Eventi natali

Augusto Illuminati

Accade raramente nella vita di essere testimone diretto di un nuovo inizio, di una rottura della routine politica o, più banalmente, di vedere un po' di gente che si tira fuori dalla palude. Come sempre in questi casi, i protagonisti non ci badano, perché sembra a loro (che sono vivi) un fatto del tutto naturale. Come sempre in questi casi, gli zombies, che non si ricordano più di quando erano vivi, non se ne accorgono, continuano a litigare fra loro barcollando e schiaffeggiandosi, magari esecrando la violenza con cui i vivi si ribellano al morto, “oscurano” od “opacizzano” la loro causa. Lo storico, il testimone a metà fra passato e futuro, a volte ha la fortuna di afferrare allo stato nascente una frattura fra il vecchio e il nuovo e il genuino scaturire di un'azione politica, che in un attimo rende desueta tutta la scena precedente e riduce a stato larvale gli antichi protagonisti.

Non sto commentando Arendt o Rancière, faccio la cronaca di una manifestazione romana vista con i miei occhi (fortuna che non si è abusato in lacrimogeni), di 50.000 giovanissimi studenti e non solo (e di altri 200.000 nel resto d’Italia, e di tanti altri a Lisbona, Atene e Madrid) che hanno marcato la loro estraneità a un mondo politico ridotto, non allegoricamente, a police, con le consuete prestazioni (“circolate”, “identificatevi”, e giù botte). Nessuno li ha capiti prima (vedere i quotidiani di mercoledì), nessuno li ha capiti dopo (vedere i quotidiani di giovedì).

Ma non ci lamentiamo dell’incomprensione. Chi dovrebbe preoccuparsi è il governo, i partiti, i quotidiani. Un’intera generazione non capisce più il governo e le forze parlamentari e forse bisognerebbe dire che l’Italia reale, anche i non più adolescenti minatori del Sulcis, gli esodati, i pensionati al minimo, i cassintegrati non capiscono più, che gran parte dell’Europa non ci sta più. Un solo elicottero è bastato per esfiltrare i ministri da Carbonia, novella Saigon. Quanti ne serviranno domani?

Letteratura per la vita

Paolo Fabbri

La letteratura, dicono in tanti, abita solo mondi possibili; il mondo reale può solo rifletterlo, rispecchiarlo, oppure rifrangerlo, travisarlo. Strana idea! Eppure le lettere e i letterati fanno parte integrante del mondo reale di cui traducono a modo loro le esperienze. Basta guardare ai premi letterari - ai criteri di scelta dei Nobel - e alle statistiche di vendita che circolano in rete e nei supplementi di stampa. Anche la critica letteraria, in tempi di crisi, dovrebbe rivendicare senza vergogna la condivisa etimologia, che è “valutare e giudicare”. Se la crisi ci fa metter giudizio, quello critico potrebbe servire. Dipende dalla critica naturalmente. Non quella che Barthes chiamava “epitetica”, specializzata nella selezione di aggettivi, per decorare rapide interviste d’autore: neppure quella “parametrica” - sempre Barthes - alla ricerca di metodi scelti in funzione dei prodotti dall’industria editoriale. Né quella “tautologica” cioè socio-storica: per cui tutto quel che è letterale è tale perché tali sono le condizioni o i contesti - finchè non cambiano, naturalmente.

Pensiamo piuttosto alla critica tipologica, che sceglie con cura i bei tipi o i tipacci con cui classificare e interdefinire i personaggi della realtà/finzione politica. Individui tutt’altro che immaginari; soggetti così iperreali da risultare poco credibili. Un progetto tassonomico ci vuole per “fare chiarezza” nella congerie di pubblici e privati malandrini che i media offrono oggi, alla rinfusa, alla nostra sorpresa: “Non credevo, corrotti fino a questo punto, ecc!”. Ebbene, gli studi tipologici del romanzo non sono avari di modelli. È il caso della cricca metalinguistica formata dal Furfante, dallo Sciocco, dal Buffone e infine dal Furbo. Dramatis personae maschili e/o femminili, o ruoli attanziali – semioticus dixit – che abitano mondi reali dove convivono con noi, cioè coi loro Babbei (dalla base onom. babb- col suff. spreg. béo) .

