Cos’è la patria del tedesco?

Franco Berardi Bifo

Domenica, silenzio. Non giungono segnali dalla piazza. Come reagiscono i greci alla sconfitta di Tsipras, all’umiliazione clamorosa cui il gruppo dirigente europeo ha voluto sottoporli, alla vendetta tedesca per la ribellione del No al referendum? Come si preparano a vivere gli anni a venire che saranno ancora più disperati e miserabili dei cinque anni che hanno appena vissuto? Nei prossimi giorni capiremo se a questo punto piegheranno la testa, e accetteranno ciò che il destino sembra imporre, o se continueranno nella ribellione anche senza e anche contro Tsipras. O se - come è più probabile, a questo punto emergeranno i nazisti di Alba Dorata in un nuovo girone dell’inferno in cui l’Unione Europea li ha condotti. Si prepara imo sciopero dei dipendenti pubblici per la giornata di mercoledì, quando il Parlamento dovrà votare il diktat della Troika.

Il terrore finanziario che ammutolisce la Grecia porta un messaggio chiaro per tutti gli altri: per gli spagnoli, i portoghesi, gli irlandesi che nei prossimi mesi andranno alle urne. Ora sappiamo che non esiste una via d’uscita elettorale. Il debito infinito cresce ogni anno, dato che per pagare il debito si deve sprofondare ogni anno di più nella recessione. Ma con gli strumenti della democrazia non se ne esce. Syriza ha vinto le elezioni, poi ha vinto clamorosamente un referendum, ma la vendetta tedesca ha stroncato tutte le speranze. È una lezione che il gruppo dirigente dell’Unione intendeva impartire a Podemos.

Che senso ha a questo punto votare per Podemos alle prossime elezioni spagnole? Che senso ha in Italia affannarsi a costruire un’alternativa elettorale, organizzare referendum per riconquistare qualcosa di ciò che ci è stato tolto? Nessun senso, dal momento che tutti gli strumenti della democrazia elettorale sono neutralizzati dal pilota automatico o dal terrore finanziario. Perché il pilota automatico della finanza possa funzionare, l’Unione europea procede da un colpo di stato all’altro: prima fu il siluramento di Papandreou, poi fu l’imposizione di Mario Monti in Italia, ora è il terrore contro Syriza. Perché insistere nel provarci? La strada della democrazia è chiaramente preclusa. Ne esiste un’altra? Un paese che in fatto di terrore ha un’esperienza consolidata si è incaricato di terrorizzare la Grecia per imporre la volontà della finanza globale.

Ora occorre interpretare il modello che emerge dal colpo di stato che si è compiuto il 13 luglio: occorre un concetto che ci permetta almeno di capire in quale mondo siamo entrati. L’era neoliberale che iniziò ufficialmente l’11 settembre del 1973 a Santiago entra ora in una nuova fase che chiamerei neocolonialismo finanziario. Attraverso l’imposizione di un debito che cresce man mano che lo si paga, diventa possibile per il paese colonialista (nel nostro caso la Germania) sottrarre senza limiti di tempo risorse ai paesi colonizzati (in questo caso la Grecia).

L’Unione europea è ormai tenuta insieme soltanto dalla forza del ricatto, ma c’è ragione di temere che presto si tratterà di forza punto e basta. Il leader di Alba dorata ha dichiarato oggi che adesso è il loro momento. In piazza Syntagma si bruciano bandiere dell’Unione. Syriza è stata forse l’ultimo argine contro il fiume in piena dei nazionalismi. Quell’argine è stato sgretolato dall’assedio della finanza e dalla vendetta tedesca. Anniversario del massacro di Srebrenica. Occorre ricordare il ruolo che la Germania di Kohl svolse nell’avviare la guerra civile jugoslava, perché la guerra jugoslava si avvia a diventare lo scenario d’Europa. E la Germania è ancora il primattore.

Quand’ero bambino mio padre raccontava ogni volta che se ne presentava l’occasione la storia della sua detenzione ad opera dei nazisti nel carcere di Osimo. Non mi insegnò a distinguere tra la parola “nazisti” e la parola “tedeschi”, per la ragione facilmente comprensibile che i soli tedeschi che aveva conosciuto in vita sua erano militari della Germania nazista. Poi venne il ’68 e lessi i saggi di Rudi Dutschke e compresi che non esistono i popoli ma le persone, le classi e i movimenti. Ma il 25 aprile del 1968 un lettore dei giornali di Springer sparò un colpo di pistola a Rudi Dutschke.

