Prometheus in Athens

Maddalena Giovannelli

Stefan Kaegi, Helgard Haug e Daniel Wetzel fondano il collettivo Rimini Protokoll nel 2000: come a sancire la nascita del teatro politico del nuovo millennio. Il loro Dokumentarstück (teatro documentario) porta in scena nuove tecnologie, statistiche sociali, indagini sul lavoro e segue un rigoroso «reality trend»: nel luogo tradizionalmente deputato all’immaginario si affacciano storie, testimonianze, biografie tutte rigorosamente reali. E se la vita di tutti i giorni fa capolino sulla scena, anche l’attore non può che cambiare: i protagonisti degli spettacoli dei Rimini Protokoll sono operai, controllori di volo, operatori di call center o, più in senso lato, cittadini. L’abilità richiesta, per nulla performativa, è l’esperienza: ed è così che vengono selezionati volta per volta gli «Experten».

Il gruppo berlinese si è così affermato come una delle realtà più interessanti della scena europea ed è stato premiato dal Leone d’Argento alla Biennale 2011. Prometheus in Athens, rappresentato al Piccolo Teatro di Milano l’11 Maggio all’interno della rassegna «Milano incontra la Grecia», è la prima tardiva apparizione del collettivo in una città non priva di fermenti teatrali ma troppo spesso disattenta alle emergenze di fuori confine. Il progetto Prometheus ha debuttato il 15 Luglio 2010: sono state selezionate circa cento persone che per età, sesso, impiego, provenienza, zona di residenza rappresentassero le percentuali statistiche della capitale greca. La cornice era il teatro di Erode Attico, a pochi passi dall’Acropoli: il cortocircuito tra struttura e destinazione d’uso è uno dei temi di lavoro più cari ai Rimini Protokoll. L’evento è stato filmato e il risultato è una installazione video di forte impatto.

Ai non-attori viene chiesto di presentarsi e di dichiarare con quale personaggio del Prometeo eschileo si identificano e perché: il Coro, proprio come succedeva nella tragedia antica, commenta l’accaduto. Del mito vengono mostrati solo gli esiti, le persistenze, le riflessioni: il palco (cioè il luogo dove l’azione si compie) e la platea (il luogo dove lo spettacolo si interpreta e si giudica) diventano un'inscindibile unità. C’è chi si identifica con il rispetto della legge e con Kratos, chi ammira la capacità di mediare e guarda a Oceano, chi si sente sempre inquieto come Io: ma è Prometeo, l’eroe che si sacrifica per gli altri, che si scontra con il potere, che si batte per il progresso dell’umanità, ad accendere l’animo degli Ateniesi. Il volto umano diventa protagonista assoluto, tra bellezze e imperfezioni: si susseguono fronti rugose di vecchie, occhi stanchi per una vita di lavoro, sguardi accesi di chi sperimenta il piacere imprevisto dello stare in scena, piccole teste reclinate di bambini.

C’è una sola maschera in questo Prometeo: è quella deformata di Kostantina Kouneva, immigrata bulgara in lotta per i diritti degli addetti alle pulizie, sfigurata dal vetriolo per essere arrivata troppo vicina al Gotha del lavoro nero. A indossarla è un’amica: Kostantina è ancora in ospedale. Mezzo per rendere presente ciò che non lo è, porta attraverso la quale una realtà altra penetra nella nostra e diventa attuale: in questo Prometheus, la maschera antica recupera tutto il suo significato.

Nella seconda parte del lavoro, gli ateniesi si trasformano in veri e propri registi in scena: ad ognuno è concesso fare una domanda, in qualche modo connessa con le vicende della tragedia di Eschilo. Lo spazio viene diviso in due parti, contrassegnate dalle scritte IO e IO NO. La risposta comporta una scelta di campo, un cambiamento concreto della realtà del palco; e mentre qualcuno chiede «sarei disposto a sacrificarmi per l’altro?» o «infrangerei la legge?», la scena viene percorsa da passi veloci di chi sa, o dalla camminata esitante di chi sta ancora riflettendo. Lo spazio, ripreso dall’alto, viene abitato da due nuclei e a margine compaiono in sovraimpressione le percentuali: «le statistiche con cui si cerca di raccontare la società sono spesso molto lontane dalla verità: nello spettacolo tutto questo diventa ironia», spiega Daniel Wetzel.

I due anni che separano la performance milanese dall’evento ateniese non sono anni qualunque per la Grecia. E i Rimini Protokoll, artisti che sanno fotografare e interpretare la realtà nel suo modificarsi, non possono che tenerne conto. D’improvviso l’installazione video si ferma ed entrano, uno dopo l’altro, cinque dei cento interpreti del 2010: ognuno guarda il fermo immagine che ritrae il proprio volto e racconta cos’è cambiato da allora. C’è chi si è trasferito a Londra per lavorare e precisa che per i giovani fino a 25 anni la disoccupazione è intorno al 50%. C’è chi è rimasto, perché vorrebbe che i suoi figli crescessero in Grecia. C’è chi, come Pavlos, nel 2010 lavorava all'OAEΔ (Organismo per l'Occupazione dei Lavoratori) e ora fa parte della task force della Comunità Europea per la riorganizzazione del comparto lavorativo.

