La crisi è finita. Viva la crisi

Lelio Demichelis

La retorica. Per gli antichi era l’arte di persuadere mediante l’utilizzo di strumenti linguistici. E lo è ancora oggi, nel dilagare – ad esempio - delle retoriche della rete (bisogna essere connessi, bisogna condividere); lo è in Matteo Renzi con il suo populismo del rottamare, del nuovo contro il vecchio, della rivoluzione (la sua) contro la conservazione (sempre degli altri).

La retorica sconfina spesso (o sempre) nella surrealtà. Surreale: ovvero ciò che oltrepassa la dimensione del reale, che offre suggestioni fantastiche, che produce una realtà al di là della realtà. Le ideologie (di ieri e di oggi) – non le utopie, che sono ben altra cosa - vivono nella surrealtà (sono una fuga dalla realtà in un mondo immaginario ma che deve essere fatto credere come possibile – Hannah Arendt). I totalitarismi del ‘900 hanno anch’essi ovviamente prodotto una propria surrealtà (ideologia & totalitarismo).

Le politiche europee di austerità dal 2008 ad oggi (e oltre, se le elezioni di domenica non daranno un segnale forte per un’altra Europa) sono state surreali, folli, ostinate nell’errore (essere pro-recessive invece che anti-cicliche, tagliando la spesa pubblica invece di aumentarla, diminuendo i redditi invece di sostenerli) - ma in verità non è stato un errore quanto la volontà deliberata, ideologica del neoliberismo di smantellare lo stato sociale, svalutare il lavoro, desocializzare gli individui illudendo che questo portasse ad una maggiore libertà individuale.

Surreale è stato il fondo di Eugenio Scalfari su la Repubblica di domenica 18 maggio dove, come un nuovo Montanelli invitava a votare Renzi e Schulz turandosi il naso, così dimenticando (ma non lo si può e non lo si deve dimenticare) che anche il Pd e i socialisti europei hanno sostenuto e approvato tutte le politiche neoliberiste e antisociali di questi anni e che il Pd ha assecondato quello che chiedevano i mercati, dal nuovo articolo 81 della Costituzione alle ultime norme del ministro Poletti per la ulteriore precarizzazione (non stabilizzazione, come sarebbe invece necessario) del mercato del lavoro. Surreali sono infine coloro che vogliono far credere che la crisi sia finita, e surreale era ad esempio l’articolo di Federico Fubini su Affari&Finanza del 5 maggio scorso, con un titolo che più surreale non si poteva immaginare: “Austerità, coraggio e fondi della Troika, il mix virtuoso che ha salvato la periferia” dell’Europa: surreale perché contraddetto dalla realtà e dall’ultimo dato sull’occupazione in Europa, ancora in discesa.

Per fortuna ogni tanto è ancora possibile uscire dalla surrealtà e tornare con i piedi per terra. Lo ha fatto Gioacchino Garofoli, docente di Politica economica all’Università degli Studi dell’Insubria e grande esperto e studioso di sistemi locali, nel suo ultimo saggio tutto giocato e da leggere tra storia e attualità, tra teoria economica e analisi dei fatti accaduti: Economia e politica economica in Italia. Lo sviluppo economico italiano dal 1945 ad oggi – FrancoAngeli. Un testo asciutto, sintetico ma utilissimo. Ad uso degli studenti, ma per una volta dovremmo tornare tutti ad essere studenti. Perché questo saggio ripercorre “per fatti stilizzati” le scelte (o le non scelte, o le scelte sbagliate) fatte in economia e le cause antiche e strutturali ma anche quelle di oggi della crisi italiana: endemica, cronica, trascinatasi per decenni e mai risolta, cui si è infine aggiunta la mannaia europea dell’austerità.

Un esempio. L’immediato dopoguerra, con la presenza di due alternative rispetto al modello di sviluppo da adottare: imitare i paesi avanzati nella standardizzazione dei prodotti di massa, potendo contare su economie di scala consistenti: tesi caldeggiata ad esempio da Vittorio Valletta della Fiat; oppure scegliere la specializzazione produttiva ad alto contenuto di lavoro, puntando sulla qualità e sull’innovazione: ed era la via sostenuta ad esempio dal commissario straordinario di allora dell’Alfa Romeo, Gallo, puntando su produzioni meno vincolate al costo del lavoro e alla competitività di prezzo.

Per arrivare agli anni ’70 e agli anni ’80 e al rovesciamento del modello industriale basato sulla grande impresa, con la riduzione della dimensione media delle imprese, le nuove direttrici di sviluppo, la modifica nella specializzazione produttiva. E il piccolo è bello. E poi, l’inizio della fine dell’interventismo pubblico in economia e le nuove tecnologie, l’outsourcing e le delocalizzazioni, Maastricht, i tanti progetti di sostegno allo sviluppo locale più o meno riusciti, la moneta unica, i processi di privatizzazione e di deregolamentazione dei mercati finanziari e del lavoro e le piccole e medie imprese sotto il peso della finanziarizzazione dell’economia.