Il Furfante lo conosciamo d’esperienza e non ha bisogno di ulteriori esplicitazioni: dall’antico francese fors-faire – è uno che la fa sempre fuori: dalle norme e dalle regole. Se fate la legge, lui gabba lo santo. Una norma per lui è solo lo spostamento dell’illegalismo. Invito i lettori a non perdere tempo a riempire con nomi proprii questa casella: si finisce per perdere il conto o per smettere di leggere. Passiamo allo Sciocco - quello che non ricorda, non c’era, non sa chi paga l’affitto di casa o la escort, non controlla, non trova le ricevute, ecc.; è spesso il figlio o parente di veri Furfanti, ed è quello che si fa sorprendere e prendere. Ben gli sta! Poi viene il temibile Buffone, che è il Furfante con la maschera dello Sciocco: maschera più o meno aggiustata, dietro alla quale fa capolino a piede libero, ma persino dalle laiche galere, dai clericali conventi, dai benestanti residenze coatte, “domiciliari”. Lui ruba a man salva e con un certo qual rispetto: comincia spesso da pensionati, e bambini. Sta bene persino in cella, dove altri spifferano oppure si sopprimono. Piace anche ai media, ma mi raccomando: con questo tipo di Buffone c’è poco da ridere! È lui che sogghigna di noi.

Ultimo viene il Furbo. Non il Furbetto, che è uno Sciocco travestito da Furfante. Proprio il Furbo, quello che non ha mai pagato il dazio e prende tutti per Babbei; tutti noi s’intende, ma persino i Furfanti, mascherati e smascherati. Lo conosciamo bene, ma non c’è progetto politico che lo possa rottamare, inchiesta giudiziaria né legge anticorruzione che riuscirà ad incastrarlo; lui morirà nel suo letto senza insudiciare le nostre celle, già affollatissime di Furfanti, Sciocchi, Buffoni e Babbei. Tutti in attesa del prossimo, inevitabile indulto.

Primum vivere anche nella crisi

Letizia Paolozzi

Succede a Paestum. Per la seconda volta, dopo 36 anni, compaiono inaspettatamente tantissime donne. Ottocento, per la precisione. Età media, 45 anni, arrivate da cinquanta città. Da sole oppure impegnate nei collettivi, librerie, gruppi, associazioni. Un piccolo mondo, ma un mondo che (accolto senza sbavature dalle promotrici locali del gruppo Artemide) deve cercarsi una sala più grande. L’auditorium costa molto. Però la cifra viene raccolta in una mattinata. Pure il blog (www.paestum2012.wordpress.com) continuerà a funzionare. Con i materiali, testi, riflessioni, progetti, proposte. Siamo di fronte a un agire femminista. Esempio di quel pensare in azione che tiene insieme teoria e pratica politica.

Fuori da lì, vige la delega, la strumentalità dei rapporti, l’organizzazione piramidale. Non solo. Le donne hanno cinque minuti a disposizione. Esempio raro di tolleranza, si ascoltano reciprocamente. Niente preiscrizioni o relazioni. Non ci sarà il documento conclusivo. La presidenza è vuota. Invece di applaudire, le mani sfarfallano in aria. L’ispirazione è tratta dagli indignados di Puerta del Sol. Tra cuore e mente, tra voci e sguardi le parole volano dal microfono: come il famoso manico di scopa della strega? Una scelta di metodo importante. Nonostante il peso del vivere, è fatta in leggerezza. Per non restare schiacciate dalla crisi, dai piani di austerità, dal precariato, prima di tutto bisogna cambiare prospettiva. Spostare i confini, cercare pratiche del conflitto capaci di evitare la ripetizione. In effetti il femminismo ha detto che il suo, il nostro confine, è quello con l’altra/l’altro. Significa puntare su una politica delle relazioni. Averne cura.

Peccato che gli uomini non la registrino. Il valore simbolico di quello scambio non lo vedono. E il risultato è squadernato davanti ai nostri occhi. A Paestum di uomini ce ne sono pochi, silenziosi. Non erano invitati, non sono respinti. Nel ’76 si tenne in questo luogo il primo incontro femminista. Allora, si scandiva “L’utero è mio e lo gestisco io”. Adesso, per il logo, la disegnatrice Pat Carra ha sostituito la figura maschile del reperto conservato al museo con la figura femminile della tuffatrice che si slancia nel mondo. Anche e soprattutto per rovesciare i film catastrofici ai quali assistiamo ogni giorno. Vicende di cupidigia, competizione, egoismo. Sceneggiature che separano produzione e riproduzione, lavoro e cura, individuo e comunità. Niente “happy end” in questi film. La morale? O la borsa o la vita.

