Un mestiere, oggigiorno

Intervista a Cosimo Calarno a cura di Andrea Inglese

Buongiorno signor Cosimo. Lei da dove viene?
Sono di Giulio Pratese, una frazione di Leffe. Ma ormai sono sempre in giro per tutto il Nord Italia.

E che cosa fa nella vita?
Io tiro calci. Ho iniziato, così, per volontariato. Appena vedevo un raggruppamento di individui, anche calmi, che fraternizzavano tra di loro o già avevano fraternizzato in precedenza, io mi lanciavo. Mi buttavo in mezzo e tiravo calci all’impazzata. All’inizio le persone erano estremamente ostili a questa mia proposta. E spesso rispondevano ai calci con i pugni. Ma io, purista quale mi ritengo, non mi lascio influenzare, e tengo la barra ferma: cioè insisto con i piedi finché posso, finché – per altro – rimango in piedi. Molto spesso, infatti, sono sopraffatto, per via del malinteso violento che si crea.

Come si è evoluta questa attività?
All’inizio la mia famiglia e mia moglie insistevano con lo psichiatra di Leffe. Anzi, ne hanno fatto venire uno da Bergamo. Mi mettevano sul tavolo due confezioni di medicinali, e io dovevo ingozzarmi delle loro pillole. Dovevo… in realtà sarebbe più corretto dire: avrei dovuto. Ho sempre spiegato serenamente, che il mio intento è quello di sanare il popolo. E io mi sano con esso. Quando passo una settimana senza calciare a fondo, è come se avessi buttato via il mio tempo.

C’è stata una svolta, non è vero?
Sì, lo psichiatra mi ha lasciato perdere. Vedeva che io sono, nonostante certe apparenze, un tipo minuzioso e responsabile. Non è perché ho la vocazione del tiracalci, che allora sono sgarbato, o alzo la voce, o addirittura tiro sberle per un sì o per un no. Con la polizia la comunicazione era un po’ meno serena, ma spesso mi ignoravano. O mi menavano o mi ignoravano. Una volta, però, che stavo mollando calci molto ispirato all’interno di un bar affollato, si lasciarono trascinare pure loro, e fu un momento meraviglioso: tutti ridevano e urlavano a seconda della posizione che venivano ad assumere nella mischia: quella passiva, di ricevere una scarpata, o quella attiva, di tirarla.

Quando è stato assunto a tempo indeterminato?
Si tratta di una multinazionale, che ha diverse sedi importanti in Italia. Per discrezione preferisco non fare il nome. In ogni caso, mi contattarono con tutte le formalità: alcune telefonate a casa, tre colloqui, un pomeriggio di test logico-matematici e di giochi di ruolo, addirittura un fine settimana in auto per la Val Gandino e la Val Seriana, con grandi giri di grappe ad ogni sosta. Insomma, stavo persino diventando sospettoso. Mi tennero in ballo più di un mese, tra un incontro e l’altro, ma sempre esprimevano interesse e grande cortesia. Ora la paga è buona, e ho anche un ipad aziendale, di cui in realtà mi servo poco. C’è un responsabile dell’Ufficio del Personale che mi contatta a casa. Io faccio il mio giretto con l’auto e, quando mi sento carico, mi precipito in sede.

E qui cosa succede?
Bè, la solita cosa. Io ho tutte le indicazioni precise. Salgo al piano convenuto, m’infilo discreto e silenzioso nel corridoio, finché sbuco nella sala riunioni, e qui mi metto a tirare calci senza andare per il sottile. È un lavoro rude. Prima di tutto per me, ma ovviamente anche per gli altri. Inizialmente alcuni bamba finiscono persino a terra. Ci sono quelli che piangono. Spesso, però, parte molto convinto ed entusiasta un gruppo di pugili amatoriali. Sembra che da anni non vedessero l’ora di colpirmi in pancia, sulla schiena o in faccia. Sono disordinati certo, ma abbastanza efficaci e dolorosi. È improvvisazione pura. A volte mi spaccano una lampada da ufficio in testa. Di tanto in tanto qualcuno lo mando io all’ospedale, se mi gira di colpo di mirare ai coglioni. Io poi non guardo in faccia nessuno: spesso inizio con il caposala o con il relatore della filiale milanese.

