Artiste, malgrado tutto. Il gap di genere nell’arte contemporanea in Italia

Silvia Giambrone, Mirror, 2018, scultura in ottone, resina, cera, acacia spinosa, Collezione privata.

Francesca Guerisoli

Negli ultimi tempi, movimenti e azioni internazionali di sensibilizzazione sul problema della violenza contro le donne e sulle discriminazioni di genere si stanno affermando in maniera via via più capillare anche in Italia. Il mondo della cultura appare sempre schierato in prima linea sulle questioni che riguardano i diritti umani – qui parliamo di diritti umani delle donne –, salvo poi sembrare di non accorgersi delle grandi differenze di opportunità professionali e di “peso” proprio all'interno del suo stesso sistema.

Ma qualcosa pare si stia, finalmente, muovendo. “ArtReview” nella classifica “2018 Power 100”, che elenca le 100 persone più influenti nel mondo dell'arte contemporanea in riferimento all'anno appena trascorso, inserisce al terzo posto #MeToo. L'hashtag di matrice femminista, diventato virale con le accuse mosse al produttore cinematografico Harvey Weinstein nell'ottobre 2017 e sotto il quale si sono raccolte denunce di violenza sessuale subite sul posto di lavoro, ha sollevato la questione anche nel mondo dell'arte; si sono formati gruppi come “We Are Not Surprised”, costituitosi in seguito alla rivelazione della condotta sessuale impropria del co-editore di “Artforum” Knight Landesman, e il tag @herdsceneand, le cui accuse hanno portato alle dimissioni di Riyas Komu, co-fondatore e segretario della Biennale indiana Kochi-Muziris. Una condanna decisa, indirizzata alle istituzioni e al modo di fare “di facciata” di certi loro rappresentanti, è stata condotta da “We Are Not Surprised” nella sua prima lettera aperta: “(…) Molte istituzioni e individui dotati di potere nel mondo dell'arte sposano la retorica del femminismo e dell'uguaglianza in teoria, spesso traendo beneficio da queste dichiarazioni inconsistenti di politica progressista, mentre nella pratica mantengono norme sessiste oppressive e nocive (...).” #MeToo ha dunque smosso anche il mondo dell'arte e secondo “ArtReview” ha il merito di aver cambiato il modo prevalente con cui vengono nominati i curatori, assegnati i premi e realizzate le mostre; se molto deve ancora esser fatto “il lascito più significativo di #MeToo è forse stato l'avvio di un modello in base al quale il potere deve rendere conto a coloro che ne sono esclusi per motivi di genere, abilità, razza, classe o altri possibili fattori”.

Se consideriamo le artiste in termini di presenza e influenza, poi, la situazione è ancora più allarmante, sebbene sia trascorso quasi mezzo secolo dal saggio di Linda Nochlin Why Have There Been No Great Women Artists (“ArtNews”, 1971). In Italia, inoltre, rispetto ad altri paesi, le artiste si muovono all'interno di una società in cui il gap di genere è particolarmente pronunciato. I dati presenti in The Global Gender Gap Report 2018, pubblicato il 17 dicembre dal World Economic Forum sulla base di indicatori quali partecipazione politica, scolarizzazione, welfare, empowerment, collocano l'Italia al 70esimo posto, e ancor più preoccupante è la voce “Economic participation and opportunity”, che ci vede al 118esimo. Abbiamo fatto passi in avanti, visto che l'anno precedente ci posizionavamo all'82esimo, preceduti dal Messico.

Virginia Zanetti, I Pilastri della Terra, 2016, stampa fine art su Carta Baryta, 100x150 cm, Courtesy Traffic Gallery.