Pur sapendo che la parola tedeschi e la parola nazisti sono da distinguere mi rimase il sospetto che il lettore di Springer rappresentasse la maggioranza della popolazione di lingua cultura e nazionalità germanica. Dato che le emozioni sono importanti nella storia almeno tanto e forse più di quanto lo sono i concetti razionali, temo che prossimamente sarà difficile evitare che l’emozione suscitata dal pogrom ai danni del popolo greco sfoci in odio per i tedeschi. Nonostante la mia formazione internazionalista e il mio rifiuto dell’identificazione nazionale, mentirei se dicessi che il mio subconscio riesce a distinguere oggi tra la parola Germania e la parola nazista. È forse questa la cosa che mi fa più paura.

Iene della tastiera o allocchi?

Augusto Illuminati

Ricordate le ždanoviane “iene con la macchina da scrivere”? Ricordate, insomma, si fa per dire, perché per averne sentito parlare occorre avere una certa età e non è facile neppure rintracciare l’espressione su Google. Comunque all’epoca, nei tardi '40 del secolo scorso, veniva detto in genere a torto e spesso di bravissime persone, tipo Sartre o Camus quando deragliavano dall’ortodossia cominformista (ancora googlare, per i militanti più giovani).

Problemi a rilanciare la formula, come un qualsiasi oggetto vintage? No, gli obbiettivi adatti abbondano – basta leggere gli editoriali sulla Grecia di Repubblica, Corriere della Sera e dello spinelliano Foglio (di cui appunto è amministratore delegato il rag. Spinelli, sì, proprio lui, il pagatore non utilizzatore delle olgettine). Per imbarazzo sul nome del fondatore e per irrilevanza mediatica tacciamo dell’Unità, “monumento equestre di Renzi”. L’unico problema è sostituire quell’arcaico oggetto museale con una banale tastiera. Iene con tastiera, ecco. La buonanima si stira nella tomba, le sue vittime d’allora pure e gli editorialisti d’assalto (sempre a quel tempo si diceva “sicofanti”, il liceo classico funzionava) hanno l’epiteto che si meritano.

Non solo i Livini, Bonanni, Cerasa, ma tutta la genia dei sondaggisti che, davvero ci meravigliamo, non scoppino a ridere incontrandosi per strada, secondo il mirabile detto di Catone riportato da Cicerone (qui mirari se aiebat, quod non rideret haruspex, haruspicem cum vidisset). Riassumiamo la farsa, esonerando i giornalisti onesti e i sondaggisti non prezzolati, che sbagliano in proprio. Scoppiata la mina del referendum, i giornalisti di regime si sono affrettati a dichiararlo illegittimo, affrettato e sbagliato (mica era il famoso 40,8% del Pd alle europee, do you remember?).

Poi, un passo alla volta. In soli cinque giorni: 1) i sondaggi dànno una chiara maggioranza al SI, 2) i NO sono passati in testa, ma i SI sono in risalita, 3) drammatico testa a testa, con i SI in lieve vantaggio. Fonti prima anonime, poi eterogenee e oscure, mentre i vari istituti italiani si guardavano bene dall‘avanzare pronostici o commentare i criteri di rilevazione. Conclusione: OXI al 61% e rotti. Parlare di manipolazione greca, di complicità italiana e di giornalismo allocco è semplicemente misericordioso. Quando il margine di errore balza al 13%, si direbbe che siano entrate in scena le agenzie che hanno truccato anni fa i conti greci…Se si fosse trattato di un sondaggio su un prodotto, le denunce sarebbero fioccate. Abuso di credulità popolare, se non circonvenzione d’incapace, tenuto conto del declino dello spirito critico nel pubblico medio dei lettori di quotidiani. Discorso a ruota per le Tv, con sporadiche eccezioni.

Certo, i giornalisti in questione sono uomini d’onore e si sono lasciati trarre in inganno dai sondaggi falsificati – che peraltro non hanno denunciato ex post, proclamando anzi all’unisono che loro si erano ben resi conto dell’imminente vittoria del No, solo che non erano riusciti a trasmettere in tempo la loro convinzione alla redazione.