Poi tocca allo spettatore rispondere: «Chi ha paura che l’Italia stia per raggiungere la Grecia?». Al Piccolo Teatro le mani alzate sono più della metà. «Ora anche voi potete fare una domanda». Un signore chiede: «Chi di voi pensa che questa crisi sia responsabilità del popolo greco, inteso come un’intera collettività?». I cinque interpreti si stringono, uno accanto all’altro, sull’area dell’IO. A chi si chiede cosa abbia a che fare tutto questo con Eschilo, basti leggere l’Orestea. La catena di sangue della trilogia si interrompe con la nascita di un tribunale e della democrazia: a decidere della sorte di Oreste sono i cittadini di Atene con il loro voto. La comunità, con il sorgere della prima istituzione democratica, si fa garante di un equo vivere sociale. Teatro e democrazia nascono insieme, nella città e nel tempo di Eschilo: i Rimini Protokoll partono proprio da quella fucina per elaborare nel teatro un vero e proprio laboratorio di democrazia.

LO SPETTACOLO
Rimini Protokoll
Prometheus in Athens

Regia: Daniel Wetzel, Helgard Haug
5a Edizione “Milano incontra la Grecia” (Σatellart – Transmitting Greece)
Teatro Studio – Piccolo Teatro, Milano - 11 maggio 2012

La politica del comune

Raimundo Viejo Viñas

Una vecchia idea ossessiona la sinistra, è l'idea della Grande Rivoluzione. Secondo quest'idea un movimento sociale ben organizzato e inquadrato all'interno di una strategia unitaria di conquista del potere e sotto la guida di un soggetto antagonista - un partito, oppure un sindacato - una volta conquistato il potere riuscirà a sconfiggere il neoliberismo.

In questo senso oggi la Grecia si trasforma per noi in un esercizio di fantasia e - in quanto tale - in un straordinario «altrove» costitutivo al servizio della politica identitaria. Così come l'Italia degli operaisti, la Euskal Herria degli indipendentisti e altri esempi, la Grecia diventa una sorta di territorio immaginario che ci permette di fuggire quella terribile sensazione di impotenza indotta dall'idea della Grande Rivoluzione. Infatti quel che risulta davvero insopportabile per i supporter di quest'idea epica della Rivoluzione, è proprio lo sconsolante divario tra le condizioni effettive di potere sotto la cui oppressione si trovano a vivere e l'esigenza di un cambiamento radicale.

Più esattamente: per la sinistra radicale quella della Grande Rivoluzione è una sorta di favola che funziona come un alibi. È la narrazione nevrotica di un passato vittorioso che, in quanto tale, oggi non si realizzerà. La sua verità è data per scontata e a questa verità si richiede solo di essere ciò che è: un assioma. Ma, soprattutto per chi come noi ha dovuto sperimentare decenni di retrocessione neoliberista, il problema non è fondamentalmente epistemico né psicologico, quanto piuttosto politico: bisogna riuscire a modificare le condizioni effettive di potere sotto le quali il neoliberismo continua a crescere, in modo da rendere possibile un'alternativa reale.

Kazimir Malevič, Cavalleria rossa (1928-1932)

Come rapportarsi allora all' «altrove» greco? Come trarre da quella esperienza una lezione effettiva che vada oltre le proiezioni nevrotiche di impotenza politica? È indispensabile invocare il principio di realtà di fronte alla fantasia, in politica è sempre necessario verificare l'efficacia delle proprie azioni con rigore e senza sconti. Solo così gli sforzi enormi a cui sono chiamati tutti quelli che attivamente partecipano al movimento potranno portare a una trasformazione reale.

Concretamente questo deve tradursi in una valutazione realista dei risultati politici delle mobilitazioni, e questi risultati – occorre sottolinearlo – non si valutano solo a partire dal grado di partecipazione che registrano le mobilitazioni, ma anche e soprattutto a partire da ciò che si sedimenta nel tempo al di là del successo di una singola manifestazione (il ché rimane comunque un risultato importante). Una mobilitazione insomma non dovrebbe esaurirsi nell'arco della giornata, nel giorno della manifestazione o dello sciopero, ma è assolutamente indispensabile – se davvero si vuole cambiare qualcosa – cominciare a proiettare i propri obiettivi al di là di ogni singola giornata di lotta, oltre ogni ciclo di lotte, più in là di ogni ondata di mobilitazioni.

