Premi agli antipodi

Francesca Benocci

Nell'ottobre 2013 la scrittrice neozelandese Eleanor Catton ha vinto il Man Booker Prize con I luminari (The Luminaries, VUP 2013, edito in Italia da Fandango nella traduzione di Chiara Brovelli), il suo secondo libro dopo La prova (The Rehearsal, VUP 2008, Fandango 2010, traduzione di Flavio Santi). Nata e cresciuta in Canada, Eleanor Catton (1985) è la più giovane scrittrice ad aver mai ricevuto questo premio e con le sue 832 pagine I luminari è il romanzo vincitore più lungo nei quarantacinque anni di storia del Booker.

Sul sito di Fandango, I luminari è presentato così: “1866, Nuova Zelanda. Walter Moody è appena sbarcato nella città dell’oro, un piccolo avamposto ai confini con il mondo civilizzato, costruito tra la giungla selvaggia e la costa più impervia, esposta ai venti e agli influssi delle maree. Vuole far fortuna nelle miniere, come cercatore, ma la notte del suo arrivo si ritrova, quasi casualmente, nel bel mezzo di una misteriosa riunione, un pantheon rovesciato di dodici uomini dalla pelle segnata dal sole e ingrigiti dalla polvere. Si sono dati appuntamento in gran segreto nella sala fumatori del Crown Hotel per parlare di una serie di crimini e misfatti avvenuti a Hokitika in quei giorni, e rimasti ancora irrisolti”.

Il Man Booker Prize è un riconoscimento molto prestigioso per chi scrive in lingua inglese, ed è solo la seconda volta che il vincitore viene dalla Nuova Zelanda. Trent’anni fa, per essere precisi nell’ottobre 1985 (proprio l’anno di nasscita di Eleanor Catton), lo stesso premio era stato conferito a un’altra scrittrice e poetessa neozelandese di origini māori ed europee: Keri Hulme (1947). Il romanzo vincitore, the bone people, è un’opera controversa, dalle tematiche intensissime, e il verdetto del Booker non ha mancato, in seguito, di generare polemiche infinite nei circoli letterari e accademici neozelandesi. È la storia toccante di un uomo, una donna e un bambino che devono ciascuno trovare un modo in cui sopportare la vita e quello che la vita ha riservato loro: Joe è di etnia māori, ha perso la moglie e il figlio neonato per via di un’epidemia di influenza e ha trovato rifugio nell’alcol; Simon, pākehā (che in Nuova Zelanda sta per “non māori, di origini europeo-britanniche”), ha circa cinque anni, è muto ed è figlio adottivo di Joe da quando lo hanno ritrovato su una spiaggia, superstite di un incidente nautico; Kerewin Holmes (alter ego dell’autrice Keri Hulme) è di discendenza mista, molto solitaria e sarà il “ponte” che consentirà a Joe e Simon di trovare l’equilibrio necessario per coesistere. In cambio loro le restituiranno la pace, la speranza e la famiglia.

Letto in ambito post-coloniale, oltre ad essere una cronaca delle problematiche intrinseche a una società dal biculturalismo in parte “forzato” (alcolismo, violenza, solitudine, perdita delle radici e dei riferimenti culturali), è anche espressione della sintesi auspicabile nell’evoluzione sociale di un paese abitato da due popoli diversi, impegnati a trovare un equilibrio che consenta loro di coesistere senza perdere se stessi.

Il romanzo, dalla vicenda editoriale piuttosto complessa, è stato pubblicato nel 1984 e, nel 1991, è stato tradotto in tedesco. A tutt’oggi non è ancora disponibile una traduzione in italiano, nonostante si tratti di una delle opere fondamentali della letteratura neozelandese. Allora occorre riflettere su cosa sia cambiato, specie nel mondo della traduzione editoriale: in questo caso non può trattarsi di lunghezza, perché the bone people è lungo circa 500 pagine; non è l’influenza cinematografica, perché di The Luminaries non esiste ancora un adattamento cinematografico; non è l’importanza dei riconoscimenti conferiti, perché hanno vinto lo stesso premio internazionale. Che sia, forse, la distanza che si accorcia? O che invece, più probabilmente, il “regionalismo” delle tematiche del romanzo di Hulme non si adattasse (e non si adatti) al “lettore globale”?

