Per un cambiamento della politica economica in Italia ed Europa

[Dal sito Documento degli economisti 2011 - apparso il 15/11/2011]

Al Parlamento della Repubblica Italiana e alle forze politiche

Per un cambiamento della politica economica in Italia ed Europa che rilanci domanda, sviluppo e occupazione

In questo difficile momento il paese ha bisogno di un governo autorevole che agisca con determinazione sia all’interno che nel quadro europeo e globale. Pur non nascondendo le gravi responsabilità che competono a buona parte della classe dirigente nazionale per non aver saputo attuare politiche che favorissero lo sviluppo del paese, la stagnazione dell’economia italiana nell’ultima decade trova la sua principale spiegazione nell’ambito del contesto macroeconomico europeo, e in particolare nell’assenza, nella costruzione dell’Unione Monetaria, di un quadro di politiche fiscali e monetarie coordinate volte alla crescita, alla piena occupazione, all’equilibrio commerciale fra gli stati membri, e a una maggiore equità distributiva nei paesi e fra i paesi.
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Dall’effetto ricchezza all’effetto povertà

Isidro López (Observatorio Metropolitano)

La storia politica ci racconta come dopo il ‘68 quello che sembrava essere un patto ordinato tra capitale e lavoro si trasformasse in un’ondata rivoluzionaria, culturale e politica, che contestava la distribuzione del prodotto sociale mettendo in pericolo i profitti del capitale. La risposta fu che agli inizi degli anni Ottanta i più ricchi, i proprietari del capitale, presero in mano le redini delle politiche pubbliche per liquidare l’insurrezione e ristabilire il potere di comando del capitale. Lo Stato neoliberista riorganizzò la ricomposizione dei profitti capitalisti attraverso il disciplinamento politico e l’adozione di una serie di misure controproducenti per lo sviluppo stesso del capitale: l’attacco ai salari, i tagli al welfare e la riduzione del deficit dello Stato producono una carenza cronica della domanda che impedisce il decollo della crescita economica. Leggi tutto "Dall’effetto ricchezza all’effetto povertà"

Che cos’è la conversione ecologica

Guido Viale

L’idea di una «conversione ecologica» – un termine introdotto anni fa nel lessico socio-politico da Alex Langer ˗ appare centrale, ogni giorno di più, per affrontare la crisi che stiamo attraversando. Conversione ecologica è un termine che ha un risvolto soggettivo, etico, personale e un risvolto oggettivo, sociale, strutturale. Rimanda innanzitutto a un cambiamento del nostro stile di vita, dei nostri consumi, del modo in cui lavoriamo e del fine per cui lavoriamo o vorremmo lavorare, del nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente. La «conversione» è ecologica perché tiene conto dei limiti dell’ambiente in cui viviamo: limiti che sono essenzialmente temporali; sia perché fanno i conti con il fatto che siamo esseri mortali in un mondo destinato a durare anche dopo di noi, e per questo toccano il nucleo più profondo della nostra esistenza; sia perché ci ricordano che non si può consumare in un tempo dato più di quello che la natura è in grado di produrre; né inquinare più di quanto l’ambiente riesce a rigenerare. Leggi tutto "Che cos’è la conversione ecologica"

alfadomenica maggio #2

LUCARELLI sulla CRISI – VANNINI sulla BIENNALE – UN EBOOK su CHARLIE – RUBRICHE di Galimberti, Lazzarato e Carbone *

SULL'USO CAPITALISTICO DELLA CRISI
Stefano Lucarelli

La crisi messa a valore. Scenari geopolitici e la composizione da costruire a cura di, Commoware, Effimera e Unipop, raccoglie gli interventi sviluppatisi, prima, durante e dopo, due intense giornate dello scorso novembre tenutesi presso il Centro sociale Cantiere e lo Spazio di Mutuo Soccorso a Milano.
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IL CILE DELLA DISSIDENZA ALLA BIENNALE
Intervista di Elvira Vannini a Nelly Richard curatrice del Padiglione cileno

Per la prima volta il Cile è rappresentato da due donne: Nelly Richard, teorica e critica d’arte, francese d’origine ma cilena d’adozione, convoca a Venezia Lotty Rosenfeld (1943) e Paz Errázuriz (1944), due voci dissidenti che attraversano la storia del paese, dalle repressioni dittatoriali, alla fase della post-transizione democratica fino alle contraddizioni dell’attuale agenda neoliberale.
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SCRITTI DOPO GLI ATTENTATI DI PARIGI

