Pensare l’originalità dei gilet gialli: territorio, rappresentanza, salario

Andrea Inglese

Questo articolo non si propone di fare la cronaca del movimento dei gilet gialli francesi, ma di provare a pensare la sua originalità, riconoscendolo come una creazione collettiva, e non come la semplice replica di modelli d’organizzazione e lotta già codificati storicamente in seno a istituzioni, partiti, organizzazioni sindacali. Il primo segno evidente d’originalità politica è riscontrabile proprio nella difficoltà che testimoni e commentatori esterni hanno nel situarlo “politicamente”. Non si tratta di prendere qui per buone le ripetute affermazioni di apoliticità degli sparpagliati portavoce del movimento. Sappiamo come la giurata apoliticità sia quasi sempre maschera, nei fatti, di mentalità e rivendicazioni reazionarie. Il punto è che questa presunta apoliticità del movimento ha prodotto nell’arco di un mese di mobilitazione collettiva uno stravolgimento del dibattito mediatico e politico in Francia. Dove da noi le destre populiste e identitarie campano principalmente su due argomenti – le auto blu e i migranti –, i gilet gialli hanno posto in maniera fulminante al centro del dibattito pubblico tre questioni cruciali che non sono certo appannaggio di partiti di destra o di estrema destra: territorio, rappresentanza, salario.

Salario

Dal 17 novembre, prima data di manifestazioni non autorizzate e di blocchi del traffico su scala nazionale, non solo i dibattiti, animati dai soliti giornalisti e personalità politiche, si sono moltiplicati in TV e sulla stampa, ma si sono dovuti concentrare sulle rivendicazioni del movimento, che nel frattempo si erano ampliate e radicalizzate. Questo ha comportato anche la comparsa, negli studi televisivi, di persone che ne erano state fino ad allora escluse: uomini e donne dai profili sociali differenti – ma senza legami con il mondo politico, giornalistico o della ricerca universitaria – che si presentavano come portavoce più o meno riconosciuti del movimento. Se la scintilla della contestazione era nata da una petizione in rete contro il rincaro dei carburanti, dovuto a una ecotassa, oggi lo scontro con il governo tocca direttamente la questione dei bassi salari. È interessante constatare come i gilet gialli abbiano fatto loro il linguaggio delle varie destre e sinistre di questi anni, che hanno messo tra parentesi il concetto di “salario”, troppo legato al lavoro dipendente e alla questione di classe, per sostituirgli quello più neutro e interclassista di “potere d’acquisto”. Solo che i gilet gialli quando parlano di aumentare il “potere d’acquisto” parlano soprattutto di salario, e hanno richiesto un aumento drastico del salario minimo garantito dai 1.150 euro attuali (netti per 35 ore settimanali) a 1300 (alcuni persino a 1600). In sostanza, la gente non chiede semplicemente riduzioni delle tasse o il rafforzamento delle misure di sostegno e detassazione per le persone più povere – che già esistono, per altro. Chiede di essere pagata decentemente per il lavoro che fa, non che lo Stato conceda elemosine a lavoratori poveri. Questa rivendicazione tocca anche gli aspetti simbolici del vivere sociale: lo schiacciamento dei salari, perseguito con coerenza da tutti i governi in seguito alla crisi del 2008, non solo impoverisce materialmente le persone, ma le espone anche alla svalutazione del proprio ruolo sociale e al disprezzo di coloro che lavorano nei settori prestigiosi e remunerativi.

Inizialmente i media e i rappresentanti del governo avevano buon gioco a parlare di rivendicazioni confuse. In realtà, i gruppi di gilet gialli sparsi sul territorio nazionale e spesso riuniti in assemblee locali hanno prodotto una serie di richieste, sul modello dei cahiers des doléances. Non si tratta però di semplici lamentele, bensì di proposte di legge a volte molto specifiche. Certo, le misure richieste sono molteplici e contraddittorie, ma in gran parte di esse è riscontrabile una preoccupazione per i “piccoli”, esposti al rischio dell’esclusione sociale: si chiede parità di salario tra uomini e donne, una reale progressività delle imposte (reintroduzione della tassa patrimoniale soppressa da Macron), tassazione forte sui GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) e debole su piccole imprese e partite iva, aumento dei contratti a tempo indeterminato, affitti calmierati, ecc. Un’inchiesta di Le monde ha concluso che, sull’insieme delle misure richieste in una delle liste circolanti in rete a nome del movimento, due terzi almeno sono compatibili con i programmi della sinistra radicale francese (da Jean-Luc Mélenchon sino a Philippe Poutou del Nuovo Partito Anticapitalista). Non sorprende che una metà di misure provenienti dalla medesima lista siano compatibili anche con il programma di Marine Le Pen, soprattutto per quanto riguarda la difesa dei servizi sul territorio (scuole, commerci, uffici postali) e la ri-nazionalizzazione delle infrastrutture (autostrade, aeroporti).

Se quindi un movimento non si definisce semplicemente per quello che dice di fare, né per quello che cerca di fare, ma anche per gli effetti che produce, allora è incontestabile che i gilet gialli hanno ottenuto in tempi rapidissimi due mutamenti di scenario mediatico e politico. La questione sociale, in tutti i suoi aspetti fino a ieri marginalizzati o rimossi, ha invaso il dibattito pubblico, e a fronte di questa esplosione di rivendicazioni, testimonianze, analisi, il silenzio del governo e quello della presidenza in particolar modo sono apparsi tanto più assordanti e intollerabili. La risposta pubblica di Macron, con le relative proposte di legge, è arrivata a un mese esatto dalla prima giornata di mobilitazione nazionale. Tale ritardo ha per altro creato uno scollamento tra punto di vista dei media e punto di vista dell’esecutivo. Criticato o meno, è sempre quest’ultimo in genere a fornire ai giornalisti le coordinate generali entro le quali svolgere il dibattito. Di fronte a un mese di afasia presidenziale, la stampa e la televisione hanno potuto trattare fuori da ogni tutela politica gli argomenti più critici, incluso quello generalmente inabbordabile della violenza poliziesca. Durante e dopo il biennio più sanguinoso dell’offensiva terroristica di matrice islamica contro la Francia (2015-2016), tutto si era ridotto a conflitti culturali e identitari. Ora ritorna in primo piano l’insicurezza della vita ordinaria, legata alle condizioni materiali di vita, alla precarietà, ai bassi salari, alla latitanza del servizio pubblico in ampie zone del paese.

