Parole liberate, rapporti di potere

Letizia Paolozzi

Otto Marzo 2018. In Europa, Stati Uniti, Cina, un po’ ovunque un sesso si ribella. Nelle manifestazioni fa sentire la sua voce, la rete la rilancia. Si capovolge uno scenario dove le donne vengono rinviate al corpo per sottintendere che non sono che un corpo.

#quellavoltache il mio capo in una cena aziendale mi palpò il sedere davanti a tutti. Strillai ma nessuno disse una parola in mia difesa New Betty Sue

#quellavoltache a dieci anni al cinema un vecchio mi mette un mano tra le gambe e mi chiede: “Hai paura, eh?”. Intendeva per Jurassic Park pagliasofia

#quellavoltache sei nella folla per vedere un concerto e uno sconosciuto ti palpa il culo e ti sorride sornione dery

Nominare prevaricazioni, abusi; si tratta di una ferita nella carne e nell’anima. La parola liberata attraversa l’omertà, la violenza. Certo, succede anche che si vendichi, che semplifichi, chiamando a testimone lo spazio pubblico. Compaiono molestatori convinti di essere dei capitani coraggiosi. Ma il loro desiderio non è più irrefrenabile. Fino adesso supponevano di avere diritto a imporre le loro pratiche alle donne (e anche, spesso, agli uomini). Erano pratiche considerate “normali”, “naturali” come le 250 raccolte dal libro #quellavoltache storie di molestie (Progetto Le donne parlano, Simona Bonsignori; Paola Tavella; manifestolibri, 8,00 euro, 2018), divise per contesti, lungo le ore delle nostre giornate, delle nostre notti: lavoro, famiglia, strade, giardini, cinema, concerti…

C’è un hashtag, in Quellavoltache e nel Metoo, Time’s Up, Balancetonporc, per mostrare quanta ferocia attraversi le relazioni maschili (ne abbiamo discusso in un incontro del Gruppo del Mercoledì alla Casa internazionale). Ne scrive il ricco numero di Leggendaria numero 128 Feminist Wars Vulnerabilità e potenza.

Da traghettatore d’immagini, il cinema non poteva disinteressarsi delle relazioni tra i sessi nella notte degli Oscar. La televisione ha ripreso il presentatore Jimmy Kimmel che, indicando la statuetta di 35 cm, ricoperta d’oro 24 carati, esclamava: “Guardatelo! A Hollywood è un uomo molto rispettato. Tiene le mani dove le si può vedere. Non dice mai una parola fuori posto e soprattutto non ha il pene”.

In effetti, quel piccolo corpo atletico luccicante risulta spianato sotto la cintura. Senza pene, la sessualità (fallica) maschile non darà problemi?

L’ostacolo, secondo me, non sta in ciò che distingue biologicamente il maschio dalla femmina. Svelare “il sistema Weinstein” (dal nome del produttore, accusato da decine di attrici di molestie reiterate) ha costituito un’accelerazione inattesa del femminismo e ha messo il dito sulla piaga: la sessualità maschile sovente si traduce in potere, in dominio su un corpo ridotto a oggetto. All’Academy Award, Salma Hayek ha invitato i presenti a raccogliere fondi per le vittime di atti sessuali non voluti. Il «Time» ha deciso di eleggere “persona dell’anno” le “Silence Breakers”, quelle che hanno rotto il silenzio: fino a ieri, l’unico discorso rispettabile era maschile.

All’improvviso, crollata la diga, spazzato via lo scetticismo del “Ma non esageriamo!” si presta attenzione al mormorio ostile su un comportamento antico, replicato cento volte.

Adesso va in frantumi il patto non voluto ma imposto. Sono donne che stanno sotto la luce dei riflettori ammirate, famose. Sostengono le altre, le commesse, le operaie. Al Golden Globe, i vestiti luttuosi colpiscono l’opinione pubblica: emblema (stigmate?) di un dolore esibito. Puoi non essere tu ad aver subito un oltraggio, la devastazione del senso di te, tuttavia sei consapevole che altre, che le tue sorelle hanno avuto la sfortuna di incontrare dei gradassi tracotanti. Le dive si sono assunte una grande responsabilità: unite, solidali, insieme: #Wetoogether. Frances McDormand, migliore attrice per Tre manifesti a Ebbing, Missouri, dedica il premio “ai suoi due ragazzi femministi”. Poi invita Meryl Streep ad alzarsi in piedi perché “Se lo fai tu, lo faranno tutte” le nominate di quest’anno, dalle attrici alle registe, alle elettriciste, alle costumiste, alle truccatrici, alle scenografe. Infine, pretende l’applicazione dell’ Inclusion Rider, la clausola per avere la garanzia che la troupe e il cast del film rispettino la presenza femminile, dei neri, di chi è generalmente sottorappresentato.

