alfadomenica dicembre #5

MONTAGNA sull' UNIVERSITÀ INGLESE - CORTELLESSA SU COSTA - BALESTRINI POESIA - FORLANI VIDEO *

COSA CI DICONO LE OCCUPAZIONI DELLE UNIVERSITÀ INGLESI?
Nicola Montagna

Come sta cambiando l'università inglese a tre anni dalla decisione del governo di coalizione di triplicare le tasse? Una prima risposta la stanno dando gli studenti che in queste settimane hanno occupato aule e sale per conferenze nei campus delle università del Sussex, di Birmingham, Manchester, Liverpool, Londra ed altre città.
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IN CERCA DELL'UOMO INVISIBILE
TROVARE CORRADO COSTA
Andrea Cortellessa

Suona banale dire quanto ci manchi, Corrado Costa. Tanti protagonisti dell’arte e della poesia di quegli anni, infatti, sono scomparsi prematuramente. Ma in molti altri sensi Costa è mancante. Si sottrae, intanto, agli organigrammi della nostra sicumera storiografica.
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CANZONETTA DI BUONANNO
Nanni Balestrini

le cose non hanno nomi
le case non hanno muri
i tetti non hanno porte
i treni volano bassi
chi parte non ha meta
c’è poco da stare al passo
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P COME POESIA - alfazeta per alfabeta2
Un video di Francesco Forlani


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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

In cerca dell’uomo invisibile. Trovare Corrado Costa

Andrea Cortellessa

Suona banale dire quanto ci manchi, Corrado Costa. Tanti protagonisti dell’arte e della poesia di quegli anni, infatti, sono scomparsi prematuramente. Ma in molti altri sensi Costa è mancante. Si sottrae, intanto, agli organigrammi della nostra sicumera storiografica. Dopo un periodo in cui del Gruppo 63 si diceva per lo più peste e corna, condannandolo tutto al dimenticatoio, la vulgata odierna – solo in apparenza più moderata – pare averci regolato i conti, e deciso cosa resterà (e cosa no).

Ma neppure il più generoso dei canoni include uno come Costa: che per tutta la vita ha giocato proprio col paradosso della sua assenza-presenza. Il titolo del suo libro forse più bello e introvabile (stampato oltreoceano dall’amico Paul Vangelisti), The Complete Films, è il suo gioco di prestigio per eccellenza. Nessuna biblioteca d’avanguardia potrà mai dirsi «completa» se priva di questo libro; un libro che però non si può trovare, non si può vedere (avevo pensato fosse un contrappasso spiritoso dare lo stesso titolo alla corposa antologia dei suoi scritti curata da Eugenio Gazzola, per fuoriformato, nel 2007; ma c’è poco da scherzare: già oggi quel libro è raro quasi quanto il suo omonimo di 24 anni prima…).

Qui Costa elabora il suo mito personale dell’«uomo invisibile»: «Non danno molti film / di ‘L’uomo invisibile’ / o / ne danno molti. […] / non riusciamo mai a sapere / se c’è l’uomo invisibile. / Finisce sempre che l’uomo invisibile / non si vede mai. / Potrebbe essere stato / anche un altro film».

Il film di Costa è sempre un altro: lui è ovunque e in nessun luogo. Come ha scritto un altro suo amico, Nanni Balestrini, il «vuoto» che ha «lasciato» Costa è «anche un pieno»: «un vuoto lasciato pieno» è la cifra dell’uomo invisibile. Sottrarsi, sparire, volatilizzarsi. Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria: anche l’avanguardia o, forse, lei soprattutto (anche la Signorina Richmond, del resto, era un uccello…). Seguendo le orme di Emilio Villa (che aveva «pubblicato» la sua poesia I sassi nel fiume incidendola su delle pietre che lanciò nel Tevere), nel 1978 una delle performance più esemplari di Costa consisté nel mandare al rogo, gauleiter di se stesso, la tiratura invenduta di un suo libro di tre anni prima, Santa Giovanna demonomaniaca (del resto dedicato a Giovanna d’Arco…).

Dice Giulia Niccolai – che insieme ad Adriano Spatola, all’indomani della chiusura di «Quindici» e dello scioglimento del Gruppo, si ritirò nella casa di campagna dell’avvocato Costa, a Mulino di Bazzano sull’Enza, e lì per un quindicennio diede vita a una delle più singolari Zone Temporaneamente Autonome della storia dell’arte – che questi suoi comportamenti erano «sintomo di lievità», del suo «non dar peso» alle cose e a se stesso.

Certo Costa è stato il più spiritoso – il più spiritato, il più spirituale – autore della seconda avanguardia; ma questa sua leggerezza, questo suo dissolversi nell’aria, come quello del suo avatar nella prima avanguardia, Palazzeschi, è conseguenza di un incendio (il bellissimo fascicolo che gli ha appena dedicato «il verri» ha in copertina una delle sue geniali poesie-immagine dal titolo Il mangiatore di fuoco; dove in corrispondenza dello stomaco dell’omino c’è il buco, dai bordi strinati, lasciato appunto dal fuoco che ha attraversato la carta: esattissimo re-enactement, e se casuale tanto meglio, della poesia di Palazzeschi che disegna spietata la sorte di ogni avanguardia, Boccanera del 1915…).