Ritiene di avere un compenso decente e appropriato per il suo valore?
Io mi ritengo realizzato. Credo che questa cosa la farei comunque lo stesso. Per me non è un fatto esclusivamente economico. Certo, la mia azienda mi paga molto bene oggi. D’altra parte i colletti bianchi ne vanno pazzi. A volte non pensano ad altro per settimane. Se si sparge la voce in una filiale, o in un certo ufficio, che io sbarcherò quel giorno, è finita: cioè sono tutti terribilmente eccitati. Producono come sotto ipnosi. Credo che sia anche per questo che mi vogliono, e mi fanno intervenire in così tanti programmi. Loro ci mettono titoli altisonanti e molto gergali, con qualche termine inglese. Io ci metto i miei piedi. E tiro come sempre all’impazzata. Non disdegno fare danni sulle scrivanie o sulle piante da ufficio. Ma come dicevo: questa stessa cosa, allo stesso identico modo, io continuerei a farla anche non pagato, anche per strada, come prima. Oggi la gente non sa più che pesci pigliare. Sono tutti come in una specie di morte leggera. Io li vedo andare e venire contando i soldi, come fossero controfigure in film di vampiri o zombi. Passano mesi in un angolo del bar, in un silenzio luttuoso, a pensare se ce la faranno a comprare l’auto nuova. Nessuno è più sicuro di nulla. Anche l’abbonamento all’operatore telefonico suscita angosce e tormenti. Quando arrivo io, tutti si rilassano. Sì, sembra strano, ma è proprio gettandosi nella lotta, a capo fitto, che finalmente si abbandonano. Si prendono i loro bei calci, mi danno qualche pugno efficace in testa. Poi rimaniamo un quarto d’ora a salutarci, a stringerci la mano.

Lei ha mai visto Fight Club?
No, ma me ne hanno parlato spesso.

Agenda Monti

Augusto Illuminati

«Cambiare mentalità, cambiare comportamenti». Confesso di aver provato un brivido di inquietudine leggendo siffatto titolo di paragrafo nell’agenda Monti (su traccia Ichino) testé divulgata, pochi giorni dopo la mancata fine maya del mondo e nel bel mezzo del sopore natalizio. Sarà che non mi piace che qualcuno voglia cambiare la mia mente, tanto meno i miei comportamenti. Ma chi cazzo siete per darmi questo suggerimento o peggio quest’ordine? Ma cambia tu modo di ragionare, visti i disastri che hai combinato. E per dirla tutta: non mi piace neppure la leggerezza con cui sentenzi ignorando ansie e sofferenze quotidiane della grande maggioranza e pretendendo una cambiale in bianco per governare ancora, dopo essere stato paracadutato senatore a vita e premier. Opinioni mie, d’accordo.

Però mi inquieta pure l’uso della parole, una specie di neo-lingua tecno-liberista della radical centrist politics («The Economist») che ricorda altri infausti e ilari eufemismi totalitari. «Modernizzazione del mercato del lavoro» è uno di questi, soprattutto se si collaziona tale promessa con le implementazioni suggerite: liberalizzazioni sfrenate, culto della competizione, smantellamento dei contratti nazionali di lavoro a favore di accordi aziendali, di cui abbiano avuto triste esperienza con le discriminazioni marchionnesche contro la Fiom. A leggere che si vogliono «ridurre le differenze fra lavoratori protetti e non», torna in mente la vecchia barzelletta sul devoto pellegrino che si reca a Lourdes con una mano paralizzata e invoca: Madonnina, fammele eguali, con il risultato che gli si paralizza l’altra...