The Luminaries è un’opera mastodontica ed eccezionale ma, senza nulla togliere al merito del vincitore del Booker 2013, la speranza per il futuro di questo mondo in movimento spasmodico verso l’ubiquità dovrebbe essere, per lo meno dal punto di vista editoriale, quella della condivisione dell’appartenenza, non della rinuncia ad essa.

Paraguay, musica in cambio di spazzatura

Francesca Lazzarato

In America Latina almeno quattro milioni di persone vivono letteralmente di spazzatura: che siano cartoneros o cirujas argentini, pepenadores messicani, catadores brasiliani, questi “riciclatori informali” perlustrano le strade o esplorano le discariche a cielo aperto in cerca di tutto ciò che può essere recuperato, riutilizzato e venduto.

È così che intorno ai vertederos, dove ogni giorno vengono scaricate tonnellate di rifiuti, si formano comunità come quella di Cateura, cresciuta attorno alla principale discarica di Asunción, la capitale del Paraguay: duemila e cinquecento famiglie stipate in baracche di legno, lamiera e cartone, spesso inondate dalle acque del fiume che trasformano in torrenti di fango le strade non asfaltate e in un'isola a forma di piramide la colossale montagna di spazzatura. Il rischio di contaminazione da metalli pesanti del vicinissimo río Paraguay è così alto che il governo ha deciso, più o meno un anno fa, di chiudere la discarica e spostarla in luoghi più sicuri e non urbanizzati: un disastro per le migliaia di persone la cui sopravvivenza dipende dal quotidiano frugare tra i rifiuti.

La desolata bidonville smetterà di esistere, magari per rinascere altrove, lontano, seguendo la scia pestilenziale dell'indispensabile spazzatura? Che i suoi abitanti si disperdano o no, c'è comunque qualcosa che continuerà a unirli: la Orquesta Reciclados de Cateura, formata da bambini e adolescenti del quartiere che hanno imparato a suonare sotto la direzione di Favio Chávez, tecnico ambientale, musicista dilettante e fondatore di quella che a un primo sguardo potrebbe sembrare una delle tante orchestre infantili e giovanili latinoamericane, cui ha dato impulso per primo, quarant'anni fa, l'economista e musicista venezuelano José Antonio Abreu, ovvero l'ormai celebre creatore di El Sistema, un programma di educazione musicale che in Venezuela coinvolge più di seicentomila ragazzini appartenenti alle classi sociali più sfavorite, e che è ormai noto e imitato in tutto il mondo.

I Reciclados di Cateura, però, sono un po' diversi dagli altri: poverissimi tra i poveri, suonano strumenti costruiti all'interno della comunità (se ne occupa un “raccoglitore” di nome Nicolás Gomez, e alle rifiniture più delicate ci pensano i ragazzi) e messi insieme con materiali trovati nella discarica, come latte di olio per motori, bidoni di benzina, pezzi di legno e perfino radiografie, che diventano violoncelli, violini, flauti, contrabbassi, chitarre. “Professionali” in modo stupefacente, i Reciclados hanno un vasto repertorio di pezzi classici eseguiti con impeccabile sicurezza e possono inoltre contare sull'appoggio di Luis Szaràn, famoso direttore d'orchestra e fondatore di Sonidos de la Tierra, un'associazione che dal 2002 crea in territorio paraguayano scuole di musica e laboratori in cui si impara a costruire strumenti, tutti direttamente gestiti dalle comunità di appartenenza.

