Don’t panic!

Augusto Illuminati

Ci sarebbe da preoccuparsi, se Silvio Berlusconi, spaventato dai processi, decidesse di ritirare l’appoggio al governo. Come conseguire la salvezza dell’Italia senza il concorso di grandi evasori condannati in ultima istanza o di piccoli magnaccia innocenti fino all’ultimo grado di giudizio?

Si potrebbe, in tali condizioni, «semplificare» la normativa antinfortunistica o «sbloccare» a favore degli speculatori di oggi cementificazione e grandi opere lasciate incompiute dagli speculatori di ieri? Un bel rischio, davvero. Ci sarebbe da preoccuparsi, se si dovesse rivotare con il Porcellum: in tal caso – ha dichiarato Enrico Letta – «nuove elezioni con l’attuale legge elettorale ci ridarebbero una situazione che necessiterebbe ancora di maggioranze larghe», un male assolutamente da scongiurare perché tutti aneliamo a tornare a una bella contrapposizione bipolare, con programmi netti e alternativi. Anche in questo caso tiriamo un bel sospiro di sollievo: se proprio ci fosse un incidente, Re Giorgio si asciugherebbe una lacrima e riprenderebbe in mano il timone.

Ci sarebbe da preoccuparsi, se l’Europa – che è «una storia di successo», dichiara ancora Letta, manco fosse Il Grande Gatsby terza versione – mettesse alle strette la ruinante economia italiana. Ma l’incombere della catastrofe è precisamente quanto garantisce la necessaria continuità delle larghe intese. Avanti tutta con lo spread e la caduta di Pil e consumi e pure con le multe per gli arretrati delle quote latte padane e della monnezza napoletana: chi oserà staccare la spina?

Ci sarebbe da preoccuparsi, se qualcuno volesse opporsi all’abuso di infilare nei decreti-legge materie eterogenee. Un tempo avvenne con la normativa antidroga nascosta in un Dl sulle Olimpiadi invernali nel 2005, ma allora al governo c’erano i priapici berluscones e i perfidi leghisti con corna celtiche, oggi invece si annida il rinforzamento della Tav in un Dl su terremoti e altre sciagure, però abbiamo un premier allampanato e un vice sorridente a quaranta denti. Come rimediare? Un attimo di perplessità e poi una bella manata sulla fronte: ma con il voto di fiducia, ragazzi! Sembra una prepotenza e invece è una larga intesa, lascia strillare i cittadini grillini, che così si distraggono da rendicontazioni ed espulsioni…

Nessun panico, dunque. Tutto ha da franare perché la gente si abbracci in pace: la fine di una «guerra civile», meglio ancora esserne usciti sconfitti, è ragione di esultanza, manco si fosse smacchiato quell’infido giaguaro. Nel frattempo mica si perde tempo: alacri democrat si smacchiano fra loro, moltiplicano correnti, forgiano preamboli, intrecciano dottrine economiche e religiose, teologie politiche in streaming e culti web. Segretario del partito e candidato leader saranno consustanzialmente congiunti o distinti – homooúsioi oppure homoioúsioi? – (completando il venerabile Presidente la terza e dominante figura della Trinità). Per non essere da meno, sull’altra sponda si dibatte sul modo migliore per salvare il culo al Capo, ma anche ai parlamentari e agli amministratori elettivi e non. Il perfetto quadro bipartisan dell’interesse generale.

Questi sono i problemi del paese, cercando di spostare verso il precipizio di fine anno l’aumento dell’Iva e il macigno dell’Imu-Tares, chiudendo gli occhi sugli obblighi del pareggio di bilancio e del fiscal compact, incautamente assunti da ambo i poli e perfino costituzionalizzati. Con due alternative equivalenti: lasciare il cerino al complice/concorrente o guardare paralizzati l’incendio, la mano nella mano.