Fabio Mauri, Disegno schermo fine (1962)

Sarà pensar male, ma quando si afferma che «tutte le posizioni sono contendibili e non acquisite per sempre», si potrebbe ipotizzare che in pratica tutti siano licenziabili senza tante storie e la contesa per le posizioni si risolva con la vittoria di chi accetta un salario minore. Per non parlare dell’enfasi sul merito, accertato ai vari livelli attraverso le procedure Invalsi, Indire e Anvur, sì quelle dei quizzoni e di riviste parrocchiali, balneari e di suinicultura assurte a “scientifiche”. Che la dismissione del patrimonio pubblico riguardi poi in primo luogo quello storico-artistico, riprende con terminologia Cee la vendita della Fontana di Trevi immortalata da Totò o l’appalto del Colosseo a uno scarparo.

Il mondo non è finito il 21 dicembre 2012. O forse è finito nel senso che continua ad andare avanti come prima – il contrassegno della catastrofe secondo Walter Benjamin. Litigi di facciata ma accordo sostanziale di quanti giocano le diverse parti in commedia sulla scena politica, concordi a gestire con agende parallele una crisi di cui non sanno a venire a capo se non taglieggiando il 90% e riservando la polpa a gruppi ristretti di super-ricchi, con cospicue briciole al ceto politico e amministrativo di supporto. Che il true progressivism ci risparmi almeno le prediche.

Tempo presente con Presepe

Carlo Antonio Borghi

Sotto Natale. Mettere su un Presepe. Sembra facile ma occorre un certo coraggio, poiché può costare caro in termini di danaro. Lo scorso otto dicembre è passata l’Immacolata. Se n’è andata in giornata lasciandoci in eredità una mummia riesumata e imbellettata. L’Egitto, distratto dagli ambaradam di piazza, non ne ha richiesto la restituzione. Mettere su un Presepe, disponendo Monti&Monti di cartapesta sullo sfondo. Sistemare alberi ritagliati nel compensato a colpi di traforo. Far passare un fiume fatto di vetrini o carta stagnola. Non arriverà mai al mare. Distribuire pecorelle sarde affette dalla Lingua Blu.

Aggiungere maialini sardi (porceddus) infettati dalla Peste Suina Africana. Gli agnelli sono quelli modificati dall’uranio impoverito del Poligono Militare del Salto di Quirra, in Ogliastra. Riempire la scena di pastori e servi pastori e di donne contadine portatrici di brocche. Tutta gente sfrattata dai loro pascoli e poderi pignorati. Alcuni e alcune indossano l’Eskimo. Mettere su tutto il necessario ma badare bene a non tirar su casupole, capanne, ricoveri per animali, granai, mulini a vento e ad acqua, alberghetti e agriturismo. Ognuno di quegli edifici, per quanto in miniatura, verrebbe sottoposto all’IMU, l’inevitabile gabella sui fabbricati, di qualsiasi natura edilizia. Così non si è potuto dare un riparo alla Sacra Famiglia.

Neanche una capanna di fango e frasche che sarebbe tassabile come prima casa. Anche una grotta pagherebbe l’ICI. Anche una casa di bambole verrebbe tassata. Essendo un presepe senza tetti e solette, la Stella Cometa non potrà posarsi e resterà sospesa nel vuoto o striscerà per terra come un lumacone. A tutto il resto penseranno i Magi ai quali dello spread non importa un fico secco, essendo emiri e sultani. Ooooooohhh…it’s snowing! Fioccano rospi, salamandre e sanguisughe. Visti i tempi di ristrettezze e recessione, finiranno in tavola per il cenone. Poi toccherà alla Befana. Ci sarà solo da sperare che non sia una Kaimana. Speriamo sia la solita carampana spazzacamina e carbonaia. È un Natale sotto tutela dell’Unione Europea, Festival di Sanremo compreso.

