Buon Natale!

Juan Domingo Sánchez Estop

Molto prima che il cristianesimo diventasse la religione ufficiale dell'impero romano, le date che oggi corrispondono al Natale erano quelle di una delle più importanti feste romane: i Saturnali. I Saturnali celebravano la fine del lavoro nei campi e il riposo invernale dei contadini. In questi giorni gli schiavi godevano di una relativa libertà e si celebrava anche la fine dei giorni più corti dell'anno, l'inizio di un nuovo ciclo. Il cristianesimo recuperò queste date e in particolare quella del 25 dicembre (giorno del Sol Invictus o di Helios secondo il culto mitraico) per festeggiare la nascita di Gesù. Il cristianesimo quindi situò la nascita di Gesù negli stessi giorni in cui gli schiavi potevano godere di una certa libertà e sperare in una liberazione definitiva simboleggiata dal berretto frigio del dio Mitra.

La chiesa celebra in questi giorni la nascita di un uomo restio a farsi assimilare da qualsiasi potere. L'insegnamento del Nazareno, che riprende alla lettera il messaggio rivoluzionario dei profeti, stona in effetti con un'istituzione convertitasi molto presto in un centro di potere a giustificazione di tutti i poteri terreni e di ogni sfruttamento. Sorprende che si predichi il vangelo all'interno di un'istituzione di questo tipo, così come stupisce la pubblicazione di Stato e Rivoluzione di Lenin nell'URSS di Stalin. In tutte e due i casi un messaggio contrario all'ordine esistente finisce per essere neutralizzato dalla sua ripetizione rituale all'interno delle liturgie ufficiali.

Vale la pena allora fare uno sforzo per riscoprire l'autentico messaggio di Gesù – e quello di Lenin – al di là delle mistificazioni. Gesù non è il predicatore di un'obbedienza basata sul terrore, predica invece un'obbedienza libera basata sulla speranza o sulla ragione. E non predica un'obbedienza cieca, ma un'obbedienza alla legge che coincide con la giustizia e la carità. Il messaggio messianico di Cristo - che la Chiesa ha dimenticato - vuole fondare l'obbedienza alla legge su una preliminare assunzione della dimensione del comune. Nessuno prima di Louis Blanc e del Marx della Critica al programma di Gotha aveva detto con tanta chiarezza in cosa potesse consistere una società in cui l'accesso alla ricchezza fosse separata dalla proprietà e dal lavoro, una società comunista. L'idea di «carità» («gratuità»: charis in greco è la grazia, ed è propria della grazia la gratuità) coincide esattamente con un accesso ai beni di questo mondo indipendentemente dai titoli giuridici di proprietà e dalla subordinazione a un ordine del lavoro:

Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?

Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?". Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena [Matteo, 6:25]

Gesù chiama a condividere, ad abbandonare la proprietà, a non preoccuparsi per l'economia e a credere piuttosto nella libera capacità produttiva del comune e della comunità: Vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi [Luca, 18:22]

Andy Warhol, The Last Supper (1986)
Andy Warhol, The Last Supper (1986)

In termini moderni si direbbe: Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni. I veri discepoli del figlio del falegname non sono i grandi prelati né i potenti, ma i comunisti e gli atei. I comunisti in quanto difensori non degli orrori del socialismo di Stato, ma del regime del comune fondato sulla giustizia e la carità , ovvero una giustizia fondata non sulla proprietà ma sul libero accesso al comune.

E gli atei dicevamo, ma anche in questo caso gli atei veri, quindi non quelli che difendono un'atroce religione della Storia, dello Stato o qualsiasi altro incubo. I veri atei sono quelli che non credono nella provvidenza, né in un ordine dell'Universo, ma nella gratuità e nell'aleatorietà della storia e della natura, nella fondamentale aleatorietà del necessario. Tra questi atei della grazia ci sono naturalmente, insieme ai materialisti che rifiutano il principio di ragion sufficiente, i cristiani che propugnano insieme ai teologi della liberazione una «teologia dei predicati» che afferma non che «Dio è amore», ma che «l'amore è Dio», che il figlio dell'uomo è Dio, e che fuori dalla comunità degli uomini, fuori dal regno di questo mondo, non c'è nessun Dio.