Dunque i commenti, ben ritmati con il Communicator in chief, Matteo –che adesso tace, e come si fa? Il referendum è uno scarico di responsabilità. La scelta è fra euro e dracma. Angela e Matteo vi guardano dall’alto nel segreto dell’urna. Se votate No verrà la peste e il terremoto. Avete votato No e adesso pagate le conseguenze, brutti fannulloni che avete vissuto al di sopra dei vostri mezzi e a spese nostre. Arridateci i nostri 40 o 80 miliardi, maledetti baby pensionati! Tutti armatori ed evasori! Grexit subito. Naturalmente grande accodo ai deliri di Schulz, che promette “aiuti umanitari” ai greci ridotti alla fame, ma forse per “umanitari” pensava ai bombardamenti. Il tutto corredato da annunci catastrofici (il pane è finito nelle isole! Non ho trovato il viagra in farmacia!) e da foto e video da day after: il pensionato che si sventola sui gradini della banca o quattro clienti in fila al bancomat, tipo la sera a Sanlo prima della pizza. Mi dicono invece che la metro funziona meglio delle linee A, B e ½ C a Roma ed è pure gratis.

La danza degli avvoltoi impazziti (ma forse solo allocchi ingrifati) si è poi distribuita per cerchie più strette – a volte miserelle (a Exarchia ha vinto il Si! )– e l’obbiettivo più ghiotto è stato il grande Ianis Varoufakis, prima durante e dopo le dimissioni. Non serve Freud e manco 'a zingara per decifrare il groppo di invidia politica ed erotica, odio di classe e desiderio frustrato che, ben distribuito per gender, ha animato il giornalettismo italiano. Diciamo che le argomentazioni anti-keynesiane non sono state prevalenti.

Ok, mi fermo qui. Ci vorrebbe un Kraus per una disamina più attenta, ma che dico? Sarebbe sprecato per le bassure in questione. Basterebbero i cassonetti dell’Ama, se non fossero già strapieni.

Capitani coraggiosi

Giorgio Mascitelli

Nell’attuale situazione economica uno degli appelli più frequenti rivolti dalle grandi agenzie internazionali, pubbliche e private, ai governi dei singoli paesi e particolarmente a quelli dei paesi definiti maiali in inglese per via del loro debito pubblico, è quello di compiere riforme coraggiose. Con questa espressione si intende comunemente una serie di provvedimenti, che in armonia con le dottrine neoliberiste, elimina o riduce drasticamente i diritti sociali di fasce crescenti della popolazione gettandole nella precarietà e nella povertà.

Ora se facciamo mente locale a cosa significa il termine coraggio, c’è da rimanere sorpresi dell’uso che ne viene fatto a proposito delle succitate riforme. Difatti compiere un’azione coraggiosa implica sempre la disponibilità ad affrontare rischi per chi la compie: è così nell’epica, dall’Iliade alla Battaglia di Fort Alamo, è così nel sentimento comune, è così nel vocabolario che definisce il coraggio “Forza morale che mette in grado di intraprendere grandi cose e di affrontare difficoltà e pericoli di ogni genere con grande responsabilità” (Zingarelli).

Nel caso delle riforme coraggiose, al contrario, nessuno tra coloro che le propone e le attua rischia alcuna conseguenza di carattere personale, perché i rischi sono tutti a carico dei destinatari o meglio delle vittime delle riforme stesse. Certo vi è il rischio dell’impopolarità presso il proprio elettorato ampiamente ricompensato dalla popolarità presso le èlite internazionali: prova ne sia che nessuno tra i promotori di queste riforme si è trovato a vivere in condizione di precarietà, terminato il proprio mandato. Questo discorso non riguarda soltanto i politici, ma è estendibile a tutti i membri delle èlite globali: tutti gli amministratori di società e banche che con le loro coraggiose speculazioni hanno provocato la crisi dei subprime o i tecnocrati che l’hanno favorita con le loro innovative e perciò coraggiose normative hanno mantenuto la loro posizione o, se sono stati allontanati, hanno ricevuto dei premi sotto forma di liquidazioni principesche.

L’elencazione di queste ovvietà non ha naturalmente come fine quello di scoprire che il mondo è ingiusto, cosa che ciascuno di solito scopre da sé grosso modo dall’età della pubertà, decidendo nella propria intimità come adattarsi a questa scoperta; né serve, altra scoperta dell‘acqua calda, a scoprire che il discorso di ogni potere lascia sempre delle spie linguistiche delle proprie contraddizioni e mistificazioni e un‘adeguata analisi di questo discorso le rivela sempre.

