L’amore della Marea Amarildo

Barbara Szaniecki e Giuseppe Cocco

Fino a metà 2013, la città di Rio de Janeiro sembrava offrire un palcoscenico perfetto per lo spettacolo della rappresentanza. Da tempo stavamo analizzando lo stretto rapporto tra museificazione della cultura e gentrificazione della città e il ruolo del Museu de Arte do Rio de Janeiro (MAR), ciliegina sulla torta della rivitalizzazione della zona portuaria. Ed ecco che, in marzo, l’inaugurazione del MAR è stato teatro di un evento nuovo. Mentre il Sindaco, il Governatore, la Ministra della Cultura e la Presidente della Repubblica si riunivano con la famiglia proprietaria della GLOBO e concessionaria del nuovo museo, fuori dalla festa, manifestanti dei movimenti dei senza tetto e di collettivi culturali gridavano: «Il Sertão non diventerà MAR(e)»1, riprendendo a rovescio una delle profezie della rivolta messianica di Canudos. Il riferimento è alla resistenza storica della secessione messianica e al fatto che furono i reduci dalla guerra del Sertão che costruirono la prima favela di Rio, sul Morro della Providência, proprio lí nella zona portuaria di Rio. Erano in pochi a protestare fuori dal nuovo museo protetto dalla polizia. Tutto sotto controllo? La storia sembrava ripetersi ma, inaspettatamente, qualcosa cominciò a muoversi. Il movimento nato a giugno si presenta come l’espressione mostruosa della costituzione della moltitudine prodottasi durante il governo Lula, e una delle prospettive più interessanti per coglierne la dinamica costituente, tra le reti e le piazze, sembra essere quella della sua «arte»: un'arte della moltitudine.

Espressione mostruosa della costituzione moltitudinaria

I concetti di moltitudine e di mostro sono due strumenti efficaci per afferrare le trasformazioni sociali nel Brasile degli ultimi dieci anni. Molto si è detto intorno alla Classe C2. Quando è scoppiato il movimento, si è cominciato invece a parlare di moltitudine. La stessa cosa succede con il termine di mostro. La diffusione di questi termini sembra sottolineare la loro adeguatezza rispetto alla realtà. Antonio Negri presenta il concetto di moltitudine per lo meno in tre prospettive specifiche e complementari: sul piano sociologico, si tratta delle trasformazioni legate al passaggio dalle economie basate sul lavoro disciplinare di fabbrica a quelle basate sulle reti diffuse nella metropoli e quindi a forme di lavoro sempre più immateriali. Da questa percezione deriva il secondo piano, politico: nuove forme produttive richiedono nuove forme politiche. Se il lavoro di fabbrica aveva prodotto il sindacato e i partiti dei lavoratori, i nuovi sistemi produttivi metropolitani richiedono nuove organizzazioni politiche. Ed è proprio in questo gap tra le attuali potenti forme di produzione e le vecchie forme della politica che risiede la crisi della rappresentanza. Sul terzo piano, quello ontologico, «che cos’è la moltitudine»? Mentre le classi sociali – vecchie e nuove classi medie nel caso del Brasile di oggi – si definiscono a priori via dati statistici, la moltitudine si costituisce nelle lotte.

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foto di Katja Schilirò

L’approccio della nuova composizione sociale in termini di Classe C riconosce la trasformazione economica della società brasiliana avvenuta durante i governi Lula, ma sottovaluta l’emergenza dei desideri di formarsi e informarsi, esprimersi, comunicare, circolare, esercitare la cittadinanza. Insomma, ignora i desideri di affermazione della biopolitica come potenza della vita e critica dell’uso dell’arte, della cultura e della communicazione come biopotere sotto nuove forme di marketing elettorale. Nonostante le difficoltà vissute nelle metropoli brasiliane, la moltitudine è superproduttiva, iperinformata e ultraconnessa. Se la nozione di moltitudine sembra adeguata ai soggetti che hanno promosso le trasformazioni del Brasile, quella di mostro funziona per capire le soggettività in azione nelle manifestazioni. Questa costituzione mostruosa si presenta sotto due aspetti complementari. In primo luogo, come il «corpo senza organi» di Deleuze e Guattari, ossia un corpo che è intensità piuttosto che un'intenzione. Non si tratta però di uno stadio anteriore alla moltitudine che, a sua volta sarebbe una tappa anteriore alla formazione di classi sociali o di corpi istituzionali. Il mostro non è una tappa storica: il mostro è sempre lí, in agguato. In secondo luogo, va associata al General Intellect di Marx: l’intelligenza produttiva e politicizzata che mette in evidenza opere che sono il frutto di processi collettivi che non eliminano le singolarità. Né bello né brutto, né buono né cattivo, né vero né falso, il mostro sconfigura le nostre certezze estetiche e politiche e, in questo movimento, promuove simultaneamente angoscia e allegria. La faccia più politicizzata della moltitudine non ha niente di autoritario, al contrario, è un terreno di sperimentazione e innovazione fondamentalmente democratico. Il mostro è la vera democrazia nella quale forme e contenuti, principi e processi, mezzi e fini sono indissocciabili.