Anche il sorriso di Costa era il segno di un Controdolore che bruciava (nel suo romanzo incompiuto e inedito, depositato alla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia – come il resto delle sue carte, amorosamente ordinate da Maurizio Festanti e il cui catalogo è consultabile on-line; così come, con un po’ di pazienza, i suoi libri d’artista in copia unica –, a un certo punto si legge: «Io sono un vero uomo, corteggiato dalla paura, che riesce a far finta di niente»).

C’è di che rallegrarsi nel vedere come l’ultima generazione di poeti stia «mettendo a fuoco» una figura così sfuggente. La nuovissima collana bilingue Benway Series, diretta da Marco Giovenale, Mariangela Guatteri, Giulio Marzaioli e Michele Zaffarano, ha appena riproposto un suo breve e singolarissimo, alquanto pornografico «saggio a fumetti» dal titolo La sadisfazione letteraria (pubblicato nel ’76 dalla Cooperativa Scrittori): come l’eros libertino è privo di scopo riproduttivo così la letteratura per Costa, spiega Ivanna Rossi, «non può assumere il compito di riprodurre, perpetuare e rispecchiare la società e la classe dominante così com’è». E sul «verri» c’è un saggio acutissimo di Giovenale, che fa di quella di Costa l’archetipo di una «postpoésie» che «blocca la rincorsa modernista del necessario, della struttura data, fissa, scolpita, invariante». In effetti tutto varia, in Costa; tutto scorre, si rintana e improvvisamente riappare (come il fiume del suo poemetto-sphragis, così diverso da quelli di Ungaretti).

Si imparano tante cose dal libro assai singolare, e felicemente disordinato, di Ivanna Rossi (già allieva di Luciano Anceschi e, per qualche tempo, Assessore alla cultura di Reggio Emilia). Che ha l’umiltà di chi sa che non c’è modo di fare una figura peggiore di chi si metta a spiegare un motto di spirito. Per esempio la poesia-immagine (dalla bellissima serie I casalinghi) che sta in copertina al libro, e gli dà il titolo-witz: «Una lampadina nera, invece di far luce, diffonde un cono di parole oscure, che vanno a friggere in un padellino. La poesia è una cosa del genere, beato chi ne capisce lo sfrigolìo. Nessun problema, dice però Corrado. Basta una comunissima presa elettrica, e la poesia è subito “con presa”».

Ma se è un lavoro prezioso, quello di Ivanna Rossi, è proprio per la caparbietà di spiegare tutto: incluso quello che non vale la pena spiegare, così come quanto spiegare davvero non si può (e non conta che, qui e là, si possa restare perplessi – come nell’interpretazione dell’opera prima Pseudobaudelaire, del ’64). Se le poesie di Costa sono dei rebus (tutte, non solo quelle in forma di immagine, sono per Rossi «la punta di un iceberg»: ancora la dialettica, così pericolosa per noi navigatori, di visibile e invisibile…), è impossibile per il loro lettore – ha scritto Giulia Niccolai – non tentare di «capire che cosa ci sia dietro». Già. Ma appunto dietro alla poesia non c’è altro, ci ha avvertito Costa con un sorriso, che il suo retro. Dietro, cioè, non c’è nulla. Nulla, almeno, che si possa vedere.

Ivanna Rossi
Poesia oscura con presa. Leggere Corrado Costa
Consulta Libri e Progetti, 2013, 272 pp., € 15,00

Corrado Costa
La sadisfazione letteraria. Manuale per l’educazione dello scrittore
con la traduzione in inglese di Paul Vangelisti
Tielleci «Benway Series», 2013, 96 pp., € 10,00

Il titolo lo mettiamo dopo. I libri d’artista di Corrado Costa
Catalogo della mostra (Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi, 7 luglio-1 settembre 2012)
a cura di Mario Bertoni e Chiara Panizzi
Biblioteca Panizzi Edizioni, 2012, 97 pp., € 10,00

Costa quel che costa

per il 20° anniversario della morte di Corrado Costa

Giuseppe Caliceti

investire su COSTA
diversificare i titoli COSTA
fare bancomat COSTA
anche chiudere un conto corrente COSTA

fare acquisti COSTA
tenere relazioni COSTA
ricompensare gli altri COSTA
dedicare tempo agli altri COSTA
a volte una rinuncia COSTA
un sacrificio COSTA
fare ordine COSTA
tutto COSTA
la vita COSTA
se non Costa non vale niente Leggi tutto "Costa quel che costa"