Così diventa possibile ridefinire la politica in una dimensione realmente produttiva: gli scioperi sindacali tradizionali, generali o di settore, si demistificano a favore dello sciopero del precariato metropolitano. Il proselitismo partitico cede il passo alla cooperazione tra singolarità irriducibili, la costruzione di egemonie interne fa un passo indietro rispetto al confronto agonistico tra uguali, e la costruzione di egemonie esterne fugge la disciplina delle negoziazioni e dei patti tra élites... Il risultato di tutto questo è che la politica si ridefinisce in una dimensione in cui il successo partecipativo lo si valuta come tale solo a medio termine, diventa possibile produrre le istituzioni dell'autonomia, e costituire - pertanto - il comune. Ovvero la Repubblica del 99%.

Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino

La Repubblica del 99%

Amador Fernández-Savater

«Più legna, siamo in guerra!». Il treno dei Fratelli Marx è una straordinaria metafora del capitalismo odierno. Senza freni, lanciato nella sua fuga in avanti, pur di continuare ad alimentare la caldaia della locomotiva perde pezzi e smantella tutto: diritti, garanzie, vite, ricchezze, risorse, cure, legami, l'intero edificio della moderna civiltà sociale. La folle corsa del capitalismo minaccia di divorare tutto. Non esiste nessuna pianificazione possibile e tanto meno a lunga scadenza: l'unica strategia in opera è quella di usare tutta la legna necessaria per continuare a far correre la locomotiva. Il capitalismo è diventato completamente punk: «No future».

Qualcosa si è rotto. Facciamo finta di niente, ma in fondo lo sappiamo. C'è una sensazione diffusa, ed è che: «tutto è possibile»: che l'Unione Europea estrometta dall'euro uno di paesi PIGS, un ulteriore e drastico giro di vite, un'insurrezione, qualsiasi cosa. E però continuiamo ad aggrapparci con forza all'eventualità più remota, ovvero che nulla cambi e tutto resti così com'è, che si riesca a tornare alla «normalità». Il capitalismo improvvisa, ma anche i movimenti di opposizione fanno lo stesso. Le bussole sono inutili, le mappe che abbiamo sono inservibili, non sappiamo dove stiamo andando. Sembra che l'unica possibilità rimasta sia quella di seguire ciò che accade giorno per giorno: la cronaca politica più spicciola, domani poi si vedrà. Il tempo è fuori asse diceva Shakespeare.

Protestare sembra ormai inutile. I greci hanno organizzato più di dieci scioperi generali senza riuscire a frenare neanche di un punto l'assurda corsa della locomotiva e la sua terribile forza di devastazione. È come se il potere si fosse ormai sganciato dalla società e non esistesse più alcuna possibilità di colpirlo. Dal 2008 a oggi la velocità di distruzione del capitalismo si è moltiplicata per mille, è davvero pauroso: in pochi secondi è capace di distruggere conquiste sociali costate anni di lavoro e di lotte. E non sappiamo come fermare tutto questo. Se tutto precipita, partecipiamo almeno al crollo. Un amico di Barcellona mi fa notare che durante l'ultimo sciopero generale le azioni violente hanno goduto di un appoggio consistente: «Tu tagli, io brucio». Una risposta legittima. Cos'è un cassonetto bruciato di fronte a milioni di vite bruciate? Più legna, siamo in guerra: tagli, repressioni, bugie. La rabbia, l'odio, la violenza, sono normali, ovvie. È vero, sono risposte legittime, però inutili. Testate al muro, sempre più forti, cieche e disperate. La parete però non cede.

A porre le questioni, a decidere i tempi e disegnare gli scenari, sono loro. Sempre loro. Noi ci limitiamo a reagire.

Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Qualcuno ha visto Michael Collins? Il film sulla vita del leader rivoluzionario irlandese inizia con la rivolta di Pasqua del 1916. L'IRA occupa una serie di edifici, ma gli inglesi riescono a sbaragliarli. Non è la priva volta, sul terreno della guerra convenzionale l'IRA è condannata alla sconfitta. Nell'organizzazione c'è chi pensa che il continuo «sacrificio di sangue» finirà per aiutare la nascita della nazione irlandese, perché la repressione provocherà adesioni alla causa e quindi nuove insurrezioni. Tanto peggio tanto meglio. Michael Collins la pensa diversamente. In carcere riflette e propone di cambiare radicalmente strategia: «D'ora in avanti ci comporteremo come se la Repubblica Irlandese fosse già una realtà. Combatteremo l'Impero Britannico ignorandolo. Non seguiremo più le sue regole, inventeremo le nostre». Ha inizio così una guerra di guerriglia che metterà in scacco gli inglesi per anni, costringendoli alla fine a negoziare il primo trattato di pace e indipendenza con gli irlandesi.

Quello che propone Collins è di smettere di sbattere la testa al muro. Non gli basta avere ragione, e non vuole sacrificare nessuno in nome di un futuro migliore. Vuole vivere e vincere. E questo significa: produrre realtà. Il vero contrattacco consiste nel creare una nuova realtà. È in questo senso che Collins propone di mettere in atto una finzione paradossale: facciamo «come se» la Repubblica irlandese fosse già un dato di fatto.