Un ebook a cura di Nazione Indiana che raccoglie gli interventi usciti su Nazione Indiana e alfabeta2 dopo gli attentati di gennaio.
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a un intellettuale anonimo

Rifiutare non è veramente possibile senza incorrere nella punizione. Un discorso diverso si potrebbe fare per l’altro grande pilastro che rappresenta, per me l’essere autonomo e che va del pari con il rifiuto del lavoro, e cioè  il “sabotaggio”. Ma questo non è  il soggetto della tua domanda, Forse nella prossima inchiesta…
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COORDINATE dall'America Latina di Francesca Lazzarato

Con una lunghissima frontiera attraversata per decenni da milioni di persone in cerca di lavoro e di futuro, il Messico viene giustamente considerato un paese di migranti, mentre assai meno percepita è la sua capacità di accoglienza, testimoniata da istituzioni come la Casa Refugio Citlaltépetl di Ciudad de México (inaugurata nel 1999, ospita scrittori costretti all'esilio), ma soprattutto dalla sua storia recente.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Cannabis: I Beats sono stati la prima generazione di scrittori per cui la cannabis è stata fondamentale.
Poesia: Per me la poesia ideale è quella che una persona può leggere e capire al suo livello primario di significato dopo una sola lettura.
Popolarità: L'altro giorno sono stato allo stadio Jingu...
Spazzatura: Di tutti i materiali che ogni giorno vengono trattati nei processi di produzione e distribuzione negli Stati Uniti, il 99 per cento sarà spazzatura nell'arco di sei mesi.
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Sull’uso capitalistico della crisi

Stefano Lucarelli

La crisi messa a valore. Scenari geopolitici e la composizione da costruire a cura di, Commoware, Effimera e Unipop, raccoglie gli interventi sviluppatisi, prima, durante e dopo, due intense giornate dello scorso novembre tenutesi presso il Centro sociale Cantiere e lo Spazio di Mutuo Soccorso a Milano. L’occupazione dei luoghi conta, guardarsi in faccia è importante, discutere senza bastare a sé stessi e senza ridurre l’altro a una “tiro a segni” è possibile; altrimenti “la ricomposizione delle lotte... animate da soggettività diverse” rimane un pensiero lontano, un’eco mentale.

Oggi La crisi messa a valore è un ebook liberamente scaricabile dal web, concepito in un tempo che precede l’attentato parigino a Charlie Hebdo e le elezioni greche (di cui però tiene conto il dialogo fra Gigi Roggero e Christian Marazzi). “L’incapacità di fare i conti con la diversità della composizione di classe, l’ansia di armonizzare che ha come contropartita la riduzione della possibilità di produrre innovazione”, sono i due fuochi attorno ai quali si sviluppano ipotesi e narrazioni di esperienze concrete, oltre che riletture anche critiche delle categorie e delle pratiche politiche messe in campo in questi tempi duri. Leggendo si cerca di riprender fiato per uscire dall’oceano di crisi nel quale si è naufragati, fra colpi di reni insufficienti a risalire, piedi che sbattono e corpi che si agitano in un’acqua melmosa in cerca delle correnti amiche.

E tornano alla mente le parole che Paolo Volponi rivolgeva a Francesco Leonetti nel 1994: “La nostra avanguardia è rimasta sempre legata alla crisi: criticandola dall’interno e perciò subendola, esibendola; la crisi può essere infinita, senza soluzione: si continua ad andare sempre secondo il filo della crisi, che è imprendibile, imprecisabile, inconsumabile. Questo è un esercizio prezioso, una ricerca che si svolge; ma resta sempre quel che è: un esercizio, un laboratorio. Non è mai una proposta del tutto nuova, anche se difende una condizione di vigilanza storica, aiutando a capire le difficoltà, a capire che la realtà è deformata. C’è un arrendersi alla crisi, continuando a giocare con la crisi, senza produrre le condizioni per una novità. La crisi, poi, è la condizione perenne della supremazia capitalistica”.

Contro questo pericolo rileggiamo innanzitutto il sottotitolo dell’e-book: ci colpisce l’espressione “la composizione da costruire”. Non si parla dunque solo di classe da ricomporre, ma si lascia intendere che la stessa azione del comporre vada ricostruita. Nulla di auto-celebrativo dunque dalla galassia neo-operaista! Prendiamo sul serio questa necessità di ricostruzione del gesto primo che consente di camminare insieme, di lottare insieme, e in fin dei conti di salvarci.