Rappresentanza

Nonostante le enormi aspettative che il movimento ha suscitato anche nelle file della sinistra anticapitalista, un esame delle sue rivendicazioni lo colloca su di una linea riformista. Se i gilet gialli non si battono per una restaurazione della triade Dio Patria e Famiglia, non hanno neppure l’obiettivo di creare una società senza classi. Innanzitutto la composizione sociale del movimento non è costituita né dagli strati più poveri né dagli esclusi della società francese. Si sono mossi i ceti medi e popolari più recentemente impoveriti o a rischio d’impoverimento, quelli, insomma, che nei confronti del modello sociale francese avevano ancora delle aspettative, pur sentendosi traditi dalle istituzioni politiche e dai corpi intermedi (sindacati inclusi). Appare, quindi, inquietante che per rivendicare degli obiettivi di politica sociale in gran parte riformistici (rispetto almeno alle politiche neoliberali e di austerità degli ultimi decenni), il movimento abbia dovuto dotarsi di forme d’organizzazione radicali, legate alla democrazia diretta, e a forme di lotta altrettanto radicali (dalla disubbidienza civile allo scontro di strada e alla devastazione di beni). Nelle nostre democrazie parlamentari, queste forme di organizzazione e di lotta “dure” sono in genere appannaggio di movimenti rivoluzionari, laddove forme di contestazione moderata sono tipiche delle forze riformistiche. Questo indica, però, la gravità della crisi raggiunta dalle nostre democrazie parlamentari e la perdita di senso in cui esse si dibattono. Uno degli elementi di questa insensatezza è rappresentato in questa fase storica dalla continuità delle politiche economiche malgrado l’alternarsi di governi di destra e sinistra.

Il risentimento e la sfiducia nei confronti delle classi dirigenti non sono una novità. Il Partito Cinque Stelle del risentimento e della sfiducia ha fatto una leva elettorale, trasformandosi da movimento di rottura in partito di governo, ma grazie al binomio verticale Grillo-Casaleggio (leader popolare + esperto in comunicazione). I gilet gialli francesi, a differenza dei grillini o addirittura degli “eversivi” neo-salviniani, hanno avuto finora meno bisogno degli italiani scontenti di raggrupparsi dietro a un (nuovo) papà da celebrare. Durante questo primo mese di lotta, il rifiuto di affidarsi a dei capi riconosciuti è stato preponderante. Dei portavoce, uomini e donne, sono comparsi in TV, sono stati intervistati, ma nessuno di essi pretendeva di essere un rappresentante del movimento nella sua totalità. Parlando delle tendenze libertarie di movimenti come Occupy Wall Street o di Nuit debout, si è spesso sottolineato i rischi di inefficacia a cui una protesta puramente orizzontale e senza leader riconosciuti possa andare incontro. Mi è parso in questo caso che la mancanza di portavoce riconosciuti abbia favorito un meccanismo di rilancio sia della lotta che dei suoi obiettivi, mantenendo il movimento in una stato di mobilitazione e di dibattito interno permanente. Inoltre il movimento è sfuggito non solo ai tentativi – timidi in realtà – di cooptazione da parte del governo, ma soprattutto di definizione e giudizio da parte dei commentatori. Senza rappresentanti legittimi, non solo sono sventati troppo rapidi e blandi negoziati, ma anche si ritardano precipitose cristallizzazioni dell’identità. A ciò si aggiunga l’aspetto più rilevante della contesa tra i gruppi spontanei di cittadini e le istituzioni politiche, ossia la richiesta largamente condivisa di moltiplicare organi e procedure della democrazia diretta. I gilet gialli si battono per l’introduzione di referendum d’iniziativa popolare. Nella versione più ambiziosa, si prevedono quattro tipologie di consultazione autonoma (sganciate da iniziative parlamentari e partitiche): quella abrogativa, revocativa (togliere il mandato a qualsiasi responsabile politico), legislativo (il popolo propone un testo di legge), costituente (modifica della costituzione). Ad essere evocato è qui il concetto di sovranità popolare, concetto che nessuna congiuntura storica, pur difficile e rischiosa, dovrebbe screditare facilmente. Sarebbe semmai un punto, questo, sui cui attentamente riflettere, alla ricerca di un cammino in grado di sfuggire all’alternativa oggi dominante tra tecnocrazia e populismo nazionalista e xenofobo.