Le finzioni sono cose serie. I rivoluzionari francesi del XVIII secolo decisero di fare «come se» non fossero più sudditi dell'Ancien Régime, comportandosi come cittadini capaci di pensare e di redigere una Costituzione. I proletari del XIX secolo decisero di fare «come se» non fossero quelle bestie da soma che la realtà li costringeva a essere, ma persone uguali a tutte le altre, capaci di leggere, di scrivere, discutere e autorganizzarsi. E hanno cambiato il mondo. La finzione diventa una forza materiale quando crediamo in essa e ci organizziamo di conseguenza. È finito il tempo per indignarsi, reagire e rivendicare. Bisogna piuttosto comportarsi da subito come se la Repubblica del 99% fosse già una realtà, combattere il potere ignorandolo, non seguire più le sue regole, ma inventare le nostre. Che cosa potrebbe significare tutto questo?

Immaginiamo che tutte le piazze insieme si dichiarino pronte a una rottura netta con la realtà ormai putrida dell'economia e della politica. Un gesto sereno, tranquillo: «Siete licenziati, addio». Sarà il nostro giuramento della Pallacorda. Quindi dovremo trarne tutte le conseguenze pratiche: la Repubblica del 99% è una realtà, cosa comporta questo? Decidere noi i tempi, porre noi le questioni, disegnare noi gli scenari. Fargli esistere e rispettare, durare e crescere. Abitare già da subito un altro paese: reale e fittizio, visibile e invisibile, intermittente e continuo allo stesso tempo.

Il modo migliore di difendere qualcosa è reinventarlo completamente. Non solo per te e per i tuoi compagni, ma per il 99% (viaggiamo tutti sullo stesso treno). La nostra vendetta è essere felici.

Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino

La verità sulla Grecia

Lettera aperta all’opinione pubblica internazionale

Mikis Théodorakis

Un complotto internazionale è in corso e mira a portare a termine la distruzione del mio paese. Gli assalitori hanno incominciato nel 1975 con, come bersaglio, la cultura greca moderna, poi hanno perseguito la decomposizione della storia recente e della nostra identità nazionale e oggi tentano di sterminarci fisicamente con la disoccupazione, la fame e la miseria. Se il popolo greco non si ribella per fermarli, il rischio di scomparsa della Grecia è veramente reale. Lo vedo arrivare nei prossimi 10 anni. Il solo elemento che sopravvivrà del nostro paese sarà la memoria della nostra civiltà e delle nostre lotte per la libertà.

Fino al 2009 la situazione economica della Grecia non aveva nulla di gravissimo. Le grandi piaghe della nostra economia erano le spese senza moderazione per l’acquisto di materiali di guerra e la corruzione di una parte del mondo politico, finanziario e mediatico. Ma una parte di responsabilità appartiene anche agli stati stranieri tra cui la Germania, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti che guadagnavano miliardi di euro ai danni della nostra ricchezza nazionale con la vendita annuale di materiale di guerra.

Questo sanguinamento costante ci ha schiacciati e non ci permetteva più di andare avanti, mentre costituiva la fonte di ricchezza di altri paesi. Si può dire la stessa cosa per il problema della corruzione. Per esempio la società tedesca Siemens aveva una branchia speciale per corrompere dei greci per meglio piazzare i propri prodotti sul mercato greco. Così il popolo greco è stato vittima di questo duo di predatori, tedeschi e greci, che si arricchivano a spese della Grecia. E’ evidente che queste due grandi piaghe avrebbero potuto essere evitate se i dirigenti dei due partiti politici pro americani non fossero stati infiltrati dalla corruzione. Questa ricchezza, prodotto del lavoro del popolo greco era così dirottato verso le casseforti dei paesi stranieri.

I politici hanno tentato di compensare questa fuga di denaro facendo ricorso a dei prestiti eccessivi che risultavano in un debito pubblico di 300 miliardi di euro, ovvero 130% del PIL. Con questa truffa, gli stranieri guadagnavano il doppio. Da un lato, attraverso la vendita di armi e dei loro prodotti e dall’altro, attraverso gli interessi sul denaro prestato al Governo, e non al popolo. Come abbiamo visto, il popolo greco era la principale vittima nei 2 casi. Un solo esempio basterà per convincervi. Nel 1986, Andreas Papandreou ha ottenuto un prestito di un miliardo di dollari da una banca di un grande paese europeo. Gli interessi di questo prestito sono stati rimborsati solamente nel 2010 e si elevavano a 54 miliardi di euro.

