratiche emerse in risposta alla crisi, ma di cui il convegno vuol essere un primo tentativo di campionatura e mappatura – racconta realtà che sempre più rappresentano i nuovi stili di vita delle italiane e degli italiani.


Il convegno si propone di offrire una presentazione e un’analisi di alcune di quelle pratiche che possono essere ricondotte al quadro di senso sopra descritto, raccogliendo sensibilità e pratiche diffuse e facendole dialogare con giuristi, economisti, filosofi, politologi e antropologi. Per ciascuna pratica oggetto di approfondimento, sarà scelto un caso specifico e un soggetto promotore che lo possa raccontare, al fine di introdurre l’argomento ed evidenziare alcuni nodi della discussione. L’obiettivo è di colmare la lontananza che spesso si registra tra pratiche sociali e scienze umane, costruendo un momento di confronto che consenta di verificare la duttilità di alcune categorie, la necessità di nuove elaborazioni teoriche e l’eventuale capacità di rispondere a necessità e istanze sociali sempre più urgenti.

Ogni domenica su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.   Oggi alle 16.10, replica di Combattere, con Paolo Fabbri, Fabio Mini, Luigi Zoja, Federica Giardini, Giuliano Battiston

Il maternage delle istituzioni

Cristina Morini

Scrive la stampa pop che Anastasia, la figlia della presidente della Camera, Laura Boldrini, da piccola preparava sempre una valigia con dentro alcune cose per i bambini degli Stati dove la madre si predisponeva ad andare in missione, da affidarle. Poi, tra sé, ogni volta si preoccupava: «Poveri bambini, la mamma sa cucinare solo la pasta in bianco…».

Quando c’è di mezzo una donna, anche con elevati incarichi di responsabilità, l’intero universo sembra organizzarsi a partire da categorie domestiche, semplici, docili, familiari. Lei conosce il linguaggio della cura. Lei sa usare – ovunque nel mondo e qualunque cosa faccia – il codice della riproduzione.

Femminile comunque convenzionale e obbligato, eternato, che abita l’inconscio collettivo, signora della natura ma anche angelo del focolare e vestale della città. Questa strumentazione culturale e valoriale viene sfruttata e reificata dal lavoro cognitivo-relazionale contemporaneo fondato su relazione e linguaggio. Il lavoro da sempre svolto dalle donne nelle case o negli ospedali diventa modello sul terreno della valorizzazione sociale. Ora, nell’approfondirsi della crisi generale di questi cupi inizi del secolo XXI, la costruzione del ruolo di cura incarnato dalla donna prevede un’altra funzione che approfondisce quella di «madre della patria», già ampiamente conosciuta. Nilde Jotti fu un’eccezione durata tredici anni, un riconoscimento per via femminile all’opposizione di un paese che si era rassegnato a morire democristiano. La giovane e severa Pivetti una meteora, simbolicamente uccisa dai maschi capi padani quando tentò di ribellarsi. Riapparve poi in televisione in versione dark, nerovestita, rasata, borchiata.

Le attuali rappresentanti femminili delle istituzioni incarnano la necessità di tradurre la materialità e la realtà all’interno di stremate e inferme «democrazie» pervertite dalla finzione, cioè completamente prive di veridicità. Una specie di «maternizzazione» della politica, un tentativo di confezionare un divenire umano della politica nel precipitare del senso collettivo dello Stato e della fiducia nella retorica abusata del «bene comune». Come si cura il distacco dalla rappresentanza, dalle istituzioni? Come si riempie il vuoto tra il palazzo e il popolo? Come si entra in contatto con gli esseri umani in carne e ossa, con i mercati rionali, le case popolari, la precarietà, gli sfratti, le cartelle Equitalia? Il governatore lombardo Roberto Maroni sceglie sette assessore donne. Nel Lazio, Nicola Zingaretti ne incarica sei su dieci in Giunta, stabilendo il record del primo sorpasso di genere. Si prova così, insomma, attraverso il maternage delle istituzioni.