Rivolta o barbarie

Dal numero 25 di alfabeta2, da oggi nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Augusto Illuminati

Questa è la settimana decisiva per l’Europa (o per la Grecia, o per l’euro o per quant’altro volete). Così quotidiani e TV annunciano il rinvio interminabile dell’assoluzione, secondo una metafora che Raparelli trae da Kafka applicandola alle diagnosi sulla crisi sfornate ogni giorno per coprire i suoi effetti nell’aggressione ai redditi e al welfare dei ceti subalterni. Fin quando durerà la colpevolizzazione con l’accusa di aver vissuto al di sopra dei propri mezzi, fin quando sarà dilazionata un’assoluzione che coincide con la miseria? Per Raparelli il «processo» si interromperà solo con la resistenza delle masse all’espropriazione della vita, il mezzo di produzione post-fordista su cui si esercita la nuova accumulazione «originaria», rinnovata con obiettivi diversi a ogni ciclo di sussunzione reale capitalistica.

Il libro si articola in due sezioni: Macerie, descrizione stringente della catastrofe del nostro tempo (crisi dell’euro e del sistema europeo, meccanismi del debito, nuove enclosures in forma di prelievi di rendita sul bios), e Ancora una volta, la prima volta, analisi dei movimenti antisistemici e delle lotte di massa che contrastano la catastrofe proponendo idee e pratiche di una democrazia di tutti che è forse il nome attuale del comunismo.

Soffermiamoci su questa seconda parte. «Fare coalizione» è l’insegnamento tratto da Occupy: cioè socializzazione politica e passionale delle soggettività plurali della povertà, che è al tempo stesso potenza produttiva. Il che rovescia in senso rivoluzionario l’operazione neoliberista, che punta a sfruttare un lavoro vivo inseparabile dalla soggettività. L’enfasi sul lavoratore imprenditore di se stesso, l’infatuazione meritocratica (il cui contenuto materiale è la differenziazione salariale verso il basso) e la retorica della formazione permanente ne sono stati inizialmente i referenti ideologici, mentre oggi tale funzione è svolta dal ricatto del debito con tutte le sue conseguenze. Di qui l’individuazione del terreno biopolitico come l’area di contrasto su cui si sviluppano i nuovi movimenti e verso cui confluiscono rivendicazioni salariali e richieste più adeguate al lavoro intermittente e precario quali il reddito di cittadinanza.

Molto interessante a questo proposito è la discussione critica di alcune tendenze interne alla tradizione teorica dell’operaismo italiano. Raparelli prende le distanze tanto dall’insistenza sulla purezza normativa del programma, che traspare da recenti articoli di Toni Negri sul sito Uninomade, quanto dalle ipotesi neospontaneiste di talune componenti libertarie di movimento che si rifanno all’elaborazione filosofica di Giorgio Agamben.

Nel primo caso, a un’analisi corretta del biopotere capitalistico non corrisponde una consapevolezza adeguata delle soggettività che animano il movimento (dai centri sociali agli studenti, ai metalmeccanici), troppo spesso misurate in termini astratti. Nel secondo, la singolarità qualunque si esprime solo nell’evento e nel riot, irriducibili a ogni forma organizzativa. A queste due inclinazioni l’autore oppone, in termini deleuziani alternativi alle avanguardie classiche, «gruppi in stato di adiacenza con i processi sociali», che articolino trasversalmente la molteplicità del desiderio e l’accumulo dei rapporti di forza e delle esperienze organizzative.