RJ 2013: dal Monopoly alla metropoli della moltitudine

Moltitudine e mostro indicano altre possibili connessioni tra corpo e mente, tra individuo e società, tra saperi e poteri. Come coglierle? Come si configura un’arte della moltitudine o un’estetica del mostro che possa indicare nuove forme sociali e politiche potenti? Nelle manifestazioni, maschere, costumi, performances, striscioni, scherzi e parolacce sono indirizzati ai politici e agli imprenditori. Tutto ciò porta al carnevale: non però al carnevale spettacolarizzato con le grandi marche di consumo e discorsi di proprietà, ma alla carnevalizzazione della moltitudine come processi dal basso, apertura dei saperi e poteri costituiti, relativizzazione della verità unica e assoluta e costituzione di altre verità. Oltre alla carnevalizzazione, possiamo osservare un’estetica dell’occupazione. Dopo le acampadas del 15M e l’OccupyWallStreet, abbiamo visto proliferare l’OcupaCinelandia (nel centro), l’OcupaMeier (nella zona nord), l’OcupaPovos (occupazione contro il vertice ufficiale Rio+20). Oggi questa forma di lotta è ritornata con l’Ocupabral3, Ocupapaes4, Ocupacamara5 e OcupaAlerj6. Senza contare le molte altre occupazioni di palazzi abbandonati e, ovviamente, le occupazioni storiche nelle favelas. Viste come mostruose, queste occupazioni sono sotto costante minaccia di sgombero. Favelas e occupazioni esistono per via della mancanza di possibilità abitative regolari, ma anche come affermazione di altri modi di vita, di stare nella città, di fare un’altra città.

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foto di Katja Schilirò

Dal MAR alla Marea Amarildo: moltitudine connessa e comune

All’inizio dell’anno, il sindaco aveva distribuito in tutte le scuole pubbliche di Rio un gioco del Monopoli adattato alla città di Rio, elevando la speculazione ludica a norma del suo trionfale progetto. Uno dei primi effetti del movimento di giugno è stato di far crollare questo castello di carte. La sovversione carnevalizzata della città monopoli in metropoli della moltitudine è stata possibile per mezzo di una potente interconnessione. L’immagine del Coletivo Projetação - Amar é a Maré Amarildo7 - sembra aver inspirato una marea infinita di forme espressive che ha attraversato la città manifestando il suo dolore per la strage di giovani nella favela della Maré e per la scomparsa di Amarildo nella favela della Rocinha, entrambi opere della polizia. Dall’onda di violenzia è nata una marea di amore: la Marea Amarildo è un modo di dire ai potenti che governano la città che, anche se la violenza che reprime le manifestazioni nella città è incomparabile a quella che quotidianamente colpisce i poveri nelle favelas, siamo tutti Amarildo. Una connessione politica con una pluralità di linguaggi artistici.

Torniamo alla scena del MAR, all'inizio del nostro articolo. Poco meno di sei mesi dopo la sua inaugurazione, i manifestanti sono tornati al Museo per incontrare il sindaco e il governatore che dovevano partecipare a una cerimonia. Il clima con la polizia era molto teso. Con un megafono in mano, il curatore del museo ha cercato di proporre una mediazione. Pur coraggiosamente impegnato nell'evitare l'arresto dei manifestanti, sembra che a un certo punto il curatore abbia detto che le loro maschere e le loro azioni gli facevano paura. «Ma perché? Questa è una performance!» gli hanno risposto i manifestanti. Non sappiamo cosa il curatore pensi dell’estetica delle manifestazioni – se è d’accordo con l’affermazione che si tratta di performances o, più in generale, di arte – e difficilmente lo sapremo. Riprendiamo quel che Antonio Negri suggerisce in un articolo intitolato Metamorfosi: arte e lavoro immateriale8. Cosa caratterizzerebbe, nel contemporaneo, il lavoro e l’arte in quanto affermazione della potenza della vita? Negri ritiene che il lavoro biopolitico sia un happening multitudinario che si apre al comune.