E poi l’ultima crisi, nata come crisi finanziaria e speculativa e di un capitalismo senza freni né etica e fatta abilmente pagare a salari e redditi, a pensioni e spesa pubblica. Crisi dove sembra morire ogni idea di politica economica e di politica industriale, con lo stato che si ritira sempre più dall’economia e dal suo governo, indirizzo, orientamento. Dove si assiste ad un ennesimo sciopero degli investimenti (privati e pubblici) ma soprattutto ad un ben più drammatico sciopero delle idee e dell’intelligenza progettuale. Economica e politica.

Alla fine, chiusa l’ultima pagina del libro, resta l’amaro in bocca per le troppe occasioni mancate dall’Italia. Con il paradosso di un paese che non è riuscito e risolvere la sua questione meridionale, divenendo oggi (tutto intero) parte della nuova (voluta, deliberata, ostinatamente perseguita da questa Europa) questione meridionale europea.

Quale Liberazione?

Augusto Illuminati

Non sarà soltanto una giornata di ponte e di stanche celebrazioni ufficiali, sebbene traversate da oscene stravaganze quale il divieto pordenonese di cantare dal palco Bella ciao. Ci saranno piccole e più attuali iniziative dal basso, in cui la festa è occasione per parlare del presente, voglio citarne un paio a caso, giusto perché stanno nella mia città.

Il primo è la festa a Parco S. Sebastiano, di fronte all’Angelo Mai sequestrato dai giudici con risibili motivi, e che ripropone il contrasto alla criminalizzazione dei centri sociali e all’adozione, oltre ai noti domiciliari (quelli che non si dànno ai frodatori fiscali), di divieti amministrativi di dimora a Roma, un bel retaggio del fascismo. Il secondo è un corteo di quartiere a Casal Bertone (un altro analogo ci sarà a Centocelle), che unirà le nuove resistenze contro la precarietà e le politiche di austerity al ricordo della Resistenza romana e all’espulsione dalla piazza dei mazzacinghia di CasaPound. L’Italia oggi sarà piena di siffatti episodi ed è buon segno.

Qui si innesta un discorso più ampio, meno legato all’occasione celebrativa. Di cosa stiamo parlando quando parliamo di Liberazione? Restiamo ancora a Roma – ma presto il discorso emigrerà a Torino, Milano, Napoli... Per la prima volta, almeno a memoria di questa generazione (io e altri lettori ricordiamo forse ancora Scelba, Tambroni, Giorgiana Masi, ecc., ma non conta), un ministro degli Interni, il suo prefetto e una loquace maggioranza dei corpi amministrativi romani vogliono vietare il centro città alle manifestazioni, con il contorno di grottesche proposte di decentramento in periferie che tanto, essendo già devastate, non correrebbero pericolo di ulteriori danni, nonché, in contrapposto alla richiesta civile ed “europea” di un numero identificativo per i poliziotti in servizio di ordine pubblico, di un numero d’ordine... per i manifestanti, non specificando se tatuato sul braccio o apposto su t-shirt o k-way o zainetto. I problemi di Roma, consenziente il sindaco Marino, sono diventati non la mancanza di case disponibili (l’invenduto abbonda) e la dismissione industriale, ma la movida e i cortei, le botteghe che calano le saracinesche all'avvicinarsi delle classi pericolose e i sampietrini disselciati.

Non arriveremo a sostenere che Alfano, Pecoraro e compagnia sbraitante preparino una nuova tirannide, paragonabile a quella contro cui si levò la lotta di liberazione conclusa il 25 aprile. Osta a ciò la mediocrità delle persone, malgrado le pessime intenzioni. Tuttavia l’ossessione securitaria scatenatasi dopo le scaramucce del 12 aprile è un bruttissimo sintomo, perché i propositi di stretta repressiva, la voglia di negare agibilità politica e di piazza all’opposizione è strutturalmente connessa alle strategie neo-liberiste, al loro impulso profondo a rendere “superflua” la democrazia riducendola a una democrazia plebiscitaria del comune (per dirla con B. Manin), dove there are no alternatives e imperversano simulacri di personalità e concetti manageriali o pseudo-tali come efficienza e velocità.

Guardiamoci però dallo scambiare per geni del male i puttanieri, gli avvocaticchi e i truzzi che twittano a ripetizione. In genere non aiuta la pretesa demagogica di identificare immediatamente vecchi simboli con i nuovi (dittatura dell’euro, tirannide della trojka, Renzi fascista, ecc.), bisogna invece capire in cosa consista oggi liberazione e da quale oppressione, quanto il potere sia entrato nelle nostre vene e neuroni e non se ne stia isolato ed esterno come in altri momenti di crisi e rivolta.

Finanza, poteri forti, eurocrazia, “casta” non sono solo vampiri dai connotati demo-pluto-giudaici evocati dal populismo di destra per venire incontro alla pancia dell’opinione pubblica (pancia vuota, a causa della crisi, ma pur sempre “pancia”), ma equivalgono a quelli agitati dal populismo di sinistra (burocrazia, nostalgia, conservazione, rigidità dei rapporti di lavoro) per giustificare un liberismo selvaggio che gonfierà, a sua volta, il populismo opposto. Sovranismo d’accatto vs europeismo del capitale finanziario.