IL LIBRO
Francesco Raparelli
Rivolta o barbarie. La democrazia del 99% contro i signori della moneta

prefazione di Paolo Virno
Ponte alle Grazie (2012), pp. 219
€ 10

Eventi natali

Augusto Illuminati

Accade raramente nella vita di essere testimone diretto di un nuovo inizio, di una rottura della routine politica o, più banalmente, di vedere un po' di gente che si tira fuori dalla palude. Come sempre in questi casi, i protagonisti non ci badano, perché sembra a loro (che sono vivi) un fatto del tutto naturale. Come sempre in questi casi, gli zombies, che non si ricordano più di quando erano vivi, non se ne accorgono, continuano a litigare fra loro barcollando e schiaffeggiandosi, magari esecrando la violenza con cui i vivi si ribellano al morto, “oscurano” od “opacizzano” la loro causa. Lo storico, il testimone a metà fra passato e futuro, a volte ha la fortuna di afferrare allo stato nascente una frattura fra il vecchio e il nuovo e il genuino scaturire di un'azione politica, che in un attimo rende desueta tutta la scena precedente e riduce a stato larvale gli antichi protagonisti.

Non sto commentando Arendt o Rancière, faccio la cronaca di una manifestazione romana vista con i miei occhi (fortuna che non si è abusato in lacrimogeni), di 50.000 giovanissimi studenti e non solo (e di altri 200.000 nel resto d’Italia, e di tanti altri a Lisbona, Atene e Madrid) che hanno marcato la loro estraneità a un mondo politico ridotto, non allegoricamente, a police, con le consuete prestazioni (“circolate”, “identificatevi”, e giù botte). Nessuno li ha capiti prima (vedere i quotidiani di mercoledì), nessuno li ha capiti dopo (vedere i quotidiani di giovedì).

Ma non ci lamentiamo dell’incomprensione. Chi dovrebbe preoccuparsi è il governo, i partiti, i quotidiani. Un’intera generazione non capisce più il governo e le forze parlamentari e forse bisognerebbe dire che l’Italia reale, anche i non più adolescenti minatori del Sulcis, gli esodati, i pensionati al minimo, i cassintegrati non capiscono più, che gran parte dell’Europa non ci sta più. Un solo elicottero è bastato per esfiltrare i ministri da Carbonia, novella Saigon. Quanti ne serviranno domani?

Letteratura per la vita

Paolo Fabbri

La letteratura, dicono in tanti, abita solo mondi possibili; il mondo reale può solo rifletterlo, rispecchiarlo, oppure rifrangerlo, travisarlo. Strana idea! Eppure le lettere e i letterati fanno parte integrante del mondo reale di cui traducono a modo loro le esperienze. Basta guardare ai premi letterari - ai criteri di scelta dei Nobel - e alle statistiche di vendita che circolano in rete e nei supplementi di stampa. Anche la critica letteraria, in tempi di crisi, dovrebbe rivendicare senza vergogna la condivisa etimologia, che è “valutare e giudicare”. Se la crisi ci fa metter giudizio, quello critico potrebbe servire. Dipende dalla critica naturalmente. Non quella che Barthes chiamava “epitetica”, specializzata nella selezione di aggettivi, per decorare rapide interviste d’autore: neppure quella “parametrica” - sempre Barthes - alla ricerca di metodi scelti in funzione dei prodotti dall’industria editoriale. Né quella “tautologica” cioè socio-storica: per cui tutto quel che è letterale è tale perché tali sono le condizioni o i contesti - finchè non cambiano, naturalmente.

Pensiamo piuttosto alla critica tipologica, che sceglie con cura i bei tipi o i tipacci con cui classificare e interdefinire i personaggi della realtà/finzione politica. Individui tutt’altro che immaginari; soggetti così iperreali da risultare poco credibili. Un progetto tassonomico ci vuole per “fare chiarezza” nella congerie di pubblici e privati malandrini che i media offrono oggi, alla rinfusa, alla nostra sorpresa: “Non credevo, corrotti fino a questo punto, ecc!”. Ebbene, gli studi tipologici del romanzo non sono avari di modelli. È il caso della cricca metalinguistica formata dal Furfante, dallo Sciocco, dal Buffone e infine dal Furbo. Dramatis personae maschili e/o femminili, o ruoli attanziali – semioticus dixit – che abitano mondi reali dove convivono con noi, cioè coi loro Babbei (dalla base onom. babb- col suff. spreg. béo) .