Più che l'«arte», nel senso che tradizionalmente l'estetica con le sue categorie attribuisce a questo termine, sembra cercar di cogliere l’«artistico» del/nel lavoro contemporaneo. Uno «stile artistico» attraversato dall’etica, esigerebbe, in un primo momento, un tuffo nel movimento infinito dei corpi e degli eventi che lo circondano; in un secondo momento, riflessivo, questa immersione delle singolarità nella molteplicità dello sciame incontra l’amore – forza che si forma nell’incontro tra il conatus e la cupiditas. E infine, in un terzo momento, sempre considerando l’omologia tra natura operativa dell’immateriale (cognitivo, culturale, creativo, affettivo) e la formazione degli sciami, il comune che si sviluppa in forme artistiche deve adesso incarnarsi in una decisione collettiva. Il sublime, secondo Negri, è l’agire etico nella costituzione di un telos della moltitudine. La Marea Amarildo che si è configurata negli ultimi mesi nella molteplicità di linguaggi delle reti e delle piazze è l’«artistico» del lavoro biopolitico nella metropoli carioca che, di fronte ai paradossi e ai pericoli del momento, deve dare senso etico alle nostre decisioni collettive e alla nostra vita comune. Questa arte della moltitudine, nei giorni a venire, consisterà nel mantenere questa connessione attiva, intensa, comune.

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  1. «O Sertão não vai virar Mar»: si tratta di un gioco di parole, visto che MAR (sigla del museo) significa anche mare e, allo stesso tempo, è l’inversione della profezia di Antonio Conselheiro, il leader messiânico di Canudos (nella regione semi-arida e povera del nordest) che diceva «o Sertão vai virar mar». []
  2. Con Classe C, si intende quella parte della popolazione per la quale il soddisfacimento di bisogni quali l'alimentazione e l'abitazione non sono più la preoccupazione principale, e che rappresenta oggi più del 50% della popolazione brasiliana. []
  3. Occupazione sotto la residenza privata del governatore Sergio Cabral. []
  4. Occupazione davanti alla residenza ufficiale del Sindico Eduardo Paes. []
  5. Occupazione del palazzo del Consiglio Comunale di Rio (Câmara dos Vereadores). []
  6. Occupazione del parlamento dello Stato di Rio (Assembleia Legislativa). []
  7. Un gioco di parole che mette insieme il verbo Amare con Maré (nome della grande favela dove la polizia militare há ucciso una decina di abitanti durante le manifestazioni di giugno) e Amarildo (nome dell’abitante della favela dela Rocinha scomparso in luglio durante le manifestazioni e mai più ritrovato. []
  8. Antonio Negri, Art et Multitude – Neuf lettres sur l’art suivies de Métamorphoses, Mille et Une Nuits, Paris 2009. []

Un Brasile minore contro un Brasile maggiore

Intervista di Lola Matamala a Giuseppe Cocco

Giuseppe Cocco, professore di Teoria Politica presso l'Università Federale di Rio e membro della rete Universidad Nómada, è senz'altro uno degli osservatori più attenti delle vicende brasiliane. In italiano ha pubblicato, con Antonio Negri, Global. Biopotere e lotte in America Latina (manifestolibri) e recentemente in spagnolo MundoBraz. El devenir mundo de Brasil y el devenir Brasil del Mundo (Traficantes de Sueños).

L'aumento di 20 centesimi del trasporto pubblico è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ha esaurito la pazienza della società brasiliana che si è trasformata in una polveriera accesa da una serie di manifestazioni che hanno attraversato tutto il paese. La presenza di milioni di brasiliani nelle strade e nelle piazze ha colto di sorpresa il governo del paese e ha attirato l'attenzione stupita dei mass media di mezzo mondo e degli abitanti di molti posti diversi in tutto il pianeta. Secondo lei come si sono sviluppate queste mobilitazioni?