Il fatto è, invece, che l’attuale discorso del potere è un discorso virtuoso, che cioè non si limita a indicare con oggettività scientifica necessità e priorità nei campi dell’economia e della politica, ma tende a costruire una forma globale di vita con la sua etica: è quanto dimostra per esempio Maurizio Lazzarato nell’analizzare la crisi dei debiti pubblici e privati, allorché nota che il potere tende a modellare una vera e propria figura dell’uomo indebitato (La fabbrica dell’uomo indebitato, DeriveApprodi 2012). Altrettanto mettono in luce Pierre Dardot e Christian Laval evidenziando le strategie neoliberiste nella costruzione di un soggetto competitivo (La nuova ragione del mondo, DeriveApprodi 2013).

Ora uno dei capisaldi di questo discorso etico è il principio della responsabilità individuale esteso in ogni ambito: per esempio la posizione sociale di ognuno dipende esclusivamente dalle proprie scelte, o ancora ciascun greco è ritenuto responsabile individualmente del debito contratto dal proprio stato e accresciuto dagli attacchi speculativi, come se avesse contratto dei debiti personali. L’evidenza che tale principio non si applica alle classi dirigenti, perfino in situazioni che implicano effettivamente una quota di responsabilità individuale, non è tuttavia solo una questione di ipocrisia o falsità (perché naturalmente esistono asserzioni morali false e altre che sono vere) di questa morale, ma rivela in nuce quello che è l’effettivo principio su cui si regge la nostra società.

È un principio di carattere gerarchico per cui al di sopra di un certo livello di funzioni occupate e di ricchezza personale accumulata, le azioni compiute non comportano responsabilità individuali, che ha più di un tratto in comune con la vecchia immunità dei primi due ordini delle società ancièn regime.

Visto che viviamo in tempi in cui il potere pretende di modellare le nostre vite in ogni aspetto, occorre armarsi di coraggio, anche se è vero che, come diceva quel tale, se uno il coraggio non ce l’ha, mica se lo può dare. Anche in questo caso, però, non bisogna perdersi d’animo, perché il management moderno ci ha mostrato che se uno non ce l’ha può sempre prenderselo in leasing.

No signal

Vassilis Vassilikos

Caduta come un fulmine a ciel sereno, la chiusura della radio-televisione pubblica ERT, del sito Internet e dei canali satellitari, non è altro che un colpo di stato mediatico, il primo a livello mondiale. Neanche la giunta militare arrivata al potere con i carri armati il 21 aprile 1967 aveva decretato la chiusura della radio pubblica (all’epoca non c’erano radio private né una stazione televisiva). Si era limitata a trasmettere marce militari e i proclami deliranti dei colonnelli.

Quello che voglio dire è che la “chiusura”, il “lucchetto”, la “cancellazione”, l’apparizione del “no signal” nel piccolo schermo, dal punto di vista semantico segna un ritorno alla barbarie. Parafrasando il “socialismo o barbarie” di Cornelius Castoriadis, di fronte al dilemma “capitalismo o barbarie” il signor Presidente del Consiglio Antonis Samaras ha optato senza dubbio per la seconda.

Avendo ricoperto l’incarico di vice direttore generale dell’ERT negli anni 1981- 1984, conosco bene il ruolo svolto dalla Tv per quanto riguarda i problemi di difesa del paese, ma soprattutto per quel che riguarda i greci della diaspora, che sono di numero pari ai residenti nel paese: circa undici milioni di ellenofoni che risiedono oltre le frontiere del paese, sparsi nei cinque continenti. Tutti costoro sono rimasti all’improvviso orfani, privati dell’unico legame ombelicale che li teneva in contatto con la madre patria.

La televisione privata ha fatto la sua apparizione nel 1990 in maniera arbitraria e sregolata, e il suo status rimane invariato fino a oggi. I suoi programmi si caratterizzano per populismo e volgarità e i suoi tg sono asserviti agli interessi dell’editore. Questo ha fatto in modo che i telespettatori si spostassero in massa verso la televisione pubblica, specialmente negli ultimi anni, come assetati nel cuore del Sahara in cerca di un’oasi di qualità dove abbeversarsi. Ovviamente, i pubblicitari hanno sistematicamente manipolato le loro misurazioni dell'audience e non hanno mai assegnato alla ERT gli indici di ascolto dei suoi tre canali sul digitale terrestre, più uno satellitare, più sei programmi radiofonici con copertura nazionale.