E se prima contribuivano al bilancio familiare a guadagnarsi la giornata nella discarica, oggi i giovanissimi orchestrali riescono non solo a migliorare le loro prospettive per il futuro, ma anche quelle degli altri: grazie ai compensi per le esibizioni in teatri europei (Olanda, Spagna, Inghilterra) e per la partecipazione al tour in America Latina della band Metallica, che l'anno scorso li ha voluti come partner in più di un concerto, hanno intenzione di finanziare gli studi di una quarantina di ragazzi, di costruire un edificio che ospiti la Scuola di Musica di Cetaura, oggi frequentata da 200 bambini, e di aiutare le famiglie più in difficoltà ad acquistare nuove abitazioni. Un programma ambizioso, ma tutt'altro che impossibile per chi, come dice Favio Chavez, “dal mondo riceve spazzatura, e gli restituisce musica”.

Leggere Martín Adán, un’avventura della conoscenza

Francesca Lazzarato

Si chiamava Rafael de la Fuente Benavides ed era nato nel 1908 in una enorme casa di calle Corazón de Jesús, nel cuore di Lima, dove visse con una terribile zia dopo aver perso ancora bambino i genitori e il fratello. La sua era una famiglia borghese e agiata, la cui lenta rovina gli lasciò solo una piccola rendita sufficiente a vivere al limite della miseria.

Mantenere un impiego qualunque gli era impossibile, per via delle frequenti crisi depressive e soprattutto dell'alcolismo in cui era perdutamente sprofondato, uscendone a tratti durante i lunghi ricoveri volontari in manicomio e in cliniche psichiatriche, ma finendo sempre per precipitarvi di nuovo. Una vita oscura, la sua, trascorsa per scelta in estrema solitudine e conclusa nel 1985, mentre a vegliarlo c'era l'amico di sempre Juan Mejía Baca, libraio-editore, che conosceva meglio di chiunque la sua ritrosia, gli anni trascorsi tra pensioni miserabili e poveri alberghetti, le ragioni di un isolamento così assoluto dell'autoesilio in strutture psichiatriche quali l'ospedale Larco Herrera, la sua unica vera casa, dove non era un paziente ma piuttosto un ospite libero di andare e venire.

E libero, soprattutto, di scrivere: perchè, con il nome di Martín Adán, Rafael de la Fuente è stato ed è uno dei più grandi poeti latinoamericani del '900, figura di spicco del gruppo di scrittori che nel primo ventennio del secolo scorso irruppero sulla scena letteraria peruviana, sospinti da un vento nuovo arrivato dall'Europa, ma filtrato costantemente attraverso l'esperienza e la sensibilità locale. A dar loro voce era soprattutto la rivista Amauta, fondata e diretta da José Carlos Mariátegui, che pubblicò frammenti della prima e unica opera in prosa di Adán, La Casa de Cartón, scritta durante l'adolescenza e già straordinaria, una sorta di ritratto in chiave surrealista della società peruviana e della realtà urbana limeña in cui la tradizione si scontra e si fonde con i tempi nuovi (un'edizione di questa piccola obra maestra l'ha proposta la spagnola Bartataria nel 2009, ma ne esiste anche una versione italiana del 1987, curata da Antonio Melis per la Liviana). Da allora, a parte un saggio sul barocco in Perù che è poi la sua tesi di laurea, Adán non scrisse che poesia, riunita in otto antologie compilate quasi sempre da altri, probabilmente per via della sua estrema riluttanza a separarsi da testi corretti e riscritti sino all'esasperazione, addirittura per anni.

Dopo il breve attraversamento della tardiva (e comunque notevolissima) avanguardia peruviana, che gli permise di sperimentare una libertà, un'irriverenza e un'ironia pronte a riaffacciarsi anche in seguito, tornò a forme metriche più tradizionali (anche se qualcuno ha definito “antisonetti” i prodigiosi componimenti raccolti in Travesía de extramares), senza tralasciare però il verso libero, ricco di coloriture barocche o espressioniste, maliconicamente ironico, profondo, misterioso, consegnato a una ricerca non solo formale, ma anche a quella di un senso sfuggente e perseguito con passione.