In primo luogo, per le manifestazioni iniziate a Porto Alegre e che poi si sono diffuse nel resto del paese, gli obiettivi e gli interlocutori erano i comuni e i governi dei singoli Stati, non coinvolgevano il Governo Federale. A partire da lunedì 17 giugno, e sopratutto a partire dal 20, le manifestazioni hanno raggiunto un livello di massificazione che ha superato questi limiti iniziali, senza comunque tradursi in un attacco diretto a Dilma Rousseff e al Governo Federale. D'altra parte il Partito dei Lavoratori (PT) e il Governo federale della Rousseff non si sono accorti dell'arrivo dello tsunami: hanno sentito la terra tremare sotto i piedi ma sono rimasti in attesa nella speranza che la casa non gli crollasse addosso. E così il PT non si è pronunciato, i ministri neppure (e quando hanno parlato è stato per dire qualcosa di sbagliato). Invece Dilma sì che si è pronunciata, ma il 21 di giugno: troppo tardi e inoltre il suo è stato un intervento troppo timido.

Lei ha detto che la rivolta brasiliana si nutre delle rivolte arabe, del 15M e delle manifestazioni in Turchia. Ma c'è una differenza, e cioè che il presidente Rousseff ha già lanciato una serie di proposte.

Le proposte sono insufficienti e la loro traduzione materiale, così come suggerita da Lula, è sbagliata. Il PT e Lula non hanno interlocutori e credono che parlare con le organizzazioni dei giovani patrocinate dal Governo risolva qualcosa, quando il movimento si caratterizza proprio per essere irrapresentabile e per una richiesta di cambiamento a sinistra che richiede una determinazione molto maggiore. Non è con la retorica o con le ONG e altri dispositivi simili che si potrà dare una risposta convincente a quello che sta succedendo.

Considera insufficiente la proposta del governo brasiliano per iniziare un processo costituente?

La proposta di riforma politica di Dilma era in discussione già da tempo. Inizialmente la Rousseff ha parlato di una costituente ristretta e sottoposta a un plebiscito. Penso che si tratti di un modo per offrire qualcosa alle piazze, ma in maniera comunque limitata.

Si è detto che l'aumento del prezzo del biglietto del trasporto pubblico è stato il detonatore delle manifestazioni, ma per per capire meglio e sciogliere eventuali dubbi, ci può dire che ruolo ha giocato la destra brasiliana in queste mobilitazioni?

La destra non ha avuto nessun ruolo in queste mobilitazioni, e non è lei che ha dato l'ordine di caricare contro i manifestanti. Il presunto ruolo giocato dalla destra è frutto di voci diffuse nella prima fase del movimento da alcuni settori del governo che paralizzati da quanto stava accadendo hanno provato a insinuare il pericolo del fascismo per tentare di giocare la carta dell'«unità». Un doppio paradosso: dopo che lunedì 17 giugno milioni di persone sono scese in strada, la destra ha approfittato del monopolio che comunque esercita sui mezzi di comunicazione per provare a influenzare il movimento. È stato allora, il giorno 21 dello stesso mese, che il governo e il PT hanno reagito, con l'unica dichiarazione di Dilma.

Qual è il ruolo della popolazione afro in queste mobilitazioni?

Un'altra stupidaggine sostenuta dal Governo e dalla sinistra al governo è che ci sarebbero pochi poveri e pochi neri nelle mobilitazioni. A Rio de Janiero, in quattro giorni, hanno manifestato due o tre milioni di persone, ovvero una parte decisamente importante della città. Lunedì 24 giugno ci sono state manifestazioni nelle due grandi favelas della città. La prima è stata repressa nel sangue, causando 10 morti. La Polizia Militare e quella della Rocinha (una delle grandi favelas di Rio) si giustificano adducendo come scusa la lotta contro il narcotraffico. È stata la prima volta che 10.000 abitanti delle favelas si sono presi il diritto di scendere dalla Rochina fino alla casa del governatore situata nel quartiere ricco di Leblon, dove poi ha preso vita una acampada! Da un giorno all'altro le manifestazioni della periferia di Rio si sono diffuse in tutto il paese.

Dal suo punto di vista, perché i partiti di sinistra non capiscono o non vogliono accettare quella che lei chiama Rivoluzione 2.0?