La madre è il «contenitore autentico» cui ci si ispira. Donne che donano la propria capacità di rêverie (la cura degli stati di angoscia del neonato, nella dizione dello psicanalista Wilfred Bion) a fasce sociali di cittadini sempre più ampie che soffrono per il male di vivere contemporaneo. In realtà, come tutti i sistemi che accettano le diseguaglianze, «l’ordine neoliberale detesta le vittime», ha scritto Kajsa Ekis Ekman in L’être et la marchandise. Prostitution, maternité de substitution et dissociation de soi. Ma, pragmaticamente, nel taglio complessivo del sistema welfaristico, una buona mamma è ciò che possiamo mettere immediatamente a disposizione, ciò che ci possiamo permettere e che, come sempre, ci fa risparmiare. È noto che, nei secoli, sono state proprio le figure femminili del welfare familiare a mantenere in piedi il sistema.

Del resto, come ha sottolineato Wendy Brown nel saggio Moralism as Anti-politics, nel mezzo di catastrofi pubbliche come quella che stiamo vivendo in Italia, che portano con sé anche i segni dell’irrequietezza sociale, si amplifica la tendenza a personificare la politica, a legarla più strettamente a figure individuali che vengono singolarmente responsabilizzate per la situazione e per lo stato delle condizioni sociali. In questa fase di crisi avanzata e irreversibile delle democrazie capitaliste «è come se le figure dello Stato (o di altre istituzioni mainstream) non fossero portatrici di specifiche decisioni politiche o economiche, come se non fossero rappresentative delle varie codificazioni delle forme sociali del potere». Si nota, piuttosto, la tendenza a valutarle come figure umane, «genitori che, magari, momentaneamente sbagliano, dimenticando la loro promessa di trattare tutti i figli allo stesso modo». Mamma, papà, perché non mi volete bene?

Dal numero 29 di alfabeta2, nei prossimi giorni nelle edicole e in libreria

Il lavoro non è un dono: lavoro editoriale e gratuità

Cristina Morini

Nel bel mezzo della società della conoscenza, ingrassa l’ignoranza. Nel crescere della tecnica, nell’ampliarsi spropositato dei cataloghi e del numero delle pubblicazioni, nell’aumento esponenziale delle iscrizioni alle scuole di giornalismo e ai master in editoria d’Italia, si avranno sempre più rudimenti di tutto ed esperienza di niente, rivincita estrema della “cultura del taglia e cuci o del rappezzage”, come la chiama la Rete dei redattori precari sul suo sito rerepre.org.

La grande fabbrica della cultura e dell’informazione italiana, avara com’è di qualità, di autenticità, di sincerità, di coraggio, prova, di tanto in tanto, a compensare con l’indignazione: si inventa allora una “campagna” contro qualcosa o contro qualcuno che si può leggere anche all’incontrario, ovvero come difesa estrema di principi e valori tra i quali trovano senz’altro spazio il rigore morale, il talento, la cultura, la meritocrazia - curioso paradosso di una società dove ci viene continuamente confermato che vale l’inverso. Leggi tutto "Il lavoro non è un dono: lavoro editoriale e gratuità"

Il perturbante della sessualità

Cristina Morini

Con curiosa e istruttiva coincidenza temporale, l’assoluzione definitiva di Silvio Berlusconi dal cosiddetto «processo Ruby» stabilita dalla Cassazione avviene nelle stesse ore in cui un parlamento silenziato è stato messo di fronte allo scardinamento della Costituzione voluto dal governo Renzi. Storia grottesca, e insieme tragica, quella del vecchio premier che, in una notte del maggio 2010, telefona alla questura di Milano per chiedere di rilasciare una giovane donna, allora minorenne, in quanto «nipote di Mubarak».

L’inchiesta che da lì parte e si salda ad altre piste connesse alla vita privata di mister B. è un esempio eclatante di diversivo, cioè di programmatico spostamento dell’attenzione di un’opinione pubblica già pienamente piegata dalla crisi, con tutte le patologie sicuritarie e di negazione dei legami sociali che questo comporta. Viene utilizzata da una esangue sinistra incapace di costruire discorso, di giocarsi l’egemonia sui contenuti, di rilanciare la lotta politica sulle diseguaglianze che aumentano e punta tutto sulla battaglia contro la figura del ricco tycoon, sceso in campo perché «unto dal signore».

Tutto è compiuto, dunque. Il caso che per anni ha infiammato i media, chiamando in correo mirabolanti indignazioni femminili, si chiude. Berlusconi ringrazia i giudici, non smentisce se stesso e fa l’immancabile, triste, battuta, «Siete qui per il bunga bunga?», fuori dal cancello di palazzo di Giustizia.