In Italia, secondo il rapporto Istat sono otto milioni (in dieci anni) le vittime di molestie. Vuoi lavorare? Allora, paghi pegno. Negli ultimi tre anni, 425mila hanno sopportato prepotenze da parte di capi o colleghi. Il che non significa che le donne siano vittime predestinate. Per molte però è difficile difendersi: immigrate, rifugiate, esuli, abitanti nei paesi del Sud del mondo. Migliaia di siriane ricattate dagli operatori delle Nazioni Unite e delle ONG (sesso in cambio di cibo o di saponette).

Seguendo l’esempio del #Metoo, 124 protagoniste del cinema italiano, hanno firmato la lettera Dissenso comune concentrandosi sul sistema e le sue disuguaglianze. A parte indicare l’assassino nel sistema, hanno tralasciato il nome di Asia Argento e la rivelazione di essere stata stuprata da Harvey Weinstein.

Una dimenticanza che finisce per togliere valore alla testimonianza femminile. Non sarà che, senza accorgersene, su Dissenso comune hanno influito le obiezioni che circolano intorno al gesto di Asia Argento? “Ha continuato a farsi fotografare sottobraccio al produttore”; “Poteva accontentarsi di un mestiere più umile meno sfavillante”. “Come mai il resoconto è avvenuto dopo tanti anni?” In queste obiezioni si scopre una sorta di svilimento della vittima, giovane, spesso giovanissima. In effetti, le testimonianze di #Quellavoltache sono state consegnate in età adulta, venti, trent’anni dopo l’umiliazione patita. Eppure, tanti non immaginano la vergogna che provi (perché non sei riuscita ad andartene), il senso di colpa (perché ti accuseranno di averlo provocato), l’ambiguità del tuo consenso (che oscilla tra senso di onnipotenza e gratitudine).

Questa ignoranza si ritrova nell’informazione, restia (tranne qualche eccezione) a staccare gli occhi dal teatrino delle ombre italiano. Le donne, nel frattempo, smascherano una realtà sordida. Tuttavia non credono ciecamente nella legge. Anzi, ne diffidano. In quanto strumento plasmato dagli uomini, spesso la legge finisce per tutelarne gli interessi. Discorso troppo sbrigativo? Eppure, non così lontano dal vero.

Basta citare il tragico episodio di Cisterna di Latina, dove la giustizia militare non ha saputo (o voluto) ascoltare Antonietta Gargiulo, la sua paura, la paura delle sue bambine. Una lettera di giornaliste, psicoanaliste, ricercatrici, uscita sulla 27esima Ora del «Corriere della Sera», rivolta ai ministri dell’Interno, della Giustizia, della Difesa e della Sanità, ha posto il problema del risibile funzionamento dei servizi di protezione e prevenzione per Antonietta e le tante perseguitate dalla furia maschile. Sicuramente, il contratto sessuale oggi va riscritto e rideterminato il ruolo dei sessi. Se la cura degli abusi è la trasformazione (Rebecca Solnit su «Internazionale» del 16 febbraio), l’esigenza di un cambio di mentalità riguarda tutti. Non l’ha compreso la lettera-manifesto (notate quante sono le prese di posizione femminili in questo periodo!) contro Il nuovo puritanesimo, pubblicata su «Le Monde»e sottoscritta tra le altre da Catherine Deneuve.

Giusto rivendicare: “Siamo soggetti”, ma l’asimmetria tra maschi e femmine spesso va letta come impossibilità per le donne di sottrarsi a ciò che non desiderano. Ammettiamo di conoscere il confine (sempre provvisorio) tra gioco seduttivo, corteggiamento e prepotenza di cui scrive Luisella Battaglia (in ParadoxaForum.com), nella società uomini e donne non si collocano sullo stesso piano quanto al potere. Quando il potere si trasforma in abuso, i rapporti di forza sono squilibrati.

Dovrebbe rifletterci chi si appella alle garanzie dello stato di diritto contro “le delazioni”, “le denunce senza prove”, “gli attentati” al buon nome di chi, regista, attore, capoufficio, caposquadra, caporeparto, detiene una posizione di comando!