Dal nuovo numero di alfabeta2 in edicola e in libreria in questi giorni
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Leggi anche:
Maurizio Ferraris, L'eroe di sinistra
Lucia Tozzi, Vogliamo anche le case

cover ab2 luglio

 

Il festival dell’astrologia

Augusto Illuminati

Cicerone si meravigliava che due aruspici, incontrandosi, non scoppiassero a ridere (De natura deorum III, 26). Adesso a Trento, Festival dell’economia dal 30 maggio al 2 giugno 2013, s’incontreranno a centinaia aruspici, àuguri, maghi e spacciatori di derivati. Sai che risate.

Alle spalle degli italiani, cui hanno raccontato prima le mirabili sorti del neoliberismo, dei fondi di investimento e dei fondi pensioni, poi li hanno incitati a contrarre mutui, dopo ancora hanno negato che la crisi ci fosse, infine hanno somministrato l’amaro placebo della cura Monti, salvo a verificare che aveva aggravato la malattia. Mai, dico mai che uno di questi economisti si sia suicidato per il rimorso e la vergogna, mentre a decine si impiccavano o si davano fuoco imprenditori, commercianti, pensionati poveri, cassintegrati, esodati, ecc. Ora si ripropongono con nuovi rimedi di guarire le malattie che in precedenza avevano vantato quali cure.

Forse Trento sarà l’occasione di (tardivi) ripensamenti – promettono pensosamente sulle pagine de Repubblica gli organizzatori, Tito Boeri in testa –, meglio di niente, tuttavia come non ricordare gli effetti di ricette dispensate con ineguagliabile sprezzo del ridicolo e del principio di contraddizione per tanti anni? Inutile salmodiare la litania dei dati Istat sulla crescita inesorabile della disoccupazione generale, sul crollo della produzione industriale, dei consumi, e del risparmio, sul calo del Pil e dunque dell’ascesa del rapporto debito/Pil. Nell’ultima settimana – unico aggiornamento che ci permettiamo – risulta che gli individui in condizione di semplice deprivazione o disagio economico ammontano al 25% della popolazione (40% al Sud), mentre quelli in condizione di grave disagio (povertà tout court) il 14,3%, raddoppiati in 2 anni.

L'Italia ha la quota più alta d'Europa di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano: 2.250.000 nel 2012, pari al 23,9%. C’è da meravigliarsi? Non tanto, se si constata che il 57,6% dei giovani laureati o diplomati italiani (tra 20 e 34 anni) lavorano entro tre anni dalla conclusione del proprio percorso di formazione, contro una media europea del 77%. E i medici, gli economisti che per un anno sono stati non solo gli ispiratori ma anche i protagonisti del governo “tecnico”, quali cure hanno fornito e continuano a suggerire?

Non che non si siano dati da fare, tutt’altro, una volta caduta in dimenticanza la loro incredibile incapacità di prevedere la crisi. Avevano insistito per il prolungamento dell’età pensionistica, sostenendo che così si creavano posti di lavoro per i giovani. Molto controintuitivo, per essere cortesi. Contrordine adesso: si va in pensione anticipata (così ci togliamo dai coglioni questi lamentosi esodati), perdendo però l’8% dei redditi. Si torna ai diritti di prima della riforma Fornero, ma a introiti ridotti. Una festa per rilanciare i consumi. Le aziende riescono a sbarazzarsi di quei sessantenni imbranati e si metteranno ad assumere i giovani. Come no. Tanto più che vengono contestualmente eliminati quei fastidiosi intralci alla proliferazione dei contratti a termine che erano stati introdotti a compensazione, si diceva, dello smantellamento dell’art. 18. A un pre-pensionato a reddito ridotto subentra così un giovane precario a salario legalmente ridotto. Una manna per la “crescita” (il nuovo mantra degli economisti), dato che la diminuzione dei salari diretti e differiti favorisce l’aumento dei consumi e della produzione, chiaro...

