Laura Pugno, cuore selvatico

Matteo Meschiari

Jared Diamond scrive Collasso nel 2005, nel 2016 esce La grande cecità di Amitav Ghosh. Il sottotitolo del primo è Come le società scelgono di morire o vivere, quello del secondo è Il cambiamento climatico e l’impensabile. L’idea è identica: perché non vediamo? perché seghiamo il ramo sui cui stiamo seduti? perché marciamo trionfanti verso l’abisso, negando il surriscaldamento globale, o ammettendone l’esistenza ma non facendo nulla, continuando a vivere le nostre biologiche vite come se niente dovesse accadere a noi, come se questa pallida birra un po’ tiepida che sorseggiamo parlando di libri e di festival fosse la particola eucaristica di una comunità invincibile, destinata a durare per sempre? Eppure i segnali ci sono in tutte le coste che vengono sommerse, nell’acqua marina che s’infiltra nei campi coltivati, nel permafrost che si scioglie e gonfia di metano l’Artico, e nella gente, che migra dalle guerre della fame e della siccità. Segnali solo per gli altri: per ora non tocca a me. Invece Amitav Ghosh, mentre scrive un romanzo, si chiede come sia possibile che quel mondo in dissoluzione, che il collasso imminente restino fuori anche da un’altra società così inetta nel pensarli, quella degli scrittori. Romanzi di città, di famiglie, di malattie, di idee morali, di borghesie tacitate e refrattarie, ma quanti di questi romanzi includono in sé il collasso, l’apocalisse in atto, la sete che verrà, i deserti che ci attendono? Stanno cambiando scenari e priorità, ma come si può chiedere a uno scrittore, che magari si è già scavato una nicchia ecologica tutta sua, di prendere la parola su cose che in realtà non conosce, su cose troppo di cronaca, troppo attuali? Come chiedergli di scrivere un romanzo sull’ambiente quando per lui l’ambiente è sempre stato al massimo la cartolina alpina in cui ambientare se stesso? Non può, non sa parlare di oligarchie del clima, di ecofortezze, di Amazzonia in fiamme, di acqua mancante. Chi ne parla, invece, chi scrive di questo radicale e perturbante legame con la Terra, con il Mare, e ovviamente con la morte dell’individuo e della specie, è chi ne ha sempre parlato prima della cronaca, chi lo ha sentito come un’urgenza interiore prima di ogni urgenza collettiva. In Italia quasi nessuno, una è Laura Pugno.

Non saprei farlo meglio di come lo fa lei, voglio dire di come lei stessa ripercorre la sottile linea rossa che attraversa i suoi romanzi, cosa che fa nell’ultimo testo In territorio selvaggio. Corpo, romanzo, comunità, un quaderno di appunti che lei chiama saggio, che non vuole chiamare poesia in prosa perché la poesia in prosa lei non la ama (troppo poco spazio bianco, troppo poco silenzio), ma allora un saggio-diario densamente poetico, densamente filosofico, che nello spazio e nel bianco costruisce una partitura di scavo biografico e letterario, di specchio alienante verso l’oltre del testo e della scrittura. Qui, in qualche pagina appunto autoriflessa, Pugno segue la propria traccia letteraria, per riconoscersi in un moto verso la solitudine e il fuori, fino a uno «stato di natura» che è poi l’impossibilità stessa di abitare la realtà. Sirene (Einaudi 2007), Antartide (minimum fax 2011), La ragazza selvaggia (Marsilio 2016) e La metà di bosco (Marilio 2018) sono romanzi tutti attraversati da questo tendere alla selva dentro e fuori di noi, dove con selva (lei dice bosco) va evocato un intero universo spaesante che non è il paesaggio italiano, la natura italiana, la maniera italiana di trattare l’elemento selvatico in letteratura. Perché Laura Pugno è per percorsi interiori e letterari molto poco italiana, in questo. Come un refrain insiste che giardino è bosco e che bosco è deserto e, anche se non evoca una genealogia anglosassone diretta, crea un ponte che già esiste nell’intraducibile wilderness, parola che etimologicamente tradotta dovrebbe dare «la-condizione-e-il-luogo-fuori-controllo-dell’animale-selvatico» e che i primi traduttori in inglese dei Testi Sacri usarono per rendere il latino solitudines, deserti. Così, in una riflessione rarissima e preziosa per le nostre lettere, Pugno si sbilancia addirittura sull’arte paleolitica, sulle immagini animali di Altamira e Lascaux, per intuire una cosa essenziale, e che cioè il lato selvatico, il selvaggio, è solo un’invenzione, è la massa mancante, l’antimateria, l’antispazio che ha consentito all’uomo di inventare la casa, di concepire il giardino, e di sentire il corpo come casa e giardino rispetto all’aggressione esteriore del mondo e della morte.