La sociologa Maria Antonietta Trasforini – autrice di testi fondamentali per l'inquadramento di tale fenomeno nella storia e nell'attualità – fa notare che nella Parigi dell'Ottocento il 25% degli artisti erano donne, quindi un quarto del totale, mentre oggi sono un terzo, per cui – ironizza – la situazione è migliorata. Il Forum dell'Arte Contemporanea Italiana, giunto alla sua quinta edizione, ha finalmente preso in carico il problema. Tenutosi il 10 novembre 2018 al Mambo di Bologna, tra i tavoli di lavoro ha istituito “Osservatorio attivo (diversità di genere)”, coordinato dalle artiste Annalisa Cattani e Stefania Galegati Shines, da cui è emersa la necessità di riprendere in primo luogo le basi filosofiche e linguistiche del dibattito di genere, così come di inaugurare nuove misure di intervento e attivismo. Pur non avendo avuto il tempo materiale per portare alla definizione di linee programmatiche precise, per le quali è necessaria la creazione di una piattaforma attiva di analisi e monitoraggio all'interno di un dibattito di ricerca permanente, è stato certamente utile come atto di affermazione pubblica dell'esistenza e della persistenza del problema e la conseguente necessità di affrontarlo. In altre parole, si è deciso di aprire gli occhi su questioni ancora taciute. Pare, infatti, che su questo tema da un lato si segua la linea del “ciò di cui non si parla, non esiste”; dall'altro, forse più preoccupante, il non poterne parlare per non sentirsi ghettizzate, marginalizzate ulteriormente attraverso il classico discorso “da donne per le donne”.

Ma i numeri parlano chiaro. E, finalmente, anche in Italia abbiamo alcuni dati certi. Tra il 2016 e il 2018, Silvia Simoncelli insieme a Caterina Iaquinta e Elvira Vannini ha condotto una ricerca alla NABA Nuova Accademia di Belle Arti, nell'ambito del Master in Contemporary Art Markets, con l'obiettivo di colmare la mancanza di informazioni aggiornate relative al sistema italiano. Dati utili, che mostrano l'entità del fenomeno. “Donne artiste in Italia. Presenza e rappresentazione” (2018), avviata con seminari su genere e arte che integrano la ricerca quantitativa e i dati di mercato con le discipline della storia e della critica d’arte, fornisce dati relativi al 2016 sulla presenza delle artiste e lo sviluppo dei loro percorsi professionali, sia nella sfera della produzione culturale sia in quella commerciale. Tra le cose che emergono attraverso le cifre, un elemento particolarmente interessante riguarda la drastica riduzione della presenza femminile negli ambienti man mano più prestigiosi: se nelle accademie di belle arti le studentesse sono il 66% contro il 33% dei colleghi maschi, già nelle gallerie la loro presenza cala vertiginosamente al 25%, dato che scende al 19% nel caso delle mostre personali nelle istituzioni e arriva alla punta minima del 13% al Padiglione Italia della Biennale di Venezia. La presenza delle artiste nel mondo dell'arte viene mietuta man mano che si sale di grado, verso la vetta della piramide.

L'ultima Arte Fiera di Bologna (1-4 febbraio 2019) conferma i dati espressi in quella ricerca. Quest'anno il nuovo direttore della Fiera, Simone Menegoi, ha incentivato l'organizzazione di mostre personali attraverso l'affitto di stand a un prezzo vantaggioso rispetto alle collettive. Ben 55 gallerie hanno optato per questa scelta, ma solo 11 mostre tra queste sono state dedicate ad artiste. Come sottolineo con Silvia Anna Barrilà nell'articolo Arte Fiera getta le basi per il rinnovamento, pubblicato alla pagina ArtEconomy24 de “Il Sole 24 Ore” (5 febbraio 2019), se consideriamo il totale degli artisti presentati dalle gallerie ad Arte Fiera, la percentuale si restringe ulteriormente: su 359 artisti, 322 erano maschi e solo 37 femmine. Un'inversione di tendenza, invece, la osserviamo nell'attribuzione dei premi: ben tre su cinque destinati ad acquisizioni o riconoscimenti in denaro sono andati ad artiste: il Premio Mediolanum per la Pittura, assegnato all’opera Dopo la Tempesta (2017) di Nazzarena Poli Maramotti, presentata da A+B Gallery; il Premio per la Fotografia Annamaria e Antonio Maccaferri, andato a Virginia Zanetti con I pilastri della terra (2019), presentata da Traffic Gallery; il Premio Rotaract Bologna e il premio speciale “Andrea Sapone” all’artista Sergia Avveduti. Le giurie – composte da esperti d'arte e collezionisti – hanno dunque premiato prevalentemente opere di artiste: pur se numericamente inferiori, hanno vinto di più. Almeno in questa edizione della fiera.