La prima parte del libro affronta il problema degli scenari geopolitici: i contorni assunti dalla crisi, lo spazio effettivo che essa viene a definire, hanno le caratteristiche della globalità e della diversità. Il lettore potrà chiedersi: come possono essere globali e insieme diversi i contorni di una crisi? Possono, perché siamo in presenza di una rottura globale dell’ordine pre-esistente che produce diverse forme di ri-assestamento. Un punto questo, tematizzato soprattutto negli interventi di Fumagalli e di Sciortino. In questo processo disordinato e sofferto è forte la tentazione di sostenere, come fa Fumagalli, che la crisi non è la stessa che esplose nel 2007. C’è un’eterogeneità che si va definendo su spazi diversi, per ragioni politiche, storiche e sociali, sebbene, il primato accordato alla redditività finanziaria continua a rappresentare, a mio avviso, il punto di convergenza di questi processi. Questo andrebbe ricordato e indagato più a fondo anche quando in gioco sono gli scenari geopolitici. In particolare la politica monetaria è ovunque funzionale alla contestuale tenuta degli indici borsistici e alla realizzazione delle plusvalenze. Eppure ciò avviene in assenza di una convenzione finanziaria durevole e chiara. Si naviga a vista.

Ma in che modo la crisi è messa a valore? Per rispondere a questa domanda è probabilmente necessario re-interpretare il rapporto tra articolazione capitalistica della forza-lavoro, nella sua relazione con le macchine, o meglio, con il macchinico (inteso come introiezione/imitazione della forma produttiva delle macchine, che interessa l’umano), e processi di soggettivazione. Ecco dunque il nesso fra la prima e la seconda parte del libro dedicata appunto alla composizione da costruire. I luoghi in cui si ri-articola la forza-lavoro rispondono ad una pianificazione capitalistica della divisione transnazionale del lavoro? Oppure gli scenari geopolitici della crisi non seguono un’unica logica di valorizzazione e dipendono da scontri tra assetti istituzionali tutto sommato coincidenti con degli Stati sovrani? Sciortino sostiene – non senza ragioni – che gli Stati Uniti continuano tutt’oggi a ricoprire un ruolo sistemico imperiale “producendo sempre più caos e di rimando insofferenze ai quattro angoli del globo”, e che la funzione imperiale vacilla, ma sembra difficilmente sostituibile.

La sovranità vacillante sembra emergere anche nel contributo di Battaglia sulla Cina – incapace di incorporare le proprie biodiversità interne - e in quello di Cava sul Brasile – dove il patto sociale lulista ha favorito la formazione di una nuova composizione di classe che trova un limite allo sviluppo istituzionale che potrebbe determinare (ma è proprio in grado di farlo?) in una sinistra falsamente progressista che comanda la restaurazione del consenso neoliberista. D’altro canto lo stesso Marazzi ricorda che il terrorismo islamico - foraggiato anche dagli Stati Uniti - rappresenta in qualche modo un risultato coerente con questa forma precaria di sovranità imperiale, che presuppone tuttavia anche la comprensione delle mancanze e delle incapacità europee di proporre dei dispositivi di ricomposizione, delle forme adeguate di Welfare State magari messe in moto dalle politiche monetarie espansive (“Proviamo allora a trasformare il concetto stesso di liquidità in moneta del comune... Non c’è uscita dalla crisi senza redistribuzione della ricchezza”).

Sulla politica economica europea si concentra l’intervento originale e rigoroso di Orsola Costantini, che mette in luce come la stima del bilancio pubblico, in assenza di fluttuazioni cicliche, su cui poggiano i vincoli europei, è in realtà arbitraria e plasmabile sulla base dei rapporti di forza in campo (“La stima di bilancio strutturale... non può, per costruzione, riconoscere un effetto sul reddito potenziale degli sforzi di politica economica volti a sostenere la domanda aggregata, cioè la spesa pubblica”). I redditi non possono che diminuire nel nome dell’austerità espansiva. Se siamo o di fronte ad una sorta di sclerotizzazione (o addirittura alla costituzionalizzazione) di uno “stato di eccezione”, è un problema che viene posto da Guareschi, che mette in dubbio le capacità esplicative del concetto di “stato di eccezione”. Egli suggerisce l’uso della categoria del “sublime” per definire politiche economiche che tuttavia, per essere fronteggiate, mi pare non abbisognino dell’estetica applicata alla filosofia del diritto. Contano di più gli esercizi noiosi e snervanti che presuppongono (come fa Costantini) l’immersione nei tecnicismi dell’analisi economica ed econometrica per svelare senza appelli la violazione dei diritti umani retrostante a questa tecnocrazia.