Non lasciamo il Natale in mano a quelli che hanno crocifisso Gesù, ai prelati e ai potenti, a quelli che rubano ai poveri. Il Natale non appartiene a loro, ma all'unica comunità in cui credette Gesù, all'unico popolo di Dio che a sua volta è Dio stesso, non il Dio Unico perché la sua divinità è intrinsecamente molteplice ed è l'unica che merita di essere chiamata Dio. Dentro e contro una tradizione cristiana degenerata e corrotta dal potere, festeggiamo la nascita di un grande protagonista della libertà comunista e atea: Gesù di Nazaret.
Buon Natale!

Traduzione di Nicolas Martino

Elogio materialista di papa Francesco

Juan Domingo Sánchez Estop

I gesuiti sono famosi per la loro proverbiale ambiguità, e per questo sono stai spesso visti con diffidenza. Per gli ideologi della Riforma erano gli eredi legittimi di Machiavelli, e Pascal, nelle sue lettere Provinciali, ha fustigato con la sua implacabile ironia la loro doppiezza.

Il lettore di Pascal avrà ben presenti quelle lunghe e ironiche citazioni dai manuali gesuiti per la confessione nei quali si espone la dottrina dell'intenzione. Per la teologia morale dei gesuiti, così come per l'etica spinozista, il senso etico di un'azione è determinato non dai risultati materiali ma dalle intenzioni. Ecco uno degli esempi che Pascal riprende da quei manuali: Se un prete si presenta in pubblico senza tonaca, commette senz'altro peccato mortale, ma se si è tolto la tonaca per non disonorarla, perché magari si sta appartando per fornicare, allora levarsi la veste non è più un peccato mortale.

Se un sacerdote si abbandona alla fornicazione commette peccato mortale, ma se lo fa per soddisfare un suo impulso e non con l'intenzione di offendere Dio, allora non è più un peccato. In breve: avendo un buon confessore gesuita a portata di mano è davvero difficile essere dannati. Perché verrebbe a mancare proprio una volontà esplicita e determinata alla dannazione, per la quale bisognerebbe ubbidire, indipendentemente dalle proprie azioni, a una specie di imperativo categorico del male (malum radicale), che Kant descrive così: «Di conseguenza il principio del male non può trovarsi in un oggetto determinante il libero arbitrio per inclinazione, in un impulso naturale, ma solo in una regola che il libero arbitrio dà a se stesso per l'uso della propria libertà, cioè in una massima».

Questa dottrina che per Pascal, nel suo rigorismo giansenista, è un'attitudine riprovevole e una dottrina mostruosa, è proprio quella che ha permesso alla Compagnia di Gesù di entrare in contatto con le civiltà più diverse e sviluppare quindi, molto prima che nascesse la teologia della liberazione, una pastorale rispettosa delle culture indigene. Esempi di questa pastorale sono le riduzioni gesuite in Paraguay e le missioni del Perù, e anche la straordinaria avventura dei gesuiti eletti mandarini in Cina che furono sul punto di convertire l'impero cinese al cattolicesimo.

L'idea secondo la quale gli atti contano poco e invece è l'intenzione a essere essenziale, si traduce così in una massima politica molto vicina al pensiero di Machiavelli per il quale la tattica deve sempre essere subordinata alla strategia. L'attitudine del gesuita è essenzialmente politica, in accordo al carattere essenzialmente politico della Chiesa cattolica così come inteso da Carl Schmitt. Il gesuita è un politico cristiano che sa, come dice San Paolo, «essere greco tra i greci e ed ebreo tra gli ebrei». Ciò che conta è l'intenzione.

Jorge Bergoglio, papa Francesco, è un gesuita e il gesuitismo è un carattere essenziale del suo pensiero e del suo modo di agire. La dottrina dell'intenzione è presente in ognuna delle sue dichiarazioni, non come ipocrisia, ma come liberazione evangelica, restituzione della realtà umana alla sua naturale innocenza. Così, quando ricorda che non bisogna esagerare l'importanza delle questioni legate alla morale sessuale, e che in questo senso non bisogna tormentarsi troppo, sta subordinando le azioni umane alle intenzioni che le ispirano. È così che può affermare che anche gli atei si posso salvare, se operano con rettitudine e ubbidiscono alla loro coscienza, difendendo in nome del cristianesimo una libertà di pensiero in linea con quella sostenuta da Spinoza nel Trattato teologico-politico.