Se non bastasse, ecco la “staffetta”. Attingendo al gettito di una pressione fiscale record, lo Stato fa uno sconto sui contributi o eroga direttamente un sussidio per pre-pensionare o passare a part-time un po’ di lavoratori usurati sostituendoli con neo-assunti (1 a tempo indeterminato o 2 a termine per ogni uscito o per 2 part-timizzati). Doppio guadagno automatico, per le pensioni ridotte e per i neo-assunti a sottosalario e contributi scontati. Nel caso della pubblica amministrazione si riesce perfino a ridurre la spesa pubblica e licenziare a man bassa. Il Corsera lo spiega così: «Quando a ritirarsi è un dipendente pubblico lo Stato risparmia visto che sia lo stipendio che la pensione sono a suo carico ma l'assegno previdenziale è più basso della busta paga in media di 8 mila euro l'anno [...] Nel giro di cinque anni sarebbe possibile ridurre i dipendenti dai 3 milioni e 250 mila di adesso a 3 milioni». Come in Grecia e senza sconquassi.

Si vede che non c’è più la strega Fornero e ora comanda un ministro del lavoro sempre tecnico (scuola Istat e non Bocconi), ma in quota Pd. Per intensificare la flessibilità del lavoro e tagliare ulteriormente i salari, come suggerisce l’Europa, occorre un paravento di sinistra – un classico. Magari per il cuneo fiscale sul costo del lavoro e una riduzione differenziata dell’Imu i soldi non ci sono, ma per facilitare l’assunzione a termine e, di conseguenza, il lavoro nero non c’è problema. Gli economisti servono a spiegare che qualsiasi soluzione è efficiente e benefica. Ma tutti possono sbagliare – si potrebbe obbiettare – perché prendersela con loro e non solo con i governanti?

Proprio perché, da un lato, i governi si trincerano dietro le necessità tecniche e contabili ed evocano a sostegno la scienza economica (come un tempo astrologia e religione), dall’altra perché gli economisti rifiutano (tranne cospicue e illuminate eccezioni) ogni imputazione di ideologia, si considerano un settore delle scienze dure e anzi fanno da ponte per la costruzione di canoni valutativi che colonizzino le confinanti scienze sociali e umanistiche. Scienza o ideologia, allora? Parafrasando una vecchia barzelletta sul comunismo, potremmo propendere per la tesi che l’economia sia un’ideologia. Fosse stata una scienza, l’avrebbero testata prima sugli animali. Non sulla Grecia. Non sull’Italia.

Sul nuovo numero di alfabeta2 - nelle edicole, in libreria e in versione digitale a partire dal 5 giugno - 5 pagine su «dono e beni comuni» a cura del Gruppo di ricerca interdisciplinare «A piene mani. Dono dis/interesse e beni comuni». Con testi di: Ugo M. Olivieri, Alberto Lucarelli, Massimo Conte, Fabio Ciaramelli, Alain Caillé, Elena Pulcini.

If…

Augusto Illuminati

Se qualche commentatore avesse notato gli impercettibili segni di stranezza che qua e là affioravano nella vita politica e sociale italiana, tipo infinite discussioni e poi DL con relativa conversione, decreti applicativi e circolari interpretative – per che cosa? per stabilire che lo Stato e le amministrazioni locali dovevano pagare nel giro di due anni prestazioni private regolarmente fatturate. Roba che se io non saldo una multa mi pignorano la casa e se prendo la merce e scappo il negoziante chiama la polizia o magari mi mena.

Intanto volge al termine il secondo mese di governo assente nell’incessante degrado dell’economia e della società, a dimostrazione che la catastrofe è che tutto continui come prima. Dalla finestra guardiamo il nostro futuro in terra greca.

Se qualche commentatore si fosse preso la briga di capire come mai il principale partito della sinistra italiana, il Pd, avesse fatto una sfrenata campagna elettorale a favore dell’alleanza con Monti e poi, a elezioni svolte con magri risultati per entrambi, avesse corteggiato con altrettanta frenesia e palese masochismo (i colloqui riservati sputtanati in streaming) il M5S, per ripiegare infine sulle larghe intese con Berlusconi, ma soprattutto perché in quest’ultima fase fosse nata una robusta corrente che invocava a nuovo segretario un ministro dell’uscente governo Monti, Fabrizio Barca, neppure iscritto al Pd – altro che primarie! Il quale Barca, benigno, declina l’offerta di segreteria e si dice disposto soltanto a iscriversi come membro del gruppo dirigente. Il bello è che probabilmente è meglio degli altri concorrenti e perfino Sel è entusiasta di lui. Difficile immaginare un Papa straniero ai tempi di Togliatti, devo proprio essere invecchiato.