Oggi più che mai, a trent'anni dalla sua morte (un anniversario che per fortuna non è passato inosservato, almeno nel suo paese) leggere il poeta Martín Adán è “un'avventura della conoscenza”, come testimoniano indagini critiche sempre più approfondite e frequenti, oltre a qualche opportuna riproposizione della sua opera di cui, però, ancora non esiste una vera e definitiva edizione critica, capace di riordinare e sistematizzare i preziosi materiali donati da Mejía Baca alla Pontificia Universidad Católica del Perú già l'anno dopo la morte del poeta, e che includono manoscritti di ogni genere, tra i quali taccuini e fogli sciolti (secondo la leggenda che gli è cresciuta intorno, Adán usava scrivere su scatole di fiammiferi, tovaglioli di carta e simili) con numerose poesie ancora sconosciute ai suoi lettori.

Lettori giovani, soprattutto, che, come sottolinea uno dei più importanti critici latinoamericani, il peruviano Julio Ortega, “in questo momento di grande scetticismo, di incertezza circa il valore della parola in quanto creatrice di oggettività e verità” si rivolgono a lui “in cerca di quel che manca e che eccede le nostre forze. Adán rappresenta questo bisogno di una vita più piena, in cui si dia valore al linguaggio creativo. E questo è qualcosa che induce alla speranza”.

alfadomenica maggio #2

LUCARELLI sulla CRISI – VANNINI sulla BIENNALE – UN EBOOK su CHARLIE – RUBRICHE di Galimberti, Lazzarato e Carbone *

SULL'USO CAPITALISTICO DELLA CRISI
Stefano Lucarelli

La crisi messa a valore. Scenari geopolitici e la composizione da costruire a cura di, Commoware, Effimera e Unipop, raccoglie gli interventi sviluppatisi, prima, durante e dopo, due intense giornate dello scorso novembre tenutesi presso il Centro sociale Cantiere e lo Spazio di Mutuo Soccorso a Milano.
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IL CILE DELLA DISSIDENZA ALLA BIENNALE
Intervista di Elvira Vannini a Nelly Richard curatrice del Padiglione cileno

Per la prima volta il Cile è rappresentato da due donne: Nelly Richard, teorica e critica d’arte, francese d’origine ma cilena d’adozione, convoca a Venezia Lotty Rosenfeld (1943) e Paz Errázuriz (1944), due voci dissidenti che attraversano la storia del paese, dalle repressioni dittatoriali, alla fase della post-transizione democratica fino alle contraddizioni dell’attuale agenda neoliberale.
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SCRITTI DOPO GLI ATTENTATI DI PARIGI

Un ebook a cura di Nazione Indiana che raccoglie gli interventi usciti su Nazione Indiana e alfabeta2 dopo gli attentati di gennaio.
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a un intellettuale anonimo

Rifiutare non è veramente possibile senza incorrere nella punizione. Un discorso diverso si potrebbe fare per l’altro grande pilastro che rappresenta, per me l’essere autonomo e che va del pari con il rifiuto del lavoro, e cioè  il “sabotaggio”. Ma questo non è  il soggetto della tua domanda, Forse nella prossima inchiesta…
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COORDINATE dall'America Latina di Francesca Lazzarato

Con una lunghissima frontiera attraversata per decenni da milioni di persone in cerca di lavoro e di futuro, il Messico viene giustamente considerato un paese di migranti, mentre assai meno percepita è la sua capacità di accoglienza, testimoniata da istituzioni come la Casa Refugio Citlaltépetl di Ciudad de México (inaugurata nel 1999, ospita scrittori costretti all'esilio), ma soprattutto dalla sua storia recente.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Cannabis: I Beats sono stati la prima generazione di scrittori per cui la cannabis è stata fondamentale.
Poesia: Per me la poesia ideale è quella che una persona può leggere e capire al suo livello primario di significato dopo una sola lettura.
Popolarità: L'altro giorno sono stato allo stadio Jingu...
Spazzatura: Di tutti i materiali che ogni giorno vengono trattati nei processi di produzione e distribuzione negli Stati Uniti, il 99 per cento sarà spazzatura nell'arco di sei mesi.
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Un cavallo travestito da Carrington