L’anno scorso, M. Juncker ha dichiarato di avere notato lui stesso la massiccia emorragia finanziaria dovuta a spese eccessive (e forzate) per l’acquisto di materiali bellici– dalla Germania e dalla Francia in particolare – ed ha concluso che questi venditori ci portavano ad un disastro certo. Purtroppo ha confessato che non aveva fatto nulla per opporsi a questo, per non nuocere agli interessi dei paesi amici. Nel 2008, la grande crisi economica è arrivata in Europa. L’economia greca non è stata risparmiata. Eppure, il livello di vita che era fin lì assai alto (la Grecia era classificata tra i primi 30 paesi più ricchi del mondo) è rimasto praticamente immutato nonostante l’aumento del debito pubblico. Il debito pubblico non si traduce necessariamente attraverso una crisi economica.

Il debito di grandi paesi come Stati Uniti e Germania sono stimati in migliaia di miliardi di euro. I fattori determinanti sono la crescita economica e la produzione. Se questi due fattori sono positivi, è possibile ottenere dei prestiti presso le grandi banche ad un tasso di interesse inferiore al 5%, finché la crisi non sia passata. Nel 2009 (a novembre) al momento dell’arrivo di G. Papandreou al potere, eravamo esattamente in questa posizione. Per far capire perché il popolo greco pensa oggi della sua politica disastrosa, mi basti citare 2 cifre: alle elezioni del 2009 PASOK – il partito politico di G. Papandreou - ha ottenuto il 44% dei voti. Oggi i sondaggi gliene danno soltanto il 6%.

M. Papandreou avrebbe potuto far fronte alla crisi economica (che rifletteva quella dell’Europa) con prestiti di banche straniere al tasso abituale ovvero inferiore al 5%. Se lo avesse fatto, il nostro paese non avrebbe avuto problemi. Siccome eravamo in una fase di crescita economica il nostro livello di vita sarebbe migliorato. Ma M. Papandreou aveva già cominciato la sua cospirazione contro il popolo greco nell’estate del 2009, quando ha incontrato in segreto M. Strauss-Kahn, con lo scopo di far passare la Grecia sotto tutela del F.M.I.. Questa rivelazione è stata divulgata dal vecchio presidente del F.M.I..

Per riuscirci, la situazione economica del nostro paese doveva essere deformata affinché le banche straniere avessero paura ed aumentassero i tassi di interessi del prestito a cifre proibitive. Questa operazione onerosa è cominciata con l’aumento artificiale del deficit pubblico dal 12% al 15% per l’anno 2009. (nota del traduttore francese: M. Andreas Georgiou, presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Nazionale di Statistica, ELSTAT, ha improvvisamente deciso nel 2009 senza chiedere l’accordo né tanto meno informare il proprio Consiglio di Amministrazione, di contabilizzare nel calcolo del deficit pubblico certi organismi ed imprese pubbliche che non lo erano mai state  prima in nessun altro paese europeo con eccezione della Norvegia. L’obiettivo era di far passare il deficit della Grecia al di sopra di quello dell’Irlanda – 14%- affinché fosse la Grecia ad interpretare il ruolo di anello debole dell’Europa.)

Per questo forfait il procuratore Peponis ha aperto un procedimento nei confronti di M. Papandreou e M. Papakostantinou, 20 giorni fa. M. Papandreou e il ministro delle Finanze hanno fatto una campagna di discredito per 5 mesi, nel corso della quale hanno tentato di persuadere gli stranieri che la Grecia, come il Titanic sta affondando, che i greci sono corrotti, fannulloni e dunque incapaci di far fronte ai bisogni del paese. Dopo ognuna di queste dichiarazioni, i tassi di interesse salivano affinché la Grecia non potesse più fare prestiti e con lo scopo di dare un carattere di salvataggio alla nostra adesione alla F.M.I. ed alla Banca Europea. In realtà era l’inizio della nostra fine.

Nel maggio del 2010, un ministro, quello delle Finanze, ha firmato il famoso Memorandum (Mnimoniumo, in greco) ovvero la nostra sottomissione ai nostri creditori. Secondo il diritto greco l’adozione di un tale accordo necessita di essere messa ai voti ed approvata da 3/5 dei deputati. Dunque, il Memorandum e la Trojka che ci governa, funzionano illegalmente –non soltanto rispetto al diritto greco ma anche a quello europeo.

Da allora, supponendo che il nostro percorso verso la morte sia rappresentato da una scala di 20 gradini possiamo dire di averne percorso più della metà. Immaginate che il memorandum accorda agli stranieri la nostra indipendenza nazionale ed il tesoro pubblico, ovvero: i nostri porti, aeroporti, il rete stradale, l’elettricità, l’acqua, tutta la ricchezza naturale (sotterranea e sottomarina) ecc. Persino i nostri monumenti storici, come l’Acropoli, Delfi, Olimpia, Epidauro, ecc. dopo aver rinunciato a tutti i nostri diritti. La produzione è stata frenata, il tasso di disoccupazione è balzato al 18%, 80.000 negozi hanno chiusi, così come migliaia di fabbriche e centinaia di aziende artigianali. Un totale di 432.000 imprese hanno depositato il bilancio.