Anche in questo caso, come durante la primavera araba e ora in Turchia, Internet ha funzionato come provvisoria valvola di sfogo per i gas tossici del golpe mediatico. Inoltre, due canali televisivi, uno della Sinistra Radicale SYRIZA e un altro più piccolo, hanno continuato a trasmettere i programmi con le interviste e i dibattiti con coloro che facevano visita ai coraggiosi giornalisti dell’occupazione, in studios provvisori dentro la sede centrale dell’ERT, mentre migliaia di cittadini li proteggevano da una probabile invasione dei celerini. I quali, alla fine, non hanno osato enrare in azione ad Atene, mentre hanno sgomberato con le maniere forti la sede del canale pubblico regionale ET3 a Salonicco.

Un sondaggio effettuato durante i giorni dell’occupazione dell’ERT ha mostrato che il 70% degli intervistati, in ogni angolo del paese, si è espresso contro la chiusura della televisione pubblica. I cittadini hanno mandato un messaggio chiaro al premier che ha preso la decisione di chiuderla in maniera unilaterale, tenendo all’oscuro gli altri due partiti che partecipano alla coalizione di governo, i socialisti del PASOK e la Sinistra Democratica.

La verità è che non avevamo fatto in tempo a digerire pienamente la notizia di aver evitato il grexit che ci è capitata tra capo e collo il “no signal” delle frequenze della TV pubblica. Avevamo aperto con tanto ottimismo le porte dell’estate ai circa 17 milioni di turisti previsti, e di colpo ci siamo trasformati in un paese antieuropeo agli occhi di tutto il mondo.

È stato un errore imperdonabile. E insistere nell’errore, come il partito di centrodestra ha continuato fare nelle settimane seguenti, è ancora più imperdonabile. Certo l’ERT non era un’impresa perfetta. Dominavano le cordate sotterranee, le clientele, le raccomandazioni, il sistema di governo tipico del periodo in cui, per quattro decenni, si alternavano al governo i socialisti del PASOK e i conservatori di Nuova Democrazia.

Ci fu un tentativo di risanamento durante il governo di George Papandreou, ma si scontrò in Parlamento con l’allora opposizione di Nuova Democrazia di Samaras. Quello stesso Samaras che ora ripropone praticamente lo stesso piano di risanamento, ma compresso nell’arco di tre mesi. Con alcune modifiche sostanziali: coloro che saranno riassunti dovranno avere un dottorato di ricerca e passeranno al vaglio dell’organismo per i concorsi pubblici ASEP.

Ma i giornalisti, i producers, i registi e tutti coloro che in qualche modo lavorano nel mondo dell’informazione e dello spettacolo, non devono avere per forza titoli accademici di alto livello. Forse i capi dei servizi tecnici, ma certo non gli operai, i cameraman, i fonici. In conclusione, tutto appare per il momento confuso. L’unica cosa inammissibile è l'oscuramento delle frequenze, il buio pesto della cultura e dell’informazione pubblica.

 

Contro lo sgombero del teatro Embros

Manuela Gandini

Il clima ad Atene è pesantissimo e la guerra civile è un pericolo incombente. Dopo le ultime elezioni, nelle quali il partito neonazista Alba Dorata ha conquistato il parlamento con una ventina di seggi su 300, le violenze xenofobe sono all’ordine del giorno. La retorica basata sull’esaltazione della nazione, della famiglia, della normalità, assorbe consensi a non finire. Il risultato è una politica brutale, repressiva e fortemente autoritaria che si è imposta sulla città, in nome della “sicurezza” e della “pulizia”. Gli extracomunitari viaggiano in gruppo per potersi difendere; i gay si stanno compattando per scongiurare aggressioni; alle manifestazioni i picchiatori di Alba Dorata stanno al fianco dei celerini pronti ad attaccare i manifestanti. Qualche settimana fa, due deputati di Alba Dorata e una trentina di attivisti, rasati e in maglietta nera, hanno fatto irruzione in un mercato alla periferia della città, chiedendo documenti a tutti i venditori stranieri e distruggendo selvaggiamente i banchi e la merce di chi ritenevano non fosse in regola. Il portavoce del partito, Ilias Kasiriadis, ha affermato che: “AD interverrà con la forza ovunque vengano offese le sensibilità religiose e la storia della Grecia”.