Di entrambi dobbiamo liberarci ed è una lotta più complessa, anche se meno sanguinosa, di quella del 1945. Almeno finché dura l’equilibrio armato fra i centri imperiali concorrenti con relativi satelliti. Si tratta, niente meno, che di liberarci dalla mancanza di reddito e dell’incubo del lavoro precario (come dire: dal lavoro e dalla sua scarsità), di recuperare o costruire per la prima volta l’uso dei beni comuni naturali e culturali, di fare democrazia – non di restaurare quella rappresentativa corrotta, anzi realizzata nella sua corruzione. Parliamo di reddito garantito, salario e controllo sulle condizioni di lavoro, partecipazione e autogestione democratica del comune. Non di commemorazioni e neppure dell’evento commemorato, che fu cosa alta e degna, ma altra cosa.

Irresponsabilità

Giorgio Mascitelli

Anche John Elkann, ultimo (ma solo in ordine cronologico) di un’illustre serie di entomologi che avevano via via scoperto e classificato le specie dei bamboccioni, dei giovani choosy e degli sfigati, ha contribuito ad arricchire il nostro quadro tassonomico descrivendo la specie dei giovani che non lavorano perché stanno troppo bene a casa, per la quale mi permetto di proporre il nome scientifico di eudomotici. Anche a quest’ultimo entomologo, al pari dei suoi sfortunati colleghi, è toccato subire la rabbiosa reazione sia delle farfalle appena classificate sia di un pubblico istintivamente antipatizzante. Infondo era prevedibile che gli sfaccendati avrebbero preso la sua bonaria e oggettiva osservazione scientifica come una sorta di presa in giro delle loro miserie.

Se ci si pensa, però, è curioso che una serie di persone che per ragioni professionali dovrebbero avere una certa consuetudine con la comunicazione mediatica incappi nel medesimo errore da principiante suscitando reazioni polemiche e sarcastiche proprio nei destinatari delle loro dichiarazioni. Credo che una spiegazione sia da rintracciare nel fatto che le classi dirigenti neoliberiste siano istruite a fare questi richiami alla gioventù di tanto in tanto con lo scopo didattico di abituarla alla precarietà generalizzata delle condizioni e dei luoghi di lavoro. Il problema è che questa prassi comunicativa, a occhio e croce, è nata negli Stati Uniti dove i poveri sono considerati, e spesso si autoconsiderano, dei perdenti che hanno avuto la sorte che si meritano, mentre in Italia vige ancora la visione francescana della dignità del povero, un solido archetipo nazionale che non può essere stato cancellato da pochi decenni di televisione e di berlusconismo.

La mentalità necessaria per formulare giudizi del genere implica un sentimento di irresponsabilità come classe dirigente rispetto alla situazione generale. Èun tratto tipico delle classi dirigenti neoliberiste che si autorappresentano come gli aggiustatori o i medici di una situazioni prodottasi indipendentemente dalle scelte di quegli stessi gruppi dirigenti. È insomma la vecchia mentalità del mercato come prodotto delle leggi di natura, che si presenta come una forma di falsa coscienza e in taluni casi di vera e propria ipocrisia, visto che ormai anche da parte neoliberista si ammette che il meccanismo di mercato è un risultato dell’azione degli stati e delle norme giuridiche, a fare capolino.

L’idea di governo che veicola tale senso di irresponsabilità è quella, per usare le parole di Giorgio Agamben, del “suo senso etimologico: un buon pilota – colui che tiene il timone, non può evitare la tempesta ma, se essa sopraggiunge, deve essere capace di guidare la sua barca”1. Queste gaffe da parte di ministri o giovani ereditieri non sono solo dunque gaffe, ma le manifestazioni di una cultura o meglio di un’ideologia che in Italia per particolari ragioni storico- culturali assume la forma di gaffe.

Il senso di irresponsabilità delle classi dirigenti ha chiaramente una funzione decisiva nella propria autorappresentazione perché permette di prendere decisioni che hanno delle evidenti ricadute sulla vita di tante persone senza effetti collaterali psicologici di coinvolgimento emotivo o addirittura di rimorso.

Fin qui l’ideologia neoliberista; in alcune di queste dichiarazioni vi è però anche un aspetto più prettamente italiano: quando un giovane sottosegretario, che ha conseguito un dottorato in modi all’altezza di ogni sospetto, dileggia chi si laurea fuori corso; quando l’azionista di un’azienda che ha condizionato pesantemente lo sviluppo economico del paese con ricadute anche sull’occupazione, sgrida i giovani disoccupati, è del tutto evidente che qui vi è anche un senso di irresponsabilità individuale. Di questo secondo senso di irresponsabilità, e da dove nasca, scrisse a suo tempo Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani ed è perfettamente inutile parlarne: lo si può considerare però il moltiplicatore specificamente italiano della crisi internazionale, che spiega perché la nostra sia una crisi nella crisi, o meglio una crisi al quadrato.

  1. la parola italiana governo e tutti i termini affini discendono dal latino gubernator il cui significato originale è timoniere. []