Michele Mari, un puzzle di immagini e di parole

Andrea Gialloreto

I libri che in questo 2019 hanno arricchito il catalogo dell’opera di Michele Mari sono accomunati, pur nella diversità di genere e di destinatari, dalla rispondenza al dato biografico, in quanto rendono conto di esperienze personali, letture, ossessioni e (mal)umori dettati dall’arbitrario tracciato del «clinamine impuro della vita», come recita un verso di Dalla cripta. La raccolta pubblicata nella collana bianca di Einaudi rivela la “preistoria” artistica dell’autore, giacché antologizza componimenti scritti dal 1979 ad oggi. La storia degli esordi di Mari, in controluce nella produzione in versi, può essere ripercorsa in chiaro grazie all’intervista con Carlo Mazza Galanti pubblicata nel volume Scuola di demoni. Conversazioni con Michele Mari e Walter Siti per minimum fax. Infine, giungo al vero oggetto di questa segnalazione: la ristampa per i tipi di Corraini in nuova edizione accresciuta (e con una veste grafica smagliante) di Asterusher, l’autobiografia «per feticci» nata dalla collaborazione dell’autore milanese con il fotografo Francesco Pernigo. Il punto di vista “esterno” dell’artista plasma la materia fatta riaggallare da Mari dai giacimenti della propria memoria famigliare e la costringe in una gabbia formale, le conferisce ictu oculi un senso, attribuendo di diritto al fotografo il ruolo di regista e manipolatore «ora per la riduzione di un ente complesso a un particolare, ora per l’esaltazione di nascoste geometrie».

La vicenda biografica dello scrittore è ricostruita elusivamente mediante un viaggio per immagini negli spazi privati delle case di Nasca e di Milano: l’esplorazione degli anditi celati delle dimore, con un forte risalto concesso agli oggetti, la cui rete occulta dialoga a distanza con le pagine che a quei luoghi sono ispirate, dispiega en abîme una molteplicità di piani di lettura: «si tratta di case-libro – precisa Mari –, case in cui sono stati letti libri e altri libri sono stati scritti». Il modello astratto di dimora cui si rifanno quelle reali ci riporta allo schema consolidato della casa fissata per sempre al suo stadio originario e pertanto «discontinua al mondo», ricettacolo di spettralità solidali e protettive (si veda in proposito Fantasmagonia). L’opera di trascrizione (attraverso l’articolata ragnatela dei testi, brani dai libri editi e didascalie vergate a commento delle illustrazioni) e il gioco a decrittare la simbologia e le combinazioni delle riproduzioni fotografiche (non lontane dalle prerogative diegetiche dei tarocchi calviniani, non fosse che qui si seguono i cammini di un unico, ipertrofico, destino) vivono dell’intensità e della concentrazione di un atto medianico, la pietosa negromanzia di chi si attenti a regolare i conti con il passato e con l’Ade (quanto questa impresa sia “empia” è evidente, come ben manifesta il titolo di una delle recenti poesie: Su alcune fotografie estorte agli Inferi). L’effetto di saturazione e a volte persino di bric-à-brac che esala dal viluppo di memorie solidificate in carabattole e amuleti risponde perfettamente alla «fissità quasi minerale» delle case in cui abita lo spirito della morte come quella ricordata in Euridice aveva un cane.

Nel libro intervista realizzato da Mazza Galanti, Mari esprime la propria adesione sentimentale agli spazi gremiti, alle stanze foriere di meraviglie, soglie che pongono rimedio alla manganelliana difficoltà di comunicare con i morti: «mi piacciono le case come wunderkammer piene di prodigi, feti nei barattoli in formaldeide, mummie come quelle di Federico Ruysch, prodigi, macchinine, giocattoli». La scoperta dei misteri del “sacro” spazio domestico si accompagna alla lotta contro l’orrore e l’informe, dimensione necessaria per i riti di passaggio celebrati nell’età eroica della formazione del ragazzo. Nella prima anta del dittico, che riguarda la casa di campagna di Nasca, le rimesse, i locali di appoggio come la cantina, la legnaia e il fienile, catalizzano le paure di Michelino e scatenano le fantasie gotiche e «tenebricose»; il nero e la fascinazione orrorosa sono tuttavia vezzeggiati, costituiscono un bozzolo, un antro in cui chiudere e lasciare decantare i terrori riconducendoli ai domini dell’immaginario.