Certo, è possibile individuare dietro questa richiesta di democrazia diretta dei gilet gialli lo spettro del “popolo”, inteso come entità indifferenziata e omogenea, nemica di ogni pluralità e produttrice di esclusione. Né la spontaneità del popolo né la sua radicalità costituiscono di per sé un fattore di chiaroveggenza politica rispetto a obiettivi di eguaglianza sociale e autonomia individuale. La richiesta di strumenti di democrazia diretta contro il sistema parlamentare in un clima xenofobo e denso di fantasmi identitari non è privo di rischi. È vero, d’altra parte, che all’interno della sinistra marxista la nostalgia dell’avanguardia che dirige e del partito che organizza stenta a estinguersi. E quando lo fa, produce nei gruppi più attivi e radicali sogni d’insurrezioni permanenti, senza nessuna considerazione dei rapporti tra autonomia e istituzioni. Varrebbe allora la pena di ricordare la riflessione che intorno a questi temi cruciali ha svolto il militante e filosofo Cornelius Castoriadis, scomparso nel 1997 e di cui si celebra ancora oggi la preziosa eredità filosofica e politica. Mi limiterò qui a ricordare uno dei punti su cui ha spesso insistito: ogni esperienza diretta di autorganizzazione contribuisce in modo molto più determinante alla crescita della consapevolezza politica e al percorso di emancipazione che dosi di pedagogia somministrata dai dirigenti delle organizzazioni politiche e sindacali. Delle diverse iniziative di questo movimento, allora, quelle più promettenti e decisive non sono tanto i blocchi delle rotatorie, che costituiscono comunque esperienze importanti di condivisione e solidarietà, e nemmeno le scorribande nella capitale o in altre città, per dare visibilità al movimento a forza di roghi e barricate. Tutto ciò naturalmente ha fornito una tremenda forza d’impatto al movimento, sul breve termine. Ma sul lungo termine saranno altre esperienze a favorire e consolidare una crescita di consapevolezza individuale e collettiva. Penso alle assemblee locali tra militanti, come quelle che si sono svolte a Guéret, nel dipartimento della Creuze, uno dei più spopolati di Francia, situato nel Massiccio Centrale. Qui uomini e donne di età e professioni diverse discutono e si confrontano, per elaborare rivendicazioni politiche e sociali, a partire dalle loro difficoltà quotidiane. Si sono dati un organo di coordinamento provvisorio, “La Creuze unita”, e una carta di buona condotta da rispettare durante le azioni di protesta e le assemblee (sono banditi alcol e insulti razzisti, azioni violente contro polizia e giornalisti, ecc.). Non mi è possibile sapere quanto il caso della “Creuze unita” sia rappresentativo dell’insieme del movimento, ma esso manifesta due principi estremamente importanti. Il primo è quello della necessità di un dibattito assembleare, che neutralizza di fatto ogni pericolo di unanimità e omogeneità di esperienze e punti di vista. Il popolo non giunge a parlare con una voce sola che dopo le lunghe ore di discussione e mediazione assembleare, ed inoltre la sua rimane una voce parziale, ancorata a un preciso contesto sociale e geografico. Il secondo è quello difeso con particolare insistenza da Castoriadis: una forma radicale di autonomia (autogoverno, autogestione) implica un atto fondamentale di autolimitazione: la carta di buona condotta. (Si può discutere a lungo su dove porre il limite in un contesto di lotta, ma è essenziale che un limite sia posto autonomamente.) Quello che avvicina l’esperienza della “Creuze unita” alla democrazia radicale non è in ogni caso un semplice insieme di procedure, ma le finalità che queste persone immaginano come indispensabili all’azione politica: il confronto tra una molteplicità eterogenea di soggetti, condizioni ed esperienze, per formulare un piano d’azione che ne esprima nel modo più fedele possibile i bisogni e le aspirazioni principali. E tutto questo non per far prevalere i problemi locali sui problemi generali, la fine del mese sulla fine del mondo, ma per articolarli assieme, come appunto né la tecnocrazia né il populismo identitario sono in grado di fare. Lo slogan probabilmente più memorabile di questo movimento nasce da una riappropriazione di una formula passata da Nicolas Hulot, ministro dimissionario dell’ecologia, allo stesso Macron, al momento della prima ondata di manifestazioni e blocchi. Macron disse a fine novembre: “ci occuperemo sia della fine del mese che della fine del mondo”. La risposta del movimento è stata “fin du monde, fin du mois: même combat” (fine del mondo, fine del mese: stessa lotta). Nessuno crede che un tale obiettivo diventi, sotto Macron, un programma di governo, ma può diventarlo per le lotte di strada. La formula stessa, d’altra parte, è stata imposta a Hulot per primo dai gilet gialli. Lui l’ha espressa, ma sono essi ad averne reso urgente l’espressione. Quello che gli eredi dei partiti operai del novecento hanno impiegato così tanto tempo a formulare, così come, da una posizione diversa, i più recenti movimenti e partiti ambientalisti, diventa ora una constatazione ovvia e condivisa, un’idea regolatrice di tutte le importanti decisioni politiche a venire a livello (almeno) nazionale. Non solo si ribadisce che la questione sociale e quella climatica sono le facce di una stessa medaglia, ma anche che il popolo non sarà disposto farsi divedere su questo dall’opportunismo dei partiti politici.

Territorio

Nel 2017, per le edizioni La Découverte è uscito un libro di Bruno Latour intitolato Où atterir? Comment s’orienter en politique (Dove atterrare? Come orientarsi in politica). In questo lavoro Latour prosegue la sua critica delle coordinate che, in continuità con il Novecento, organizzano il paesaggio politico contemporaneo. Una delle opposizioni strutturanti questo paesaggio è il Globale opposto al Locale, con il primo termine che si pone come orizzonte del movimento lineare di modernizzazione, rispetto al Locale che costituisce il fronte di tutto quanto è di retroguardia, e attende di essere modernizzato. Alla fine del Novecento anche i più dogmatici progressisti hanno dovuto cominciare a ritoccare qua e là questo schema, considerando che la freccia non può proseguire illimitatamente, tirandosi dietro di sé il costante aumento della produzione e del consumo. La globalizzazione dei mercati (e di quelli finanziari in particolare) ha cominciato a rabbuiare le visioni degli entusiasti della connessione onnilaterale. E, per finire, le lotte territoriali, come quelle dei No-Tav e degli Zadisti di Notre-Dame-des-Landes, ma anche della Lampedusa di Giusi Nicolini e della Riace di Mimmo Lucano, hanno ulteriormente indebolito l’antico quadro. Per Latour, in effetti, il territorio è ciò che sfugge a un’alternativa mistificante: o il Locale, con i suoi recentissimi fantasmi di identità ancestrali e di frontiere, o il Globale, con il suo sogno di perenne sganciamento da ogni vincolo di appartenenza. “Come fornire il sentimento di essere protetti, senza immediatamente ritornare all’identità e alla difesa delle frontiere? Attraverso due movimenti complementari che la modernizzazione aveva reso contraddittori: attaccarsi a un suolo, da un lato; e mondializzarsi dall’altro.” (Latour, 2017).