Il Furfante lo conosciamo d’esperienza e non ha bisogno di ulteriori esplicitazioni: dall’antico francese fors-faire – è uno che la fa sempre fuori: dalle norme e dalle regole. Se fate la legge, lui gabba lo santo. Una norma per lui è solo lo spostamento dell’illegalismo. Invito i lettori a non perdere tempo a riempire con nomi proprii questa casella: si finisce per perdere il conto o per smettere di leggere. Passiamo allo Sciocco - quello che non ricorda, non c’era, non sa chi paga l’affitto di casa o la escort, non controlla, non trova le ricevute, ecc.; è spesso il figlio o parente di veri Furfanti, ed è quello che si fa sorprendere e prendere. Ben gli sta! Poi viene il temibile Buffone, che è il Furfante con la maschera dello Sciocco: maschera più o meno aggiustata, dietro alla quale fa capolino a piede libero, ma persino dalle laiche galere, dai clericali conventi, dai benestanti residenze coatte, “domiciliari”. Lui ruba a man salva e con un certo qual rispetto: comincia spesso da pensionati, e bambini. Sta bene persino in cella, dove altri spifferano oppure si sopprimono. Piace anche ai media, ma mi raccomando: con questo tipo di Buffone c’è poco da ridere! È lui che sogghigna di noi.

Ultimo viene il Furbo. Non il Furbetto, che è uno Sciocco travestito da Furfante. Proprio il Furbo, quello che non ha mai pagato il dazio e prende tutti per Babbei; tutti noi s’intende, ma persino i Furfanti, mascherati e smascherati. Lo conosciamo bene, ma non c’è progetto politico che lo possa rottamare, inchiesta giudiziaria né legge anticorruzione che riuscirà ad incastrarlo; lui morirà nel suo letto senza insudiciare le nostre celle, già affollatissime di Furfanti, Sciocchi, Buffoni e Babbei. Tutti in attesa del prossimo, inevitabile indulto.

L’acquavite d’Italia

Antonello Tolve

«Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto. Il lotto è l'acquavite di Napoli!» (Matilde Serao).

Sembra che la fila per giocare le antiche schedine o i numeri al lotto – un gioco, quest'ultimo, inventato dal genovese Benedetto Gentile all'inizio del XVI secolo e introdotto dal veneziano Antonio Casanova nella Francia del Beneamato Luigi XV – sia incrementata a dismisura. Anche grazie alla nascita, negli ultimi anni, di alcune nuove pratiche di scommessa che vanno dai vari Gratta & Vinci alla miriade degli intrattenimenti interattivi. Senza dimenticare il sogno offerto da Vinci per la vita - Win for Life! il cui superpremio è un mensile, alquanto consistente, assicurato al fantomatico vincitore per vent'anni. Un passatempo, quest'ultimo, introdotto dalla Sisal, un'azienda privata che (grazie alla concessione dei Monopoli di Stato) gestisce i giochi e le scommesse in Italia. Giochi e scommesse che, dal 29 settembre 2009 (data d'immissione di questo nuovo strumento di controllo e di addomesticamento) non solo si sono quintuplicati, ma anche diversificati, evoluti e modificati con lo scopo di accogliere e assecondare le ambizioni, le debolezze, le speranze, le attese interminabili, le illusioni di poter cambiare – con una vincita milionaria magari – la vita reale.