I partiti di sinistra non capiscono assolutamente nulla, e il PT ancora meno. Chi sta tentando di articolare una risposta è Lula, ma in modo insufficiente perché si limita, come ho già detto prima, a promuovere come rappresentanti alcune piccole organizzazioni che lui stesso patrocina. In questo momento il movimento sta passando dalle grandi mobilitazioni (ricordiamo quella dello scorso 1 luglio in occasione della finale della Confederations Cup) a iniziative più decentralizzate: assemblee di quartiere e occupazioni di consigli comunali come è successo qualche giorno fa a Belo Horizonte (la capitale dello Stato di Minas Gerais).

In alcuni suoi interventi lei ha prospettato uno scenario piuttosto complicato in questo «divenire Brasile». Perché?

Se le cose continuano così, tutto dipenderà dal movimento. Se si indebolisce, con una sinistra sostanzialmente conservatrice, ci sarà il rischio che venga capitalizzato elettoralmente dalla destra. Inoltre, stando agli ultimi sondaggi, Roussef ha perso il 30% dei voti. Quel che è certo è che la #Brevolution si inserisce pienamente dentro il ciclo di lotte che abbiamo visto e vediamo dispiegarsi in piazza Tahrir, Puerta del Sol o in Piazza Taksim, e nessuno può dire dove ci porterà questo incredibile movimento. Tuttavia possiamo dire che nello stesso paese ci sono un Brasile Minore e un Brasile Maggiore.  Il divenire Brasile del mondo (come divenire mondo del Brasile) conferma la necessità di creare nuovi valori e di non lasciarsi omologare da quelli ormai estenuati del capitalismo globale.

 Traduzione di Nicolas Martino

Fonte: Diagonalperiódico.net

 

 

Bipolarismo sincronico

Ugo Mattei

Conclusasi la fase del «bipolarismo seriale», che ha caratterizzato l’epifania semiperiferica italiana fra il crollo del Muro di Berlino e la «grande crisi», sembra essere iniziata quella del «bipolarismo sincronico». Mi spiego: nel volumetto Contro riforme, che ho da poco pubblicato per i tipi di Einaudi, credo di aver dimostrato come le riforme prodotte o promesse dai primi anni Novanta dagli opposti schieramenti siano state in sostanziale continuità.

Che esse fossero proposte dal centro-destra oppure dal centro-sinistra, il loro senso non mutava. Sempre si è trattato di «riforme» neoliberali, volte ad alleggerire lo Stato, concentrare il potere politico nell’esecutivo, flessibilizzare i rapporti di lavoro, favorire la concentrazione oligopolistica del potere economico, privatizzare i beni comuni. Il punto più avanzato del bipolarismo seriale è stato il decreto Ronchi (Pdl) che, nel 2009, riprendeva il filo delle famigerate lenzuolate di Bersani (Pd).

I referendum del 2011 hanno condiviso la parola d’ordine proposta nel 2007 in un volume pubblicato dal Mulino che raccoglieva gli esiti di una riflessione collettiva su privatizzazioni e liberalizzazioni: bisognava «invertire la rotta». Per la prima volta una maggioranza assoluta del popolo esercitava la sua sovranità diretta in nome dei beni comuni, consegnando di fatto valore costituente a questa nozione. Non è un caso che nel luglio 2012 la Corte costituzionale abbia riconosciuto, per la prima volta in Italia, l’esistenza di un «vincolo referendario», respingendo il tentativo assolutamente bipolare di ridurre all’irrilevanza giuridica il voto di 26 milioni di italiani. In effetti, dopo il referendum, con il cosiddetto governo tecnico, insieme alla fobia per la democrazia, si sono realizzate le premesse per il passaggio dal bipolarismo seriale a quello sincronico.

Il protagonista di questo riuscitissimo «attentato alla Costituzione» è stato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in esecuzione di ordini perentori ricevuti dall’estero. Costui, approfittando della pavidità della dirigenza del Pd, in una prima fase ha «inventato» un profilo di statista per un mediocre economista della Bocconi da sempre al soldo dei poteri forti internazionali, designandolo prima senatore a vita (senza che ve ne fossero in alcun modo i presupposti costituzionali) e poi capo di un governo composto di altrettanto mediocri tecnici d’area. Successivamente, anche al fine di scongiurare un referendum sul lavoro per il quale erano state raccolte le firme, il presidente sovversivo ha indetto elezioni anticipate senza che il governo fosse sfiduciato dal Parlamento (come del resto mai sfiduciato era stato Berlusconi, anche grazie al tempo concessogli dallo stesso Napolitano per una vergognosa campagna acquisti).