Insiste la lettera-manifesto che c’è da parte femminile una spinta alla censura. A me non risulta che dobbiamo allarmarci per un femminismo puritano (c’è pure quello, naturalmente) quanto per gli episodi di moralismo di una società più chiusa, sulla difensiva, impaurita. Kevin Spacey eliminato dal film Tutto il denaro del mondo, sospesa da Netflix la stagione finale di House of Cards mentre si pretende il ritiro delle opere di Balthus dai musei e si disapprova la retrospettiva dei film di Polanski. Badate che nel ’91, per Polanski presidente della giuria di Cannes nessuno aveva mosso un muscolo.

Si possono separare le opere dalla vita? Certo che no. Tuttavia, non manderò al rogo le opere di Heidegger nonostante il filosofo abbia creduto nel nazismo. I volumi pubblicati intorno a questo autore e la qualità degli apparati critici, sono una difesa sufficiente per non venire plagiata dal suo sguardo. Infine, sul #MeToo escluderei che metta a rischio la convivenza umana. Piuttosto, mi turba una discussione che, senza volerlo, produce come effetto simbolico di riportare al centro del discorso l’inalterabilità del nesso eterosessuale (uomo-donna), girando intorno alla sessualità maschile, alla potenza patriarcale senza che mai compaia il possibile godimento femminile. Significa che il patriarcato non vuole lasciare la presa?

Il maternage delle istituzioni

Cristina Morini

Scrive la stampa pop che Anastasia, la figlia della presidente della Camera, Laura Boldrini, da piccola preparava sempre una valigia con dentro alcune cose per i bambini degli Stati dove la madre si predisponeva ad andare in missione, da affidarle. Poi, tra sé, ogni volta si preoccupava: «Poveri bambini, la mamma sa cucinare solo la pasta in bianco…».

Quando c’è di mezzo una donna, anche con elevati incarichi di responsabilità, l’intero universo sembra organizzarsi a partire da categorie domestiche, semplici, docili, familiari. Lei conosce il linguaggio della cura. Lei sa usare – ovunque nel mondo e qualunque cosa faccia – il codice della riproduzione.

Femminile comunque convenzionale e obbligato, eternato, che abita l’inconscio collettivo, signora della natura ma anche angelo del focolare e vestale della città. Questa strumentazione culturale e valoriale viene sfruttata e reificata dal lavoro cognitivo-relazionale contemporaneo fondato su relazione e linguaggio. Il lavoro da sempre svolto dalle donne nelle case o negli ospedali diventa modello sul terreno della valorizzazione sociale. Ora, nell’approfondirsi della crisi generale di questi cupi inizi del secolo XXI, la costruzione del ruolo di cura incarnato dalla donna prevede un’altra funzione che approfondisce quella di «madre della patria», già ampiamente conosciuta. Nilde Jotti fu un’eccezione durata tredici anni, un riconoscimento per via femminile all’opposizione di un paese che si era rassegnato a morire democristiano. La giovane e severa Pivetti una meteora, simbolicamente uccisa dai maschi capi padani quando tentò di ribellarsi. Riapparve poi in televisione in versione dark, nerovestita, rasata, borchiata.

Le attuali rappresentanti femminili delle istituzioni incarnano la necessità di tradurre la materialità e la realtà all’interno di stremate e inferme «democrazie» pervertite dalla finzione, cioè completamente prive di veridicità. Una specie di «maternizzazione» della politica, un tentativo di confezionare un divenire umano della politica nel precipitare del senso collettivo dello Stato e della fiducia nella retorica abusata del «bene comune». Come si cura il distacco dalla rappresentanza, dalle istituzioni? Come si riempie il vuoto tra il palazzo e il popolo? Come si entra in contatto con gli esseri umani in carne e ossa, con i mercati rionali, le case popolari, la precarietà, gli sfratti, le cartelle Equitalia? Il governatore lombardo Roberto Maroni sceglie sette assessore donne. Nel Lazio, Nicola Zingaretti ne incarica sei su dieci in Giunta, stabilendo il record del primo sorpasso di genere. Si prova così, insomma, attraverso il maternage delle istituzioni.

La madre è il «contenitore autentico» cui ci si ispira. Donne che donano la propria capacità di rêverie (la cura degli stati di angoscia del neonato, nella dizione dello psicanalista Wilfred Bion) a fasce sociali di cittadini sempre più ampie che soffrono per il male di vivere contemporaneo. In realtà, come tutti i sistemi che accettano le diseguaglianze, «l’ordine neoliberale detesta le vittime», ha scritto Kajsa Ekis Ekman in L’être et la marchandise. Prostitution, maternité de substitution et dissociation de soi. Ma, pragmaticamente, nel taglio complessivo del sistema welfaristico, una buona mamma è ciò che possiamo mettere immediatamente a disposizione, ciò che ci possiamo permettere e che, come sempre, ci fa risparmiare. È noto che, nei secoli, sono state proprio le figure femminili del welfare familiare a mantenere in piedi il sistema.