Paestum all’opposto dice: “Primum vivere anche nella crisi: la rivoluzione necessaria. La sfida femminista nel cuore della politica”. Bisogna rimettere al centro la vita. Per tutti, donne e uomini. Puntando su tempi, modi e sul cosa si produce. La strada c’è, tracciata dalla soggettività femminile, dal sapere accumulato. Il femminismo non ha mai dedicato il suo tempo a scrivere “ricette per l’osteria dell’avvenire”. In effetti, accade “non per caso” che i fantasmi di contrapposizione tra femministe giovani e antiche si rivelino, appunto, una invenzione. D’altronde, pur appartenendo a diverse generazioni, le donne qui compongono una rete. “Siamo tutte femministe storiche”. Anche se, per le più giovani l’ansia del precariato è tartassante.

Tuttavia, la forza per modificare la realtà dipende, di nuovo, dall’essere in relazione. Piuttosto, se in passato le donne sono state attrici invisibili del cambiamento, oggi sono le attrici visibili di un progetto che consiste nell’introdurre la differenza femminile nella trama della storia. Giacché la crisi approfondisce le gerarchie verticali. E la radice della gerarchia del maschile sul femminile non è scomparsa. Però, non esiste un solo modo di affrontare l’eredità del patriarcato. Le modeste strategie, i conteggi sul numero pari di donne e uomini nei luoghi del potere e delle istituzioni, non tengono conto che la differenza delle donne dagli uomini rappresenta un vantaggio e una ricchezza per la società.

Piuttosto, dovrebbero essere gli uomini a liberarsi da un modello virile ancora pesante. Qualcuno, forse, comincia a provarci. Ormai il rispetto degli equilibri vitali è diventata una rivendicazione di tutte/tutti. Quanto al femminismo, la sua radicalità e vitalità ha dimostrato (ancora una volta) di essere in movimento. Non solo a Paestum, non solo nelle giornate dell’incontro.

Una risata non li seppellirà

Dal numero 23 di alfabeta2 che esce in questi giorni nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Daniele Giglioli

La cosa più sbagliata da fare è prenderli sottogamba, metterla in burletta, lasciarsi sedurre dall’incredibile mole di pasticci, retromarce, figuracce, ragionamenti sghembi e trattative levantine che hanno accompagnato in questi anni, in Italia, l’introduzione tardiva della cosiddetta «cultura della valutazione»: nell’università, nella scuola, nella pubblica amministrazione. Un paranoico potrebbe perfino pensare a una geniale strategia di comunicazione suggerita da qualche costosissimo spin doctor: non abbiate paura, siamo buffi. Sono buffi, ma di paura ne fanno e come. Certo la tentazione è forte: basterebbe raccogliere un dossier di neologismi tautologici, anglismi maccheronici, cifre sbagliate, test farlocchi, passarlo a un bravo comico (un Guzzanti, un Albanese), e l’effetto sarebbe assicurato, specie in un paese dove l’unica opposizione culturale visibile dell’ultimo ventennio è stata svolta, purtroppo, dalla satira.

Chi non ricorda il rettore della Sapienza mentre difende con vibrante accento sabino un test di ingresso basato sulla grattachecca della sora Maria? Chi non sorriderebbe (amaro) a rileggere i report delle agenzie di rating che ancora nel 2007 spergiuravano affidabilissimi i derivati della Lehman Brothers? Ma il pericolo è reale, e non c’è catarsi comica che possa scongiurarlo. La cultura della valutazione non usurpa il proprio nome, è davvero una cultura, una visione del mondo, un programma che ha ben chiaro, se non come va il mondo, almeno come dovrebbe andare. E prende piede, acquista carisma, fa ciò che dice, lo produce nel momento stesso in cui si insedia nei gangli di ogni agenzia decisionale.