E dunque, perché le artiste continuano ad avere minori possibilità di esporre? Come appianare il gap di genere nell'arte? Soluzioni proposte in altri ambiti, come ad esempio l'introduzione di quote rosa, non ci sembrano percorribili. Siamo d'accordo che il cambiamento debba avvenire nella società. Ma deve avvenire contestualmente all'interno dello stesso mondo dell'arte, cominciando a imprimere una direzione diversa attraverso la messa in pratica di alcune misure e attenzioni da parte della comunità dell'arte, degli stessi singoli direttori e direttrici di musei, di gallerie, curatori e curatrici indipendenti ecc. A partire dalla consapevolezza che pratiche culturali e politiche di vita familiari sono strettamente connesse.

Una buona notizia, intanto, ci è arrivata proprio nei giorni scorsi dalla Biennale d'Arte di Venezia: Ralph Rugoff, curatore della 58 edizione intitolata May You Live In Interesting Times (11 maggio – 24 novembre 2019), ha annunciato gli artisti invitati ad esporre: su 79, 42 sono donne. E il dato, in Italia, ha fatto subito notizia.

Guerra di genere. Una proposta modesta

Paolo Fabbri

1.

Finiremo mai di segnalare gli eventi e i misfatti del Sessantotto? Come tutti i fatti sociali totali, quel periodo inesauribile eccede la memoria cioè la contraddizione tra la sopravvivenza e il nulla. Chi ricorda la prima messa in italiano dopo due millenni di latinorum e la distruzione della statua del padrone illuminato Marzotto ad opera di scioperanti iconoclasti? E l’esplosione nel Pacifico della prima bomba francese all’idrogeno? Più gravido di conseguenze sarebbe scordarsi della scoperta del clitoride. Non che non fosse già noto: come zona erogena la descrizione più esaustiva è dovuta ad un anatomista teutonico della metà 800, Georg Ludwig Kobelt. È nel Sessantotto però che il pamphlet antifreudiano di Anne Koedt, The Myth of the Vaginal Orgasm divenne “virale” nel virulento movimento femminista. Che le donne raggiungessero più orgasmi col vibratore che con utensili naturali, rivelatisi meno adeguati, rese l’amor di sé un atto politico e un indicatore “rigido” -come s’esprimono i filosofi del linguaggio - verso l’emancipazione. (L’industria fiorente dei sex-toys incassò gli abituali vantaggi che il capitalismo trae dalle contestazioni creative).

Il termine “clitoride” conteneva un’inerente ambiguità di genere grammaticale. Neutro in inglese, in italiano si presentò dapprima con morfologia femminile – la clitoride, per diventare poi maschile - il clitoride. Una transizione curiosa che continua a

agitare i generi, quelli naturali e quelli linguistici, fino all’attuale guerra dei sessi: maschi (alquanto) predatori contro femmine (piuttosto) vittime; patriarchi attuali e matriarche possibili – una volta che alla fecondazione si sostituirà il clonaggio (1).