Invece i grillini si girano i pollici, occupano simbolicamente il parlamento e discettano sulle commissioni ordinarie senza governo e sul costo della vita romana per i deputati. Non sfruttano minimamente la loro forza parlamentare (né per compromessi governativi né per ribellioni di sistema) e neppure la supportano con iniziative fuori dai palazzi. Il Terzo Stato si riunì (non simbolicamente) nella sala della pallacorda. I bolscevichi sgombrarono l’Assemblea costituente. Dissero che il Terzo Stato era tutto e che la guardia era stanca, seguirono determinati fatti. Qualcosa frena invece il M5S. Non si capisce cosa.

A dire il vero, non si capisce neppure perché il Pd non abbia colto l’occasione per fare pressione sul suo progetto “di battaglia”, evidentemente in via di dismissione. I palazzi si sono lentamente svuotati, man mano che gli occupanti uscivano a far pipì. Forse potrebbero imparare dagli occupanti le case di Caltagirone, quelli che fanno gridare all’anarco-terrorismo la stampa padronale e il sindaco Alemanno.

Se qualche commentatore si fosse preso la briga di studiare tale sintomi, avrebbe pure notato la stupefacente somiglianza (a parte i capelli) fra l’arrogante ottusità dell’analista bancario Davide Serra («uno dei migliori al mondo» per autobiografia, sponsor e ideologo economico di Matteo Renzi) e Gianroberto Casaleggio, profeti rispettivi della finanza come servitrice del risparmio e del web come democrazia assoluta, entrambi fautori dell’uno vale uno (le libere decisioni dell’investitore e del cittadino-utente in rete). Anche lo stile delle loro affermazioni apodittiche e di come insultano i contraddittori risulta palese. Questo alla voce “il nuovo che avanza”. Fa quasi rimpiangere la palude dei partiti, l’affidabile routine della corruzione clientelare. Ultimo tentativo di restaurare la rappresentanza lucidando le scarpe sfasciate.

Per un teologo (sia pur dilettante), i segni sono chiari: è arrivato l’Anticristo, la scimmia della rivoluzione. Arriva di soppiatto, anche l’imitatore viene «come un ladro nella note», sparpaglia tracce e produce eventi assurdi, installa la catastrofe nella forma che tutto procede come prima, che i cambiamenti sono strillati ma inavvertibili, la sovversione liscia e appiccicosa. Non è servito il katechon (anzi, quello Cacciari-Napolitano era complice), perché l’Anticristo e i suoi fautori non si sono presentati come in Rosemary’s Baby – malgrado le fattezze inquietanti del profeta di Gaia – ma si sono calati con tutte le scarpe nella stupidità abissale di cui la banalità del Male si compiace e avvale.

Satana è la fuga di specchi all’infinito, la mise en abîme, appunto, dove ogni uno non solo vale ma si replica in infiniti uno. Il seriale, il merito certificabile mediante CV, la trasparenza, il certificato penale pulito a dimostrazione che non ci è mai opposti al male rischiando di agire. La legge del mercato e il Codice: una coppia vincente sin da Napoleone.