Queste sono le parole di Papa Francesco nella sua lettera a Scalfari: «Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che - ed è la cosa fondamentale - la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell'obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c'è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire».

Il peccato tuttavia esiste, ed esiste nella volontà malvagia di perdersi, nell'assoluta ignoranza dell'altro, in quella incapacità di amare che i teologi della liberazione hanno chiamato «peccato oggettivo». Il peccato oggettivo è il risultato di una volontà malvagia: la miseria politicamente orchestrata, la tortura, l'assassinio di Stato, lo sfruttamento, non possono mai corrispondere all'obbedienza a una legge morale di amore e rispetto dell'altro. Nonostante la grande plasticità del messaggio evangelico, non è che tutto vada bene.

Bergoglio, quando è stato arcivescovo di Buenos Aires, ha avuto a che fare con il generale Videla, è vero, ma un politico parla anche con il diavolo. Questo non significa che condividesse le sue idee, come invece è disgraziatamente successo per altri settori della Chiesa argentina. Bergoglio poteva essere presente ai ricevimenti ufficiali della Giunta militare, ma era sopratutto un assiduo delle baraccopoli e dei quartieri più poveri.

Questo non fa di lui un teologo della liberazione in maniera esplicita, è vero, ma il gesuitismo rimane comunque quell'attitudine che rende possibile una teologia della liberazione. Non ci sono teologi della liberazione dell'Opus Dei, né mai ci saranno, perché l'Opus Dei è fondato sulle azioni, valuta le azioni umane come intrinsecamente buone o cattive senza dare importanza alle intenzioni con le quali sono compiute. L'Opus Dei professa un cristianesimo legalista molto poco cristiano, e vicino piuttosto a quel fariseismo che sottomette la vita al dominio minuzioso delle Legge.

Lo stile pastorale gesuita permette a Papa Francesco di rivolgersi apertamente e direttamente ai più poveri: a Lampedusa, tra i migranti clandestini abbandonati alla loro sorte dallo Stato e da gran parte della sinistra italiana, in Brasile tra gli abitanti delle favelas, e anche a Roma, dove propone che i conventi vuoti diano accoglienza ai rifugiati. «Non sono mai stato di destra», ha detto il Papa, prendendo così le distanze di chi a destra brandisce il cattolicesimo come un'arma. C'è chi dice che queste sono solo parole e gesti, ma le parole e i gesti producono effetti. E li stanno già producendo. Bergoglio sa bene che una Chiesa sostenitrice di un messaggio biopolitico reazionario contro le donne e la libertà sessuale avrebbe i giorni contati. Bisogna davvero farla finita con i confessionali trasformati in «camere di tortura» e gli sciagurati preti pedofili, e tornare ad abbracciare nuovamente il messaggio messianico di un tempo nuovo.

In questo senso Francesco come capo della Chiesa sta riuscendo a riconciliare due caratteristiche di questa secolare istituzione che spesso si sono contrapposte: il messianismo e la capacità di intervento politico. Sono due caratteristiche che la sinistra ha sempre rivendicato a sé, e che oggi ha abbandonato in nome del realismo o dell'intransigenza ideologica. Speriamo di imparare qualcosa dall'attuale magistero della Chiesa, levandoci definitivamente di torno l'equivalente dei preti pedofili e dei farisei, ovvero i sinistri burocrati, i tristi ripetitori di dogmi, e quelli ancora più tristi che celebrano i despoti sanguinari come campioni di libertà.

 Traduzione di Nicolas Martino

Dal numero 33 di alfabeta2 in edicola e in libreria da oggi

Stupore felice

Letizia Paolozzi

Ho ascoltato la notizia delle dimissioni di Benedetto XVI sentendomi invasa da uno stupore felice. A colpirmi sono state le parole con le quali ha spiegato la gravità del suo atto ma soprattutto la qualità del messaggio simbolico.