Scuole e università, comuni e regioni, teatri e ospedali, musei e parchi verranno sempre più pensati e finanziati – da parte di un potere politico che sta cedendo ogni giorno porzioni della sua sovranità con l’allegra spensieratezza del patrizio rovinato, e da parte di un’opinione pubblica impotente di fronte al ricatto di termini civetta come meritocrazia, efficienza, prestazioni, razionalità (nientedimeno!) – in ragione di un punteggio assegnato, dicono i valutatori culturalmente più avveduti, non sulla base dei contenuti o del valore delle prestazioni, ma sulla loro efficienza, a sua volta identificata con l’adeguamento a standard che si pretendono oggettivi quanto più sono arbitrari. Sotto le spoglie di un’algida e impersonale terminologia pseudoscientifica, la cultura della valutazione è una forza che si fa ragione, non una ragione che diventa forza: o funzionate come diciamo noi, o siete fuori. E non conta nemmeno il fatto che perfino nel ramo in cui ci siamo inventati maestri prendiamo un granchio dietro l’altro: l’autorità, non la verità detta la legge.

Da terreno di razionalità intersoggettiva, procedura verificabile, libero dibattito, la scienza degrada a diktat, imposizione, uso connotativo, affettivo, alonale di parole e numeri che servono a sedurre, a stupire, ad ammutolire, non a dimostrare. La cultura della valutazione ha dalla sua molti punti di forza. La trasformazione molecolare del triangolo che ha dato forma al rapporto tra potere, sapere e produzione nell’età moderna (stato nazione, partiti di massa, istruzione obbligatoria, università humboldtiana, welfare, ricerca pubblica) è un fatto, non un’invenzione dei banchieri, dei tecnocrati o dei cantori della moltitudine. (Un’invenzione è semmai il ritornello: bisogna comunque razionalizzare, non ci sono più risorse. Le risorse ci sono e come, basterebbe chiederle indietro a chi se le è intascate. Razionalizzare non vuol dire accettare la miseria). Un fatto è che di fronte allo strapotere della finanza mondiale, apparati governamentali e non sovrani come le burocrazie tendono sempre più a porsi come unica controparte, come interlocutore che tratta da potenza a potenza, del capitale finanziario: da qui dovete passare, con le nostre procedure dovrete fare i conti, voi che pure vi dite tanto insofferenti dei famosi lacci e laccioli. E un fatto, infine, è che, almeno in un paese come l’Italia, lo status quo è indifendibile.

Non vi piaceremo, ma vi andava bene come andavano prima l’organizzazione scolastica, il reclutamento universitario, il funzionamento della pubblica amministrazione? Non vi lamentavate tutti degli sprechi, della corruzione, del nepotismo, della malagestione? Non ce l’avete fatta a riformarvi da soli, è giusto che qualcuno vi commissari. Fidatevi di noi, poiché non potete fidarvi di voi stessi. Questo è il punto cruciale, il punto d’onore della cultura della valutazione, ciò che ne fa davvero una cultura e non solo una tecnica. La sfiducia. La presunzione di minorità. La diffidenza nei confronti della capacità dei soggetti di autogovernarsi: vi ci vuole un padrone, il sovrano ieri, il tecnocrate oggi, l’agenzia terza, l’autorità nominata dall’alto, l’autoproclamata società di esperti muniti di banche dati, grafici e statistiche (raccolti a pagamento; e spacciati con tecniche di comunicazione da Gatto con gli Stivali: di chi sono queste terre? Ma del Marchese di Carabas!).

Diffidenza da trasmettere ai soggetti con ogni mezzo necessario. L’operazione è già a buon punto. Stupisce quanto debole – a parte l’opera meritoria di chi è capace di smontare pazientemente il meccanismo; e a parte qualche resistenza corporativa – sia stata la reazione di chi rischia di vedere stravolto il senso del lavoro che fa da uno scombiccherato armamentario di sofismi. Presupponendo cittadini inermi, la cultura della valutazione contribuisce a crearli: chi ha tempo e voglia di addentrarsi in quella boscaglia di pseudo numeri e pseudoconcetti? E ne vale la pena, intenti satirici a parte, nel momento in cui è acclarato che non la razionalità ma un principio di autoelezione inverificabile presiede a quelle pratiche? Tentare di prendere in castagna la cultura della valutazione sulla base dei suoi sfondoni è divertente e utile, ma non decisivo. Urge invece contrapporle un’altra cultura. Ci vorrà tempo, pazienza, idee e soprattutto fiducia nelle idee.