Decine di migliaia di giovani ricercatori lasciano il nostro paese che affonda sempre di più nelle tenebre del medioevo. Migliaia di persone che erano benestanti fino a poco tempo fa, sono adesso alla ricerca di cibo nei cassonetti e dormono sui marciapiedi. Intanto, si suppone che noi si viva grazie alla generosità dei nostri prestatori di soldi, le banche europee e l’F.M.I.. Di fatto, l’integralità del pacchetto di decine di migliaia di euro versati per la Grecia ritorna al mittente mentre noi siamo sempre più indebitati a causa di interessi insostenibili. E poiché è necessario far funzionare lo Stato, gli ospedali e le scuole, la Trojka carica la classe media ed inferiore della nostra società con tasse esorbitanti che portano direttamente alla fame. L’ultima volta che abbiamo vissuto una situazione di fame generalizzata nel nostro paese era all’inizio dell’occupazione tedesca nel 1941 con più di 300.000 morti in sei mesi soltanto. Ai nostri giorni lo spettro della fame ritorna nel nostro paese infortunato e calunniato.

Se pensate che l’occupazione tedesca c’è costata un milione di morti e la distruzione completa del nostro paese come possiamo accettare, noi greci, le minacce di Mme Merkel e l’intenzione dei tedeschi di imporci un nuovo Gauleiter che però questa volta indosserebbe una cravatta. Il periodo di occupazione tedesca del 1941 fino all’ottobre del 1944, prova fino a che punto la Grecia sia un paese ricco, e a che punto i greci siano lavoratori e coscienti (coscienza del dovere della libertà e dell’amore per la patria).

Quando le S.S. e la fame uccidevano un milione di persone e la Wehrmacht distruggeva il nostro paese, confiscava tutta la nostra produzione agricola e l’oro delle nostre banche, i greci hanno potuto sopravvivere grazie alla creazione del Movimento di Solidarietà Nazionale e di un esercito di partigiani che contava centomila soldati –costringendo i tedeschi a mantenere 20 divisioni nel nostro paese. Allo stesso tempo non soltanto i greci erano sopravvissuti grazie alla loro applicazione al lavoro, ma ha avuto luogo in condizioni di occupazione un grandissimo sviluppo dell’arte greca moderna più particolarmente nel campo della letteratura e della musica.

La Grecia ha scelto la via del sacrificio per la libertà e per la sopravvivenza contemporaneamente. Siamo stati attaccati, abbiamo risposto con solidarietà e resistenza e siamo sopravvissuti. Facciamo ora esattamente la stessa cosa, con la certezza che il popolo greco sarà alla fine vincitore. Questo messaggio è rivolto a Mme Merkel e Mr. Schauble, sottolineando che rimango un amico del popolo tedesco ed un ammiratore del suo grande contributo alla scienza alla filosofia, all’arte ed in particolare alla musica. La migliore prova di questo è nel fatto che abbia affidato l’integralità della mia opera musicale a due editori tedeschi, Schott, e Breitkopf, che sono tra i più grandi editori al mondo e con cui la mia collaborazione è di grande amicizia.

Minacciano di espellerci dall’Europa. Se ci fosse almeno un motivo per fare a meno di noi, ne abbiamo almeno 10 noi per fare a meno di loro, dell’Europa di Merkel-Sarkozy. Oggi, domenica 12 febbraio io e Manolis Glezos –l’eroe che ha strappato la svastica dall’Acropoli, dando così il segnale d’inizio, non solo della resistenza greca, ma di quella europea contro Hitler- ci prepariamo a partecipare ad una manifestazione ad Atene. Le nostre strade e piazze saranno riempite da centinaia di migliaia di persone che manifesteranno la loro rabbia contro il governo e la Trojka.

Ho sentito ieri il Primo Ministro banchiere dire, rivolgendosi al popolo greco, che abbiamo quasi toccato il fondo. Ma chi ci ha portato a questo punto in due anni? Sono gli stessi che invece di essere in prigione minacciano i deputati perché votino per il nuovo Memorandum, peggiore del primo, e che sarà applicato dalle stesse persone che ci hanno portato lì dove siamo. Perché? Perché quello che l’F.M.I. e l’Eurogroup ci costringono a fare dicendoci minacciosi, che se non obbediamo sarà fallimento.

Qui siamo al teatro dell’assurdo. I circoli che ci odiano (greci e stranieri) e che sono i soli responsabili della situazione drammatica del nostro paese ci minacciano e ci ricattano, per poter perseguire la loro opera distruttrice fino alla nostra estinzione definitiva.
Nel corso dei secoli siamo sopravvissuti in condizioni difficilissime. E’ certo che i greci non soltanto sopravvivranno ma potranno rivivere se ci portano con forza al penultimo gradino della scala prima della morte.