Infine, quando l’esito delle elezioni si è collocato in piena sintonia con il referendum del 2011, premiando l’unica formazione politica non velleitaria autenticamente alternativa al bipolarismo seriale, ecco un nuovo «alto tradimento» del popolo italiano nell’interesse dei «mercati». Napolitano ha inventato così un inedito mandato condizionale a Bersani (la condizionalità il presidente l’ha probabilmente imparata dalla Banca mondiale!) e istituito subito dopo un «Gran Consiglio del riformismo», capace di garantire la prorogatio di Monti fino all’ottenimento della propria.

In questo passaggio la fobia per la democrazia, che fino a quel punto era stata limitata a quella diretta (riforma dell’articolo 81 della Costituzione con maggioranza bulgara per evitare la sicura sconfitta referendaria del pareggio di bilancio), si è estesa anche a quella rappresentativa. In effetti, appena cinque scrutini sono stati considerati sufficienti per far scattare la manfrina della discesa in campo del nostro come «salvatore della patria», quando nella storia della Repubblica tre presidenti sono stati eletti dopo oltre quindici votazioni e uno oltre venticinque. Il rischio era che, continuando a votare, il Parlamento, se libero di decidere, avrebbe infine eletto Stefano Rodotà, il miglior candidato possibile in un sistema democratico ma il peggiore possibile, in quanto uomo libero, in uno schema volto al servile servizio dei poteri internazionali e del debito in gran parte odioso con essi contratto negli scorsi decenni.

In Italia, attraverso il processo brevemente descritto, in meno di due anni da quando il popolo aveva indicato col referendum di voler «invertire la rotta», la sovranità è stata trasferita dal medesimo (che ne sarebbe titolare ex articolo 1 della Costituzione) al presidente della Repubblica (o meglio ai suoi mandanti internazionali). Trasferito così lo scontro politico sul piano costituente, si è potuta inaugurare la stagione (speriamo breve, anche se ne dubitiamo) del «bipolarismo sincronico», perché entrambi i poli sono stati messi, simultaneamente e non più consecutivamente, nelle inutili condizioni politiche di esecutori di un piano di riforme neoliberali identiche a quelle che negli scorsi decenni erano state imposte, sotto vincolo di condizionalità economica, ai paesi buoni allievi latino-americani e africani di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale.

L’inaugurazione di un Ministero per le riforme (assegnato a uno dei «gran consiglieri del riformismo») e il tentativo di istituire una «Convenzione per le riforme», in brutale spregio delle più elementari forme costituite, sono il suggello della valenza costituente di questa dittatura, sostenuta dalla retorica riformista ed emergenziale. Saltato il terreno costituito, non possiamo che raccogliere, ben consci del rischio che ciò comporta, lo scontro costituente. Come probabilmente è noto ai lettori di «alfabeta», lo stiamo facendo nell’ambito della «Costituente per i beni comuni» che, dal Teatro Valle occupato, ha raccolto l’eredità teorica della Commissione Rodotà, ovviamente adattandola a circostanze che in cinque anni sono drammaticamente mutate, non solo in virtù della crisi ma soprattutto per il modo autoritario e incostituzionale di affrontarla.

Questo mi pare sia il terreno del confronto politico dei prossimi mesi: uno scontro costituente, che noi vogliamo «a testo invariato», in cui c’è in gioco il mantenimento della «promessa mancata» della Costituzione del ’48. Non stiamo dunque parlando di qualche miserabile punto percentuale alle prossime elezioni (sempre che se ne tengano), in cui rischia di ridursi l’ennesimo tentativo di rifondare la sinistra, una parola che, cari compagni, dovremmo ben guardarci dal pronunciare per qualche tempo!

Dal numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno in edicola, in libreria e in versione digitale

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La Rinascita turca
Due giorni interminabili ad Istanbul. La via dove abito, Kazanci yokusu, è ricolma di gente che scende e sale da ieri mattina, il 31 maggio, quando la protesta e l’occupazione del Gezi park si sono trasformate in una manifestazione nazionale contro la repressione del governo filoislamico del primo ministro Erdogan... [leggi]