Il movimento dei gilet gialli è stato caratterizzato non solo da una dimensione sociale, ma anche da una dimensione territoriale. Alcuni commentatori hanno tentato di leggere il conflitto secondo coordinate previsibili: grandi centri urbani, dalle mentalità avanzate e “ambientaliste”, e zone rurali, dalle mentalità reazionarie e “inquinanti”. Se lo schema avesse funzionato, avremmo assistito a un piccolo capolavoro di mistificazione. È stato Hervé Le Bras, specialista della storia sociale e demografica, ha smentire tra i primi la sovrapposizione tra gilet gialli e aree di voto lepeniste. Lo dice in un’intervista apparsa anche sul Manifesto. Per Le Bras, la protesta si è mossa lungo quella che lui chiama “la diagonale del vuoto”: “una linea che attraversa regioni che si stanno spopolando, dove sopravvive la ruralità più profonda; zone che hanno visto progressivamente scomparire i servizi pubblici e dove i negozi chiudono i battenti uno dopo l’altro”. E precisa che “le zone dove la mobilitazione è stata fin qui più forte non corrispondono affatto a quelle dove Marine Le Pen è arrivata in testa alle presidenziali o dove il suo partito è maggiormente radicato. Anzi, si tratta spesso di collegi elettorali di sinistra, dove si è votato a lungo per il Partito comunista e poi per i socialisti”.

Più in generale, il fatto di aver preso le mosse dal territorio ha voluto dire, paradossalmente, essere più inclusivi, accogliendo in sé salariati, ma anche pensionati, disoccupati, piccoli imprenditori, commercianti, tutto un mondo, ad esempio, che i sindacati faticano a raggruppare. Inoltre, salendo con determinazione a Parigi per manifestare anche senza autorizzazione, i gilet gialli hanno invitato tutti gli incazzati della capitale e dintorni: studenti, gruppi radicali di sinistra, e probabilmente anche gente venuta dalle periferie. I gruppi radicali più spregiudicati, compresi alcuni collettivi queer, hanno infatti capito quello che i sindacati nazionali, come la CGT, non hanno voluto capire: sono scesi in piazza con il movimento, malgrado esso esprima al suo interno anche attitudini razziste e sessiste, e lo fanno con l’intento esplicito di portare, su questi temi, la consapevolezza delle lotte contro le discriminazioni di genere e di razza. La CGT, al contrario, si è limitata a giudicare dall’esterno il movimento, rifiutando di avvicinarlo proprio in virtù della sua scarsa maturità culturale e dell’insufficiente coerenza politica. Ora non le è più possibile però mantenere un tale atteggiamento e deve anzi constatare che è proprio la dimensione territoriale ad aver facilitato la convergenza delle lotte. Lo riconosceva una rappresentante del sindacato in un dibattito televisivo: i gilet gialli hanno cominciato a mobilitarsi al di fuori delle aziende e delle fabbriche, dove noi concentriamo invece la nostra lotta, inoltre non si sono mossi lungo le linee prestabilite delle categorie professionali. Per finire, la stessa potente CGT (primo sindacato francese) è confrontata alla scarsa efficacia delle battaglie portate avanti in questi anni, a fronte di un solo mese di lotta alla maniera dei gilet gialli.

Conclusione

Non mi azzardo a fare pronostici. Per ora l’ossessione identitaria e la fissazione sul migrante non sono state preponderanti all’interno di questo movimento, che ha trovato anzi entusiasti compagni di tumulto nelle correnti più inquiete della sinistra anticapitalista e sta risvegliando anche i sindacati più combattivi. Difficile prevedere gli effetti di quello che sta accadendo in Francia sulle prossime elezioni europee. Difficile capire se i frutti di questa durissima lotta saranno alla fine raccolti da Marine Le Pen. In un articolo apparso in occasione delle presidenziali francesi del 2017, proprio qui su “alfabeta2” citavo uno studio sul populismo del giornalista statunitense John P. Judis. Quest’ultimo dava una sintetica definizione di ciò che differenzia un populismo di sinistra da uno di destra – smentendo l’idea diffusa che il populismo sia esclusivamente un fenomeno sociale di destra. “Il populismo di sinistra difende il popolo contro un élite o l’establishment. È una politica verticale, dove chi sta in basso e chi sta in mezzo si alleano contro chi sta in alto. I populisti di destra difendono il popolo contro un élite che viene accusata di proteggere un terzo gruppo, costituito da immigrati, musulmani, militanti neri. Il populismo di sinistra è binario. Il populismo di destra è ternario” (The Populist Explosion, Columbia Global Reports, 2016). Appare, quindi, evidente che i gilet gialli hanno privilegiato fino ad ora l’opposizione binaria: noi, i piccoli (ceti popolari e medi), contro loro, i grandi (Macron, i grandi patrimoni, i GAFA). Se il problema maggiore diventasse, invece, il patto internazionale di Marrakech sulle migrazioni, con l’Europa e l’ONU complici di un’invasione di stranieri, scivoleremmo nello schema ternario che fa la fortuna di Salvini e dei profittatori del suo calibro.

Un’ultima parola sulla violenza che ha accompagnato questo movimento, e non solo nella capitale. Il bilancio attuale è di sei morti, cinque dei quali legati direttamente a incidenti avvenuti durante i blocchi stradali. La sesta vittima è un’ottantenne colpita a Marsiglia da un lacrimogeno sparato dalla polizia durante la manifestazione del 1 dicembre. Due persone sono in pericolo di vita, un manifestante di Tolosa di ventinove anni colpito al volto da un tiro di Flash-Ball (proiettili di caucciù di 44 mm in dotazione alla polizia francesi) e un altro di Parigi, ferito dal crollo di una cancellata dei giardini delle Tuileries, che un gruppo di gilet gialli voleva divellere. Il Ministero degli Interni ha conteggiato questa settimana 1407 feriti dall’inizio delle mobilitazione, di cui 46 gravi. Nonostante questi dati, e nonostante la lista copiosa delle devastazioni di strada, la durezza degli scontri non ha delegittimato in modo unanime il movimento agli occhi dell’opinione pubblica. Critiche sono state espresse in continuazione, così come paure per l’intensificazione della violenza, ma nello stesso tempo l’apparato repressivo straordinario ha suscitato analisi e denunce. L’ostinazione del movimento e la sua tolleranza nei confronti dei casseurs sono anche il prodotto diretto di un esecutivo che ha risposto alla contestazione con dosi massicce di repressione poliziesca: uso sistematico di lacrimogeni e di altre armi nocive come i Flash-Ball o granate GLI-F4 – queste ultime hanno causato già mutilazioni a diversi manifestanti –, presenza di mezzi blindati, un migliaio di fermi di polizia a Parigi per la sola giornata di sabato 8 dicembre. Chi in modo trionfante, chi in modo apocalittico ha tratto la conclusione che la violenza paga. È apparso comunque chiaro che, anche in una democrazia europea dal governo moderato, affinché una contestazione sociale ottenga un margine significativo d’ascolto mediatico e politico, un certo grado di violenza risulta indispensabile. Fino a quando qualche auto non brucia e qualche vetrina non finisce in pezzi, nulla acquista rilevanza per la stampa e i governi. Non è certo una bella notizia per la democrazia.