Del resto, come ha sottolineato Wendy Brown nel saggio Moralism as Anti-politics, nel mezzo di catastrofi pubbliche come quella che stiamo vivendo in Italia, che portano con sé anche i segni dell’irrequietezza sociale, si amplifica la tendenza a personificare la politica, a legarla più strettamente a figure individuali che vengono singolarmente responsabilizzate per la situazione e per lo stato delle condizioni sociali. In questa fase di crisi avanzata e irreversibile delle democrazie capitaliste «è come se le figure dello Stato (o di altre istituzioni mainstream) non fossero portatrici di specifiche decisioni politiche o economiche, come se non fossero rappresentative delle varie codificazioni delle forme sociali del potere». Si nota, piuttosto, la tendenza a valutarle come figure umane, «genitori che, magari, momentaneamente sbagliano, dimenticando la loro promessa di trattare tutti i figli allo stesso modo». Mamma, papà, perché non mi volete bene?

Dal numero 29 di alfabeta2, nei prossimi giorni nelle edicole e in libreria

Le parole non bastano

Letizia Paolozzi

Un incontro a Milano a Palazzo Reale. Titolo: Le parole non bastano. Donne e uomini contro la violenza maschile sulle donne. Ci hanno lavorato la Casa delle Donne Maltrattate e Maschile Plurale. Con l’obiettivo di interrogare la società su questa specifica violenza nelle relazioni quotidiane, cercando una nuova strada da percorrere con uno scopo comune: fermare quella violenza. Appunto, due associazioni che si fermano a guardare il cammino compiuto e decidono di procedere insieme perché: “Fare del male alle donne è usanza degli uomini, ma non di tutti. La relazione è possibile”. Bisogna uscire dal cerchio degli “addetti ai lavori” facendo diventare discorso pubblico pratiche dell’antiviolenza che alcuni uomini e alcune donne hanno sperimentato in questi anni.

Una scommessa forte giacché è la violenza degli uomini sulle donne la principale causa di morte femminile nel mondo: in Italia ogni due giorni una donna muore per mano maschile. Il femminismo dalle origini ha lavorato sul corpo e la sessualità, nella convinzione che la natura della violenza su e contro le donne è sessuata. Una guerra a bassa intensità. Frutto di un ordine simbolico (quello del patriarcato) che per rappresentare i due sessi si serve di un solo simbolo: il fallo. Questo ordine interagisce con altri sistemi di oppressione violenta (il neocolonialismo, il razzismo, le guerre). Si è strutturato intorno al maschile; ha messo radici, convincendo anche le donne per secoli ad accettarlo. Ora non è più così. Il femminismo ha cambiato tutto questo. Ha rotto il silenzio sulle relazioni di potere e oppressione maschile. La soggettività delle donne si è sottratta a una relazione troppo sbilanciata e proprietaria. Questo però non ha cancellato la violenza. La libertà femminile cresce, ma oggi la stretta della crisi, il peso dei media, il consumo, si insinuano nei rapporti tra i due sessi con esiti imprevedibili.

Nel film “La sposa promessa” la regista, che ha abbracciato da adulta l’ebraismo ortodosso, racconta dall’interno della comunità le vicende di una famiglia a Tel Aviv. Se nell’industria cinematografica che provvede ai bisogni degli Hassidim, è buona regola non parlare “né d’amore né di delitti” (e c’è la proposta di far chiudere i cinematografi di sabato), nella “Sposa promessa” la regista infrange molte regole. Racconta di una diciottenne che, alla maniera della protagonista di un romanzo inglese della letteratura romantica, soffre e sogna il promesso sposo intravisto al reparto dei latticini al supermercato. La morte della sorella manderà a monte il matrimonio (combinato dalle famiglie). C’è un vedovo, il cognato, che deve risposarsi. La madre della ragazza, che vuole tenersi il nipote appena nato dalla figlia che è morta, pensa al matrimonio dell’altra giovanissima figlia con il vedovo, nonostante la ritrosia del marito rabbino. Ma lei non ne vuole sapere. Il genero piange per l’umiliazione di essere respinto dalla ragazza e quando lei cambia idea accettando di sposarlo continua a chiederle perché abbia cambiato idea. Ha paura della soggettività femminile e orrore per il rifiuto di una donna. Anche questo film, dall’interno di una rigida ortodossia religiosa, mette in crisi un ordine simbolico.