Intanto le micro-comunità artistiche - sorte in questi anni per far fronte alla ferocia della crisi, alla drasticità dei tagli, alla subordinazione nella quale il cittadino è precipitato - si stanno indebolendo. Nel quartiere popolare di Psirri, lo scorso novembre, il collettivo Mavili ha occupato il teatro Embros rimasto chiuso per sei anni dopo la morte del proprietario. Uno spazio misterioso che da tempo non vedeva scene e uomini, e non sentiva calore. Un luogo che è diventato polo d’attrazione per gli artisti, per gli abitanti del quartiere, per gli extracomunitari e per chiunque volesse esserci. A natale, all’Embros, è stato allestito un pranzo aperto a tutti e ciascuno portava quel che poteva.

In breve è diventato il riferimento per lo sviluppo del teatro indipendente di Atene. Da lì sono passati artisti di tutto il mondo, coreografi come Dimitris Papaioannou e studenti come gli olandesi di Das Arts di Amsterdam che hanno fatto uno stage di due settimane. La logica è stata quella di includere anziché escludere, condividere anziché dividere , consolidare orizzontalmente rapporti anziché riprodurre forme verticistiche di potere. All’Embros si viveva, si mangiava, si discuteva, si metteva in scena la tragedia contemporanea adottando nuovi punti di vista e prospettive inedite.

L’Embros, concepito come piattaforma creativa sulla crisi in corso, ora sta per essere chiuso, murato per sempre. A metà settimana, la polizia, su ordine dell’Etad (società per lo sviluppo degli edifici pubblici) sbaraccherà tutto in prospettiva di “un processo di privatizzazione”. Così, di colpo, come sono stati sradicati gli alberi e le piante degli orti urbani coltivati dai cittadini, ora viene chiuso un polmone di cultura. Il messaggio è chiarissimo: eliminare ogni forma di protesta concreta (centri sociali, culturali, artistici). Eliminare ogni tentativo di autogoverno che sorga dal basso. Stroncare ogni iniziativa volta alla sopravvivenza fisica e psicologica indipendente dal sistema. Polverizzare il tessuto popolare eterogeneo che si andava costituendo e, infine, annientare ogni diritto alla felicità.

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Scosse dalla Grecia

Vassilis Vassilikos

C’è un'antichissima espressione greca che rimanda ai responsi di Pizia ed è difficilmente traducibile. Quest’espressione suona così: Η κατάστασις επεδεινουμένη βελτιούται. Che si potrebbe tradurre: «Più le cose vanno male, meglio vanno». In questa battuta, che sembra tratta da un atto unico di Ionesco, c’è la sintesi della situazione attuale del mio paese. Per dirla in altre parole: i tagli a stipendi e pensioni sono arrivati al punto estremo, al «muro della vergogna», con la diminuzione delle indennità, l’aumento di due anni dell’età pensionabile e con l’invenzione di soluzioni alternative a problemi altrimenti insolubili, come quello di evitare la scure sugli stipendi di giudici, generali e poliziotti.

Parallelamente l’Europa ha dato segni di risveglio. In primis con la mossa di Draghi (che se fosse stata fatta, come era giusto, due anni fa, ora le cose sarebbero molto diverse) e secondariamente domando la bisbetica frau Merkel. Per il momento, questa svolta al timone della Bce non porterà alla Grecia i vantaggi immediati dell’Italia e della Spagna. Ma l’onda lunga già partita dagli altri paesi mediterranei arriverà tra un paio d’anni anche nelle nostre spiagge. Questa è una prospettiva che crea quell’ottimismo finora mancato. Nel nostro paese, ora che le mucche non hanno più latte da offrire al mungitore/esattore, l’attenzione dei veterinari incaricati della salvezza del paese (cioè i nostri creditori attraverso la troika) si è concentrata sui tori. Notoriamente i tori da monta, ma anche i galli, corrispondono all’1% di mucche o galline. Costoro, i grandi capitalisti (per chiamarli con il loro vero nome) hanno spostato i loro soldi all’estero, in particolare nel paese di Guglielmo Tell, altrimenti detto Svizzera. Ignoti depositanti greci tengono in Svizzera settanta miliardi di euro: due volte il deficit del paese.