Perché, oltre a capire questo e a capire la tensione al bosco, Pugno arriva a dire una cosa essenziale, quasi inconcepibile qui da noi, e che cioè la vera essenza del selvaggio non è una natura arruffata, un giardino abbandonato, e non è nemmeno il terzo paesaggio di Gilles Clément, ma è la morte, è la fine biologica dopo l’intrusione nel corpo di un altro corpo, che sia un’arma, un cancro, o un virus distruttore. Dice infatti: «La comunità che ti abbandona sul pack ha dolore di te? O sei tu che quando il corpo invecchia oltre misura decidi di addentrarti nella foresta? Ci sono ancora foreste? Sarai in grado di riconoscere il momento? // Dice questo, oggi, il romanzo?». Domanda cruciale, che vorrei suonasse come un’urgenza, un’accusa, quasi, per quella letteratura che non è in grado e nemmeno vuole incorporare il collasso dei tempi e delle terre che già si vive, che tutti a brevissimo vivremo.

Dunque sulla selvatichezza in letteratura: non solo come tema ma anche come modo e forse vocazione di lasciar nel testo un elemento non addomesticato, non rifinito, non ripulito, lontano dal giardinaggio letterario dello stile, della lingua, da questo fare «editing di tutto ciò che è bosco». Come lasciare il bosco proprio nel romanzo, perché invece nella poesia un po’ di bosco resta sempre, per solitudine e vocazione linguistica? In che modo ritrovare una pratica della scrittura intesa come bisogno animale? Come evitare il fatto che dopo le chiacchiere letterarie, le sbrodolature politiche, alla fine del giorno «torniamo a casa, ci sdraiamo sul divano, rifiutiamo di vedere che la casa è in fiamme»? In che modo far sì che «la letteratura [sia] occhi nuovi, straniamento, bosco»? Come «trovare il modo di portarli, i lettori, nel bosco, uno per uno»? Pugno non dà risposte e anche la via che addita è molto complessa, e ardua, perché passa attraverso una consapevolezza che la letteratura automaticamente non dà, che forse non veicola di per sé, ma che resta il punto fermo, il punto essenziale, e cioè che l’ultima regione del mondo in cui il selvatico resiste fermissimo non è qualche paesaggio non desertificato del pianeta, ma è il corpo, il nostro corpo individuale, il nostro corpo solo, vulnerabile, irascibile, rettiliano, e poi il grande corpo degli umani viventi, questa comunità che non è tale, o che è comunità del conflitto e della morte, ma che ci lega nell’effimero in un «noi sopravvissuti», noi residui dell’apocalisse.

Non una risposta, ma uno specchio in cui la letteratura oggi dovrebbe guardarsi, e dove a volte effettivamente si guarda. Ad esempio, nell’ultimo romanzo La metà di bosco, Pugno inventa un luogo e un personaggio. Il luogo è un’isola greca dei morti, un po’ come quella di Arnold Böcklin, occupata per metà da un bosco che è soglia. Il personaggio è Cora che muore e torna dai morti, e in quel bosco può rivivere, ma scivolando sempre più in uno stato selvatico, preumano, animale, violato e violento. Ora, In territorio selvaggio, fin dalla prima pagina, Pugno si chiede se il romanzo, la letteratura, debbano dare conforto. «La domanda della felicità non ha mai cessato di porsi», dice, ma la felicità sta per finire, ed è tempo che la letteratura entri nella metà di bosco dove il conforto dell’abitare umano non può più esistere e consolare come prima.