Ad onta dell’affermazione di F. de Saussure sull’arbitrarietà del linguaggio, non smettiamo mai – con buona pace degli ontalgici – di rimotivarlo realisticamente. Quando i modi della parola sono omologati alle maniere dell’interazione, la sintassi diventa il teatro fazioso e perentorio d’una violenza linguistica di genere. In Francia si dibatte furiosamente sulla scrittura detta inclusiva che vorrebbe aggiungere ad ogni desinenza maschile il corrispettivo femminile. Anche in USA, dove i nomi sono neutri, si esigeva che almeno i pronomi (she/he/his/her) fossero simultaneamente espressi. L’esigenza di pari opportunità grammaticale cozza persino con gli accordi sintattici: non si dovrebbe permettere all’aggettivo che segue due termini di cui il primo è maschile e il secondo femminile d’accordarsi con il maschile e non con il femminile che lo precede immediatamente, D’accordo, ma questa lizza tra prede e predatori, linguistici coi suoi rumorosi effetti di realtà, non finirà qui: la lingua è vasta, stratificata e diversamente mutevole: si può guerreggiare in fonologia, sintassi, semantica, enunciazione, retorica e discorsi. Fino a scendere nel campo chiuso delle categorie semantiche fondamentali. La legge californiana, “Change your Gender Bill” prescrive che la differenza di genere, assegnata alla nascita in base ai tratti somatici -i genitali - diventi una grandezza personale: l’identità di genere che incorpora segni, linguaggio e norme. Dalla “descrizione fisica del reale” alla “descrizione del sentirsi e dell’auto-identificazione”. Ne consegue che tutti coloro che non si identificano alla dicotomia biologica maschile/femminile troveranno l’etichetta Non Binario sui certificati di nascita e altri testi ufficiali. Una categoria logicamente privativa – quindi liberatoria e illimitata, dove stanno pigiati “gender queer, gender fluid, Two Spirit, bigender, trigender, transgender, gender non conforming e gender variant” e quant’altri ibridi e fusion. Un’etichetta che presuppone comunque un rapporto manicheo tra i sessi e il loro pudico significante, il genere.

2.

Spero non sembri anarchica l’opinione che lo stato non sarebbe tenuto ad interessarsi dei genitali dei cittadini, ma la lingua italiana e la cultura di cui è parte avrà altri gatti o/e gatte linguistiche da pelare. Intanto per i lessicologi “stabilire se un nome è maschile o femminile non è sempre facile” (Sensini). Sia per gli animati che per gli inanimati, a cui imponiamo sovente un genere purchessia. Chiamare in soccorso i neorealisti, noti per la dotta ignoranza sulle impervie delizie linguistiche, non caverà un ragno dal buco. Rinfreschiamo quindi le conoscenze elementari. Sono maggioranza i nomi di animali che hanno un solo genere, femminile o maschile (il ragno e la foca, il giaguaro e la balena) e gli oggetti che hanno generi difficili da motivare (la penna e il foglio, lo specchio e la faccia, ecc). Parliamo con nomi che cambiano di significato mutando il genere (il boa/la boa; il pianto/la pianta; la panna/ il panno, ecc.); con i nomi sovrabbondanti, a doppia uscita, che dal singolare maschile diventano femminili al plurale (dita, calcagna, ciglia, braccia, ginocchia, cervella, ecc.). Per non ri-parlare dei generi comuni o promiscui, elegantemente detti epiceni (insegnante, giudice, giornalista). Tralasciamo i pronomi e i nomi propri alcuni dei quali sopportano le variazioni di genere, (Paolo e Paola, Francesca e Francesco) ed altri no (Anna non dà Anno, Chiara non dà Chiaro, come Salvatore non dà Salvatora). Soprattutto non chiediamoci perché in italiano gli alberi sono prevalentemente maschili e la frutta femminile (ma sono maschili i frutti esotici!). Maschili sono i vini, i monti, laghi, fiumi , gli anni, i mesi e giorni, e persino le preghiere (Angelus, Credo, ecc,). Femminili invece le città, le isole, i continenti, le vocali, le nozioni astratte e i termini militari (staffetta, recluta ,sentinella, vedetta, ecc –non mi capacito ancora che la “piccola vedetta lombarda” del libro Cuore non fosse una bambina!). A chi dare la babelica responsabilità del subbuglio linguistico (Fabbri) complicato dalle intricate desinenze – spavento degli stranieri italofoni? Oltre all’evoluzione socioculturale (l’automobile già maschile diventò femminile) e all’interferenza tra categorie interne alla lingua – per es. il genere si ibrida spesso col numero, a maggior disagio dei generi plurali?