Che se si tratti di un gesto rivoluzionario, dell’inizio di un rinnovamento della Chiesa, della riforma dell’istituzione, del rifiuto dell’ipocrisia, della ricerca di autenticità nell’umiltà oppure dell’ammissione di una incapacità a far uscire la Chiesa dalle sue fragilità (Vatileaks, i guasti di istituzioni finanziarie come lo Ior, le lotte intestine, la scoperta dei casi di pedofilia, la distanza sempre più grande tra i dogmi sulle questioni eticamente sensibili “non contrattabili” e la secolarizzazione dei paesi occidentali), per me quello che conta è l’enormità della rottura simbolica: aver deciso di dire al mondo (e io in questo mondo abito e ne sento gli scricchiolii, ne vedo le falle) una parola viva sulla crisi dell’autorità e del potere.

Se il predecessore, Giovanni Paolo II, aveva legato il pontificato al carisma e alla esibizione di una forza comunicativa impressionante, ora Benedetto XVI decide di nominare la debolezza di un uomo. La sua debolezza. Ma in questa maniera il gesto di rinuncia – le dimissioni – si trasforma in accettazione di altissima responsabilità. Così il riconoscimento della vecchiaia e del deperimento della carne è risuonato alle mie orecchie come una affermazione coraggiosa. Un discorso portatore di libertà, condotto in latino.

Non vi sembri curioso l’apprezzamento di una femminista per chi scrisse “La lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna”. Quella Lettera aveva comunque presente la differenza sessuale e la capacità relazionale femminile. Apriva a un rapporto diverso con la trascendenza da parte dei due sessi.

So bene che nel suo pontificato Benedetto XVI ha contrastato le coppie gay e lesbiche, l’uso del preservativo e ha insistito sui “principi non negoziabili”, tuttavia gli sono grata di aver negato, ancora ieri, all’Angelus, in piazza San Pietro, davanti alla folla di fedeli, che la vera realtà sia il potere. Penso che rinunciare significhi ridare umanità a un papato che se ne è chiamato fuori. E inventare un altro modo di governare (non solo della e nella Chiesa).

Rovine siriane

Augusto Illuminati

Circola in rete un appello internazionale a tutte le parti in causa diffuso dall'associazione Salvaimonasteri per la tutela del patrimonio culturale siriano, minacciato dalla guerra civile e dai saccheggi, graditi ai mercanti d’arte, che l’accompagnano. Giustamente all’invocata salvaguardia dei monumenti si unisce l’auspicio per il mantenimento di una «consolidata tradizione di pacifica convivenza fra gruppi di diversa appartenenza religiosa».

La Siria è un paradiso archeologico: l’antichissima Ebla, la nabatea Palmira, Bosra, Apamea, la cittadella di Aleppo e il suk coperto sottostante (entrambi già parzialmente compromessi dai combattimenti), la moschea degli Omayyadi a Damasco, i castelli crociati, una concentrazione senza pari di chiese fra il IV e il VI secolo intorno ai vertici di Qal’at Sim’an e Qalb Lozé, intatti insediamenti rurali bizantini nella steppa di Serdjilla, Sergiopolis-Rusafah, le fortezze giustinianee sull’Eufrate, Dura Europos... La coesistenza di testimonianze di varie epoche si accompagna alla coabitazione di minoranze sopravvissute al feroce tsunami dei nazionalismi e dei fondamentalismi religiosi del Novecento.

Gli antichi villaggi e le imponenti rovine di chiese a nord di Aleppo sono animati dai variopinti vestiti dei kurdi, Aleppo ospita tutte le confessioni religiose superstiti di scissioni ed eresie del cristianesimo orientale, cui si è sovrapposta una popolazione armena formata dalle vittime delle deportazioni e dei massacri turchi del 1915-1917, strappate dalle sedi anatoliche e spinte fino al deserto di Deir-el- Zor, poi rifluite nelle città (a partire dal mitico rifugio aleppino dell’hotel Baron). Alle varie frazioni del monofisismo e ai drusi corrisponde la pluralità islamica, dove a una maggioranza relativa sunnita si contrappongono forti nuclei sciiti e soprattutto la loro “eresia” alauita, minoritaria ma stabilmente insediata al vertice dello Stato e in qualche modo garante di un equilibrio etnico-religioso a prezzo di un esercizio autoritario del potere.