Come l’ha fatto lo slogan scandito nel 2007 in una manifestazione romana da giovanissime ragazze: L’assassino ha le chiavi di casa. Ormai sappiamo che l’assassino può essere il padre, l’amante, il marito, il parente. Lo slogan è stato raccolto dai media? Certo, i giornali che dedicavano dieci righe di una “breve” agli episodi di violenza sulle donne, adesso sono più solleciti. E le giornaliste si mobilitano in prima persona. L’opinione pubblica è più attenta, anche se i giudizi sono spesso generici, ripetitivi. Si assestano sulla medietà. Posare lo sguardo su una donna che è stata violentata equivale, spesso, a negarne la soggettività, a ridurre il suo corpo a carne vittimizzata. Questo non fa giustizia al sesso femminile e impedisce uno spostamento dello sguardo sulla sessualità maschile da parte degli uomini stessi.

E se gli uomini (a parte alcune eccezioni) non si muovono dentro una relazione di conoscenza, di curiosità, il linguaggio si blocca, il giudizio resta di pura indignazione: No, io non sono come quelli che offendono le donne, gli uomini maltrattanti. In fondo, uno dei risultati della violenza sta proprio nel suo imporre relazioni molto semplici che implicano uno sforzo nullo di immaginazione, di trasformazione della soggettività maschile. Invece, occorre un altro linguaggio, un’altra scrittura, parole diverse per prevenire, raccontare, guardare alla violenza. Questa è una delle forme che prende o può prendere la cura delle relazioni. Nella scuola, nei media, nelle istituzioni, tra gli operatori, nelle unità operative che si trovano a contatto con donne ferite nella loro dignità.

Di qui una relazione capace di uscire dall’usura del linguaggio, degli stereotipi, dei tecnicismi. Naturalmente gli uomini camminano su un crinale stretto: da un lato vedono la sponda del cambiamento possibile, abbandonando l’armatura in cui si sono rinchiusi; dall’altro, rischiano di assumere un tono predicatorio, da rimorso dell’uomo bianco occidentale. Come se uscire da quella armatura equivalesse a rinunciare alla propria mascolinità. Al contrario, donne e uomini in relazione possono operare uno spostamento che non significhi solo indignazione ma un moto di ripulsa sociale, un movimento di rispetto della differenza.

Le donne nella primavera marocchina

Alfabetizzazione e fine del modello patriarcale

Letizia Paolozzi

 «Molti cambiamenti, all’apparenza minori, sono già in atto: sempre più donne, lavorando, si rendono economicamente autonome, alcune si cimentano con progetti propri e l’indipendenza conquistata si ripercuote nelle relazioni famigliari, nei rapporti con i mariti…».

Succede nella «primavera marocchina». Mentre, in piena luce, seguite dai media di mezzo mondo, le manifestazioni del «Movimento 20 febbraio» riempiono le piazze, mentre è approvato il referendum sulle riforme indetto da Mohammed VI (che prevede l’instaurazione di una monarchia costituzionale) e mentre, tra la repressione di Bashar El Assad in Siria e il fallimento di uomini come l’egiziano Mubarak o il tunisino Ben Ali, si disegna in Marocco la possibilità di una «terza via», una silenziosa scommessa va avanti da tempo. Leggi tutto "Le donne nella primavera marocchina"

Editoriale n° 5

Eppure

Silvia Ballestra

Eppure qualcosa si muove. Meno di cinque anni fa, accanto alle desolanti cifre sulla rappresentanza politica delle donne in Parlamento che ci vedeva in fondo alle classifiche mondiali, si notava l’assenza di donne anche nei ruoli chiave dell’economia e dell’informazione. Ora abbiamo un capo della Confindustria donna, una donna al vertice del maggiore sindacato italiano, una donna alla guida di un telegiornale della televisione pubblica, donne direttori di quotidiani. Cose mai viste. Però non s’erano nemmeno viste le donne usate come tangenti, sorta di benefit in aggiunta alle bustarelle, le candidature politiche elargite in cambio dei favori sessuali, le truppe di ragazzotte in transumanza su pulmini coi vetri oscurati dalle parti dei palazzi del potere o reclutate en masse per onorare al meglio un dittatore in viaggio d’affari. Leggi tutto "Editoriale n° 5"