Laura Pugno

In territorio selvaggio

«gransassi» nottetempo, 2018, 128 pp., € 10

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su Ibs.it.

Le immagini dell’odio

Michele Emmer

Molti film, quasi tutti, sono basati sulla capacità espressiva degli attori. In particolari tipologie di film la capacità degli attori di rendere le situazioni, i sentimenti, le psicologie sono una componente essenziale. Ci sono film in cui pochissime sono le azioni che vi si svolgono, il film è giocato tutto sugli sguardi, sulle capacità espressive, sugli atteggiamenti. L’attore deve reggere su di sé il peso quasi completo del film, per rendere plausibili e giustificabili le reazioni che hanno i personaggi.

Un tipico film di questo tipo è Il sospetto, titolo originale Jagten in danese (la caccia), del regista Thomas Vinterberg, che ha scritto anche soggetto e sceneggiatura. Il protagonista Lucas lavora in un asilo, stimato da tutti e amato dai bambini, ha una vita riservata, un figlio, un cane, una nuova amica. È amato dalla bambina Klara figlia del suo migliore amico. E Klara racconterà come fanno i bambini in modo confuso e poco realistico di aver subito delle attenzioni sessuali da parte del maestro. Èvero, non è vero? Tutto si gioca sulle espressioni del volto del protagonista, uno straordinario Madd Mikelsen (miglior attore al festival di Cannes), e della altrettanto straordinaria bambina Annita Wedderkopp che interpreta Klara. Il sospetto aumenta, si allarga, la vita di Lucas diventa un incubo, la sua faccia, le sue espressioni si modificano, rendono lo sgomento, il dolore. Mentre la bambina è misteriosa, sfuggente.

E i due volti sono il film. Mentre intorno l’odio, il disgusto, aumenta, si trasforma in violenza verso il maestro. Incolpevole? Probabilmente, ma questo non impedisce che la piccola società molto civile che circonda l’asilo si trasformi in un luogo di violenza e persecuzione, senza una ragionevole causa, solo sul sospetto che genera pregiudizi, che genera e cerca colpe e colpevoli. Salvo ricredersi, e riabilitare il maestro, qualche mese dopo, a Natale, forse… il finale resta aperto, con quello sparo nel bosco.

Altro film sulla nascita dell’odio, di come un problema di una piccola comunità, il passaggio per una strada di campagna diventi un problema irresolubile che genera violenza e morte, e porti addirittura alla fuga dalla comunità le nuove generazioni. Titolo originale Ther Forgiveness of Blood, in italiano La Faida, del regista USA Joshua Marston, parlato tutto in albanese. Il film ha ricevuto l’orso d’argento al festival di Berlino del 2011, ed era stato anche candidato agli Oscar come miglior film albanese ma poi escluso dal concorso perché prodotto con capitali USA. Marston è anche l'autore di quel piccolo capolavoro che è Maria Full of Grace, del 2004, sulla storia delle ragazze Colombiane obbligate a trasportare nello stomaco ovuli pieni di cocaina. Film tutto parlato in spagnolo.

La storia si svolge in un piccolo villaggio. Per accorciare il giro con il suo carro nei campi il padre del protagonista, Nik un ragazzo di 17 anni, litiga con i vicini e viene accusato di omicidio. In base ad un antico codice balcanico del quindicesimo secolo chiamato Kanun, alla famiglia dell’ucciso spetta il diritto di uccidere un maschio adulto della famiglia rivale. Da un giorno all’altro il giovane Nik, che sogna di aprire un Internet point, e ha una ragazza legata all’altra famiglia, si ritrova al centro dell’odio, rinchiuso in casa senza poter uscire, pena la morte. Non capisce, si vorrebbe ribellare, arriva anche ad andare a parlare con la famiglia rivale, a costo della vita, ma la catena di odio, oramai avviata, inarrestabile , irrazionale ma lucidamente perseguita ed accettata da tutti, tranne che da lui, continua inesorabile. L’unica soluzione è fuggire, cercare di trovare un luogo diverso dove sia ancora possibile ragionare. Due film su come nasce la violenza, l’odio, l’irrazionalità, in due ambienti diversi: un paese moderno e civile, all’apparenza, e un luogo remoto rimasto legato a regole antiche, in cui solo i giovani vogliono rompere l’irrazionalità della violenza.