La possibilità di far riemergere gli oggetti “consueti” (lo scrittore polemizza con il freudismo di Orlando e dei suoi oggetti desueti) permette di riattivare il potenziale onirico e artistico grazie alla discesa nella cripta della memoria. Lo scatto che raffigura letti di varie dimensioni «allineati in una medesima stanza come un’allegoria delle età dell’uomo» suggerisce il sostrato allegorico che intrama l’autobiografia facendone un sistema, una successione di “stanze”, termine da intendersi tanto nell’accezione di luogo chiuso e privato quanto in quella di “contenitore” di parole e storie; in entrambe le incarnazioni il racconto di una vita “reclusa”, vegliata da talismani e da oggetti totemici, si rivela obbediente alle leggi severissime dell’artificio e della strutturazione letteraria dei contenuti. La narrazione per immagini di Asterusher, per giunta frutto dell’incrocio di una duplice falsante prospettiva e dell’incrocio di linguaggi espressivi in contesa, possiede una enigmatica verità. Essa risiede nella coincidenza di due stadi dell’esistenza e di due vie di accesso all’interpretazione dei segni disseminati nello spazio psichico della casa in forma di feticci: da una parte la storia compiuta dello scrittore, che ripercorre i propri passi “leggendo” le cose e decifrandone il rebus (proprio seguendo la modalità del rebus – o se si vuole del puzzle, gioco insegnatogli dalla madre –, ossia quella dell’accostamento dei singoli lacerti, nella speranza di creare una totalità tramite il collegamento degli oggetti-indizi irrelati); dall’altra la visione ancestrale e originaria, bloccata per sempre all’infanzia e all’adolescenza, la sola stagione in cui l’io possiede la casa e insieme la realtà, che a questa e ai suoi meandri di «casa-Piranesi» interamente si riduce.

Il potere rivelatorio della fotografia instaura casuali paralleli con i manufatti dell’arte contemporanea mettendo in moto dei processi di ipersemantizzazione del reale: si vedano le pareti corrose che rivelano somiglianze con una serigrafia di Munari o con un cretto di Burri. Fedele alla sua natura di borgesiana enciclopedia di spazi al contempo reali e fantastici (Mari confessa che senza l’opera di vaglio e di selezione di Pernigo il libro avrebbe assunto le fattezze del «catalogo esaustivo»), Asterusher aduna le voci uscite dalla vera “cripta”, quella di una tradizione che aderisce all’autore come un vestito, come il nicchio alla lumaca che per ogni dove porta con sé la propria casa-rifugio (c’è anche Gozzano tra i padri nobili di questo «metalibro»); la sua autenticità e il suo estremismo prescindono dai giochi di prestigio, dai ludi di erudizione e dal giovanile «studio matto e disperatissimo» da cui trae origine il libro in versi, che sconta da un lato il carattere gessoso, la statica enfasi di certo neoclassicismo italiano, e dall’altro l’esibita occasionalità di numerose composizioni (in ossequio del resto a modalità premoderne di elaborazione e fruizione del testo). Incorniciata dalle due citazioni tratte da La casa di Asterione di Borges e dal Crollo della casa Usher di Poe, l’«autobiografia per feticci» innalza, grazie al favore degli spiriti – talismani alfabetici e iconici – che presidiano la casa, un altare al passato che si consuma, alla decadenza che sarebbe vano e irrispettoso tentare di arginare, a meno di voler perpetuare il tradimento di se stessi e lo strappo dalle radici corrotte e vitali: «frammenti di memoria, noi e voi, / precipiti nel nulla a capofitto / perché il passato è tutto, e siamo suoi» (Ghirlanda, III, dalla sezione Altre rime di Dalla cripta).