Il dilemma post-elettorale

Carlo Formenti

Per leggere il voto occorre partire da tre dati di fatto: 1) centrodestra e centrosinistra hanno perso, complessivamente, più di dieci milioni di voti; 2) come ha scritto Bifo, se sommiamo astensioni, voti per Berlusconi e voti per Grillo, vediamo che i tre quarti degli italiani hanno detto di no alle politiche di austerità imposte dalla Comunità Europea; 3) l’elettorato ha preso a ceffoni sia Vendola, per avere rinunciato a fare una opposizione coerente al neoliberismo; sia gli altri cespugli della sinistra radicale, per essersi accodati alla triade Di Pietro, De Magistris, Ingroia. Per spiegare perché è andata così, credo di debbano sfatare tre luoghi comuni: 1) che il Movimento5Stelle non ha un programma politico; 2) che ha vinto perché in Italia non esistono movimenti come Occupy Wall Street; 3) che la sinistra non poteva fare di meglio perché la crisi le impone di condurre battaglie difensive, attestandosi sulla trincea della legalità e dei diritti fondamentali.

Primo punto. Il Movimento5Stelle non solo ha un programma, ma molti punti di tale programma dovrebbero suonare graditi alle orecchie di una sinistra degna di chiamarsi tale: salario di cittadinanza, no alla Tav, ripristino dei fondi tagliati a scuola e sanità, abolizione della legge Biagi, riduzione dell’orario di lavoro; nazionalizzazione delle banche; riduzione delle spese militari e dei finanziamenti ai partiti; abolizione del fiscal compact. Dunque il programma c’è, e rispecchia la composizione di classe - sia tecnica che politica – del movimento. Vedi le valanghe di voti che i cittadini della Val Susa e la classe operaia di Taranto – due punti “alti” del conflitto di classe oggi in Italia – hanno rovesciato su Grillo. Vedi l’esito delle indagini sulla composizione della folla che ha partecipato al comizio conclusivo a San Giovanni: quasi la metà aveva votato a sinistra e quasi il 30% si era astenuto nelle precedenti elezioni.

Mi pare evidente che la maggioranza del popolo grillino appartiene alle classi subordinate, con una forte componente giovanile e femminile, un “blocco sociale” cui si sono aggregati - grazie alle promesse di sostegno alla piccola impresa – artigiani, bottegai e altri membri della piccola - media borghesia. Il collante ideologico è dato dal disprezzo per la “casta” politica e dal rifiuto della democrazia rappresentativa, associati alla rivendicazione di forme di democrazia diretta e partecipativa. Quanto ai quadri che svolgono, all’ombra del leader carismatico, il compito di esercitare l’egemonia politica, sono perlopiù membri della “classe creativa”, come conferma l’entusiasmo per la Rete come strumento di mobilitazione, dibattito interno e organizzazione

Secondo punto. Basta con le lagne sul fatto che qui non c’è Occupy. L’epopea nata a Zuccotti Park e stata gonfiata a dismisura, ma una recente ricerca di tre sociologhe americane sfata molti miti. Il movimento è fatto in maggioranza da giovani intorno ai trent’anni, bianchi, maschi, provenienti da famiglie benestanti, laureati e/o dottorati. Una composizione elitaria parzialmente bilanciata dalla presenza di precari, freelance in cattive acque e neolaureati carichi di debiti. Quasi tutti lavorano in settori come l’industria culturale, l’educazione e campi analoghi, per cui è chiaro che ci troviamo di fronte allo strato inferiore dei knowledge workers, cioè a quelli che, invece di venire cooptati nelle stanze del potere, sono stati massacrati dalla crisi. Uno strato che ha tuttavia fallito l’obiettivo di egemonizzare altri gruppi subalterni, rivelandosi sotto questo aspetto più debole di 5Stelle. Certo non hanno sfornato leader carismatici alla Grillo, ma l’esasperato “orizzontalismo” di modelli e prassi organizzative ha generato effetti contro intuitivi, favorendo le idee dei più “bravi” (bianchi, maschi, super istruiti, ecc.) a scapito di quelle di donne, neri e altre minoranze. In conclusione: non sono poi tanto meglio dei grillini.