L’attuale e contestato regime deriva dalla rivoluzione pan-araba del Ba’ath (Rinascita), partito laico e anticoloniale fondato nella grande Siria e in Mesopotamia alla fine degli anni ’30 da cristiani, alauiti e sunniti (inizialmente sollecitati dal marxismo e dall’esperienza del Front Populaire), anche se di quell’ispirazione ben poco, a parte la tolleranza religiosa, restò nella dittatura familiare degli Assad e ancor meno nel percorso di Saddam Hussein in Irak. Abbastanza tuttavia da renderli invisi alle potenze coloniale e neo-coloniali nonché ai fondamentalismi religiosi: dei sunniti, che si sentivano emarginati in Siria, e degli sciiti, maggioritari in Irak, dove l’originario laicismo di Saddam aveva finito per identificarsi con un ceto arabo-sunnita, per di più in guerra con kurdi e iraniani.

Per limitarci alla Siria, è chiaro tanto che il regime si sta sgretolando per l’adozione di politiche liberiste, socialmente devastanti, che hanno fatto saltare gli antichi equilibri etnico-settari e accentuato la repressione politica interna, quanto che le insorgenze sono alimentate e armate da interessi globali e regionali (Usa, Turchia e Qatar, in primo luogo, mentre Russia, Cina e Iran appoggiano il governo per mantenere lo status quo). Paradossale è tuttavia, che l’Europa, dalle famose radici cristiane, si schieri a favore di una rivolta che mira alla liquidazione del pluralismo religioso siriano (come già è successo con quello irakeno).

L’innegabile e odioso autoritarismo politico degli Assad è diventato da un giorno all’altro inaccettabile per le democrazie occidentali, come era accaduto per Gheddafi, ma proprio i risultati dell’avventura libica stanno inducendo a una brusca frenata gli entusiasmi occidentali (di Obama in particolare) per ribelli sempre più palesemente mischiati a istanze al-qaediste. Per altro verso, come non vedere nell’interventismo della Turchia un momento della sua guerra anti-kurda e magari un eco dell’antica avversione agli armeni, due gruppi vistosamente presenti ai suoi confini meridionali siriani? Siamo partiti da monumenti in rovina, tracce memoriali, nostalgie plurali, per finire alle ragioni geo-politiche. Ma seguendo entrambe le filiere non si vede quale sia l’interesse dell’Italia e dell’Europa a esporsi (le parole non costano niente) a fianco della parte ribelle invece di favorire una soluzione meno cruenta del conflitto siriano.

Etica e stato di diritto

Franco Buffoni

 

 

1. Giosuè Carducci, nella sua storia della letteratura italiana (Dello svolgimento della letteratura nazionale 1868-1871), al termine del capitolo dedicato a Firenze alla fine del Quattrocento, considerando il passaggio dall’Umanesimo al Rinascimento, con riferimento a Savonarola descrive ciò che questi – a parer suo – non aveva compreso: “Che la riforma d’Italia era il rinascimento pagano, e che la riforma puramente religiosa era riservata ad altri popoli più sinceramente cristiani”.
 Questa frase di Carducci continua a ronzarmi in testa.
Alla fine del Quattrocento altri europei erano più sinceramente cristiani degli italiani. Alla fine del Quattrocento altri popoli europei credevano fermamente nella incarnazione e nella resurrezione. E si comportavano di conseguenza.
 Oggi non ci credono più e si comportano di conseguenza. Più sinceramente cristiani allora. Più sinceramente illuministi oggi. Sono popoli seri. Hanno buone leggi sulla fecondazione assistita, sul testamento biologico, sulle adozioni, sulle coppie di fatto e non disprezzano le unioni omosessuali.
E gli italiani, meno sinceramente cristiani allora? Ipocriti quant’altri mai oggi. E cinici. E pavidi. E senza più speranza di Rinascimento. Leggi tutto "Etica e stato di diritto"

Conversione di un anarchico

Augusto Illuminati

Che uno dei due inventori del dadaismo (l’altro fu Tristan Tzara), il performer Hugo Ball, passato dall’anarchismo al neo-cattolicesimo, messo in musica postumo dai Talking Heads, si occupi di eremiti e mistici bizantini è singolare per quanto tardivo evento editoriale e come tale adeguatamente già segnalato.