Francesca Lazzarato

Con una lunghissima frontiera attraversata per decenni da milioni di persone in cerca di lavoro e di futuro, il Messico viene giustamente considerato un paese di migranti, mentre assai meno percepita è la sua capacità di accoglienza, testimoniata da istituzioni come la Casa Refugio Citlaltépetl di Ciudad de México (inaugurata nel 1999, ospita scrittori costretti all'esilio), ma soprattutto dalla sua storia recente.

Negli anni Trenta e Quaranta, infatti, il Messico offrì un luogo in cui vivere ad almeno ventimila repubblicani spagnoli, concretamente aiutati a raggiungerlo dal presidente Lázaro Cárdenas e da uomini come Gilberto Bosques, il console che affittò due castelli vicino a Marsiglia per ospitarvi i profughi rinchiusi in condizioni disumane nei campi di concentramento francesi, e che firmò almeno 40.000 visti destinati ad altrettanti “emigranti” europei di varie nazionalità, in fuga da persecuzioni politiche e razziali. Finita la guerra, alcuni avrebbe fatto ritorno in Europa, ma la maggioranza sarebbe rimasta, come accadde alla pittrice surrealista Leonora Carrington che, fuggita dalla Francia dopo l'arresto del suo compagno Max Ernst, aveva vissuto terribili esperienze nella Spagna del primo franchismo e si era rifugiata nell'ambasciata messicana di Lisbona, riuscendo finalmente a partire per l'America nel 1941.

Nata in una ricca famiglia assai conservatrice con cui era in aperto conflitto, aveva allora venticinque anni e non sapeva ancora che in Messico avrebbe trascorso il resto della vita, diventandone non solo cittadina a tutti gli effetti, ma anche amatissima gloria nazionale. E certo non poteva immaginare che nel 2015 la sua opera sarebbe stata scelta dalla patria acquisita come “pezzo forte” del ricco e articolato Year of Mexico attualmente celebrato in Inghilterra: a quattro anni dalla morte della prodigiosa Leonora, una mostra alla Tate Liverpool ricorda la sua costante e felice esplorazione di forme differenti, che la portò a sperimentare, oltre alla pittura, la scultura, la scenografia, la creazione di tessuti e di oggetti di uso comune, cui si aggiunge una produzione letteraria di tutto rispetto, dalle prime raccolte di racconti al geniale romanzo Il cornetto acustico, dalle poesie alle esilaranti e folli storie scritte e illustrate a uso esclusivo dei suoi figli bambini, ritrovate due anni fa e pubblicate dal Fondo de Cultura Económica con il titolo di Leche del sueño e una copertina che cita allegramente la celebre scultura Cocodrilo, donata dall'autrice alla capitale messicana e collocata in Paseo de la Reforma.

Visibile fino al 31 maggio e composta da almeno un centinaio di pezzi, la mostra esibisce per la prima volta fuori dai confini messicani El mundo magico de los Mayas, il grande dipinto eseguito nel 1964 per il Museo Nacional de Antropologia, in cui i miti e le immagini del Popol Vuh si fondono con la personalissima cosmogonia dell'artista, popolata da un bestiario fantastico e da creature inquietanti e misteriose. Le frasi di Leonora scelte di Chloe Aridjis (curatrice, con Francesco Manacorda, del percorso espositivo) fanno da discalie ed evocano la presenza dell'artista insieme alle foto del suo viso allungato e severo, bellissimo in gioventù come in vecchiaia: una donna straordinaria, una ribelle fieramente indipendente e istintivamente femminista, che odiava le convenzioni e avrebbe voluto essere “un elefante selvaggio” o un cavallo travestito da ragazza. E che secondo Octavio Paz assomigliava alle ibride meraviglie dei suoi quadri: “una poesia che cammina, che a un tratto sorride e si trasforma in un uccello e poi in un pesce, e scompare”.