Guareschi ha tuttavia il merito innegabile di mettere a fuoco uno dei problemi principali che mi pare scaturisca da questi esercizi intelligenti di critica, la dimensione costituente della crisi, cioè l’uso capitalistico della crisi stessa: da ciò deriva la ridefinizione di ciò che è legittimo all’interno della nuova costituzione materiale che sta emergendo a mezzo di attacchi virali nelle carte costituzionali vigenti, verso un diritto naturale dello stato consolidato. Tornano allora non solo utili, ma vitali, le riflessioni e le pratiche costruite a partire dal punto di vista dell’antagonismo del lavoro vivo (è questa – come ci ricorda Vercellone – la forza dirompente insita nel concetto di composizione di classe), e dall’analisi della configurazione oggettiva del rapporto di produzione capitalistico (cioè principalmente ciò che può essere colto attraverso la composizione organica e la composizione tecnica del capitale – è sempre Vercellone a ricordarlo).

Principalmente si tratta di storie di non-lotte o di lotte potenziali, o di lotte in un contesto di aspettative decrescenti (dobbiamo essere grati a Sciortino per questa espressione), dove può incidere l’incapacità di giudizio critico e di bombardamento informativo (la nuova ignoranza su cui si concentrano i compagni del Cantiere), e che comportano dunque innanzitutto un disimparare, per decostruire l’ideologia del merito (Morini e Vignola lo sottolineano), aggiornando la critica al lavorismo (“Possiamo dire che la valorizzazione economica in un call center passa necessariamente per la produzione di soggettività alienata” scrive Pezzulli), e, soprattutto rovesciando il dispositivo della paura. La crisi andrebbe usata per interrompere le segmentazioni cui siamo soggetti, sul piano razziale e di genere (vedi l’intervento di Curcio), ma più in generale risollevandoci per abitare veramente le nostre città secondo i nostri tempi, i tempi leggeri e vitali della riproduzione sociale (allargata). Quegli stessi tempi che reggono le esperienze dolcemente conflittuali che i Wu Ming raccontano in Cantalamappa, il loro primo libro dedicato ai ragazzi, quindi al futuribile che si erge contro l’uso capitalistico della crisi.

L’arena della crisi

Augusto Illuminati

Anno I dell’Era Renziana. Dopo la munifica erogazione di panem (gli 80 sesterzi, con cui la risparmiosa vajassa Picierno vive due settimane acquistando perfino il salmone in ritagli), Franceschini, il Tigellino dell’Eponimo, offre ai Quiriti pure i circenses, essendo notoriamente la constituency leopolda avida di condividere i piaceri con il divus Matthaeus – est vulgus cupiens voluptatum et, si eodem princeps trahat, laetum (Tacito, Ann. XIV 14). E così, su ispirazione dell’archeologo Daniele Manacorda, invece di allestire un’attrazione oltre il Gra, nel parco tematico di Cinecittà World, il ministro, che non a caso proprio della Picierno fu affettuoso sponsor, tuitta che l’idea gli piace molto e basta solo un po’ di coraggio.

Ma qual è l’idea? Semplice! Ricoprire i sotterranei del Colosseo con una piattaforma calpestabile (si spera in legno), buttarci sopra un po’ di sabbia, come a inizio Ottocento, e usarla privatamente o pubblicamente, per «ogni possibile evento della vita contemporanea» e non soltanto per «il semplice rito banalizzante della visita del turismo massificato». Non entriamo qui nel merito della proposta di ricostruzione dell’arena – Manacorda è un serio archeologo e il suo allestimento della Crypta Balbi fu esemplare – ma soffermiamoci sulla speculazione mediatica e politica che se ne sta facendo, senza nessuna intenzione di realizzarla praticamente mettendoci soldi e tanto meno di fare i conti con l’esclusiva d’uso concessa, in congiunto con il restauro, allo sponsor Della Valle.