Il maggior indiziato è il Neutro, già presente in greco e in latino ed ora nelle lingue germaniche e slave. Nell’italiano, come nelle altre lingue romanze, è scomparso -salvo qualche reliquia- e si è riciclato in massa nel maschile; un genere tutto-dire che è diventato estensivo rispetto al femminile, il quale è intensivo, ma scontento di esserlo. Con qualche ragione: nella più usurata metafora italiana “la donna è un fiore” il termine di paragone /il fiore/ è maschile a differenza del più galante francese e dello spagnolo. Lingue che ogni traduttore conosce come zeppe di falsi amici di genere: in spagnolo gli occhiali e il computer sono femminili e le maniere maschili. Mentre per il francese epigramma, epiteto, epitaffio, equivoco sono tutti femminili. Di qui la difficoltà di tradurre le lingue come l’inglese. Il fiotto dei prestiti che ci giungono da questa lingua franca sono imbarazzanti da collocare nella gabbia dei generi: va bene infatti il femminile per la show girl (ragazza); la full immersion (immersione) o la new age (età), ma il cheese cake (torta), il chewing gum (gomma) e il/la mail (lettera)? E decidendo di abbandonare la dicitura patriarcale “Diritti dell’Uomo” - scritto con la maiuscola - per “diritti della persona” (person è neutro in inglese) si è deliberato in coscienza di sostituire un maschile –l’uomo- con il femminile – la persona?

Insomma la lingua è un sistema che fa da sé, ma si può provare a sottrarle quote di vessatorio sessismo– in italiano i diminutivi sono spesso femminili e in spagnolo i genitori sono los padres! - senza però adeguare tutti i significati alla morfologia dell’inglese.

3.

E soprattutto non fermiamoci qui. Avanziamo, senza principio di grammaticale precauzione, una modesta proposta. Abbandonare la categoria (mal) vincolante del genere maschile/femminile e dare spazio al Neutro. Un termine che è il calco latino del greco udéteron, 'né l'uno né l'altro'. Perché no!? Non vivono fuori dalla prigione binaria del genere il cinese e il turco, il giapponese e il persiano, l’armeno e l’ungherese, e via classificando? Eppure i locutori di queste lingue possono conversare amabilmente. E poiché siamo alla mozione utopica degli effetti, rammentiamo un patetico appello al Neutro: “il grande tema ritrovato” con cui Roland Barthes voleva movimentare il più vessatorio dei luoghi comuni, l’opposizione virile/non virile. Per il sagace semiologo, il Neutro era l’assenza di simbolizzazioni prefissate, “l’oscillazione amorale d’un fremito di senso”. Qualcosa di più della dilettosa insignificanza, del libero gioco di espansioni infinite (“testi gongoriani e sessualità felice”). L’utopico Neutro non sarebbe più il terzo termine di un’antinomia maschile /femminile, ma il secondo termine d’un nuovo paradigma dove il Neutro si oppone alla Violenza teatralizzata – esibizione, prevaricazione, intimidazione, vittimismo - di ogni genere.

Come sarebbe questo italiano neutro? Chiediamolo alla “scrittura bianca” (sempre Barthes!) della letteratura. Il resto è gossip.

Nota 1. Mentre è socialmente e culturalmente fondata la norma di Femminicidio, postulare una natura predatoria dell’uomo potrebbe configurare qualunque omicidio commesso da una donna come un esercizio di legittima difesa.

Biblio

R. Barthes, Barthes di R. Barthes, Einaudi, Torino, 2007

P. Fabbri, Elogio di Babele, Meltemi, Roma, 2003

M. Sensini, La grammatica della lingua italiana, Mondadori, Milano, 2010.

Supereroi da paura

Helena Janeczek

Questo testo l'ho scritto in primavera e l'ho consegnato a Alfabeta2 con questo titolo. Poi, in attesa della sua pubblicazione, è arrivato il tizio con la maschera di Bane e ha massacrato il pubblico alla prima di Il Cavaliere Oscuro- Il Ritorno.hj