Vincent Descombes – Autonomia e autolimitazione

Conversazione con Andrea Inglese

Iniziamo con una domanda di carattere biografico. Ancora oggi Castoriadis è un autore che sembra svolgere un ruolo strategico nella sua riflessione. Penso, ad esempio, al suo ultimo saggio, Les embarras de l’identité1, che si conclude sul concetto di “potere istituente” così come è stato formulato da Castoriadis. Quando e come è avvenuto il primo incontro con lui?

L’incontro con Castoriadis è avvenuto in due momenti. Una prima volta con il politico e una seconda con il filosofo, e tra l’una e l’altra è passato un notevole lasso di tempo. Quando l’ho incontrato nel gruppo Socialismo o barbarie, si definiva come “intellettuale politico” e non come filosofo. La professione che esercitava allora era l’economia e non avrebbe apprezzato che lo si definisse filosofo, perché lo avrebbe trovato limitante nel contesto delle nostre riunioni, che avevano un carattere politico e non puramente intellettuale. All’epoca ignoravo il suo vero nome, perché si presentava con uno pseudonimo, Cardan. (Io sono entrato nel gruppo quasi alla fine, nel ’63 o ’642)

Anni dopo ho avuto modo di leggere i libri che aveva iniziato a pubblicare col suo vero nome come filosofo (L’institution imaginaire de la société del 1975 e i primi volumi di Les Carrefours du labyrinthe, dal 1978 al 1999). Si era stabilito definitivamente a Parigi, aveva ottenuto la nazionalità francese e ben presto sarebbe stato chiamato ad insegnare all’École des Hautes Études. In realtà, tutta la prima parte dell’Institution imaginaire già la conoscevo, perché la si era discussa all’interno del gruppo come testo politico, per decidere del nostro orientamento a fronte delle altre correnti politiche in termini teorici, di marxismo o non-marxismo, ecc. Con il filosofo Castoriadis ho avuto dei rapporti di natura personale, diversi da quelli che si erano stabiliti all’interno di un’entità politica come Socialismo o barbarie, dove egli si considerava un militante tra gli altri, pur distinguendosi in virtù della sua energia e della sua presenza umana. Con il filosofo ho avuto rapporti di apprendistato e in seguito di dialogo, che traspaiono dai testi che gli ho dedicato3.

Qual è, secondo Lei, l’aspetto più importante dell’eredità di Castoriadis, almeno dal punto di vista filosofico?

Bisognerebbe considerare la sua eredità in diversi ambiti, ma se ci limitiamo alle questioni sollevate in Les embarras de l’indentité, quanto ci viene da Castoriadis è, innanzitutto, un’idea seria della vita sociale che lo distingue da tutti i pensatori legati alla costellazione del marxismo, della sinistra e dell’estrema sinistra. In effetti, in lui è possibile trovare una concezione del sociale, mentre negli altri non esiste. Intendo dire che abbiamo dei marxisti individualisti, per i quali il sociale è sinonimo di “molte persone”, di moltitudine. Il punto di partenza di Castoriadis è che una società non significa “molte persone”. La differenza tra il punto di vista dell’individuo e quello della società non consiste nel passaggio da una sola persona a molte persone: l’intersoggettività non è sufficiente. Ovviamente non tutti hanno una posizione così riduttiva e allora abbiamo dei teorici che affrontano la questione dell’identità in termini che vorrebbero sociali, ma si fermano alla psicologia, ad una psicologia collettiva, delle masse.

Pensano di poter spiegare i fenomeni politici contemporanei con dei concetti psicologici – imitazione, identificazione, ecc. – ma siamo di fronte a un malinteso, e ce ne accorgiamo non appena confrontiamo questa impostazione con coloro che hanno una vera filosofia sociale. In Castoriadis, fondamentale è il concetto di istituzione, che serve proprio a designare ciò di cui non può rendere conto nessuna psicologia, che sia individuale o di massa. Questo è il concetto che ho ripreso da diversi pensatori, e che si ritrova anche in lui. Ma il suo contributo specifico, assente invece in altri pensatori come Durkheim o nella tradizione di Montesquieu, riguarda la questione dell’immaginario. Una moltitudine non significherà mai altro che una gran quantità di persone, laddove una società si definisce per la sua capacità di darsi delle forme di rappresentazione di se stessa, e oltre alle forme di rappresentazione si definisce per la sua volontà di esistere. Dunque il concetto d’identità collettiva, formulato da Castoriadis e da me ripreso alla fine del libro, implica una società che è in grado di proiettarsi nell’avvenire e che è in grado di assumere se stessa secondo la propria volontà.

Stiamo parlando, qui, del concetto di “autonomia”, che ha un ruolo fondamentale nel suo pensiero. Trovo però che la sua formulazione comporti qualcosa di paradossale. Da un lato, abbiamo la storia della libertà e dell’autonomia che apparterrebbero in maniera quasi esclusiva all’Occidente. Castoriadis afferma che le lotte per l’emancipazione si sono sedimentate progressivamente nelle istituzioni e in tipi antropologici a partire almeno dalla Grecia antica. La cultura occidentale godrebbe quindi di un privilegio culturale rispetto a tutte le altre culture storiche sottoposte alle istituzioni dell’eteronomia. Questo privilegio, però, si trova rovesciato se si considera l’eccezione occidentale dal punto di vista del progetto “prometeico”, ossia il progetto di espansione illimitata del controllo razionale del mondo che sfocia – come Castoriadis stesso lo sottolinea – in una “sparizione totale della prudenza, della phronesis”. Ma questa limitazione, questa istituzione di un limite imposto all’uomo è appunto ciò che funziona nella culture dell’eteronomia.