Di idee per rottamare il vecchiume archeologico ne vengono molte, un filo più sofisticate delle fantasie di Obama (baseball) o di Pallotta (trionfi di Totti – ma, ahimè, l’esclusiva toccherebbe alla Fiorentina di Della Valle), delle sfilate Tod’s e Armani e dei soliti concerti capodanneschi di serie B, idee più consone alla storia dell’edificio e alle tonalità emotive della Nuova Era. Insomma, bisogna stare all’altezza del grande spettacolo di venationes con cui fu celebrato nel 249 il millenario della fondazione di Roma: alla faccia di WWF, animalisti e vegani vi furono uccisi 32 elefanti, 10 alci, 10 tigri, 60 leoni, 10 iene, 10 giraffe, 20 asini selvaggi, 10 zebre e 6 ippopotami. Combatterono 1000 coppie di gladiatori (dunque ne mori almeno un migliaio). Gli ultimi safari si svolsero nel 523 e finirono solo per carenza di animali importati. Che nel 404 l’imperatore Onorio proibisse i combattimenti gladiatori, dopo il sacrificio del monaco Telemaco che aveva cercato di bloccarli ed era stato linciato dalla folla, rende ancor più suggestivo che un nuovo Telemaco, consacrato da Recalcati, oggi ristabilisca quegli usi virili. Il futuro è solo un inizio, si sa. Anche il ritorno al primo Ottocento dell’arena calpestabile è in linea con le “tutele crescenti“ sul lavoro e la libertà dei padroni delle ferriere.

Qualche modesta proposta, ora, per adeguare l’anfiteatro ri-pavimentato alla “vita contemporanea”. Per antipasto, lotte fra gufi e sciacalli, con contorno di allocchi e calabroni. Colonna sonora affidata (in prestazione gratuita) alla cooperativa delle maestranze dell’Opera; ristorazione (a pagamento) gestita da Eataly. Carrettino dei gelati Grom e camion-bar Tredicine, per nazarena spartizione. Allo stuzzichino seguono i piatti forti. Duelli per i posti fissi fra precari divisi per categorie: co.co.co, co.co. pro., partite Iva vere e spurie, interinali assortiti, contrattisti acausali, apprendisti, tirocinanti, stagisti gratuiti, contrattisti a inserimento, a chiamata, con voucher, staff leasing, job sharing, telelavoristi autonomi e subordinati, ecc. Alla fine l’imperatore annuncerà per tweet che il posto fisso non c’è più e ai vincitori toccheranno in premio alcune proposte di colloquio della Youth Guarantee.

Caccia al clandestino, affidata prima ai laquearii con lazo o ai retiarii travestiti da pescatori che li avvolgono con la rete e poi li infilzano con il tridente. Prima alternativa: farli travolgere dall’auto di Salvini lanciata all’impazzata. Seconda alternativa (in solo caso di naumachie): speronamento e affondamento di barconi di migranti, con immissione di piraña nelle acque (troppo basse e dolci per gli squali). Crocefissione, impeciamento e arsione di mestatori sindacali e sovraintendenti ai beni culturali, con cartelli allusivi al loro ostacolare alle riforme. Assolutamente da evitare, invece, il coinvolgimento di veri burocrati europei e italiani, giudici, banchieri e grandi evasori fiscali, che verranno bruciati soltanto in effige e insultati con cori e schiamazzi pre-registrati.

In caso di insufficienza dei fondi, si ricorrerà a una clausola di salvaguardia, per esempio l’lva al 24% o un’imposta straordinaria sui diplomi di laurea e di dottorato. Creatività ci vuole, quando cadono redditi e consumi. Dum Colosseum stabit, Roma stabit; dum Roma stabit, mundus stabit – l’ha detto il venerabile Beda, non era quello che aveva previsto il 40, 8%?

Categorie morali

Giorgio Mascitelli

Il ministro delle finanze tedesco Schäuble ha dichiarato, verso fine estate, che gli argentini vivono al di sopra delle loro possibilità e dunque dovrebbero astenersi dal chiamare avvoltoi i fondi che hanno provocato il default tecnico del loro stato. Ora, che il ministro di uno dei paesi più ricchi del mondo rimproveri in questi termini gli abitanti di un paese in cui una parte significativa della popolazione vive sotto la soglia di povertà e un’altra più cospicua vi galleggia pericolosamente vicino, è una testimonianza emblematica dell’ideologia dominante nel nostro tempo.