Terzo punto. Perché la sinistra dovrebbe rassegnarsi ad assumere un atteggiamento difensivo? Perché accettare le malinconiche considerazioni di Gianni Vattimo, che, in una recente intervista, ha detto che “non esiste un’alternativa rivoluzionaria al riformismo”; che possiamo solo lottare “per ottenere un capitalismo meno feroce e sanguinario”; che bisogna costruire “una sinistra di legalità e diritti” (i diritti sociali ce li hanno già tolti, e la legalità, quando reprime i militanti che si difendono dalla repressione, da Genova alla Val di Susa, non merita applausi). Chi ragiona così è alla coda dei milioni di italiani che hanno votato contro la governabilità, il fiscal compact e la No Tav, che non si accontentano più di scegliere dei politici che “li governino bene”, ma vogliono autogovernarsi. E visto che viviamo in un sistema post democratico, il vero dilemma è dove ci condurrà la rabbia popolare contro il finanzcapitalismo: totalitarismo di destra, o civiltà post capitalista? Per raccogliere la sfida servono coraggio e idee, perché oggi l’assenza di coraggio e idee si chiamano viltà e idiozia.

La scuola neoliberista

Giuseppe Caliceti

Perché si va a scuola? Per trovare un lavoro da grandi. Sì, certo, ma se poi da grandi il lavoro non c'è perché siamo in piena crisi del mercato del lavoro, andare a scuola, allora, cosa serve? Risposta: a niente. O meglio: a tenere buoni alunni e studenti. Possibile? Sembra proprio così. Dunque, andiamo con ordine: negli ultimi venticinque anni si è fatta strada in Italia l'idea che la funzione principale dell'università e dell'intero sistema formativo sia fornire forza-lavoro al mondo del lavoro e dell'economia.

Un'idea forte, che ha messo al centro dei processi educativi il concetto di formazione (a breve termine), mettendo nell'ombra quello di educazione (a lungo termine). È un'idea derivata dall'unione fondamentalmente economica dell'Europa. Che ha trovato diversi adepti anche tra pedagogisti e politici, non solo legati al centrodestra ma anche al centrosinistra. Potremmo chiamarla un'idea di politica scolastica di matrice neoliberista.

Anche il linguaggio dell'amministrazione scolastica è cambiato: si è parlato di scuola-azienda, con tutto ciò che questo comporta in termini didattici e pedagogici. Si sono ripetute parole d'ordine come meritocrazia, sorvolando sulla funzione sociale e di uguaglianza delle opportunità di un sistema scolastico statale. Si è provato in ogni modo a proporre test sulla qualità delle scuole e della formazione utili più a ricerche di mercato che a e nuove strategie educative; ricordiamoci sempre che l'Ocse che misura i nostri ragazzi è un organismo economico, non filosofico o pedagogico.

La domanda che pongo è questa: che fine fa la visione di un'università e di una scuola che hanno come stella polare quello di creare forza-lavoro nel tempo della crisi del mercato del lavoro? Dove magari, come accade in Italia, il cui tessuto economico è fatto in gran parte di piccole aziende semiartigianali, il laureato specializzato è meno attraente di un lavoratore non specializzato, magari d'origine straniera e a basso costo?

Non sono domande nuove: negli Stati Uniti e in Inghilterra, quel sistema scolastico anglosassone che noi oggi cerchiamo di replicare fuori tempo massimo in Italia, è già sotto accusa e si sta correndo ai ripari. Intanto il risultato delle cattive politiche scolastiche messe in atto dagli ultimi governi italiani ha portato ai primi cattivi frutti. Uno: la scuola primaria italiana che era prima per qualità in Europa nel 2008, dopo la controriforma Gelmini è precipitata in classifica. Due: oltre 50.000 immatricolazioni universitarie in meno negli ultimi dieci anni; che è assurdo attribuire solo al calo demografico.

Occorre riflettere, specie nel centrosinistra italiano, sulla visione di scuola e università che vogliamo. Magari rivalutando quella pedagogia popolare italiana del Novecento non togata, che va da Gianni Rodari a don Milani a Loris Malaguzzi, che parlavano più di educazione - permanente, civile, della persona - che di formazione temporanea. E che mettevano la scuola al centro della vita sociale e democratica di un Paese, come suo cuore pulsante, piuttosto che subordinarla acriticamente a un mercato o a ideologie.