In questo momento consacro tutte le mie forze all’unità del popolo greco. Tento di convincerlo che la Trojka e l’F.M.I. non sono una strada a senso unico, che c’è un’altra soluzione: cambiare l’orientamento della nostra nazione. Orientarsi verso la Russia per una cooperazione economica e la formazione di partnariati che ci aiuteranno a mettere in valore la ricchezza del nostro paese in termini favorevoli al nostro interesse nazionale.

Propongo di non acquistare più materiale bellico dai tedeschi e dai francesi. Faremo di tutto perché la Germania ci risarcisca i danni di guerra. Sanzioni che corrispondono con gli interessi a 500 miliardi di euro. La sola forza capace di fare questi cambiamenti rivoluzionari è il popolo greco unito in un Fronte di Resistenza e Solidarietà, perché la Trojka (F.M.I. e banche europee) sia cacciata dal paese. Parallelamente, bisogna considerare come nulli tutti gli atti illegali (prestiti, debiti, interessi, imposte, acquisti della ricchezza pubblica). Certamente i loro partner greci –che sono già stati condannati nell’animo del nostro popolo come traditori- devono essere puniti. Sono totalmente concentrato su questo scopo (unione del popolo in un solo fronte) e sono persuaso che lo raggiungeremo.

Mi sono battuto armi in pugno contro l’occupazione hitleriana. Ho visto i covi della Gestapo. Sono stato condannato a morte dai tedeschi e sono sopravvissuto per miracolo. Nel 1967 ho fondato il PAM (Patriotiko Metopo -Fronte Patriottico), la prima organizzazione di resistenza contro la giunta militare. Mi sono battuto nella clandestinità. Sono stato arrestato e imprigionato nel mattatoio della polizia della giunta ed alla fine sono ancora sopravvissuto.

Oggi, ho 87 anni, è molto probabile che non sarò vivo il giorno del salvataggio della mia tanto amata patria. Ma morirò con la coscienza tranquilla perché avrò continuato fino alla fine a fare il mio dovere verso gli ideali della libertà e del diritto.

Atene, 12 febbraio 2012

(traduzione dal francese di Francesco Forlani)

La dittatura è globale

Vassilis Vassilikos

Siamo ormai entrati nel pieno del periodo preelettorale. Per me questo è un dramma. Conduco una trasmissione settimanale dedicata ai libri. E c’è sempre il terrore che lo scrittore invitato diventi nel frattempo candidato di qualche partito e c’è il rischio che le regole della par condicio mi facciano saltare la puntata. Nel frattempo, il 15 aprile c’è la Pasqua ortodossa, il 21 dello stesso mese si compiono 45 anni dal colpo di stato militare del 1967 e se le urne si apriranno il 29 aprile allora si riuscirà a evitare il Primo Maggio dei lavoratori, ma se si voterà il 6 maggio le elezioni si terranno proprio nell’anniversario della caduta di Costantinopoli sotto gli ottomani (ma con il calendario giuliano).

La crisi del mercato, cioè la mancanza di liquidità, ci fa sprofondare nella recessione. L’augurio è unanime: che il premier attuale Lucas Papademos, lo zar dell’economia, rimanga al suo posto anche dopo le elezioni. È stato fino a qualche anno fa vicepresidente della BCE e sa quali leve muovere per salvare la corazzata alla deriva tra le secche, cioè l’Europa meridionale e più in particolare il mio paese. Già un anno e mezzo fa scrissi su Alfabeta2 su questa cavia che si chiama Grecia. Ora aggiungo che, grazie all’overdose di antibiotici, la cavia sta morendo. Come un pugile suonato, non è in grado di sollevare la testa dalla branda mentre in piedi sopra di lui la troika sta contando fino a dieci (ma ora sta al tre) pur di dichiarare il knock-out e proclamare il sicuro vincitore: i «mercati».

Ma le cose non andranno secondo i suoi desiderata poiché, a forza di prendere sberle per tutto il secolo scorso (due guerre mondiali, due guerre balcaniche, lo sradicamento dei greci dell’Asia Minore nel 1922, una guerra civile e ben quattro dittature militari), questa cavia ha sviluppato un sistema immunitario fortissimo. Sarà così in grado di resistere anche a questo colpo a sorpresa, proprio nel mezzo dei festeggiamenti per il periodo di pace più lungo vissuto nei 190 anni di vita di questo povero Stato.

Kazantzakis nel 1948, alla fine del suo romanzo «Cristo di nuovo in croce», ha scritto che questo Cristo che va ancora una volta verso la croce e la resurrezione è la Grecia stessa. All’epoca non aveva ancora letto l’opera del suo collega italiano «Cristo si è fermato a Eboli». Gli hooligans che bruciano gli stadi sono gli stessi giovani che incendiano il centro di Atene. Che indossino i passamontagna oppure no, rimangono impuniti da decenni, come le nuvole che sfuggono a ogni rete.