I fantasmi sonori dell’Uruguay

Francesca Lazzarato

La Peatonal Sarandí è la via principale della Ciudad Vieja, l'antico quartiere di Montevideo dove visse Giuseppe Garibaldi, fiancheggiata da edifici secolari o modernissimi, musei e banche, gallerie d'arte e discoteche, negozi e bancarelle, ristoranti e fast food, insomma da tutto ciò che occorre per trasformare un quartiere degradato ma pieno di fascino in un parco giochi per turisti dove comperare ogni genere di pacottiglia globalizzata e imbattersi in statue viventi uguali a quelle che abitano ormai le piazze e le strade di mezzo mondo. Al numero 430 di questa lunga strada che arriva sino al mare si trova una sorta di singolare “casa infestata” in cui sono ospitati, a partire dal 1959, i fantasmi sonori dell'Uruguay: il Museo de la Palabra, dove sono archiviate e digitalizzate le infinite voci cui è affidata la testimonianza della vita politica, sociale e culturale del paese, a cominciare dagli ultimi anni del XIX secolo.

Tra i documenti raccolti, che provengono quasi per intero da trasmissioni radiofoniche, ci sono storici dibattiti parlamentari come quello sul plebiscito costituzionale del 1980, che avrebbe dovuto legittimare la dittatura e che fu invece sepolto da un 57% di no; epiche radiocronache calcistiche; popolarissimi radiodrammi e interviste a personalità famose; discorsi di celebri politici di passaggio in Uruguay, da Che Guevara a Eva Perón a Charles De Gaulle; la trasmissione pirata dei Tupamaros nel 1959; il primo discorso presidenziale di Pepe Mujica; le ultime dichiarazioni pubbliche di Carlos Gardel – a lungo conteso tra chi lo voleva argentino di Buenos Aires e chi lo pretendeva uruguayano di Tacuarembó: una disputa conclusa nel 2012, col ritrovamento di un certificato di nascita che lo rivela francese di Tolosa - , prima di salire sull'aereo dove sarebbe morto carbonizzato, nel 1935.
Una parte più che consistente dell'archivio, però, è riservata alla letteratura: non per niente la registrazione più antica, incisa nel 1890 su uno dei primi magnetofoni a filo, è quella di un discorso del massimo poeta romantico uruguayano, Juan Zorrilla de San Martín.

Accanto alla sua, voci di glorie nazionali come Juana de Ibarbourou, Mario Benedetti, Juan Carlos Onetti, o di splendide poetesse troppo poco conosciute in Italia, come Idea Vilariño e Marosa di Giorgio, e infine sorprese quasi commoventi come la lettura del racconto Il coccodrillo fatta da uno stanco e anziano Felisberto Hernandez (il più grande tra i grandi raros uruguayani e latinoamericani) nel 1961, tre anni prima di morire nella sua Montevideo. Un patrimonio prezioso,insomma, che adesso è in larga parte accessibile in rete, attraverso il nuovo sito del Museo finalmente inaugurato in febbraio, e sulla cui home page si può trovare oggi un ricordo di Eduardo Galeano, amatissimo scrittore appena scomparso, che legge con voce suadente e chiara El siglo del viento, tratto dal suo Memorias del Fuego e dedicato a Violeta Parra, meravigliosa “cantante contadina” scomparsa più di cinquant'anni fa e mai dimenticata.

