Speciale C 17

ThePartyNello speciale:

  • Francesco Raparelli, Comunismo o il segno del possibile
  • Franco Berardi Bifo, Stelle granchi astronavi e comunismo

 

Comunismo o il segno del possibile

Francesco Raparelli

Migliaia di persone, per cinque giorni di fila, hanno letteralmente invaso i dibattiti di C17 – La conferenza di Roma sul comunismo, tanto a Esc quanto alla Galleria Nazionale. In migliaia hanno attraversato la mostra Sensibile comune (presso La Galleria Nazionale), alla conferenza connessa. Un successo straordinario, destinato a lasciare il segno. Successo ancora più potente se si concentra l'attenzione sul tema: il comunismo. Una parola dimenticata, offesa, impronunciabile, maledetta, che ancora non smette di attirare l'odio delle penne forcaiole, d'improvviso riconquista la scena. E la scena esplode di corpi, di controversie e di passioni. Sarebbe accaduta la stessa cosa se si fosse deciso di parlare d'altro? Magari temi radicali, ci mancherebbe, omettendo però la parola comunismo? La risposta è netta: no.

Obiezioni facili, soprattutto per chi parla e scrive prima di vedere o preferisce parlare senza aver visto dal vivo, senza aver toccato l'evento: “una riunione di nostalgici, affollata sì, ma favorita dal centenario”; “la solita sinistra extraparlamentare italiana, tanti ma sconfitti”. Ma i fatti, si sa, producono attrito e le parole maligne girano a vuoto: tre quarti dei partecipanti erano giovani o giovanissimi (e almeno tre generazioni si sono incontrate); di questi tre quarti, almeno la metà era costituita da attivisti provenienti da tutto il mondo (Germania, Spagna, Grecia, Svezia, UK, Russia, Polonia, Argentina, Giappone, USA, ecc.). Partecipazione assai vivace, tra l'altro: non solo le conferenze, ma decine di interventi nei quattro workshop e nell'assemblea finale. Una presa di parola collettiva.

Torniamo al problema: perché una conferenza sul comunismo produce tutto questo? E perché lo fa proprio ora, mentre Trump si insedia alla Casa Bianca, la barbarie e la guerra dilagano, il neoliberalismo si nazionalizza e la catastrofe economica non fa che ripetersi? Provo con una risposta semplice, utilizzando la frase nota di un filosofo – Gilles Deleuze – che non ha mai smesso di pensare il desiderio come potenza creativa: «un po' di possibile, altrimenti soffoco». Il presente si biforca, la violenza del capitale ha cancellato le mediazioni riformistiche, il New Labour e la socialdemocrazia. Una nuova accumulazione originaria, oramai cronica e che mette al centro processi estrattivi del valore sempre più duri, s'impone. Comunismo, allora, è il segno del possibile. Si insedia Trump, ma cinquecentomila donne assediano Washington, tre milioni sono in piazza in tutto il mondo: comunismo significa «scegliersi la parte», anche e soprattutto nella catastrofe. Comunismo significa ricordare che la «città è divisa», sempre, anche quando i rapporti di forza sono sfavorevoli e la resistenza dei poveri viene sconfitta. Comunismo è segno di alternativa, proprio quando il comando neoliberale ripete ossessivamente il mantra «there is no alternative».

Sorgono ancora domande: perché, se il capitale ha vinto ovunque e si presenta – secondo alcuni – come potere totalitario, che ci ha tolto anche l'anima, continua a menare senza sosta? Se la cooperazione sociale e l'innovazione tecnologica sono interamente di parte capitalistica, per quale motivo rilanciare in forza la violenza dell'accumulazione? Perché recinzioni, espulsioni, sfollamenti, guerra razziale e guerra in generale, se l'1% comanda senza ostacolo alcuno? Comunismo, e così è stato in queste straordinarie giornate appena trascorse, segnala che il capitale è sempre un rapporto, che l'innovazione tecnologica e le macchine linguistiche sono quanto meno un campo conteso, che la cooperazione sociale eccede il tempo di lavoro. Ottimismo? No, pacato realismo rivoluzionario.