Nel frattempo le telenovelas turche conquistano i palinsesti greci, visto che le produzioni locali si sono estinte. La torta della pubblicità, una volta formato famiglia, ora è ridotta a porzione individuale. Così abbiamo i serial turchi trasmessi in lingua originale con i sottotitoli greci, perché anche il doppiaggio costa. A teatro si rappresentano di preferenza monologhi. Fino all’anno scorso si potevano ancora vedere rappresentazioni con due attori. Ma la crisi ha ridotto la partecipazione a uno solo.

Tra i più di una decina di partiti e partitini che si presentano alle elezioni, per la prima volta nella storia della Grecia moderna ci sarà anche un partito dichiaratamente nazista, l’«Alba d’Oro». I sondaggi gli danno una buona percentuale. I medium però, che ora sono i media, non vedono all’orizzonte un dittatore. Poiché la dittatura oramai è globale e non ha leader. Al suo posto ci sono i «mercati». Dall’antica agorà del Demos siamo arrivati ai «mercati» di oggi, tecnologici e onnipresenti, senza limiti di luogo o di frontiera. Per entrare nella loro pagina web basta digitare il codice 666. E una serie infinita, come la serpe che stritola il pianeta, di zeri.

DEBTOCRACY (sul debito greco)

[ quando inizia il video click CC in alto a destra per i SOTTOTITOLI IT ]

DEBTOCRACY [ Χρεοκρατία ] di Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou
[ Sito Ufficiale EN ]

Per la prima volta in Grecia un documentario prodotto dal pubblico. ⇨ DEBTOCRACY [Wikipedia EN] cerca le cause della crisi provocata dal debito pubblico e propone soluzioni che non vengono prese in considerazione dal governo e dai media dominanti. [Dal sito Nazioneindiana]

Resistenza nel cuore della crisi

Andrea Fumagalli

Come spesso accade le coincidenze storiche giocano brutti scherzi. Mentre oggi 18 marzo verrà inaugurata la nuova sede della Bce a Francoforte - una torre alta 185 metri, simile a una fortezza circondata da una barriera di sicurezza e da un fossato, un simbolo di potere che è costato la cifra sbalorditiva di 1,3 miliardi di euro – negli stessi giorni si svolgono gli incontri tecnici tra il neo Brussels Group (la vecchia Troika più il Fondo Europeo Salva Stati) e il governo ellenico: è in gioco l’accettazione del piano greco per recuperare quei 7 miliardi di euro che il FMI non ha versato alla Grecia a fine febbraio in cambio di 4 mesi di tempo per ridiscutere i piani della politica d’austerity che si voleva imporre al governo Tsipras.

Lo stato greco si trova sotto assedio, dopo che la stessa BCE il 4 febbraio scorso ha chiuso i rubinetti della liquidità alla Banca Centrale Ellenica non accettando più come garanzia i titoli di stato greci (http://quaderni.sanprecario.info/2015/02/il-terrorismo-della-bce-di-andrea-fumagalli/) e dopo che la riunione dell’Eurogruppo del 9 marzo si è conclusa con la dichiarazione che la lista delle riforme proposte dalla Grecia è incompleta: si chiede quindi una velocizzazione dei tempi, rimangiandosi in parte quanto già concesso in precedenza.

Ma anche la Bce rischia di trovarsi sotto assedio. Oggi 18 marzo in occasione dell’inaugurazione della nuova sede, il cartello di associazioni e di movimenti che va sotto il nome di Blockupy - Resistance in the Heart of the European Crisis Regime ha indetto una manifestazione transnazionale contro le politiche d’austerity e a sostegno delle rivendicazioni greche in nome di un cambio radicale della politica economica europea.

Si tratta del primo appuntamento europeo da parte dei movimenti sociali dopo il cambio di governo greco. Dopo vari anni di imposizione ottusa delle politiche d’austerity unicamente finalizzate a garantire i diritti dei creditori a danno delle condizioni sociali delle popolazione, e lungi dal diminuire la stessa situazione debitoria, si ha l’occasione di cominciare un percorso che, sia sul piano dell’agitazione politica che su quello istituzionale, ha come obiettivo minimo non solo il diritto di poter trattare e discutere le stesse politiche d’austerity, ma soprattutto di sviluppare un ampio fronte sociale europeo in grado di bloccare le rovinose scelte economiche di una ristretta oligarchia finanziaria.

Di fronte al silenzio complice di tutti i governi europei, succubi per opportunismo e calcolo politico alle rigidità imposte dalla Germania, si apre la possibilità che un nuovo movimento sociale dal basso, superando i limiti di un nazionalismo provinciale, possa preludere ad un rovesciamento radicale dei quella logica mercantile e finanziaria all’origine della più pesante crisi economica, in nome della ridefinizione di un nuovo welfare – commonfare - di una politica fiscale europea comune e del superamento di una condizione precaria dilagante e sempre più istituzionalizzata (dai mini jobs al Jobs Act): a favore della propria autodeterminazione e libertà.