A noi rimane da ragionare su un ventennio che ci ha portati al totale svuotamento della politica. Tra resa dell’autonomia del politico e istituzionalizzazione delle quote rosa, si conferma la personalizzazione dell’ «arte del governo» nella figura dell’uomo solo al comando che fa tutte le parti in commedia, dispone rottamazioni, impone innovazioni e sempre si circonda di giovani donne. Mentre il vecchio esce di scena e il suo ruolo di contraltare si consuma, sul palcoscenico si staglia in modo più chiaro un giovane potere fallocratico, con i suoi diversi rituali. Tutto cambia perché nulla cambi e accanirsi contro un finto avversario, mutilato dagli anni e oggi potenziale alleato, non ha più significato.

Così, mentre il potere maschile trova modo di ricostituirsi in un simbolico passaggio di consegne tra vecchio e nuovo che consente a Berlusconi di tornarsene dal tribunale ad Arcore a festeggiare con un prosecco lasciando lo scettro a qualcuno di più telegenico e capace di rassicurare con tweet l’Europa, vale la pena di soffermarsi, ancora una volta, sulla figura di Ruby e delle «olgettine». Tra barzellette volgari e giochi di ruolo, queste giovani donne, trattate come un unicum indistinto, derise per abbigliamento e borsoni, tacchi troppo alti e grandi labbra, ci restano come esempio dello stigma di classe contemporaneo e parallela negazione della capacità di autodeterminazione della soggettività femminile.

Tramontano anche loro, un topos fin troppo classico, figure di un melodramma, di passeggera e negativa notorietà, che vivono nel fascio di luce proiettato dai protagonisti maschili. Si fanno largo altri soggetti femminili, non marchiati e più determinati a sfruttare gli spazi che vengono loro consentiti.

La cattiva coscienza di un Paese che ha reso inutili la scuola e l’università, miseri e controllati gli insegnanti, vuote le case editrici, che non consente ascesa sociale, urlacchia ridicolmente quando scopre che il «capitale umano» da usare più immediatamente, dentro gli orizzonti di un capitalismo cognitivo incompiuto, è propriamente quello sessuale.

È un’Italia primitiva quella del Berlusconi processato per la sua condotta «amorale». Più ancora dell’Italia anni Ottanta, plasmata sui valori del mercato, del denaro, del self made man, viene a galla l’immarcescibile Italia anni Cinquanta, un’Italia che sostiene la famiglia, la chiesa, i sani principi, suddivide tra il bene e il male, mentre la stampa mainstream butta dettagli piccanti in pasto al pubblico per épater le bourgeois. Pubblico di guardoni e consenzienti, esempio contemporaneo di quel «consenso passivo» che connota la storia italiana, trova giusti gli sgomberi degli spazi sociali e non si accorge delle resistenze fondamentali che continuano a essere agite, ogni giorno, per la vita di tutti.

Con l’occasione dell’assoluzione di Berlusconi, andrà ricordato a questo pubblico seduto sulla propria ipocrisia e falsità, il rapporto distorto che ha con le donne. Pochi mesi dopo l’apertura del processo Ruby, un gruppo femminista di Perugia, scrisse un testo intitolato Puttanamente, a firma collettiva Pris, dove si leggeva, tra l’altro: «L’immaginario coloniale e sessista che evoca il bunga bunga riguarda una dimensione che attraversa la gran parte della società italiana maschile e femminile nel suo insieme e che passa anche per una sinistra bigotta [...]. Qual è la differenza tra vendere il proprio corpo-forza-lavoro in una fabbrica di Marchionne, o in una villa berlusconiana, in una universitaria fabbrica del sapere, o in un campo di pomodori di Rosarno? Provocatoriamente potremmo rispondere: nessuna».

Nel ricordarci il perturbante della sessualità, Ida Dominijanni nel suo recente libro Il trucco (Ediesse) scrive «la sfera della sessualità ha avuto un’importanza cardinale nella delegittimazione del regime di godimento berlusconiano». Cioè, la sessualità si è rivelata il «fantasma fondamentale» che ne ha svelato l’impotenza, anche politica. Per la governance finanziaria meglio Renzi che partorisce il Jobs Act, dando forma alla più intensa strategia di assoggettamento alla logica del mercato mai vista da queste parti. Altro che festini ad Arcore e barzellette sul bunga bunga.