Bisogna innanzitutto considerare, che per lui una società può dirsi autonoma in due sensi. In un primo senso, tutte le società possiedono una forma di autonomia dal momento che le forme di vita, le culture, le identità collettive, gli immaginari che si istituiscono, non sono deducibili dalle condizioni naturali. È qui che abbandoniamo il marxismo, ed è il punto d’avvio dell’istituzione immaginaria della società: le strutture materiali non rendono conto dei significati che le istituzioni assegnano agli eventi e che insieme costituiscono un immaginario coerente. Tale coerenza, inoltre, non è il prodotto di una cooperazione tra individui ma una creazione collettiva. Parliamo di coerenza non dal punto di vista logico, ma per indicare che questi significati fanno sistema. In questo senso, ogni società è autonoma rispetto all’impero della natura, contrariamente a quanto è sostenuto nelle varie forme di materialismo storico. Nelle società storiche appare poi l’eccezione occidentale che Castoriadis fa risalire alla Grecia antica.

Qui il termine autonomia è connesso con la nascita simultanea della democrazia e della filosofia, e con il destino che esse hanno lasciato in eredità alla storia occidentale nel suo svolgersi successivo. È in tale contesto che qualifica le altre società di eteronome. C’è allora un paradosso? Sì, senza dubbio. Egli ha cercato di rispondervi, forse in modo non del tutto soddisfacente e senza esaurire la questione, introducendo il concetto di autolimitazione. Il paradosso è che ogni società si produce da sé, nessuna società è il prodotto delle condizioni naturali, e di conseguenza stiamo considerando qui una sorta di fatto antropologico generale. Ora, con la comparsa della democrazia, per ciò che riguarda la politica, e la filosofia, per ciò che riguarda la rappresentazione del mondo e gli interrogativi che gli uomini posso rivolgere alla loro cosmologia, emerge qualcosa di nuovo e diverso. Abbiamo l’interrogazione di un ordine dato in nome della potenza umana di mettere fine alle leggi ereditate, per instaurarne delle altre.

L’autonomia diviene ora un’autolegislazione. Io vedo però un problema nel suo concetto di autonomia. L’autolegislazione è riconducibile o al concetto di Rousseau o a quello di Kant. Per Castoriadis non può trattarsi del concetto di Kant, perché questa astrazione del soggetto razionale non lo interessa. È il soggetto storico ad essere in questione. Quindi dev’essere l’autonomia nel senso di Rousseau: l’autolegislazione di un corpo politico. Ma la difficoltà nasce dal momento che Rousseau è il teorico del contratto sociale e concepisce la nascita del corpo politico attraverso la volontà degli individui, cosa a cui Castoriadis non crede per nulla. Non c’è un corpo politico in virtù del contratto sociale, dal momento le società sono già sempre presenti. Quindi il problema che si pone Castoriadis non è tanto quello della creazione del corpo politico, ma del modo in cui noi vogliamo perpetuare quel corpo politico che è il nostro, cambiando ciò che va cambiato secondo la nostra comprensione del mondo. Problema del tutto diverso, che lo porta a considerare, in particolare nei seminari sulla Grecia, la questione della politeia, di come cioè una società possa ricevere se stessa. Se la società non comincia oggi, vuol dire che ha un passato: la vita sociale che noi conduciamo non è possibile che perché siamo stati preparati ad essa – è qui che interviene il concetto di “tipo antropologico” –.

In ogni società umana, dobbiamo ricevere noi stessi da noi stessi. Noi riceviamo le nostre possibilità future dal nostro passato, e se deve esserci uno spazio per il nostro intervento, per la nostra legislazione, per il nostro rifiuto delle forme passate e per l’invenzione di forme nuove, è in questo momento di accoglimento e ricezione che deve inserirsi. Abbiamo, per quanto riguarda l’Occidente, una dualità che Castoriadis ha perfettamente riconosciuto e di cui ha parlato mille volte: la dualità della modernità tra il progetto di autonomia, da un lato, e il progetto di controllo assoluto, dall’altro. La sua idea di autolimitazione c’impone di pensare che il progetto di autonomia debba comportare il rifiuto del miraggio di un controllo assoluto (crescita illimitata, dal punto di vista economico, possibilità illimitate, dal punto di vista delle forme sociali), perché questo miraggio ci fa perdere la libertà che abbiamo di fondare su noi stessi le nostre istituzioni. La questione che vedo oggi, nel solco del pensiero di Castoriadis, è come concepire il progetto di autonomia se non si ha riconosciuto e compreso che le istituzioni sono ricevute e non create dal nulla, come se fossimo appena usciti dallo stato di natura.

In che senso è possibile parlare, per Castoriadis, di una filosofia militante? E come il suo approccio alla filosofia può essere avvicinato – come da Lei sostenuto – a quello “stile elementare”, che sarebbe incarnato in modo esemplare da Wittgenstein?

La formula “filosofia militante” corrisponde abbastanza bene all’idea che Castoriadis si fa della relazione interna che intercorre tra la nascita della filosofia e la nascita della democrazia. La filosofia militante consiste nell’affermare che nessuna domanda è esclusa in partenza, non ci sono divieti o tabù. Non tutte le domande sono interessanti, ma non ce n’è nessuna che non dovrebbe essere posta. Da ciò consegue l’incompatibilità della filosofia con un regime nel quale alcune verità sarebbero già acquisite e il lavoro del pensiero si limiterebbe a commentarle e interpretarle. La stessa cosa vale, quindi, per la democrazia: nessuna domanda è vietata in anticipo. È qui che appare ciò che lui stesso definisce la dimensione forzatamente tragica dell’ordine democratico. Poiché nulla ci è vietato, e noi non siamo quindi protetti contro noi stessi da nessun divieto, la misura, la limitazione deve venire da noi.