Due film entrambi degni di interesse, con un grande attore nel caso del film danese (ma tra i produttori del film di Marstron vi sono anche fondi danesi!). Con destini diversi, almeno in Italia. Successo per Il Sospetto, settimane nelle sale, passaggio di pochi giorni per il film albanese di Marston. Un altro clamoroso esempio di come la distribuzioni di film di qualità e di interesse in Italia sia legata a pregiudizi e incomprensioni intollerabili. Certo, un film parlato tutto in albanese! Nik è Tristan Hallilaj, la sorella Rudina, sulle cui spalle ricade il peso di mandare avanti la famiglia visto che gli uomini si devono nascondere, è Sindi Lacej. In DVD si trova in originale con sottotitoli in inglese e anche in versione italiana.

Radici e metafore

Giorgio Mascitelli

Tra i mendicanti che esercitano abitualmente la loro arte nei vagoni della metropolitana milanese ve n’è uno che spicca tra gli altri perché è biondo. Dall’accento con cui parla italiano e dall’aspetto fisico mi sembra che sia ucraino o polacco. Nonostante sia alquanto noto che l’immigrazione da questi paesi sia forte, la sua apparizione desta sempre una breve attenzione dovuta alla sorpresa prima che tutti ripiombino nell’indifferenza che di solito è riservata agli altri mendicanti. Non sono in grado di affermare se questo stupore si traduca per il suo oggetto in maggiori o minori incassi, ma certo mi sembra essere un esempio, sia pure al contrario, di quelle attese stereotipe nei confronti delle differenze altrui che sono così frequenti nella società: lo sguardo identitario che trasforma in icona ogni differenza, come ci ricorda Maurizio Bettini in Contro le radici, qui deve arrestarsi perché i capelli biondi sanno troppo di nord e il nord non chiede l’elemosina, ma la fa.

Proprio la lettura di questo piccolo libro di Maurizio Bettini è molto utile in questa travagliata fase della vita italiana ed europea. In esso Bettini dimostra in modo piacevole e rigoroso attraverso una serie di esempi nazionali ed esteri, drammatici e faceti che l’identità tradizionale è in realtà il prodotto di un processo di costruzione artificiale. A differenza di altre opere che ricorrono al concetto hobsbawniano di invenzione della tradizione, il pregio maggiore del testo di Bettini mi sembra che stia nel fatto di cogliere come centrale e fondativo l’aspetto retorico nel discorso tradizionalista. Quando Bettini ci ricorda che senza la metafora delle radici, e quella complementare della discendenza, il tema identitario quasi non sussisterebbe oppure se prevalesse la metafora da lui suggerita del fiume e degli affluenti nella rappresentazione delle identità, il discorso su di essa non assumerebbe un tono politicamente aggressivo, richiama un aspetto importantissimo. Non si tratta solo del fatto che la retorica, proprio nelle sue accezione classica e non solo nelle forme rinnovate mediaticamente, occupa ancora un aspetto centrale nel discorso sociale e politico. Mi sembra, infatti, che in questo modo Bettini ci indichi concretamente la porta dalla quale sta rientrando nel discorso pubblico e nella politica quella macchina mitologica che il secolo scorso ha tristemente visto nel suo pieno funzionamento.