C17 non è stato un concerto sinfonico. Le voci sono state tante, diverse, in molti casi contrastanti. C'è stato chi ha insistito sulle istituzione comuniste come alternativa radicale allo Stato e chi, dello Stato, vuole conservare alcune o molte funzioni; chi ha rivendicato la centralità del partito e chi quella dei movimenti; chi ha privilegiato la potenza del capitale (e il suo comando algoritmico sulla cooperazione) e chi quella del lavoro vivo e la sua relativa autonomia. Tutte e tutti hanno chiarito che non potrà esserci comunismo futuro senza primato della differenza e critica radicale dell'identità e dell'universale neutro. Comunque sia, C17 è stato un terreno eterogeneo, spesso dissonante, sicuramente polifonico. Eppure comune. Comune nella ricerca di un orizzonte capace di illuminare, oltre l'evento, lotte e insorgenze sociali. C'è desiderio di pensare in grande, senza arrendersi alle sirene del populismo. Lo ha mostrato la bella assemblea conclusiva, dove ancora centinaia di persone hanno discusso su quanto fatto e cosa fare in futuro.

C17 non scriverà un nuovo Manifesto, ma una serie di proposizioni per un Manifesto a venire. Le dissonanze rimarranno e la scrittura, dopo un primo canovaccio, sarà collettiva. Dopo C17, così deciso dall'assemblea, ci sarà C18 e poi ancora gli anni a venire. Altrove, non in Italia. Non sarà il festival del comunismo, ma un laboratorio transnazionale di produzione teorico-politica; in combinazione e risonanza con lotte e movimenti sociali. Dalle domande alle proposizioni, da queste ultime al Manifesto. Questo il modo di procedere. Non sarà facile, è chiaro, perché non è facile farla finita con il settarismo – così insopportabile in Italia – e mettersi in gioco, magari tradendo le tradizioni di riferimento. Ma non esistono soggetti e perimetri già dati, servono processi aperti, disponibilità a navigare, molto coraggio.

***

Stelle granchi astronavi e comunismo

Franco Berardi Bifo

Il programma delle giornate del convegno romano C17 era fittissimo, e mi è stato impossibile seguire tutto quello che è accaduto, anche perché gli appuntamenti erano dislocati in due luoghi lontani della città. Ho speso una fortuna in taxi per correre tra valle Giulia e San Lorenzo, eppure non ho potuto assistere a molti eventi che si svolgevano in contemporanea.

Di conseguenza debbo rinunciare a fare il cronista e mi limito a esprimere delle impressioni. Mentre scrivo queste rapide note, inoltre, non è ancora finita, perché domenica mattina ci sarà un incontro finale.

Sono state giornate intense densissime e affettuose.

Per cominciare ci si è allontanati dal pianeta terra e si è intrapreso un viaggio di centomila anni luce con Franco Piperno che nella sala buia della Galleria d’Arte Moderna raccontava la volta stellare.

Poi, la sera di mercoledì ho ascoltato Mario Tronti che in una sala affollata fino all’inverosimile (e si tratta di una sala molto grande) ha detto che il comunismo non è utopia, ma profezia. In sottofondo (almeno così mi pareva) suonavano le trombe dell’apocalisse, e il vecchio Tronti distingueva tra quando la politica è commedia, e i momenti in cui essa volge alla tragedia.

Il 17 del passato secolo è stato uno di questi momenti in cui dalla tragedia emergono orizzonti mai visti. Il 17 che stiamo vivendo si annuncia con toni altrettanto tragici. Vediamo se siamo capaci di inventare una via d’uscita dall’orizzonte foschissimo che si presenta.