Roald Dahl in un suo fortunatissimo romanzo del 1964, Charlie and the Chocolate Factory, evidenzia esaustivamente questo atteggiamento. Questo desiderio di redimersi da una condizione di povertà – anche se soltanto per un giorno come accade al piccolo Charlie Bucket che trova uno dei cinque biglietti d'oro per entrare nella fantasmagorica fabbrica di Willy Wonka (la The Willy Wonka Candy Company, tra l'altro, esiste davvero ed è di proprietà di una multinazionale di cui non vogliamo ricordare il nome) – o da un disagio che tocca, in molti casi, ogni fascia sociale. Ma dove sono le verifiche su queste smodate oppressioni che ottundono anche i cervelli migliori? Quali i provvedimenti presi dalla Nazione a garanzia del proprio singolo cittadino? E quali gli accorgimento per frenare questa emorragia inarrestabile? Certo usare rimedi come quelli adottati da Papa Benedetto che decise di bandire il lotto (1728) minacciando finanche scomuniche a chiunque vi prendesse parte è, oggi, cosa risibile. Tuttavia vietare alcune smodatezze potrebbe essere efficace, quantomeno elegante. Qualora ci fosse (ce n'è?) un minimo di volontà in questa direzione.

Riflettere su una questione così allarmante, su un fenomeno così esteso è utile, ora, a rintracciare, nel nostro panorama attuale, i soliti apparecchi utilizzati dalla politica del controllo che concede togliendo, che regala sogni ad occhi aperti, che offre miraggi. E i miraggi, assieme ai sogni suscitati da una anelata vincita risolutiva, «è il largo sogno che consola la fantasia napoletana» (la fantasia italiana!), appunta Matilde Serao nel suo Ventre di Napoli (1884), «è l'idea fissa di quei cervelli infuocati; è la grande visione felice che appaga la gente oppressa; è la vasta allucinazione che si prende le anime». Ecco allora: una Nazione che si prende le anime dei suoi abitanti. Anche Cesare Brandi ha avvertito, con La fine dell'Avanguardia (1949), questo grande malessere. Questo «impoverimento intellettuale» prodotto, in Italia, dal tifo sportivo e dal Totocalcio. Questo «costante fuggire dell'uomo moderno da se stesso, che dove non riesca ad appagarsi nella vita riprodotta dal cinema o dalla radio, lo convoglia verso gli spettacoli sportivi».

Così, dopo gli anestetici diffusi per assuefare le rivolte giovanili ed aggiogare i cervelli («le droghe non sapevamo bene cosa fossero, era una specie di sperimentazione, io mi ricordo la prima volta che ho preso LSD, pensavo che fosse come l'hashish, sicché non sapevo delle allucinazioni, l'ho preso e basta» ha ricordato Anita Pallenberg in una recente biografia dedicata a Mario Schifano), dopo l'allontanamento dalla politica e della società – allontanamento voluto dai politicanti di turno – e dopo la spettacolarizzazione e la divizzazione stessa del politico, personaggio pubblico che possiamo incontrare soltanto se inseriti in una lista d'attesa estesa come la Linea di lunghezza infinita (1960) progettata da Manzoni, ci troviamo nuovamente in una situazione ambigua, in una scena la cui oscenità è determinata dalla reimmissione massiccia del gioco (il ritorno di Dallas è un altro problema!) nella vita quotidiana.

Di un prodotto che fa saltare il cittadino nella tana del gran coniglio per trovare un po' di conforto, per astrarsi dalla realtà, per rifugiarsi in un delirio, per cercare redenzione («il lotto è una delle più grandi speranze: speranza», appunto, «di redenzione» avverte ancora Serao). E allora, tra baci rubati e fiducie mai accordate – se non attraverso colpi di stato imbastiti a dovere – ci troviamo a lottare ancora una volta contro un potere (un controllo e un terrore) che, per avvezzare il cittadino ai suoi mezzi poco convenzionali e alle sue torbide azioni, offre, per l'appunto, questi nuovi afrodisiaci lottomatici, queste nuove pasticche da superenalotto, questi giochi digitali disponibili ventiquattrore su ventiquattro per ogni gusto e per ogni età. Procedimenti, dunque, che aggiogano e assuefanno con delicatezza, che devitalizzano il pensiero critico e mortificano l'agire dell'uomo nel mondo.