Prima però di arrivare a un accordo tra la Grecia e la Svizzera per tassare questi depositi, come ha fatto due anni fa la Germania, lor signori hanno già iniziato a spostare i loro capitali dalla Svizzera verso altri paradisi, magari asiatici. In questo modo, se ci saranno ulteriori ritardi nella conclusione dell’accordo, nel prato fiorito svizzero ci rimarrano solo le ortiche e i cardi spinosi, che, com’è noto, vanno bolliti per ottenere un decotto che dà grande sollievo alle disfunzioni epatiche e ad altri malanni del corpo umano. Ma solo a loro. Divento mio malgrado ironico perché so quello che noi tutti sappiamo, cioè che il denaro non ha patria. Ma quando la patria non ha il denaro necessario per rimanere patria, allora a che serve la parola patriota (a meno che non si riferisca ai missili Patriot), a che servono la bandiera, l’inno nazionale, la lingua, la Chiesa ortodossa d’Oriente e tutto quello che è compreso nella parola «greco»? Arriviamo così a quello che disse il poeta premio Nobel Giorgos Seferis: «Hellas vuol dire disgrazia» (Hélas in francese, con una l).

Ed è veramente questa la situazione in cui ci troviamo: nella «disgrazia». Quello che si sente continuamente nelle tragedie antiche: ahimè e ahinoi! Uccisioni, incesti, stragi, che comunque alla fine portano sempre all'antica catarsi. È proprio questa catarsi che si aspetta il popolo greco, quella che solo un deus ex machina può portare, visto che i nostri antichi antenati, i tragediografi, sono defunti da 2.500 anni. Ma il deus ex machina che ci hanno lasciato in eredità le loro opere rimane ancora la soluzione che porta alla salvezza.

P.S.: Molti amici stranieri mi rivolgono domande su Alba Dorata. Come ha fatto la malapianta a crescere? Io rispondo che, nei periodi più difficili della nostra storia, c’era sempre un 5% che svolgeva lo stesso ruolo svolto ora dai baldi giovani di Alba Dorata. Nel 1931 c’era l’organizzazione Eee che attaccava gli ebrei greci. Durante l’occupazione delle potenze dell’Asse, c’erano i Battaglioni di Sicurezza e il gruppo X. Durante la dittatura dei colonnelli avevamo i delatori senza nome. E ora abbiamo Alba Dorata che è cresciuta nei quartieri più sensibili grazie alle sue “opere caricatevoli” e all’assenza dello stato. Se la prendono con i pachistani, gli srilankesi, con quelli scuri di pelle. L’unica differenza con il Ku Klux Klan è che loro dispongono di seggi nel Parlamento degli Elleni, nel paese in cui è nata la democrazia. Involontariamente però svolgono anche quella funzione di cui parlavo prima, di deus ex machina che risveglia l’elleno dal letargo in cui era caduto per ben 35 anni di benessere in prestito e di un’apparente agiatezza ad altissimi tassi d’interesse.

Traduzione dal greco di Dimitri Deliolanes

Rompere il blocco

Francesco Raparelli

A migliaia, in alcuni casi decine, in altri centinaia di migliaia, assediano il Parlamento spagnolo e quello greco, manifestano contro l'austerity in Francia. E in Italia? A cosa è dovuta l'afasia dei movimenti e dei sindacati italiani? Sì è vero, ci sono tante resistenze operaie e non solo, ma faticano ad essere innesco di una mobilitazione più ampia, capace di incidere sul futuro del Paese e dell'Europa. Indagare le ragioni del blocco è oggi passaggio obbligato per chi non pensa che di rigore sia giusto morire e che Monti sia il nostro destino.

Con l'attacco speculativo dei mercati finanziari dell'estate del 2011 e la lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto (dello stesso anno), in Italia finisce un'epoca, termina, cioè, la Seconda repubblica, quella dell'anomalia berlusconiana. L'agonia sarà ancora lunga, intendiamoci, e gli scandali della Regione Lazio sono lì a dimostrarcelo, ma il salto è ormai compiuto. Attraverso la leva del debito pubblico, infatti, una nuova "costituente neoliberale", che ha in Monti e Napolitano i massimi protagonisti, sta liberando il campo non tanto e non solo dalla destra populista ed eversiva dell'uomo di Arcore e dei suoi "sgherri", quanto dalla democrazia liberale e dallo Welfare State che, tra mille contraddizioni, hanno qualificato il dopo-guerra italiano. Certo sarebbe sbagliato pensare questa costituente come un unicum del Bel Paese: se di costituente si tratta, è fino in fondo una costituente continentale di cui l'Italia, come gli altri pigs, sono privilegiato laboratorio di sperimentazione. Lo stesso Draghi, lo scorso 23 febbraio, sulle colonne del Wall Street Journal, ha chiarito che il "modello sociale europeo" è un ferro vecchio di cui non si può far altro che sbarazzarsi. Con quali mosse? Attraverso la moderazione salariale e le privatizzazioni, delle istituzioni del welfare come delle public utilities.