Dopo Tronti, Maria Luisa Boccia ha svolto un intervento dedicato alla ricostruzione dei passaggi essenziali nella storia dei movimenti degli anni Sessanta, accentuando l’importanza del femminismo. Boccia si è soffermata in modo (per me) particolarmente efficace sul distacco tra i movimenti di trasformazione sociale e la sinistra. E’ stato negli anni Sessanta, ha detto, che si rese possibile una trasformazione insieme comunista e libertaria. Ma la sinistra, in ogni parte del mondo, scelse di non appoggiare quella possibilità, e di contrastarla, prendendo decisamente le parti del riformismo contro la rivoluzione, e prendendo le parti del capitale contro i movimenti e le avanguardie operaie. Allora la parola riforma ha cambiato di segno, e negli anni Ottanta è divenuta la parola con cui il capitale ha aggredito, sconfitto e disperso la classe operaia.

Con questo allontanarsi della sinistra dal comunismo (e del comunismo dalla sinistra) la sinistra è diventata strumento ipocrita di un potere sempre più torvo. E il comunismo ha perduto la forza di massa che aveva avuto fino agli anni ’70.

Quello che mi ha fatto impressione, in quella prima serata, è che nessuno ha pronunciato una parola che in questi giorni disgraziati è sulla bocca di tutti, la parola “Trump”.

Aristocratico understatement operaista?

Ho ascoltato molti interventi di qualità sui grandi temi del ‘900, ma mi è parso inquietante il silenzio sul presente, sullo scenario che incombe all’inizio del 2017.

Il segno generale di questo convegno appassionatamente ostile al futuro (fino al punto di non volerlo nominare) è stato a mio parere la rimozione.

Il terzo giorno del convegno era dedicato all’argomento “chi sono i comunisti?” Arrivavano notizie di scontri dalle città d’America, e di manifestazioni da Bruxelles a Manila, e in contemporanea abbiamo ascoltato un discorso di Toni Negri. Un discorso affascinante e rigorosamente teologico.

Il discorso è centrato su due punti di intensa religiosità: la scomunica e il miracolo. Negri comincia rivelando chi sono i non comunisti. Lo fa elencando addirittura quattro categorie di non comunisti (in due di queste mi sono naturalmente riconosciuto, ma adesso non saprei dirvi quali).

Poi Negri afferma che comunisti sono coloro che trasformano la cooperazione produttiva in contropotere politico. Sospendo per un attimo l’irriverenza ironica, e riconosco che qui si trova il nucleo interessante di un discorso per il resto un po’ svitato. Negri osserva che per gli operai industriali d’antan c’era discontinuità tra cooperazione produttiva e organizzazione politica rivoluzionaria. Per i lavoratori cognitivi dell’epoca presente quella discontinuità è tolta, e si dà finalmente la possibilità di un operare produttivo che si trasforma in operare solidale e socialmente utile: il comunismo immediato del lavoro della mente. In questo punto si riconosce il genio del professor Negri, che però subito cede il passo alla teologia, rivelando un miracolo nel quale io non riesco a credere (ma sono io l’unico ateo qua dentro?). Il miracolo viene enunciato con le parole: il lavoro cognitivo può agire con relativa autonomia e può farsi macchina dentro e contro lo sfruttamento. L’uomo si è arricchito della potenza della macchina (e fin qui ci siamo), e (udite udite, perché qui assistiamo al miracolo) la macchina non ha alcun potere sul cervello dell’uomo. Il miracolo dell’indipendenza del cervello dalle condizioni tecniche e materiali in cui agisce, è una verità di fede essenziale che sola rende possibile la rimozione.

Nel mio ateismo mi trovo costretto a constatare contemporaneamente due fenomeni: l’arricchimento della dimensione umana ad opera della tecnologia, sapere accumulato, ma anche (ahimè) l’automazione cognitiva e l’impoverimento psico-erotico prodotto dalla sottomissione dell’attività cosciente ai ritmi della macchina. Per Negri non è così, il suo dio ce ne scampa. Il suo dio ci scampa dalla depressione, dal panico, dalla solitudine, e da tutte quelle perversioni che un vero comunista non vuole neppur sentire nominare.