Un ruolo importante svolgono, allora, la saggezza filosofica e la phronesis (la prudenza), il cui modello, secondo Aristotele, è rappresentato da Pericle, il grande uomo politico. Con la formula “stile elementare”, invece, io intendo definire l’opposizione di alcuni filosofi all’idea che il compito della filosofia consisterebbe nel trovare dei fondamenti ultimi o, se questi fondamenti sfuggono, di concludere che tutto è equivalente e non c’è nulla da pensare, atteggiamento che è solo l’altra faccia di una filosofia del fondamento. La filosofia del crollo dei fondamenti è la filosofia dei fondamenti che fallisce, ma non è un’altra maniera di filosofare. Ora Castoriadis non aveva alcuna stima di Wittgenstein e disprezzava tutto ciò che era filosofia analitica, che interpretava come positivismo. E questo perché in realtà non l’aveva letto. A differenza, però, della maggior parte dei più brillanti filosofi della sua generazione, che erano tutti degli heideggeriani, Castoriadis si era dedicato alla logica provenendo dalla matematica.

Così ciò che i filosofi analitici fanno chiamandolo logica, lui lo faceva chiamandolo matematica, ma è in questo contesto che appaiono in lui le questioni analitiche. Ed è in malafede quando attacca la filosofia analitica, perché lui stesso ripone molta importanza nelle distinzioni concettuali che va a cercare nella matematica. Invece di cercare i fondamenti, il punto di partenza grazie al quale si può costruire un grande edificio, l’idea di “stile elementare” rinvia a ciò che accade nelle scuole elementari, ossia là dove si pongono le prime domande, che non sono domande sul fondamento, ma le domande più semplici, e questo è lo stile di Wittgenstein. E lo si ritrova in Castoriadis quando spiega perché si allontana dalla maniera heideggeriana. Bisogna cominciare da dove si è, e non andare alla ricerca di un punto di partenza immaginario.

Una versione più breve di questa conversazione è uscita sul numero 34 di alfabeta2

  1. Vincent Descombes, Les embarras de l’identité, Gallimard, Paris, 2013. []
  2. Il gruppo Socialismo o barbarie, nato nel 1949, dopo aver subito al suo interno alcune scissioni, si autoscioglie definitivamente nel 1967. []
  3. Vincent Descombes, Un renouveau philosophique, «Revue européenne des sciences sociales», n°. 86, Librairie Droz, Genève, 1989, pp. 69-85; «L’illusion nomocratique», in Le raisonnement de l’ours, Seuil, Paris, 2007, pp. 287-312; Le principe de détermination, «Cahiers critiques de philosophie», n°6, Hermann, Paris, 2008, pp. 63-79; []

alfadomenica gennaio #3

CASTORIADIS sul SENSO  – GALCERÁN sul 15M - SEIDEL POESIA - JAAR VIDEO *

LA DISTRUZIONE DEL SENSO
Cornelius Castoriadis

Anticipiamo un inedito di Cornelius Castoriadis pubblicato sul nuovo numero di alfabeta2 (n.34, gennaio - febbraio 2014) in edicola e in libreria nei prossimi giorni.
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IL 15M È ANCORA VIVO?
Montserrat Galcerán

Dopo aver fatto la sua comparsa nel maggio del 2011, il 15M spagnolo si è affermato come nuovo soggetto nell'agitato panorama politico contemporaneo. Oggi, dopo oltre due anni di mobilitazioni e di lotte, continua a porci degli interrogativi.
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STORIA DELL'ITALIA MODERNA
Frederick Seidel

Vedo Silvio in cerata gialla
saltellando su e giù sotto un fortunale
Cantando "Rain, rain go away
Come again another day.
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ALFREDO JAAR – ABBIAMO AMATO TANTO LA RIVOLUZIONE
Guarda il video >

All'artista Alfredo Jaar è dedicato il numero 34 di alfabeta2
Una sua mostra è in corso fino al 9 marzo alla  Fondazione Merz di Torino

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

 

La distruzione del senso

Cornelius Castoriadis*

Il linguaggio umano comporta sempre due dimensioni indissociabili: quella del codice, insieme di significanti (parole, espressioni o frasi) in corrispondenza termine a termine con un insieme di significati o referenti; e quella della lingua, grazie alla quale il medesimo insieme di significanti veicola delle significazioni, si rapporta a qualcos’altro rispetto a degli “oggetti” (“reali” o “intelligibili) ben definiti e ben determinati. “Ho comprato un cane”, “Ha un salario di 4000 franchi al mese”: codice. “L’uomo dev’essere libero”, “Questa società è ingiusta”, “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai”, “Ho fatto sedere la Bellezza sulle ginocchia, l’ ho trovata amara”: lingua.

Non c’è fotografia né formula chimica né definizione logica possibile della libertà, della giustizia, della bellezza. Sono delle semplici significazioni immaginarie sociali come lo sono quelle veicolate da parole quali totem, tabù, mana, Dio, cittadino, nazione, partito, Sato, ecc. Inversamente, queste significazioni immaginarie sociali, le più importanti di tutte, quelle che incarnate nelle istituzioni tengono insieme ogni società, non esistono che a condizione di essere veicolate ed espresse attraverso delle parole (Anche quando è vietato “nominare” Dio, esso è comunque designato: “colui che è”, ecc.). Ciò accade nella più strana di tutte le relazioni strane alle quali il linguaggio ci confronta. In questo caso, la relazione della “parola” con il suo “significato” – la significazione – non può essere assolutamente determinata e rigida, né, nella società considerata, totalmente arbitraria, ossia manipolabile a piacere (1).

La riduzione del linguaggio alla sua sola dimensione di codice – termini che denotano “oggetti” ben distinti, definiti e determinati, e segnali pavloviani che producono dei comportamenti –accompagnata da una manipolazione totalmente arbitraria delle parole che veicolano le significazioni è evidentemente un tentativo di distruzione del linguaggio in quanto tale. Ed è proprio ciò che il regime russo persegue inconsapevolmente. Non si tratta di controllare il pensiero degli uomini, il regime vi ha rinunciato da tempo (è anche una delle ragioni per cui l’utilizzo, nel suo caso, della nozione di “totalitarismo” dev’essere rivista).

Si limita a controllare i comportamenti. Non si tratta nemmeno più – secondo il geniale passaggio al limite immaginato da Orwell – di rendere la sua critica linguisticamente impossibile (2). Si tratta di distruggere il rapporto degli uomini con la significazione e con il linguaggio come mezzo e veicolo di una verità possibile, quindi di un movimento di società. Tentando di diventare Padrone assoluto delle significazioni, il regime finisce col distruggerle e col distruggere la significazione in quanto tale. La distruzione di qualsiasi attributo, stabile o mutevole, riferito a cose che non siano “materiali” o “logiche” è abolizione della possibilità stessa della verità.