Urgurù Gigante di Sardegna

Carlo Antonio Borghi

Ci sono voluti 3000 anni ma ora finalmente ho un nome anche io. Il mio nome è Urgurù e lo voglio partecipare alla tribù di alfapiù e non solo per una questione di rima baciata e accentata sulla U. Ve lo ridico in lettere stampatelle URGURÙ. Si capisce al volo che è il nome di un Sardo dell’antica stirpe nuragica e megalitica. Sono uno dei Giganti di Monti Prama, quei colossi di pietra riesumati a Cabras, non lontano da Oristano e che ora abitano in una sala del Centro di Conservazione e Restauro di Li Punti, borgata di Sassari. Come potete vedere dalla foto, sono quello che tiene lo scudo sulla testa come un cappello. Tra tutti i Giganti sono quello che risulta più intero. Agli altri miei compagni gli mancano pezzi qua e là, un braccio, una gamba, un piede ma ancora non sono stati dichiarati invalidi e disabili dalla Mutua. Eravamo alti dai due metri in su. Loro ed io che sono il capo, siamo databili intorno all’anno Mille prima di Cristo. Allora, anche il Baco del Millennio era di granito. Siamo stati rinvenuti sottoterra nel 1974 da un contadino che arava il suo terreno.

Ci sono voluti decenni di studio e poi di restauro manuale per rimetterci in posizione eretta. Molti di noi per stare in piedi hanno avuto bisogno di protesi e collanti speciali. Io sono stato più fortunato di loro. La mia archeologa restauratrice ha avuto la bella e grande idea di battezzare la fine del mio restauro filologico abbracciandomi stretto e baciandomi forte in bocca. Le sue labbra carnose hanno risvegliato e rianimato le mie labbra di pietra arenaria e di seguito tutto il resto. Così ora posso parlare e perfino muovermi a differenza degli altri 24 Giganti che restano ancora pietrificati. Noi Giganti Prama indossiamo cintura e gonnellino ma non siamo femmine.

Lei si chiama Bustiana che, in Sardegna, è il diminutivo di Sebastiana. Della Civiltà Nuragica conosce qualsiasi cosa ma in più sa baciare così bene da riuscire a rianimare un menhir, un betile o una statua e infatti eccomi qui, pronto a tutto anche a dare battaglia per la causa dei Sardi imbrogliati dai padroni delle ferriere e dalle multinazionali. È un imbroglio che dura fin dai tempi dei Punici e dei Romani. Ai miei tempi dell’Età del Ferro ho conosciuto quei trafficanti dei Fenici ma a loro importava solo di smerciare porpora e bottarga di muggine che è il caviale dei Sardi. A Cabras, dove sono venuto al mondo, si trovano i migliori muggini del Mediterraneo. Quella maga (jana in sardo) di Bustiana medita in cuor suo di rianimare gli altri miei fratelli e compagni giganti. Lei non è una gigantessa ma con i suoi baci può fare miracoli. Io Urgurù sono un gigante guerriero e campione di pugilato e di tiro con l’arco. Noi eravamo in 44 statue a tutto tondo e siamo nati prima di quei bellimbusti dei kouroi greci.

La Regione e il Ministero B.A.C. vorrebbero separarci mandandoci un paio in un Museo e un altro paio in un Antiquarium ma noi ci opporremo armi alla mano. Sono già in contatto con operai dismessi, pastori sfrattati e contadini pignorati. Ora varano la Flotta Sarda S.P.A. così potremmo navigare gratis per andare a manifestare a Roma. Qui ora è notte. Uscirò da questo ricovero museale che è come una Casa di Riposo per statue anziane. Bustiana mi ha insegnato come fare per non dare nell’occhio delle telecamere di sorveglianza. Faccio un giro a rivedere le stelle nuragiche e sarò di ritorno prima dell’apertura giornaliera. Darò notizia di me e degli altri giganti. Vi saluto e sono Vs. Aff.mo Urgurù affiliato ad alfapiù.
P.S. Il mio nome è Urgurù e la mia canzone preferita non può che essere Il mio nome è mai più di Jovanotti, Ligabue e Piero Pelù.