Michele Mari con Francesco Pernigo

Asterusher. Autobiografia per feticci

Corraini, 2019, 125 pp. ill. col., € 18

Michele Mari

Dalla cripta

Einaudi, 148 pp., € 12,50

Scuola di demoni. Conversazioni con Michele Mari e Walter Siti

a cura di Carlo Mazza Galanti

minimum fax, 165 pp., € 15

Spettri d’argento. The dark side di Giosetta

Andrea Cortellessa

 L’air est plein du frisson des choses qui s’enfuient

L’altra ego, il titolo dell’ultima mostra di Giosetta Fioroni – prima delle ben tre ora in corso a Roma, delle quali il bellissimo libro d’artista My Story, realizzato col complice di sempre Corraini, fa da a-catalogo splendidamente dis-ordinato –, era fatto per mettere in guardia i suoi numerosi ammiratori.

Si trattava, come si ricorderà (se ne parlava sul numero 25 di alfabeta2, giusto un anno fa), di una galleria fotografica – allestita al Macro da Marco Delogu – nella quale Giosetta come una bodyartist (o, piuttosto, una tela vivente) incarnava una serie di più o meno perturbanti archetipi tali da «alienare» una personalità, la propria, da lei stessa col tempo avvertita irrigidirsi in stereotipo: dal quale le «altre identità» così indossate le permettevano piccole o grandi «vacanze». La dimensione teatrale è stata del resto, sin dall’infanzia, parte integrante del suo modo di porsi (in una più o meno consapevole costruzione, cioè, di quello che è un personaggio: «ho cominciato a usare molta attenzione, molti accorgimenti alla postura, alla mimica facciale e degli arti»).

In Faïence – la sezione del duplice allestimento alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma che accoglie i suoi ultimi lavori in ceramica – sono accolti i noti Teatrini, che riproducono l’atmosfera e le dimensioni «magiche» di quel tempo d’infanzia, ogni volta associate ad amatissimi titoli letterari come appunto La grande vacanza di Parise, «traducendole» nel suo linguaggio artistico di oggi. In tal modo realizzando il miracolo sognato in una scultura esposta in un’altra mostra realizzata dieci anni fa con Delogu, Senex, Giosetta con Giosetta a 9 anni: un autoritratto doppio in cui la bambina del 1941 (ritratta a partire da una fotografia d’allora) viene tenuta per mano dalla donna di oggi. Le due figure sono ritratte in piedi, assorte, gli occhi rivolti a una lontananza dalla quale si attendono, forse, una risposta.

Giosetta Fioroni, Italia, teatrino 2004,  ceramica h cm 62,  (800x686)
Giosetta Fioroni, Italia, teatrino (2004) - Foto di Giuseppe Schiavinotto

Ma la parte più sorprendente della stessa Faïence (che si ritrova, in dimensioni ridotte, in una contemporanea più piccola antologica dall’eloquente titolo Il teatro della vita) sono i magnifici Vestiti che splendono, con la loro smaltata oltranza «iperpittorica», in mises fastosamente improbabili e, appunto, assai scenografiche («come sulla soglia di una sala da ballo o di un palcoscenico», scrive Maria Vittoria Marini Clarelli). Ulteriormente spersonalizzata e sottilmente crudele, siamo di fronte alla stessa esigenza dell’Altra ego: le figure, ciascuna ancora una volta intitolata a un archetipo femminino della storia della letteratura (dall’Ottilia delle Affinità elettive all’Agathe dell’Uomo senza qualità, dalla Daisy Miller di Henry James alla Effi Briest di Theodor Fontane), sono dei torsi acefali (all’Acéphale di Bataille e soci dedicò un libro d’artista, Giosetta, nel 1983) e privi di braccia: simili dunque a Nike di Samotracia senza ali o, più verosimilmente, a manichini di ateliers (più quelli di moda che d’arte).