Bettini dedica molto spazio all’analisi del discorso tenuto da Marcello Pera, allora presidente del senato, al meeting di Rimini di Comunione e Liberazione nel 2005. È comprensibile questa scelta sia perché tale testo è un perfetto esemplare di gran parte dei topoi del discorso identitario sia perché il tono lontano da qualsiasi eccesso verbale evidenzia le forme moderate e poco vistose che esso può assumere. Se le esternazioni dei Bossi o dei Kaczynski hanno una loro evidenza giornalistica, non va dimenticato che il discorso sulle radici ha anche articolazioni più sofisticate alla Remy Brague.

Che la crisi economica e la depoliticizzazione della cittadinanza siano un terreno fertile per lo sviluppo delle mitologie identitarie è un’ovvietà talmente comprovata da esempi storici e contemporanei che non vale nemmeno la pena di menzionare. Piuttosto è interessante citare un’altra osservazione di Bettini relativa al fatto che la spinta identitaria si accompagna a un apprezzamento degli stili di vita moderni che cancellano le tradizioni. Insomma omologazione e rivendicazione identitaria andrebbero di pari passo: è chiaro che il nostro autore usando il termine pasoliniano ci offre implicitamente una lettura del fenomeno che è quella dell’universalizzazione della piccola borghesia e delle sue contraddizioni. In altre parole l’individuo medio (non tutti per fortuna) anela a una comunità antica, in realtà vivendo con favore una vita che tende a cancellare tutti i legami sociali, tradizionali o meno, allo stesso modo che i gruppi rock di estrema destra cantano la purezza della razza bianca attraverso un genere musicale meticcio e di origine afroamericana.

Se però ci si chiede che tipo di discorso si opponga a quello identitario, allora si intuisce la pericolosità della situazione. Se si prescinde dalle varie incarnazioni mediatiche del politicamente corretto (dalla pubblicità progresso dei maglioni antirazzisti all’impegno dei divi per l’integrazione e contro le discriminazioni), non c’è un discorso politico che inquadri la denuncia delle mitologie identitarie in una prospettiva generale. Anzi nell’esperienza concreta l’unico discorso che apparentemente rivela un’opposizione implicita è quello che potremmo chiamare il cosmopolitismo delle multinazionali. Sottolineo la natura apparente di tale opposizione perché questo stile di vita che propugna come valore positivo una mobilità planetaria, naturalmente solo per ragioni aziendali, assomiglia alla vecchia esperienza del personale europeo nelle colonie, al quale veniva offerto la possibilità di riprodurre in luoghi esotici la madrepatria grazie alla scrupolosa eliminazione di ogni contatto con l’ambiente circostante. Oggi la tecnologia, l’omologazione e i non luoghi rendono possibile un livello ancora superiore di asetticità nell’incontro con l’altro. In fondo colui che si trasferisce perché globalizzato e colui che abbraccia il mito delle radici sono figli dello stesso processo di svuotamento del senso di cittadinanza.

IL LIBRO
Maurizio Bettini
Contro le radici
Il Mulino (2012), pp. 112
€ 10,00

 

Il comune che verrà. Appunti per ripensare il legame sociale nell’epoca della comunicazione in rete

Davide Borrelli

Uno spettro si aggira nel mondo, ma questa volta non si tratta dello spettro del comunismo. E’ piuttosto lo spettro del comune, o meglio della comunanza, che esprime la tensione a costruire un orizzonte condiviso tra entità che si trovano in condizioni di differenza. Diversamente dal comunismo, la passione del comune non si esprime in un manifesto ideologico né si concretizza in uno specifico programma d’azione. Per essere precisi, non costituisce neanche una categoria politica, dal momento che si manifesta come un’istanza che è insieme prepolitica, impolitica e postpolitica. Prepolitica, perché ha la forza energetica di un sentire. Impolitica, perché contesta al politico la pretesa di rappresentare la totalità dell’umano. Postpolitica, perché dispiega un nuovo orizzonte di senso e fornisce una nuova agenda per il terzo millennio, in cui trovano spazio pratiche, esperienze, soggettività e forme di vita associata rimaste per lo più in ombra e impensate nel corso della modernità. Leggi tutto "Il comune che verrà. Appunti per ripensare il legame sociale nell’epoca della comunicazione in rete"