Il merito in agenda

Augusto Illuminati

Strano paese l’Italia, dove gli oggetti materiali spariscono e quelli immateriali proliferano. Per esempio, spariscono nelle mani dei Servizi le agende cartacee, come quella rossa di Borsellino, proliferano agende fumose e minacciose come quella Monti. Tutti la sostengono, da destra e da sinistra, senza troppo specificare, tutti lamentano o esultano perché diminuisce i salari, mantiene (se non accresce) la pressione fiscale, incrementa i disoccupati. Nel suo alone di retorica emergenziale (senza reali decisioni) l’agenda Monti è quello che, a partire da Hitchcock, si chiama un MacGuffin, l’oggetto misterioso intorno a cui si costruisce una trama.

A definire il nostro oggetto agendoso c’è di sicuro la sofferenza sacrificale e la promessa di ricompensare il merito in alternativa al dispendio e al debito colpevole e sfigato. Il merito è appunto il rovescio enigmatico della colpa: enigmatico perché il premio (successo, visibilità, stipendi da favola, vitalizi e rimborsi autocertificati) tocca innanzi tutto ai numerosissimi e mai sazi membri di un ceto politico che a rigore non può aspirare, in quanto elettivo, a un riconoscimento per competenze tecniche, concorso o selezione e, per di più in Italia è nominato dall’alto secondo canina fedeltà a partiti screditati e inseguiti con i forconi.

In linea con la suinocrazia delle rappresentanze, un po’ arrancando per gli introiti assai minori e per la scoraggiante carenza di orge e disinibiti partner, segue l’Università con l’Anvur e l’ancor più scrausa scuola secondaria con Invalsi. Invece di rrobba, Suv, ostriche e gnocca, vuoi mettere il listone delle peer reviews considerate "scientifiche": Barche, Nautica e Yacht Capital per l’area 8 (peer Briatore), Airone per l’area 10 (ma non la distribuivano gratis sugli aerei?), Rivista di suinicultura, appunto, area 13, peer Ulisse-De Romanis, er Batman e la Polverini, un’infinità di bollettini diocesani e di monogruppi parlamentari. Per non parlare dei test Invalsi, sparuti eredi degli IQ della fulgida tradizione eugenetica Galton-Abravanel, su cui già si è soffermato Caliceti.

Ma che c’entra, mi direte. C’entra e come, perché oggi la logica del merito non è la promozione di eccellenza, più o meno accortamente miscelata con la cura di chi “rimane indietro” (secondo il datato paternalismo cristiano-liberale), ma la costruzione di un’élite sulla più feroce discriminazione e regressione della massa. Certo, fa ancora qualche differenza se l’élite si costruisce a Eton o al Mit piuttosto che all’università Krystal di Tirana o nei corsi Cepu, ma la logica è la stessa, complementare a quella dei brevetti che definiscono i vari ranking universitari americani o cinesi. La logica dell’esclusione, del recintare un campo per estrarne una rendita e imporre una taglia agli utenti. Altro che transdisciplinarità e sostituzione dell’accesso alla proprietà...

Pensare che i vecchi sociologi parrucconi del New Deal, tipo Robert K. Merton, fantasticavano che i criteri di eccellenza della scienza fossero la cooperazione sociale e culturale, la diffusione illimitata delle scoperte a vantaggio del genere umano, la cessione gratuita dei diritti di proprietà intellettuale in cambio del riconoscimento e della stima della comunità, l’eliminazione del segreto e del brevetto per consentire la più ampia falsificazione nel dibattito scientifico... Communalism o communism, appunto, vade retro Satana. Invece è più fico (e si autovaluta come tale) chi meglio sa fottere i concorrenti e valorizzare le proprie pensate, magari su una rivista divulgativa o mettendo su un dipartimento improbabile, leggere gli elenchi per credere, manco nella biblioteca visitata da Pantagruel!

L’indimenticato Brunetta voleva addirittura sostituire al lavoro, come fondamento della Costituzione, la coppia merito e competizione. Del bunga-bunga (almeno a livello centrale) ci siamo sbarazzati, del nocciolo duro del neoliberismo evidentemente no. Ce lo ricordano tutti i giorni Monti e Fornero (i poveri, i disoccupati e gli esodati sono colpevoli, mica i bankster seminatori di derivati tossici), gli spassosi blog di Abravanel e Michel Martone, il culto bocconiano di tecnici che non tirano fuori un ragno dal buco.