Infatti, molti altri dirigenti dei paesi dell’Unione Europea, esponenti del mondo finanziario, professori di economia e opinionisti senza peli sulla lingua hanno ripetutamente descritto la crisi come prodotto di vizi di individui o di interi popoli, considerati come singoli individui, stigmatizzabili secondo categorie morali. Naturalmente comportamenti e scelte influenzano le politiche economiche, ma il modo in cui esse si ricompongono entro la grande economia e la grande politica rende estremamente arduo trattarli in termini di responsabilità morali individuali. Basterà ricordare il celebre esempio sull’avidità del birraio della Ricchezza delle nazioni, il cui vizio si traduce in una virtù per la società perché le consente di avere birra in abbondanza. Sembra che i liberisti dei nostri tempi abbiano perso quella consapevolezza, che allignava in Adam Smith, che i comportamenti individuali assumono significati diversi e preterintenzionali in un contesto collettivo.

In questo senso sono gli stessi mercati che non credono in questo uso delle categorie morali perché paesi come gli Stati Uniti o i Paesi Bassi, che hanno un popolazione con una forte propensione a contrarre debiti per sostenere i consumi e il tenore di vita, non solo non sono nell’occhio del ciclone dell’attacco ai debiti sovrani, ma anche quando il peso di tali debiti ha contribuito a produrre la crisi, nessuno tra coloro che sono stati elencati sopra si è sognato di parlare in questi termini di olandesi o americani.

Gli antichi romani chiamavano l’amore sfrenato per il lusso luxuria (l’accezione sessuale del termine si sviluppa solo con il latino cristiano) e la consideravano tipica dei periodi in cui la società è corrotta e trascura il mos maiorum oppure di categorie di persone come le donne o i persiani per loro natura incapaci di controllarsi. La luxuria non solo contrastava con una delle virtù pubbliche principali, la parsimonia, ma era pericolosa per la tendenza a contrarre debiti. I romani però consideravano anche l’avaritia ossia l’avidità come un male molto grave per la morale collettiva, ma invano si cercherebbe qualcuno che oggi la biasimi, salvo forse qualche dirigente del partito comunista cinese in vena di revival confuciano e il nuovo papa. Questa differenza di valutazione è agevolmente spiegabile con il fatto che la morale romana era una morale tradizionalista che diffidava di tutto ciò che toglieva equilibrio alla collettività, mentre quella attuale è un morale individualistica senza attese generali sul funzionamento della società che suddivide le persone ( e i popoli trattati come persone) in coloro che possono spendere e coloro che vogliono senza potere.

In fondo è una morale operativa avvicinabile a certe deontologie professionali come quella, per esempio, degli uscieri dei night club, che devono sapere distinguere con un solo colpo d’occhio se il cliente che arriva è un vero gentiluomo in grado di spendere del suo, o un millantatore che farà perdere del tempo al personale. È per questo carattere di operatività irriflessa della morale dominante che Schäuble non avverte imbarazzo nel definire gente che vive al di sopra dei propri mezzi un popolo che versa perlopiù in condizioni difficili. Sul mercato delle idee oggi disponibili vi è quella che i poveri siano poveri per colpa loro, e un morale operativa si serve delle idee e dei valori senza soppesarne il significato generale, ma per la loro utilità immediata.

Il problema, però, non è opporre una visione morale più ampia a questa angusta delle élite del nostro tempo, o meglio è anche questo un problema perché ovviamente una morale che cambia costantemente i suoi imperativi, anziché fondarsi su un’idea di giustizia, produce un senso generale di perdita dell’appartenenza a una collettività. Il problema principale è però che questo uso della morale si configura come un discorso mitologico di spiegazione della crisi e a una spiegazione mitologica seguiranno (stanno già seguendo) provvedimenti di carattere mitologico. Potrà sembrare poco credibile che in un’epoca tecnocratica come la nostra io parli di mitologia, ma la tecnocrazia è una macchina che, per funzionare, ha bisogno di carburante e se qualcuno le riempie il serbatoio con carburante mitologico, essa funziona lo stesso. Possiamo chiamare crisi della democrazia il fatto che non ci sia nessuna politicizzazione del discorso sulla crisi in risposta alla sua mitologizzazione.