Siamo molto lontani dallo stereotipo che imprigiona Giosetta Fioroni (visti da un’altra ottica, c’è il rischio che gli sgargianti Vestiti evochino l’armatura del Cavaliere inesistente di Calvino…): quello della bambola affettuosa e sognante, della vagheggina tutta buoni sentimenti (quanti cuori nella sua produzione, a partire dagli anni Settanta!), intenerimenti e commozioni. Goffredo Parise parlò di un’«ideologia figurativa di Giosetta Fioroni»: «vedere e soprattutto ricordare la vita rosa». Era il 1975 e tre anni prima un grande cuore di Giosetta aveva brillato sulla copertina del libro «rosa» di Parise, Sillabario n. 1.

Era la loro, si capisce, una trasgressione spiazzante e provocatoria: nel tempo dell’obbedienza di artisti e scrittori a ideologie di tutt’altro colore. Ma che col tempo ha finito per cristallizzarsi appunto in stereotipo: luogo comune ripetuto sino alla stucchevolezza dalla cerchia dei sempre più rosei, e sempre meno trasgressivi, ammiratori di Giosetta. Nel suo caso, peraltro, la svolta «rosa» degli anni Settanta non reagiva a un’ideologia politica bensì (in ciò Parise aveva visto giusto) stilistica: quella che, sotto il segno di un estremo cromatico opposto, aveva dominato la ricerca di Giosetta nel decennio precedente. E che ora viene documentata, per la prima volta in modo analitico, dalla mostra allestita con successo da Claire Gilman al Drawing Center di New York la scorsa primavera e che, trasportata a Roma, costituisce la seconda, decisiva anta del dittico alla GNAM.

Il titolo, L’Argento, rinvia subito alla dominante cromatica di quegli anni Sessanta. Gli esordi erano stati nel segno dell’astrazione, sulle orme del maestro all’Accademia Toti Scialoja. Ma già sul finire dei Cinquanta – con la frequentazione dei sodali di Piazza del Popolo – torna nella pittura di Giosetta la figurazione. Solo, raggelata appunto dalla costante cromatica (o a-cromatica, piuttosto) di una pittura argentata all’alluminio: la cui spettrale fissità (che rinvia al «regno pallido», annota Gilman, dei primordi della fotografia) congelava figure umane e paesaggi in «un’atmosfera funerea» (così in una dichiarazione dell’artista del ’61), una sorta di semi-cancellazione dalla quale di continuo si tenta di emergere, e nella quale ogni volta insensibilmente si risprofonda.

Giosetta Fioroni, Bambino solo (1968)
Giosetta Fioroni, Bambino solo (1968) - Foto di Giuseppe Schiavinotto

Se non ci fossero i titoli a identificare un Palazzo sul canal grande o un Ponte di barche sul Piave, sarebbe del tutto impossibile riconoscere quei luoghi in questi diagrammi semi-astratti: un’«eclisse dei luoghi», come la chiama Dalila Colucci, leggibile anche in relazione all’autore dell’Eclisse, come scrive Romy Golan – che prende le mosse dall’Immagine del silenzio, il lavoro di Giosetta esposto al padiglione italiano della Biennale del ’64 (quella celebre dello «sbarco» europeo, quasi militarizzato, del Pop americano). Come nei film di Antonioni di quegli stessi anni, in quei quadri di Giosetta ci si aggira alla ricerca di persone e luoghi «scomparsi»: che sono stati o si sono sottratti alla nostra vista. Quello dell’argento, come la luce nel finale dell’Eclisse appunto, è un raggio extraterrestre, una proiezione disumanizzante e metafisica.

Ma c’è un altro riferimento culturale inaggirabile, secondo me, nella scena di quegli anni (che tra l’altro Giosetta frequentava allora anche di persona, nel periodo passato a Parigi al fianco di Germano Lombardi): Samuel Beckett. Non è solo nello spazio, infatti, che il mondo si è perduto; l’argento è il segno di una malcerta e sospesa, peritosa collocazione degli enti, piuttosto, nel tempo: cioè nel palinsesto instabile della memoria (questo il concetto, infatti, che Giosetta associa sempre a questa sua palette). Una tela del 1963-64, già nota come Bambini, ha in mostra il titolo Malone e i suoi amici. Raffigura appunto bambini come proiettati su uno schermo (c’è un reticolo leggero che li incasella, in parte li astrae dallo sfondo): i volti appena accennati, proiettano ombre incerte e imprecise; quello in primo piano ha il corpo e il volto semicancellati.

Nel romanzo beckettiano del 1951 Malone muore, secondo della Trilogia, il personaggio del titolo, soffuso da una luminescenza «grigiastra» («una specie di luce plumbea che non getta ombre […] io stesso sono grigio, qualche volta ho addirittura l’impressione di diffondere del grigio»), attende immobile la fine in una cameretta «biancastra e fatta a volta come scavata nell’avorio». Segno, ha annotato Gabriele Frasca (introducendo all’ultima edizione del testo, Einaudi 2011), che è nella sua testa che si svolge, si fa per dire, l’azione: una «scatola cranica dove non c’è memoria personale che non sia tormento, e depersonificazione che di contro non purifichi». Avrebbe dovuto intitolarsi L’Absent, il romanzo di Beckett: l’infanzia, cui sempre resterà devota Giosetta, nasce simmetrica all’agonia del moribondo di Beckett. È l’altra faccia, il simmetrico perfetto (come mostrerà, fra qualche anno, il finale di 2001 di Kubrick) di quella condizione semi-viva, o che sta appunto per definitivamente assentarsi.

Giosetta Fioroni, Malone e i suoi amici (1964)
Giosetta Fioroni, Malone e i suoi amici (1964) - Foto di Giuseppe Schiavinotto

È in questo clima apocalittico e «penultimo», per dirla con Deleuze, che Parise intercetta Giosetta. È la fine del ’64. Nel febbraio dell’anno seguente scrive della sua mostra alla Tartaruga, elogia la capacità del suo sguardo (che accosta a quello di Richard Avedon) di farsi «matematico entomologo dell’apparenza femminile». Ma si congeda con un augurio, un esplicito «suggerimento all’artista» anzi. Colto in un unico quadro, fra quelli in mostra, l’uso di uno «smalto rosso arancio», conclude Parise: «ci piacerebbe vedere altri rossi di quel genere, altre superfici di quei toni smalto per le unghie e, in generale, altri colori, per così dire, cosmetici». Di lì a qualche anno Giosetta accoglierà quel suggerimento, riempirà di colori le sue tele – e la sua vita. Ma è come se lo smalto luccicante di quei colori serbasse in sé, sempre, l’eco mentale della «luce plumbea» di Malone.

Che le due facce dell’astro di Giosetta non siano consecutive ma in lei alternative, sempre, lo dimostra che proprio nel ’74 – nel pieno della Grande Vacanza nel rosa, dunque – abbia prodotto le sue immagini in assoluto più «negative» e perturbanti, le fotografie Da un atlante di medicina legale messe in mostra da Alberto Boatto, a Bologna, in Ghenos Eros Thanatos – e presenti anche in My Story. Intervistata da Enzo Golino nel 1982, diceva Giosetta: «gli estremi si toccano: al rosa corrisponde il nero» e il suo «è un tentativo di allontanare i timori di un inconscio forse difficilmente accettabile, portatore di oscurità».

È un po’ come in quel vecchio numero che una volta ha evocato Luigi Baldacci per spiegare un autore «rosa», ma segretamente «nero», come Palazzeschi: «quel classico numero di varietà in cui il mimo è per metà vestito da donna e per metà da uomo e, volteggiando rapidamente, riesce a ballare con se stesso». Gli spettrali Vestiti acefali di Giosetta paiono usciti da un bal masqué splendidamente mondano, ancorché funebre: danzano a una musica inudibile – ma di sicuro bellissima.

Giosetta Fioroni
My Story, La mia storia
Corraini (2013), pp. 304
€ 30,00

L’Argento, 1956-1976
a cura di Claire Gilman
Faïence, 1999-2013
a cura di Angelandreina Rorro
Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna
fino al 26 gennaio 2014

Il teatro della vita
a cura di Eva Bellini
Roma, Galleria La Nuvola
fino al 14 febbraio 2014

Guarda le opere di Giosetta Fioroni pubblicate sul n.25 di alfabeta2 (dicembre 2012)