Forse lo è meno il fatto che si tratti (insieme a Leo Strauss, ma con 10 anni di anticipo) del più acuto recensore di Carl Schmitt, almeno della prima fase del suo pensiero. Questi pezzi di biografia intellettuale si saldano in un bizzarro collage, se è vero che Dionigi (pseudo)Areopagita, DA, unisce idealmente l’animatore del cabaret Voltaire a Zurigo (DADA sarebbe, al dire dell’inventore, la duplicazione di DA e insieme l’ágnostos theós paolino come significante vuoto), il nostro libro edificante del 1923 e il meccanismo rappresentativo del Cattolicesimo romano di Schmitt esaltato nel 1924.

Nelle processioni neoplatoniche dell’Uno e negli angeli dionisiani Ball coglie come un elemento sovra-razionale prenda corpo e mediazione in una gerarchia di persone, che non è mistico-individuale ma formalizzata nel sacerdozio e si trasferirà nella rappresentanza statale, corroborata dal diritto romano, in opposizione all’anarchia gnostica.

Con uno sbalorditivo assist allo Schmitt cattolicheggiante (una delle sue giravolte opportuniste) gli suggerisce di individuare, al di là delle apparenti affinità decisioniste, la vera alternativa satanica alla rappresentanza: il mito soreliano dello sciopero generale. L’anarchico pentito conosceva i suoi polli e fiuta il filone disgregante che va dall’estasi gnostica alla sovversione plebea.

Ma torniamo alle tre vite di santi, due sportelli di icona che inquadrano Dionigi al centro. Agiografia ed edificazione sono infatti solo un ornamento espositivo, certo suggestivo e ostentato in una prospettiva di ritorno ai valori religiosi, ma il nucleo del discorso è assai più sostanzioso. Se l’eremita Climaco e lo stilita Simone (i cui luoghi oggi condividono l’assedio dell’Isis, nel Sinai e a nord di Aleppo) potrebbero a torto suggerire un’apologia dell’isolamento monastico, tutt’altro «misticismo» è nelle corde dello pseudo-Dionigi. Egli infatti, sebbene usi in superficie un linguaggio neoplatonico e gnostico, in realtà difende l’ortodossia contro la pericolosa alleanza anti-cristiana saldatasi fra quelle tendenze, partendo da Porfirio e culminando in Proclo.

Mentre sul piano filosofico recupera l’originaria ispirazione plotiniana anteriore alla deriva teurgica dei suoi successori, sul piano religioso afferma la preminenza del carisma sacerdotale sull’entusiasmo anacoretico e sulle tentazioni magico-visionarie, espungendone la componente anarchica, il disordine gnostico ribelle alla gerarchia ecclesiale e, virtualmente, a quella politica.

Trasferendo la lingua gnostica dei misteri all’abituale ufficio divino e ai sacramenti, Dionigi, sulla scia di Clemente Alessandrino, diviene il primo fondatore scientifico della mistica liturgica cristiana. La scala del sacerdozio, con al vertice i vescovi, è una catena di comando e insieme di trasmissione del sapere e di accesso al divino, di cui sono i messaggeri in questa teodicea. Angeli della luce e simboli di una realtà trascendente, definibile solo in negativo (il super-essenziale, l’in-dicibile), tuttavia anche organi gerarchici, sul cui modello si configura il potere mondano, come sarà reso esplicito nel fervido scambio con Schmitt.

L’elemento “bizantino” è inteso nel senso di potere strutturato (la permanenza degli ordini imperiali in Costantinopoli), illustrato con la suggestione luministica dei mosaici e delle icone, non di ascesi mistica, di semplificazione dello spirito, l’opposto dell’evangelismo indocile di Tolstoj.

È a partire da qui che Ball si incontrerà con la fase “papista”del percorso del giurista tedesco. Nella gerarchia il trascendente irrapresentabile si rappresenta a cascata nei vari gradini della scala, scende dall’alto verso il basso e si identifica sempre in persone concrete, che incarnano il carisma. Chiesa e Stato, in questa riabilitazione del mondo, si salvano dalla dispersione anarchica della gnosi, testimoniando nella prassi salvifica l’armoniosa struttura del mondo per triadi plotiniane, opera potente di un Dio buono, magari più emanatore che creatore.

Hugo Ball
Cristianesimo bizantino. Vite di tre santi
Con uno scritto di Hermann Hesse
Traduzione di Piergiulio Taino
Adelphi (2015), pp. 316
€ 28