In Italia, però, questa costituente - che è fino in fondo conservatrice - è stata salutata con grande entusiasmo dal PD e dalla CGIL e con un sospiro di sollievo da una parte significativa della società che riteneva Berlusconi il male fatto persona. Nella testa del PD, meglio, della sua maggioranza, l'idea è la seguente: ora occorre mangiare la minestra montiana, ma poi, vinte le elezioni nel 2013, confermato Obama negli Stati Uniti e con Gabriel premier in Germania, insomma, a partire dal 2014, si cambia musica. Peccato che i mercati finanziari americani, Soros in testa, hanno già investito (su) Monti, fregandosene ampiamente delle elezioni e del popolo sovrano; da Renzi a Pisanu, un trasversale campo politico moderato sosterrà l'investitura americana; in Germania si profila una rinnovata Grosse Koalition. Ammesso, poi, che l'Europa e l'euro resistano alla bufera. Entro pochi giorni, infatti, capiremo cosa ne sarà della Grecia, mentre la Spagna di Rajoy dovrà servirsi del fondo anti-spread e dovrà dunque accettare le «nuove condizionalità» da Draghi presentate nella conferenza stampa del 6 settembre scorso. In buona sostanza, il commissariamento, da parte della troika, delle politiche di bilancio spagnole per i prossimi 10 anni.

Perché nel Bel Paese le cose dovrebbero procedere diversamente dalla Spagna? Perché Vendola si è candidato alle primarie e farà parte del nuovo governo? Perché Bersani è un convinto hollandiano? Tutto ciò mi sembra fantascienza. Nulla, se non i movimenti, movimenti capaci di superare identità e corporativismo, possono oggi fermare la valanga neoliberale. Ma i movimenti, almeno in Italia, non ci sono, la Pax montiana sembra farla da padrone. Quali sono le ragioni di questo vuoto? Provo ad indicarne alcune, partendo dalla più importante. Con la fine del berlusconismo, si è esaurita una certa "forma" dei movimenti sociali. Le mobilitazioni contro questo o quel provvedimento iperliberista, infatti, dall'università alla Tav, sono state in questi ultimi anni ingigantite dall'odio per il tiranno del bunga bunga. Terminata l'anomalia, l'"effetto moltiplicazione" si è dissolto. Ancora, non c'è stato movimento di massa che sia riuscito, nonostante tutto, a portare a casa risultati concreti. Vuoi per la debolezza delle sinistre all'opposizione, vuoi per la durezza della governance berlusconiana, non sono stati sufficienti i 700 mila della Fiom (16 ottobre 2010) e il 14 dicembre studentesco a fermare Marchionne e la Gelmini.

Salvo la felice parentesi dell'autunno di due anni fa, e il coraggioso tentativo della FIOM, infine, la CGIL ha impedito l'affermazione di un movimento ampio in grado di saldare gli studenti con il mondo del lavoro, dai meccanici al pubblico impiego. Non è bastata la peggiore riforma delle pensioni d'Europa, né l'abolizione dell'articolo 18 e della contrattazione collettiva nazionale, la CGIL, a differenza dei grandi sindacati greci e spagnoli, non ha indetto e non indice alcuno sciopero. Italica impotenza.

In uno scenario così fosco, sembrerebbe realistico abbassare la guardia e dedicarsi a salvare il salvabile. Sono convinto, invece, che il blocco è destinato a saltare. Non so predire i tempi, ma sottolineo la tendenza. L'incanto montiano non durerà ancora al lungo, anche se non è detto che il suo esaurimento sia accompagnato da movimenti radicali e da una rinnovata solidarietà tra i soggetti sfruttati, umiliati dalla crisi. Alba Dorata in Grecia ci insegna ad esser prudenti. Cogliere la tendenza e preparare i suoi esiti migliori, questo è quanto tocca in sorte a chi non si rassegna alla dittatura dei mercati finanziari.

Questo articolo è apparso il 5/10/2012 su L'Huffington Post