Cuentacuentos in fiera

Francesca Lazzarato

Ad annunciare la differenza con manifestazioni europee consimili sono ovviamente i numeri: una durata di tre settimane, uno spazio espositivo di 45.000 metri quadrati, più di un milione di visitatori. Sì, la Feria Internacional del Libro di Buenos Aires, arrivata alla quarantunesima edizione e inaugurata il 23 aprile nella sua sede consueta (il Predio La Rural, colossale zona fieristica in pieno centro cittadino), è indubbiamente giocata su dimensioni per noi impensabili e, inoltre, spesso accompagnata da furibonde polemiche, come quelle che segnarono nel 2010 la presenza di Mario Vargas Llosa, invitato a tenere il discorso inaugurale e assai sgradito al governo Kirchner, o come altre, più recenti, che hanno portato alle dimissioni della bravissima direttrice Gabriela Adamo, ormai giustamente esasperata dalle pesanti pressioni politiche. Perché la Feria è anche questo, una vetrina per il governo in carica, un'occasione di affollati e a volte incandescenti dibattiti sulla cosa pubblica e, in vista delle elezioni presidenziali e legislative che si terranno il 25 ottobre, una passerella per i futuri candidati: un'altra differenza, e non da poco, con le consorelle europee, attraversate solo dai consueti veleni editorial-letterari.

Cosa ci sia nell'immenso calderone di La Rural lo si può scoprire grazie al sito della Feria: un'infinità di incontri e presentazioni, gli inevitabili incontri con scrittori argentini e stranieri pronti a firmare copie e a prestarsi a una frenetica produzione di selfies, la presenza forte di un paese invitato (che quest'anno, a dire il vero, non è una nazione ma una città, ovvero la capitale messicana), corsi e concorsi, diverse lectio magistralis, insomma tutto ciò che ci si può aspettare da una fiera del libro, in qualunque parte del mondo. Non mancano, però, iniziative insolite: per esempio l'annuale Encuentro Internacional de Narraciòn Oral, che si tiene da vent'anni in seno alla Feria e che per tre giorni, a partire dal primo maggio, si svolgerà secondo un fittissimo programma di tavole rotonde e laboratori con “raccontatori” di professione arrivati da tutta l'America latina (solo due vengono dall'Europa, e precisamente da Spagna e Portogallo), molti dei quali sono anche fondatori di festival, scuole e gruppi dedicati all'oralità.

Solo alcuni di loro vengono dal teatro, mentre altri sono insegnanti, scrittori, psicologi, danzatori che raccontano a bambini e adulti e si muovono in spazi di ogni genere, dalle scuole alle piazze alle biblioteche alle carceri agli ospedali alle case rifugio, aiutati a volte da una scenografia minima, da qualche oggetto, dalla musica. Nulla in comune, insomma, con la soporifera pratica del reading (noiosissimo e abusato condimento, ormai, di ogni festival letterario ad ogni latitudine ), molto in comune con l'antica tradizione popolare che riuniva ascoltatori di età diverse attorno al repertorio di un narratore abile ed esperto. I rischi ovviamente non mancano, a partire da un eccesso di intenzione pedagogica o da uno sconfinamento nel triste territorio dell'animazione, in caso ci si trovi davanti a un pubblico infantile, per arrivare a un eccesso di costruzione teatrale; la maggior parte dei cuentacuentos, però, sembra capace di sfuggire a queste tentazioni sempre in agguato, e c'è chi, tra loro, è pronto a trasformarsi da narratore in “sussurratore”.

Girando per la Fiera, infatti, ci si può imbattere in susurradores che disseminano tra i visitatori brandelli di storie, quasi soffiandole attraverso lunghi tubi di cartone decorato oppure delimitando il proprio minuscolo universo narrativo con un ombrello aperto. Un'idea che viene da lontano (il primo gruppo di Souffleurs è nato anni fa in Francia), ma che in Argentina e in Cile ha messo radici piuttosto profonde. Così le storie tornano a essere un segreto da trasmettere e il narrare un gesto intimo, un piccolo e prezioso tramite tra individuo e individuo.