Monti. O Il Gattopardo

Lelio Demichelis

Molte parole, molte promesse. E molta ideologia. Con molte parole-chiave utili per la propaganda neoliberista: competitività, merito, crescita, mercato, liberalizzazioni. Un’Agenda, quella di Monti – la nuova come la vecchia – in realtà del tutto svincolata dalle leggi della realtà: una realtà fatta di -4,4% in un anno del potere d’acquisto degli italiani, di disoccupazione che cresce in tutta Europa, di un 40% di famiglie italiane che fatica ad arrivare a fine mese. Una realtà sociale drammatica che l’Agenda però di fatto de-rubrica sotto la voce: necessità (dettata da mercati e Ue).

Neoliberismo allo stato puro. Un neoliberismo biopolitico che dagli anni Ottanta ha imposto – conquistando l’egemonia sulla base di un corrotto concetto di libertà individuale e di edonismo/godimento illimitato – la sua surrealtà, poi ri-declinata in austerità, impoverimento e disciplina sociale. Un neoliberismo che vive – facendoci vivere – in una bolla ad alto tasso di arroganza (la sua) e nella «presunzione di verità» delle proprie congetture (gli algoritmi dei mercati, i moltiplicatori dell’Fmi, la mano invisibile), inattaccabili anche dalle più evidenti confutazioni.

Surreale, dunque anche la nuova Agenda-Monti. Perché è surreale e quindi falso scrivere che il processo di integrazione europea ha subito una accelerazione grazie alla crisi (è accaduto il contrario). È surreale leggere che: «La crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane», quando la crescita e il benessere dell’Europa, nei decenni passati sono venuti solo grazie a politiche keynesiane e non liberiste. È surreale insistere sulla (presunta) razionalità del pareggio di bilancio strutturale, se perfino il Fondo monetario ha dovuto infine ammettere che politiche di austerità basate sulla riduzione della spesa pubblica hanno effetti pesanti su reddito, domanda interna e sulla stessa competitività di un paese – per cui, si dovrebbe dire, non meno spesa pubblica ma più spesa pubblica (e ovviamente: buona spesa pubblica). Così come è surreale leggere che ricerca e istruzione sono i «motori della crescita»; o l’invocazione a maggiori liberalizzazioni dei servizi pubblici (dimenticando il no degli italiani al referendum sui beni comuni). Surreale, ancora, è voler decentrare ulteriormente la contrattazione sindacale e quindi i diritti, estendendo il devastante modello Marchionne-Bonanni-Angeletti.

Monti, dunque, come Tancredi nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: per il quale tutto deve cambiare (in apparenza, con la crescita dopo la recessione, con la nuova agenda dopo la vecchia) perché nulla cambi, cioè il tecno-capitalismo. A Monti tecnocrate, poco interessa la distinzione tra destra e sinistra (cosa appunto del passato), essenziale è che destra e sinistra, ormai indistinguibili, e seguano ciò che l’apparato tecnico-capitalistico, nella sua irrefrenabile volontà di potenza e Monti come suo funzionario richiedono. Perché il capitalismo è trasformista per natura, cambia incessantemente per non cambiare nulla della sua essenza fatta di profitti, di accrescimento di sé come apparato di messa al lavoro e al consumo della vita degli uomini e di nichilismo, portando tutto a niente, uomini e società.

Occorre dunque e urgentemente cambiare Agenda, quella di Monti ma anche quella di Bersani&Vendola, troppo simili tra loro. In nome della società; dell’autonomia dell’individuo contro l’eteronomia indotta dal neoliberismo ma anche del comune; del futuro e della responsabilità. La nuova Agenda è già pronta, si chiama Costituzione. Dove chiarissimo è non solo il programma (termine preferibile ad agenda), ma anche la distinzione tra progresso (la Costituzione) e conservazione (ancora Monti e la sua Agenda).