Femminismo e neoliberalismo

Cristina Morini

Immerse nella dimensione economico-esistenziale imposta dal neoliberalismo, le nostre vite sembrano schiacciate contro il malinconico orizzonte di cartone privo di prospettiva disegnato dalla crisi economica e dalla crisi della dimensione collettiva della politica. Anche i movimenti sociali sono in affanno, faticano ad aver presa sul reale. Come salvarsi, quando il corpo-mente assume il ruolo del capitale-fisso, diventando il terminale materiale e sensibile delle imposizioni della precarietà in termini di auto-sfruttamento e auto-normazione? Parole e gesti si vanno trasformando in una forma di scambio, agito da una soggettività che si concepisce come un’impresa e che perciò, come un’impresa, deve saperla amministrare.

Imprenditoria di sé, la definisce il libro collettaneo Femminismo e neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, curato da Tristana Dini e Stefania Tarantino. Sullo sfondo di questi saggi, corpi di donna si muovono svelti sui tacchi per le strade della metropoli tra happy hour frequentati per trovare un contatto, utile ai fini di un possibile lavoro. Corpi obbligati a un’attenta manutenzione, la cui dimensione sessuale non viene esclusa ma viene, viceversa, immersa nel lavoro. Il divenire postumano del corpo-macchina è probabilmente anche questo spazio arido, che ci fa scorgere i deserti del desiderio che il soggetto non governa veramente pur mantenendo l’illusione della decisione, come in un gioco perverso di specchi.

Contrastare la prigione trasparente del modello antropogenetico di produzione non è semplice, ci dicono le undici autrici dei saggi contenuti nel libro, tutte provenienti dal pensiero della differenza italiano. Marianna Esposito parla esplicitamente della “necessità di cogliere una complessa sfida teorica che va affrontata per riaffermare il carattere politico, agonistico della libertà femminile all’epoca della governamentalità liberale”. Se questi sono i tempi complessi in cui ci è dato di vivere e, vivendo, di lottare, è necessario smontare gli ingranaggi del sistema, così da potergli resistere, così da potergli opporre una soggettività consapevole.

Il femminismo può contare su antidoti potenti, poiché da sempre ha messo in luce pratiche di disidentificazione per “andare oltre la soggettività assoggettata e mettere al mondo soggettività libere”, scrive Stefania Tarantino nella sua introduzione. Possiamo perciò trarne una lezione di resistenza biopolitica all’altezza dei tempi, poiché il pensiero delle donne si fonda proprio sul rifiuto dell’interiorizzazione dei modelli imposti e contrasta in ogni modo la cancellazione dell’autonomo sentire del soggetto.

Ma, data la propensione corrosiva del neoliberismo, non vi è alcuna ispirazione che possa sentirsi oggi al riparo da criticità, aporie e contraddizioni. Un passato di lotte e di analisi dirompenti del “primo femminismo” non ha evitato, per esempio, che la teorica femminista americana Nancy Fraser esprimesse una critica serrata (un’autocritica) al femminismo contemporaneo, emancipazionista, accusato di aver spianato la strada proprio al neoliberalismo (si veda, oltre all’articolo di Fraser uscito sul Guardian nell'ottobre dello scorso anno, il suo libro Fortunes of Feminism: From State-Managed Capitalism to Neoliberal Crisis, Paperback, 2013, in corso di traduzione per Ombre Corte a cura di Anna Curcio).

Fraser interroga il femminismo statunitense ed europeo della seconda ondata. Mentre la generazione precedente aveva cercato di intervenire sul piano dell’economia politica, a partire dagli anni Ottanta il femminismo si focalizzata sulla trasformazione della cultura e sulla politica del riconoscimento. Non spinge più per radicalizzare i presupposti socialdemocratici della società, ma gravita attorno a nuove grammatiche di rivendicazione politica. Tutto ciò, come è già stato fatto notare, preme, in prima istanza sulla necessità di contestualizzare e definire il campo situando il femminismo e i femminismi, relativizzando la parola del primo mondo e della razza bianca poiché altrove si è arrivati all’ora X meno sguarnite. Ma l’attacco di Fraser costituisce uno spunto per riflettere sullo stato dell’arte da parte del pensiero della differenza e viene infatti utilizzato da diverse autrici (Dominijanni, Bazzicalupo, Esposito, Stimilli).