La paranoia organizzata sotto l’ideologia dello “scontro di civiltà” è un sistema i cui poli opposti si sostengono a vicenda. La strage di Tolosa l’ha reso visibilissimo. Si era capito subito che l’assassino della scuola ebraica aveva già ucciso, ma restava incerto se fosse un neonazista intento a fermare la contaminazione dell’Occidente o un fondamentalista in guerra contro la corruttela occidentale. Non appena è emerso il profilo di Mohamed Merah, la controparte ha cercato di trarne vantaggio: Marine le Pen per la campagna elettorale, il resto del populismo xenofobo europeo per rilanciare le consuete ostilità e paure. La destra al governo in Israele ha potuto cavalcare il sentimento persecutorio che il massacro d’innocenti ha rafforzato nei propri cittadini ebrei come negli ebrei della diaspora. Se tutti gli ebrei sono il Nemico, possono diventarlo specularmente, a partire dai palestinesi, tutti musulmani. Questo accrescersi della paranoia anti-islamica è, a sua volta, funzionale al rafforzarsi del fondamentalismo – in Occidente, ma anche in qualsiasi paese arabo dov’è in corso uno scontro tra chi vorrebbe più libertà e chi vorrebbe far rifluire i moti rivoluzionari in un ordine teocratico.
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Lo “scontro di civilità” è un gioco di ruolo, una messa in scena sanguinaria prodotta da registi, attori e promotori che offrono la sicurezza di un’identità blindata. Per questo cela un conflitto i cui confini non corrono tra Occidente e Oriente, o Israele e Palestina.
I veri nemici di ogni reazione identitaria sono tutti coloro che credono nei diritti dei singoli e dei popoli, concedono uno statuto universale ai principi della Rivoluzione e faticano a riconoscere l’Europa come fondata su pacifiche “radici giudeo-cristiane”. Persone che si fidanzano, si sposano e fanno figli con qualcuno di origine ebrea, cristiana o musulmana, refrattarie a pregiudizi e discriminazioni - anche contro le donne o gli omosessuali. I nemici irriducibili di ogni Guerra Santa sono tutti coloro che, con qualsiasi forma di militanza pacifica o semplice prassi quotidiana, si mettono di traverso alla collaborazione degli opposti. Lo dimostrano i ragazzi socialdemocratici trucidati da Anders Breivik, i parà avvicinati da Merah come fratelli e trucidati come uccisori di fratelli, o il tentativo di motivare l’esecuzione di Vittorio Arrigoni come la punizione di un “corruttore dei costumi”.

La guerra paranoica è guerra di propaganda che si fa spettacolo. Ne fa parte l’assedio di Mohamed Merah diventato scontro mediatico con il presidente della Repubblica in persona. Il primo ha filmato le uccisioni per farle circolare in rete, il secondo disponeva della tv mondiale per ricavarne un ritorno d’immagine.
Sarkozy ha cercato di negare a Merah la fine del martire, ma la lunga resistenza trasmessa in mondovisione sarebbe bastata a qualificare l’attentatore come idolo di qualcuno. Generare orrore o ammirazione, figurare come mostri o come eroi: è questo che gli sterminatori solitari - Mohamed Merah, Anders Breivik, Gianluca Casseri a Firenze – sanno di ottenere con le loro stragi da prima pagina. La violenza-spettacolo non può sottrarsi a questa ambivalenza che rappresenta un rischio ineliminabile per chi, dall’alto del potere politico, cerca di trarre forza dal ricompattamento dell’opinione pubblica. Presumibilmente è per questo che le immagini del corpo morto di Bin Laden, il Nemico dell’Occidente per eccellenza, rappresentano l’unico caso di censura esplicita, senza poter evitare che quell’assenza parli, eccome.
Il Sistema Paranoia si nutre di dialettica tra visibilità e invisibilità: dell’attenzione spostata soprattutto su una parte (la minaccia neonazista sottovalutata nei paesi occidentali); di zone oscure o oscurate che alimentano spiegazioni complottistiche; dell’odio verso chi commette violenza senza che questa appaia universalmente vista e condannata; dell’irrilevanza di tutte le vittime che non rientrano nei frame dominanti e non attivano ampi meccanismi di identificazione: il morti per gli attentati nei paesi islamici il cui numero supera di gran lunga tutte le vittime “occidentali” o gli stranieri uccisi in Occidente senza che diventi palese la matrice razzista del crimine, come è avvenuto in Germania con la cellula neonazista le cui vittime erano state ascritte per anni a regolamenti di conti tra gruppi criminali immigrati.
Nell’ombra resta inoltre, per definizione, la zona grigia – aiuti, coperture, simpatizzanti rispettabili.

Crociati e jihadisti si somigliano. Si muovono per la rete, posseggono spesso gli stessi cimeli con le svastiche o I Protocolli dei Savi di Sion. Ma non è solo la convergenza sul nemico ebreo che, pur nell’odio reciproco, li accomuna. Si somigliano ancor più profondamente nel desiderio di avere un nemico attraverso il quale definirsi, scrollandosi di dosso un senso di marginalità o di insignificanza.
Somigliano pure ai troppi uomini che uccidono le donne, benché la violenza femminicida non si ponga al riparo di un’ideologia. La “guerra di civiltà” copre un conflitto di genere che, a sua volta, nasconde spesso uno scontro di classe.
La vetta della piramide sociale è ancora dominata dagli uomini e la crisi non fa che peggiorare la condizione femminile. Ma alla base le cose si complicano, perché diminuiscono maggiormente i lavori non qualificati e, fra di essi, principalmente quelli maschili. Intere nazioni si reggono sulle rimesse delle immigrate nei paesi sviluppati, dove soprattutto la richiesta di lavoro di cura favorisce le donne. Per quanto malpagate e pesanti, le mansioni femminili godono di un maggior riconoscimento della loro utilità sociale. Se si guarda alla seconda generazione, i figli di immigrati hanno prospettive assai peggiori dei loro padri, mentre le figlie possono inserirsi nel mondo del lavoro quasi sempre precluso alle madri. La carriera più agevole dei giovani proletari d’Occidente, di qualunque origine e religione, è quella criminale. I sogni di gloria forniti dalle ideologie identitarie possono divenirne copertura integrativa o rappresentare un’alternativa “onesta” di cui andare fieri.
Nella variante “bianca”, l’idea del ripristino di una società ordinata si appella al rancore del uomo-padrone spodestato dalle donne e dagli stranieri, mentre l’islamismo radicale si presenta ugualmente come difesa di un antico ordine patriarcal-religioso. Le donne musulmane finiscono al centro del fuoco incrociato: se una parte ostenta l’alterità attraverso il loro corpo velato, l’altra identifica il nemico in chi indossa il “burqa”. Shaima Alawadi, trucidata a San Diego come “terrorista” perché portava il velo, è l’esempio estremo che, senza più l’alibi di voler liberare il genere sottomesso dall’oppressione islamica, appalesa l’unione dell’odio verso le donne e gli stranieri. Ma maschilismo e misoginia sono costanti più diffuse: tutte le sottoculture emerse dai ghetti o dalle periferie esibiscono l’immagine speculare della donna-oggetto sculettante e seminuda. L’esaltazione di gang, tifoserie e ogni surrogato “guerriero” neotribale, andrebbero messe a confronto con le fratellanze ideologiche, cercando di capire sino a che punto il problema cruciale non siano l’islamismo e tanto meno l’islam, bensì la perdita di ruolo e dignità sociale che si abbatte sugli uomini, in primo luogo di ceto popolare.

Gli estremismi etnico-religiosi rappresentano la copertura più radicale di conflitti la cui matrice socio-economica rimane occulta. E’ ciò che li rende funzionali e, come si è visto nelle elezioni francesi e greche, passibili di raccogliere adesioni sempre più vaste. Le risposte mistificatorie approfittano del fatto che l’integrazione è sempre un percorso difficile. Convivere con un duplice legame di appartenenza e l’irrimediabile senso di estraneità che si spalanca sia verso il luogo d’origine che verso quello di destinazione, costituisce un’esperienza in sé dolorosa. Se a questo si aggiunge la realtà fatta di sopruso e pregiudizi, si è tentati ad abbracciare un’identità oppositiva, vivendo ogni sforzo di essere “per bene” e “integrati” come umiliante servilismo. Nell’Europa tra le guerre, l’adesione della gioventù ebraica al sionismo – come al socialismo e comunismo - nasceva spesso dalla ribellione contro i padri che, pur oggetto d’odio, continuavano a comportarsi da “bravi cittadini”. Quei ragazzi, tuttavia, si opponevano perlopiù anche all’ambiente ostile in cui si trovavano. Persino l’azione di uno shahid palestinese ha attinenza con un conflitto vissuto, mentre ciò che rende così diversa la vicenda di un Mohamed Merah è la sostituzione totale della lotta contro la discriminazione sperimentata con la guerra simbolica. La splendente armatura del Guerriero Santo consente di dare un senso alla doppiezza richiesta dalla socializzazione senza doversi esporre in gesti rischiosi e sgradevoli. Chiunque appartenga a una categoria discriminata sa quanto costi domare la rabbia per controbattere a una frase offensiva pronunciata “solo per scherzo”: più facile stare alle regole del gioco – ossia zitti - e deviare l’aggressività su un nemico ideologico sottratto all’esperienza.
Anche la parte opposta è portata a un simile sdoppiamento. Razzismo, misoginia e omofobia sono socialmente accettati, ma solo se le loro manifestazioni si mantengono entro certi limiti. L’odio profondo, invece, va mascherato, coltivato in segreto, tra “fratelli” e iniziati. Internet ne diventa il veicolo, ma non è la causa.

Il fanatismo paranoico comporta una trasformazione che tocca la struttura psicologica, benché non sia mera espressione di follia individuale come dimostra la “psicosi collettiva” del nazismo storico. Per cogliere uno scollamento della percezione che rimanda a uno della personalità, basta guardare la foto di Mohamed Jarmoune, il ventenne accusato di aver progettato un attentato contro la sinagoga o la scuola ebraica di Milano. Quel ragazzo con i dreadlocks e gli occhi miti che non frequentava né la moschea né la comunità marocchina della sua zona, bensì dei convertiti italiani conosciuti in rete, avrebbe potuto massacrare dei bambini mai visti prima, come ha fatto il suo omonimo francese?

La figura dell’eroe ha presentato, nei secoli e in ogni cultura, delle costanti irrinunciabili. Conosciamo eroi spocchiosi e eroi riluttanti, costretti a compiere il loro destino quasi loro malgrado. Ma, per quanto fossero dotati di sfumature psicologiche o di “irrealistici” poteri sovrannaturali, l’unità di ruolo e di carattere non erano mai venute a meno.
La mutazione avviene all’alba della 2°mGuerra Mondiale negli Stati Uniti, ormai potenza egemone in ogni ambito, e porta il nome di Superman. La segretezza della missione somigliava ancora a quella funzionale degli agenti d’intelligence, ma la doppia identità diventa tratto unificante e costitutivo dei variegati personaggi che gli susseguono. Il supereroe è sempre irriconoscibile nel suo alter ego quotidiano. Cambia poco che Superman sappia di fingersi Clark Kent mentre L’Uomo Ragno coincide con Peter Parker, e poco importa che per il senso comune attentatori come Merah o Breivik somiglino piuttosto ai loro malvagi antagonisti. Il nodo sta nella metamorfosi dell’immaginario: l’epica della lotta tra il Bene e il Male ormai può compiersi solo in una dimensione scissa dalla quotidianità, attraverso un’azione occulta e straordinaria. Non c’è più spazio per “uomini d’un pezzo” nella raffigurazione simbolica dei conflitti umani.
Quel che nutre ogni compensazione identitaria, spingendola talvolta verso la violenza paranoica, è l’erosione della possibilità di porsi e percepirsi come soggetti unitari. Sembra ingenuo sperare che la disgregazione a favore di un campionario di ruoli e maschere possa essere contrastata con la battaglia per quei diritti, sia civili che sociali, che spetterebbero a ciascuno, ma forse non c’è leva più concreta contro un’esautorazione che ci accomuna.