O tra sinistra e destra – e qui vale ricordare quanto scriveva Pasolini, che la destra vuole lo sviluppo (oggi diremmo la crescita) – ovviamente, questo sviluppo, solo quantitativo – mentre la sinistra vuole il progresso («nozione ideale, sociale e politica») con valore ovviamente qualitativo. Il problema, ancora Pasolini, è che la sinistra poi confonde il progresso con lo sviluppo (oggi: con la crescita). E invece la sinistra deve evitare di rincorrere Monti, rivendicando nuovamente la distinzione tra destra e sinistra, che esiste e che è più viva che mai. Uscendo dalla sua ormai patologica paura di vincere.

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Il popolo dei Monti

Maurizio Ferraris

Quanto sia centrale la cultura nell’agenda Monti lo si arguisce da una semplice circostanza. Il fatto che non vi compaia mai la parola «scienza». Compare certo più volte la parola «ricerca», da motivare, controllare, premiare se valida (perché l’implicito è che generalmente non lo sia) ecc. ecc. Sono pagine generiche, grigie, senza idee, che potrebbe aver scritto chiunque. Sono invece, più avanti, la bellezza, l’arte, la moda, il turismo, che infiammano l’entusiasmo dell’agenda. La ricerca è tutta da verificare. Invece quando si arriva sulla Bell’Italia tutto va bene, guai a chiedersi se la qualità dei cibi non sia da controllare, e se magari la moda sia poi quella bellezza. Si dirà: perché non costano, anzi, fanno guadagnare.

Benissimo. Ma veniamo all’Italia come museo a cielo aperto, massimo contenitore d’arte dell’orbe terracqueo. Si tratta di una definizione futile e tautologica. In Italia abbiamo una grande concentrazione di arte italiana e, prima, romana. Così come in Grecia abbiamo una grande concentrazione di arte greca, in Egitto di arte egizia, in Messico di arte messicana e in Tailandia di arte tailandese. Solo un irreale etnocentrismo può anche pretendere che questa sia l’arte più grande, più bella ecc. ecc.

Quella di Monti è paradossalmente un’agenda nostalgica e retrospettiva. In effetti quell’arte l’hanno fatta i nostri antenati, all’epoca in cui anche la ricerca scientifica andava a gonfie vele. Ora, di capolavori, spesso tenuti molto meglio che i nostri, sono piene, per esempio, la Francia e la Germania. E sarebbe davvero miserevole se Hollande o la Merkel traessero da questo patrimonio l’idea di un primato europeo. Il primato non si fa con i musei, ma con la ricerca di base. Proprio quello che non ha interessato, nell’ordine, il centro-sinistra di Giovanni Berlinguer e di Fabio Mussi e il centrodestra di Letizia Moratti e di Maria Stella Gelmini.

Vorrei sottolineare un aspetto. Si è parlato moltissimo di «declino italiano», ma in questi giorni ho fatto tardivamente una lettura molto istruttiva, i Diari di Galeazzo Ciano. Vediamo un’Italia ancora più miserabile, arruffona, gaglioffa della nostra, per cui non c’è dubbio che, per paradossale che possa apparire, tra Mussolini e Berlusconi l’Italia è progredita. In tutti i campi, tranne però in quello della cultura. Perché? Perché è prevalsa, presso gli stessi uomini di cultura, l’idea che la cultura debba essere immediatamente redditizia e professionalizzante. O altrimenti da tagliare. Quando è evidente che la cultura deve essere strutturalmente in perdita, e che solo da quelle perdite può dare degli autentici vantaggi.

Ma le generiche indicazioni dell’Agenda Monti, così come, temo, quelle di qualunque altra agenda che abbia interiorizzato l’idea che la redditività sia il primo valore in ogni campo certo non possono accettare questa prospettiva. Pazienza, ce ne faremo una ragione. Come ai tempi di Lamartine, siamo «il popolo dei morti», anzi dei Monti, o dei Tremonti, quello che ha scoperto che non si può imbottire i panini con Dante.

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale