Corrado Stajano, giustizia per un sovversivo

Clotilde Bertoni

Nel campo tanto fluido e disomogeneo della cosiddetta non fiction i libri di Corrado Stajano restano un caso a parte. Nati tutti da inchieste agguerrite, ibridano tutti giornalismo e letteratura, ma sempre scansando le strategie, e le trappole, solitamente più tipiche della contaminazione tra i due ambiti. Nessuna reinvenzione, nessuno slittamento nella prospettiva delle figure messe in campo, nessuna trasformazione in personaggio dell’autore (che anzi si eclissa totalmente dal racconto), nessuna concessione a fioriture e civetterie retoriche: è solo grazie a un ritmo abilmente cadenzato, all’arte degli scorci, all’alternanza tra ampie inquadrature e particolari densi di energia simbolica, che i casi autentici indagati vengono trasfigurati in avvincenti narrazioni; e se la scrittura energica e asciutta di Stajano si inoltra a fondo nella loro specificità, mette a fuoco attraverso di essa problemi di lunga durata.

Perciò, così legati a momenti contingenti, questi libri resistono tenacemente al tempo. E perciò appare quanto mai opportuna la ricomparsa di uno dei più belli, Il sovversivo, uscito nel 1975 e riproposto ora dal Saggiatore, corredato di una nuova prefazione dell’autore e dei disegni inseriti in una copia della prima edizione dallo scultore Costantino Nivola: volume che narra la storia crudelissima dell’anarchico ventenne Franco Serantini, «figlio di nessuno nella vita come nella morte», senza enfasi o invettive, solo evidenziando la verità dei fatti, con un atto d’accusa articolato in tre tappe principali.

Innanzitutto, la rievocazione della vita del personaggio, breve parabola di sofferenza indicibile e faticato riscatto. Nato a Cagliari, abbandonato al brefotrofio, Franco passa per due famiglie adottive che la sfortuna o la miseria disfano, e viene affidato a un istituto d’assistenza incapace di gestire il suo crescente disagio; per rimediare al quale il tribunale dei minorenni, in «un capolavoro della contraddizione e dell’assurdo», non sa far altro che assegnarlo al riformatorio. Da lì però inizia la rinascita: trasferito in un istituto di Pisa, in regime di semilibertà, proprio nel 1968, il ragazzo via via matura, frequenta una scuola di contabilità aziendale, lavora come perforatore di schede, soprattutto trova nella passione politica lo sbocco più naturale del suo istintivo senso della solidarietà e della giustizia; dopo il contatto con Lotta continua, di cui lo insospettisce l’organizzazione troppo gerarchica, aderisce a uno dei gruppi anarchici dell’epoca, così idealisti e puri, e proprio perciò così esposti alle ritorsioni del sistema.

Interessatissimo alla vicenda che lo ha da poco dimostrato, la tragedia di Pinelli, Franco diventa protagonista di un’altra tragedia, che la parte centrale del testo ripercorre con affilata precisione. Il 4 maggio 1972, in occasione delle elezioni nazionali che avranno luogo tre giorni dopo, è indetto un comizio di Giuseppe Niccolai, leader missino oltranzista; gli esponenti di Lotta continua e più in generale dell’estrema sinistra si preparano a contestarlo, un vasto spiegamento di forze dell’ordine è incaricato di tenerli a freno, per le strade del centro storico partono i pestaggi e i rastrellamenti; Franco, che si trova nei paraggi di una barricata, si vede arrivare addosso una decina di agenti e incredibilmente non prova a fuggire, in un gesto forse di sfida estrema, forse di estrema stanchezza; dopo essere stato ricoperto di pugni, calci e manganellate, è portato in carcere, imputato di manifestazione sediziosa e oltraggio. E qui, dopo la violenza concreta del massacro, sperimenta una violenza fatta di omertà, noncuranza, cinismo: nessuno fa granché caso alle sue ecchimosi, alla sua difficoltà di reggersi in piedi, al mal di capo che lo tormenta; il sostituto procuratore che lo interroga ordina distrattamente una visita medica, il dottore del penitenziario gli prescrive una borsa di ghiaccio senza provvedere nemmeno ai più elementari accertamenti; le istituzioni che hanno oppresso tutta la sua vita ora «gli rifiutano la legge» e lo lasciano morire di emorragia cerebrale dopo trentadue ore di agonia.

E riuscirebbero poi a sbarazzarsi di lui rapidamente, se l’anima della città più onesta e appassionata non si mobilitasse. L’ultima parte del libro traccia l’affresco di un paese dilaniato, descrivendo le forze opposte che incominciano a scontrarsi intorno al corpo del figlio di nessuno: da un lato, la direzione carceraria che prova a seppellirlo quasi di nascosto, il sostituto procuratore che non sa o non vuole investigare sugli eventi, gli agenti compatti nel non ricordare nulla del linciaggio e dell’arresto, il commissario intervenuto allora a bloccare quel linciaggio che entra in crisi al punto da lasciare la polizia, ma non fornisce una testimonianza abbastanza chiara; dall’altro, la pur tanto lacerata sinistra che difende il ragazzo vissuto e morto per i suoi ideali, Luciano Della Mea e Guido Bozzoni che si costituiscono parte civile, Lotta continua che parla subito di assassinio, il Pci che avvia una campagna di denuncia, Umberto Terracini che scrive un articolo vibrante a causa del quale sarà accusato di vilipendio delle forze armate. Inoltre, «dietro la fredda impalcatura del diritto» si accende una tesissima battaglia: Mario Calamari, «personaggio da vetrata medioevale», reazionario procuratore generale della corte d’appello di Firenze, cerca di avocare e chiudere alla svelta le due istruttorie aperte sul caso, ma il coscienzioso giudice di Pisa Paolo Funaioli (con l’appoggio di un pretore, Salvatore Senese, poi noto magistrato e parlamentare) gli tiene ostinatamente testa e, rischiando il trasferimento forzato al settore civile, prova a certificare l’inesistenza dei reati del defunto e a individuare i suoi carnefici.

Stajano fa come sempre leva su testimonianze e documenti meticolosamente setacciati; e osserva che vita e morte del personaggio sembrano «uscite dalle pagine di un romanzo dell’Ottocento», solo per sottolineare meglio il rifiuto di «ogni possibile tentazione romanzesca». Ma attraverso tocchi essenziali e incisivi restituisce tutto il pathos della vicenda, incarna i dati raccolti in scene di struggente efficacia: Franco che legge in modo confuso e avido, che riempie un quadernetto di annotazioni e ritagli di giornale, che a cena da amici intellettuali dichiara con tono provocatorio che non gli piacciono i cavoli, che cammina veloce e indaffarato, «trottola alla ricerca del suo ruolo»; e poi, il suo funerale gremito di folla, «l’unico dono che abbia avuto dagli uomini», con i compagni che nel portare la bara sembrano accarezzarla con la guancia, l’amico Sauro Ceccanti (fratello del Soriano vittima della polizia a sua volta) che non riesce a staccarsene, il gruppo degli anarchici che alla fine se ne va cantando Figli dell’officina.

Il dolore, lo sdegno di cui quel momento traboccava non si sono dissolti. Il ricordo di Franco ha continuato a vivere: nella biblioteca pisana di storia sociale che porta il suo nome, nella poesia dedicatagli da Franco Fortini, nelle ballate sulla sua scomparsa di Ivan Della Mea e Piero Nissim, nel monumento che gli hanno consacrato i cavatori di marmo di Carrara, nel ritratto di Bruno Caruso. E soprattutto in questo libro, e, ancora, nei disegni di Nivola e nell’opera di Francesco Filidei e Stefano Busellato, che da esso hanno tratto ispirazione. Stajano osserva in conclusione che se «giustizia non è stata fatta», «la coscienza popolare ha giudicato»: a dispetto dei tanti mutamenti sopravvenuti, quella coscienza resiste ancora, capace di ridestarsi nei momenti di emergenza; mai capace però di contrastare a fondo gli abusi e i soprusi del potere (di cui, come l’autore ricorda nella nuova prefazione, le storie della Diaz, di Aldrovrandi, di Cucchi, hanno offerto altre cocenti attestazioni); e non in grado adesso di fronteggiare l’involuzione dello scenario politico, da sola sufficiente a dimostrare quanto Il sovversivo risulti ancora ferocemente attuale, immensamente necessario.

Corrado Stajano

Il sovversivo

il Saggiatore, 2018, 208 pp., € 21