Laura Bazzicalupo nota che “il neoliberismo è una forma di razionalità politica, una forma di governo che si pratica con l’autogoverno” e che dunque, per reagire al neoliberismo, non è sul piano delle rivendicazioni economiche che è necessario muoversi bensì su quello “del tempo e del soggetto, di una nuova ontologia”. Dominijanni aggiunge la attribuzione del valore della differenza sessuale, “antidoto all’Uno e alla logica identitaria ma anche al suo rovesciamento speculare nella logica del molteplice”; antidoto al godimento imposto,”fallico, narcisista, ripetitivo, seriale”, ingiunto al soggetto dal sistema per poter esistere. Godere di consumo, di dissipazione, di successo e godere soprattutto di un sesso che si pretende “svuotato di percezione si sé, intimità, affettività, statuto del desiderio”. Perciò, più che “sul piano dell’economia e del lavoro, il nodo del rapporto tra neoliberismo e femminismo viene al pettine qui, sul piano della sessualità”. Quel territorio, la sessualità, decisivo per il femminismo degli anni Settata diventa oggi il terreno principale del riaddomesticamento del femminile neoliberale. Esposito indica la necessità di agire “un’analisi lucida dei rapporti di potere messi in campo dal neoliberismo e una riflessione attenta sulle sue dinamiche libidiche di consenso e di produzione di soggettività”.

Si ammette, insomma, in modo profondo e articolato, l’inquinamento inquietante dei processi di soggettivazione a opera del capitale (che fa, bene o male, la parte dell’innominato: gli si preferiscono termini come “sistema neoliberista”, “patriarcato”, “sistema post-fordista”), ma non si assume una critica che abbia a che vedere, più immediatamente, più direttamente, con la struttura dei rapporti economici e sociali. Si ammette Foucault, ma non si ammette Marx, potremmo sintetizzare. E per quanto Marx sia andato stretto a tutto il pensiero femminista, tuttavia la produzione contemporanea di soggettività, nelle larghe pieghe dell’esistenza “cosificata” e messa in competizione che in queste pagine viene lucidamente descritta, genera valore sui rarefatti mercati finanziari, processi di sussunzione “illuminati” o vitali, individualizzazione, furti di tempo. Insomma, si traduce in un indicibile sfruttamento del corpo-mente.

Si spinge, certo, ricordando la filosofa Angela Putino che, “di fronte alla pratica della relazione ridotta a imprenditoria di sé, volta a vincere a tutti i costi, oppone il rilancio delle teorie femministe e di un essere fuori gara basato sul desiderio come eccedenza” come nota Tristana Dini. La sollecitazione è particolarmente preziosa in tempi di politica del riconoscimento, narcisismo e meritocrazia. Ogni retorica si è completamente sbriciolata contro il nulla raggelato dell’economia della eterna promessa, e allora è finito il momento di puntare alla valorizzazione dei “talenti” o a forme “altre” della decisione e della organizzazione del potere. Ciò che si pone come compatibile rischia infatti di venir neutralizzato, di venir recintato, di volta in volta. La razionalità del sistema economico neoliberale mette a rischio il contenuto rivoluzionario della libertà femminile.

Se è senz’altro vero che il neoliberalismo non opera “come un potere esterno che cala dall’alto i suoi imperativi bensì come un governo dell’auto-governo che fa presa sul desiderio dei soggetti” (Dini), sarà altresì necessario analizzare come tutto ciò venga “organizzato” dal capitale, a partire da quali norme sociali predeterminate, strutture di classe, dispositivi polizieschi, diseguaglianze sanguinanti. Il biocapitalismo ha incredibilmente affinato le proprie capacità di cattura ma a ben vedere mantiene, e anzi amplia, anche se lo fa su basi diverse dalla sola appartenenza di genere e con modalità differenti, i propri eterni progetti di esclusione differenziale.

Questo libro ci parla, indubbiamente. È completamente fuori discussione che la ricerca vada condotta verso la creazione di saperi situati utili a poter fare una corretta diagnosi della situazione. L’esperienza materiale, quotidiana, senziente che stiamo facendo dell’“ordine simbolico dato dalla razionalità neoliberale” (Dini) diviene un metodo del discorso fondamentale perché ci aiuta a orientarci all’interno della novità delle relazioni di potere imposte.