L’affermazione paradossale: words mean what I want them to mean non si può realizzare che distruggendo il linguaggio. Questa rovina del linguaggio umano, potentemente favorita anche da fattori autoctoni, travalica da tempo le frontiere della Russia. Sotto la pressione russo-comunista, combinata con la decomposizione interna della società occidentale, il rapporto della parole alle significazioni tende ad essere distrutta in tutte le lingue. Il significato della parola “socialismo”, ad esempio, è tutt’altro che determinato, la parola non è univoca, non possiede il senso unico e rigorosamente definibile dei termini anello o filtro in matematica.

Era inevitabile e, se è permesso dirlo, una fortuna che così fosse: altrimenti colui che avesse criticato un certo significato attribuito alla parola socialismo avrebbe dovuto essere trattato da ignorante o da squilibrato. Ma ecco la differenza: dalla polisemia feconda della parola siamo passati ora alla sua totale perversione, che non riguarda più da tempo i soli comunisti. Quando, nel 1981, il quotidiano francese più serio intitola una serie di articoli “Vietnam: il socialismo a passi lenti" (3), ci si può chiedere se voglia introdurre in modo subdolo nella mente dei suoi lettori l’idea che il socialismo siano i campi di concentramento e la dittatura totalitaria del partito unico oppure se, continuando in tal modo una tradizione quasi secolare dei grandi spiriti liberali e progressisti dell’Occidente (4) vuol fare intendere che questi incidenti minori non saprebbero modificare in nulla l’essenza socialista del regime Vietnamita.

In questo caso, c’è da scommettere che non si tratti né dell’una né dell’altra ipotesi – ma semplicemente della partecipazione attiva alla confusione generale dell’epoca, nella quale le parole sono utilizzate in qualsiasi modo per dire qualsiasi cosa. In questa situazione, un discorso che mira alla verità diventa, socialmente e sociologicamente, quasi impossibile – il che favorisce a meraviglia gli scopi russo-comunisti. E ciò appare altrettanto chiaro nella situazione in cui si trovano gli avversari e i critici non reazionari del russo-comunismo, che tendono ad essere ridotti all’afasia o all’alessia.

Sono infatti spinti a un dilemma dai termini impossibili: o conservano delle parole come socialismo, rivoluzione, democrazia con il rischio sicuro di essere confusi con coloro che combattono, a meno di essere costretti a trasformare in lunga dissertazione terminologica ogni frase che pronunciano; oppure abbandonano, pezzo per pezzo, tutto il vocabolario politico e sociale irreversibilmente pervertito, e rimangono alla fine afoni.

* Questo brano è tratto dal volume Devant la guerre, Fayard, Paris, 1981, pp. 234-237. Ringraziamo Zoé Castoriadis per averci permesso di pubblicarlo.

Traduzione dal francese di Andrea Inglese

Leggi la Bibliografia francese e italiana di Castoriadis

NOTE

1 Si pensi a cosa significano nelle nostre società le parole “giusto” e “giustizia”. È impossibile sostenere che hanno un significato fisso, definitivo e ben determinato dal momento che le discussioni intorno ad esse sono interminabili e ci contrapponiamo gli uni agli altri, ma è impossibile anche sostenere che non significano niente o qualsiasi cosa. Se, ad esempio, per lo stesso delitto, commesso da individui della stessa età, stessa condizione, ecc., in circostanze quasi identiche, due tribunali pronunciano delle sentenze molto diverse, nessuno sosterrà che entrambe le sentenze possano essere altrettanto giuste.

2 Big brother is ungood è una frase priva di senso nel Newspeak. Orwell aveva visto con un’acuità incomparabile la necessità del terrificante impoverimento del linguaggio che cerca d’imporre il comunismo, il suo tentativo di distruggere il fondamento della significazione distruggendo la polisemia, sfrondando il lessico e sopprimendo i “sinonimi”. “La riduzione del vocabolario era considerata come un fine in sé, e a nessuna parola di cui si poteva fare a meno era possibile sopravvivere (…). La funzione speciale di certe parole del Newspeak non era tanto di esprimere dei significati che di distruggerli.” Uno studio da questo punto di vista della stampa comunista (dell’Humanité, ad esempio) resta da fare e sarebbe di certo molto illuminante.

3 “Le monde”, 17/18/19.3.1981 È questa la pratica corrente, costante, ininterrotta. Marchais che approva l’invasione dell’Afghanistan, ossia che proclama la sua sottomissione alla politica estera russa, è l’“internazionalismo”; un colonnello o un sergente qualsiasi in un paese del Terzo Mondo che s’impossessa del potere e si proclama socialista, mentre massacra un buon numero di “suoi” sudditi, è il “socialismo in cammino”, ecc. E lo stesso giornale si bacchetterà sulle dita se un’improprietà di linguaggio è sfuggita nelle colonne della pagina gastronomica o ippica.

4 Si troverà una lista inevitabilmente incompleta, e più che deprimente nel libro eccellente di Davide Caute, Les Compagnons de route 1917-1968, Laffont, Paris, 1979. Tra i grandi nomi e l’intellighenzia occidentale, quelli che non si sono macchiati di complicità con lo stalinismo sono infinitamente più facili da contare che gli altri. Il record in questo campo è stato certamente battuto dalla Francia.

Riforme della scuola

Giorgio Mascitelli

Negli ultimi quindici anni il termine riforma ha sviluppato nel mondo della scuola una serie di sfumature e connotazioni così diverse da quelle abituali nel passato che non è azzardato affermare che questo sostantivo ha conosciuto una modificazione del suo arco semantico. Non si tratta solo dell’evidenza che la parola ha assunto, in Italia come all’estero, per insegnanti, studenti e genitori l’accezione di diminuzione delle risorse finanziarie disponibili, ma anche del fatto che spesso serve a indicare una serie di provvedimenti talvolta contraddittori, la cui natura e finalità sono oscure anche a coloro che li dovrebbero applicare. Leggi tutto "Riforme della scuola"