Sapendo che il merito “vero” (non quello dei Gatti Impellicciati e altri corrotti di serie B) si commisura sul sapere dei teorici che pensano di accrescere l’occupazione aumentando l’orario di lavoro di alcuni dei già occupati e licenziandone una parte, viene da dire parafrasando Mark Twain: la differenza fra la scienza economica e la menzogna, è che la seconda deve almeno apparire credibile.

Cambiare il mazzo di carte

Angelo Guglielmi

Che oggi il nostro mondo (intanto la realtà italiana) stia vivendo uno stato di disagio (e che questo non coincida con le sofferenze portate dall’attuale manovra Monti) è una constatazione indubitabile e chiara agli occhi di tutti. E altrettanto evidente è che questo disagio è presente (agisce) in ogni settore della nostra società, dalla fin troppo detta mancanza di opportunità di lavoro (anzi di futuro) per i giovani (e quando ci sono di natura provvisoria e dunque inutilizzabili per ogni programmazione), all’impoverimento costante delle famiglie, che vedono sempre più ridursi le possibilità di sostentamento e, più in generale, alle stesse condizioni della cultura produttiva, economica, creativa (tanto saggistica che artistica) del nostro Paese. Che si è appassita in vecchie parole di cui avverte l’inadeguatezza di fronte all’insorgere di domande nuove (di cui percepisce l’urgenza ma non ne sa individuare la richiesta). In questo quadro le difficoltà anche insostenibili introdotte dalla manovra del governo tecnico anziché moltiplicare il disagio sembrano tecnicamente alleviarlo nel senso che finalmente sappiamo a chi dare la colpa.

Ovviamente non ci sono colpe (le colpe sono sempre personali) ma un arrugginimento della macchina vitale che si è come bloccata in una ripetitività inessenziale che attiva un processo generale di difficoltà e d’impotenza. Di reazioni non è che non ce ne siano (a prova che è diffusa la consapevolezza della necessità di cambiare il mazzo di carte) ma davvero scarsa è la lucidità (e l’efficacia) che denunciano. Per l'assetto più generale dell'ordinamento sociale sembra verificarsi un vero e proprio movimento di «ritorno al passato» con la riapparizione della plebe in cui il popolo sempre più numeroso sembra scivolare.

Ma la proposta del ritorno al passato (dell’andare avanti tornando indietro) è presente in tutti (o quasi) i settori dell’attività italiana. Riconosciuta universalmente e da tutti la bruttezza della televisione con la sua offerta bassamente spettacolare e una informazione eccitata e distraente, il rimedio proposto da parte di alcuni eccellenti intenditori è il ritorno alla televisione educativa con la riproposta di commedie, concerti e documentari su Leopardi. Che certo ridarebbero nobiltà alla nostra televisione, ma la priverebbe delle ragioni per cui esiste, ovvero rappresentare una comunicazione per tutti (al di là di pubblici specializzati e di gruppo).

Ma non basta. Con rilievo forse diverso, ma confermando lo stesso movimento, è quello che sta avvenendo nel campo filosofico e del pensiero astratto dove è in corso un forte dibattito sulla necessità di superare il post-modernismo e la sua convinzione (e pratica) che non esistono i «fatti» ma le interpretazioni (secondo il detto nicciano) per tornare ai «fatti» e alla rappresentazione della realtà in termini di valori. Dico che questo dibattito è di rilievo forse diverso perché affronta questioni assolute riguardanti il segreto della nostra esistenza dove è difficile pronunciare sentenze definitive.

Dunque il «ritorno» sembra l’arma di salvezza invocata da tanti volenterosi giustamente oppressi e offesi dall’attuale andazzo delle cose e altrettanto desiderosi di una situazione diversa. Rimane che è una contraddizione in termini augurarsi il superamento con il «ritorno» dimenticando che quando si è abbandonato il passato cui oggi si auspica di tornare, l’abbandono riguardava condizioni e pratiche di lavoro che allora (e perché no anche ora?) erano obsolete e impedivano una nostra non pigra attività.