Tuttavia, il pensiero postfemminista, i movimenti LQBT, il femminismo materialista , il pensiero femminista operaista, il femminismo nero e postcoloniale hanno riconosciuto per tempo la condizione precaria, conoscono bene che la discriminazione di genere non è un fattore solamente culturale ma ha radici materiali che affondano profondamente nell’organizzazione capitalistica del lavoro. Nel momento in cui, poi, l’economia finanziaria ha ricondotto ogni singolo atto a una misura per l’accumulazione, dilatando le forme della cattura tra lavoro retribuito e non, insieme ai dispositivi strutturalmente incorporati nel potere patriarcale, sembra ancor più stringente la necessità di essere più precise nell’individuare le intersezioni esistenti tra rapporti tra generi e rapporti sociali.

Si dissolve l’illusione che la “differenza femminile” - quando non coniugata con un agire conflittuale, intendendo con ciò la necessità di assumere una curvatura politica pronta a denunciare ogni sistema di potere e di repressione dell’“alterità” attraverso un'azione sovversiva - sia di per sé sufficiente a rovesciare l’ordine maschile del discorso, grazie al perseguimento di un’umanità relazionale e di cura in grado di incidere sulle condizioni materiali di vita, modificando dall’interno le istituzioni. Ciò è avvenuto solo in parte mentre le accelerazioni imposte dalle trasformazioni neoliberiste del lavoro (oggi esemplificata in Italia dal Jobs Act) hanno creato più macerie che opportunità nella vita delle donne. La questione della libertà delle donne va allora nuovamente spostata sulle questioni generali, cioè sulle battaglie da intraprendere collettivamente, recuperando con forza i concetti di diseguaglianza e di ingiustizia sociale.

A partire dalla ricchezza innegabile dell’analisi agita sul più ininterrotto dei rapporti di potere, quello costruito sulla diversità biologica tra maschio e femmina, la problematica generale foucaultiana, cioè l’idea che il potere attuale presupponga sempre un certo grado di libertà, si rivela un elemento centrale nella critica attuale al capitale, una componente essenziale del confronto critico sull’organizzazione contemporanea della forza lavoro. La capacità di lettura delle dinamiche capitaliste pur senza trascurare l’importanza della libertà negativa che è di solito associata al liberalismo, deve stare al centro dell’azione di ogni femminismo, nel presente. Solo così, e dentro una connessione larga di tutti gli attori sociali antagonisti, si potrà recuperare radicalità, rivendicando appieno un ruolo nella lotta contro il biopotere, riconnettendo la propria storia con quella delle nuove generazioni di donne alle prese con la condizione precaria. Citando Nancy Fraser, “Nessun serio movimento sociale, e meno che mai quello femminista, può ignorare l’assalto alla riproduzione sociale attualmente condotta dal capitale finanziario”.

 

alfadomenica 12 ottobre 2014

MORINI sul FEMMINISMO - PALIDDA sulle CATASTROFI - DOTTI sulla BUCHMESSE - CARBONE Semaforo - CAPATTI Ricetta **

FEMMINISMO E NEOLIBERALISMO
Cristina Morini

Come salvarsi, quando il corpo-mente assume il ruolo del capitale-fisso, diventando il terminale materiale e sensibile delle imposizioni della precarietà in termini di auto-sfruttamento e auto-normazione? Imprenditoria di sé, la definisce il libro collettaneo Femminismo e neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, curato da Tristana Dini e Stefania Tarantino.
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CATASTROFI ANNUNCIATE
Salvatore Palidda

La cronaca genovese, ligure e di tante altre località italiane, ma anche europee e del mondo intero, è eloquente: i disastri si ripetono immancabilmente ogni volta che si produce un nubifragio violento così come in occasioni di incidenti industriali, stradali e di altro tipo.
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DIARIO DA FRANCOFORTE
Marco Dotti

Saranno 7100 espositori, provenienti da 103 paesi. Tutti sparsi per i 171.790 metri quadrati della sessantaseiesima Buchmesse di Francoforte. I numeri, come sempre, fanno paura. Ma poi ci sono i contenuti a rassicurarci, fra nuove tecnologie, vecchi ma mai invecchiati stand e un ospite d'onore, la Finlandia, che spicca tra i primi paesi al mondo per indice di lettura, spesa pro-capite per l'acquisto di libri e funzionalità e fruizione delle biblioteche.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Burrito - Etnie - Immondizia - Negozio
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RICETTA di Alberto Capatti

Cuocer le uova, nella cucina francese, domandava la guida di uno chef. Fra i primi a dedicar loro un ricettario era stato Alfred Suzanne, nel 1885 (100 manières d’accomoder les oeufs). Due anni dopo usciva la traduzione inglese. Ecco la sua: Omelette au naturel.
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