Non luogo a procedere

Italo Testa

1. Subito pensa che “luogo” è una parola tra tante, nella selva dei dizionari, che non si impone di per sé, per qualche forza arcana o sortilegio. E poi è una parola segnaposto, che sta per questo o per quello, priva di vita autonoma: una parola zombie. Ma tutto questo come può riguardarlo? In effetti, non lo riguarda, e non riguarda il fare poesia. Quella cosa che chiamiamo poesia non sarebbe tale se fossimo equidistanti rispetto alle parole, come se le guardassimo dall’alto di una torre e potessimo puntarle indifferentemente con il nostro fascio di luce. Bisogna essere disposti a un corpo a corpo con singoli vocaboli. Ci sono dislivelli, parole che impattano, revenants, e soprattutto siamo immersi nella mischia, e spesso ci sentiamo soffocare, ci manca l’aria per via di una parola che occlude il respiro. Tutto questo succede, di volta in volta, tanto che una domanda diretta ci prende di sprovvista: non lo sappiamo, dobbiamo verificare, dopotutto questo fare poesia è una faccenda empirica, opaca, e discontinua, un prepararsi all’invasione. Tra le parole che fanno irruzione vi è anche “luogo”?

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L’incognita Costa

Riccardo Donati

«Costa ci raggiunge con un misurato ritardo, quando tutto sembra risaputo, e invece di Costa ci rimane tutto da sapere, ossia da leggere»: con queste parole uno dei maggiori poeti contemporanei, Andrea Inglese, ha recentemente reso omaggio al multiforme ingegno di Corrado Costa (1929-1991), in un notevole numero del «verri» interamente dedicato al poeta parmense.

Il ringraziamento che Inglese rivolge a «tutti coloro che raccolgono Costa, che lo fanno circolare, che lo inseguono, che lo stampano e ristampano» va in questo caso allargato all’editore Diabasis, che per le cure di Eugenio Gazzola pubblica quattro testi inediti risalenti alla fine degli anni Ottanta, una pièce teatrale e tre racconti.

Il primo, che dà il titolo al volume, è un dialogo a più voci costruito immaginando le fasi istruttorie del processo intentato dal Sant’Uffizio contro Galileo per il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Diviso in cinque parti, tante quante furono le udienze del processo, il testo porta in scena un rito giudiziario segnato da un linguaggio tra il burocratico e il dottrinario-filologico, palestra per esibizioni narcisistiche e prove muscolari di politica ecclesiastica che svuotano di senso i lavori della commissione.

Come osserva Gazzola, Costa porta qui in scena «i meccanismi di difesa e conservazione dell’autorità e di trasmissione certa del potere», mostrando come il potere, «aderendo sempre più agli uomini che lo incarnano e sempre meno all’idea che lo fonda, volti in decadenza e disgregazione». Circa i tre racconti, Poche storie e È lo stesso, anche se non è lo stesso si potrebbero definire dei piccoli «thriller dell’assurdo», costruiti a partire da due dei maggiori eventi mediatici degli anni Ottanta, l’esposizione dei Bronzi di Riace nel 1980 e il passaggio della cometa di Halley nel 1986. L’incognita borghese è invece un testo centrato sulla città di Parma e si presenta come una sorta di esperimento di psicogeografia che riecheggia la théorie du détournement situazionista, in felice equilibrio tra satira del mondo borghese e giocose epifanie legate all’arte e all’architettura cittadina.

Si conferma in tutti questi testi la fedeltà di Costa a una scrittura fortemente sperimentale, non per via di espressionistico proliferare del senso ma per dissestamento della logica diegetica, fatta brillare attraverso dinamitarde accensioni di una spassionata intelligenza della realtà che volentieri ricorre alla sottile arte della divagazione e dell’intuizione fulminante. Oltre a frequenti, e spassose, boutades degne del Costa poeta («Il sogno di un ginepro è il gin»), emergono qua e là germi di riflessione metaletteraria che confermano la natura non episodica degli interessi teorici dell’autore, acceso sostenitore di una poetica della devianza e dell’eccentricità.

Notevole è ad esempio l’interpretazione di un passo leopardiano (Zib. 154), nel quale si affermerebbe l’esistenza di multiversi creativi altri rispetto al Sistema Letterario storicamente accertato: «E chi sa che non esista un altro, o più, o infiniti altri sistemi di cose così diversi dal nostro che noi non li possiamo neppure concepire?». Ben riconoscibili sono poi alcuni dei temi centrali dell’autore, dalla polemica nei confronti dei correnti assetti istituzionali e sociali alla riflessione sulla natura falsa e falsificante della realtà, che tende a espropriare gli individui della loro stessa vita (si legga in tal proposito il gustoso paragrafo Estranei).

I quattro testi raccolti da Gazzola confermano la centralità della figura di Costa non solo nell’alveo della migliore neo-avanguardia italiana, ma anche all’interno di un’ideale «linea emiliana» della nostra letteratura, eccentrica e pungente, ironica e autoironica, che, poniamo, da Delfini e Zavattini giunge fino a Celati e Cavazzoni. Aveva ragione Aldo Tagliaferri quando, antologizzando Costa a metà degli anni Novanta, lo definì «una sorta di Eric Satie, un po’ più in qua e un po’ più in là di tutti gli altri».

Corrado Costa
I minimi sistemi e altre storie
a cura di Eugenio Gazzola
Diabasis, 2014, 124 pp., € 15,00