In queste giornate mi pare che si sia verificata una strana ma interessante inversione dei ruoli che attribuiamo all’arte e alla politica: qua dentro, nell’affollata sala di ESC si sta svolgendo una performance artistica in cui si celebra un rituale d’esorcismo. Là, nei saloni marmorei della Galleria, si giura fedeltà al comunismo.

Mi sono divertito, ho incontrato tanta gente bellissima, simpatica, affettuosa, come di questi tempi è difficile trovare. Non importa se tutto era un po’ finto e destinato a svanire lunedì.

Mentre parto, su Roma splende il sole (classicamente libero e fecondo) e mi prende una specie di malinconia.

L’orrore avanza, Melania regala a Michelle una scatola di Tiffany. Vado a Firenze con la mia ragazza a vedere la mostra di Ai Weiwei.

Tavolini che volano, biciclette che sembrano astronavi, granchi rosa che ti vengono incontro. Il comunismo sarà sbalorditivo o non sarà.

21 gennaio 2017

***

cantiere

Alfabeta2 ha aperto un cantiere.

Clicca qui per saperne di più.

Semaforo #4 gennaio 2016

semaforoAttesa

Nel maggio 1937 un uomo sulla trentina aspetta presso l'ascensore di un condominio di Leningrado. Resta tutta la notte, in attesa di essere portato alla Casa Grande. Tutta la fama di cui ha goduto nel decennio precedente non gli è di alcuna utilità. E ben pochi di quelli che vengono portati alla Casa Grande tornano mai.

Julian Barnes, The Noise of Time (incipit), Penguin Random House, in uscita il 28 gennaio

Esodo

Il 14 novembre 1847, sulla prima pagina di “Le Populaire”, settimanale comunista di Parigi , campeggiava uno strano titolo: C'est au Texas! (È in Texas!) . Dieci settimane dopo, poco prima dell'alba, sul molo di Le Havre, sessantanove francesi salivano a bordo del Roma, un piroscafo americano a tre alberi. Mentre la nave si allontanava, migliaia sventolavano fazzoletti dalla riva, al grido di Au revoir. Questi solenni pellegrini erano l'avanguardia selezionata di un immenso esodo di comunisti francesi verso il Nuovo Mondo. Icaria, come chiamavano la "comunità santa" che intendevano fondare sulle coste americane, si doveva modellare su un luogo di finzione, l'isola felice descritta in Voyage en Icarie, bestseller utopico pubblicato nel 1840 da Etienne Cabet, parlamentare comunista e editore di “Le Populaire”

Chris Jennings, A French Communist Utopia in Texas, New Republic, 20 gennaio 2016.

Sogno

Mentre ci avviciniamo al centesimo anniversario della rivoluzione bolscevica, un fotografo, Jan Banning, viaggia in tutto il mondo per documentare, come parte di un progetto in corso, gli spazi dove si incontrano le persone che credono nel comunismo (...). Avventurandosi dietro certe porte in Portogallo, in Nepal o in Italia, Banning si meraviglia: "Come potete ancora dire di essere comunisti dopo tutto quello che, abbiamo scoperto, il movimento ha fatto in Unione Sovietica?". Eppure, scopre, quel sogno persiste.

Rachel Lowry, Meet the world remaining communists, Time 11 dicembre 2015

Il Semaforo di Alfabeta è a cura di Maria Teresa Carbone


 

La distruzione del senso

Cornelius Castoriadis*

Il linguaggio umano comporta sempre due dimensioni indissociabili: quella del codice, insieme di significanti (parole, espressioni o frasi) in corrispondenza termine a termine con un insieme di significati o referenti; e quella della lingua, grazie alla quale il medesimo insieme di significanti veicola delle significazioni, si rapporta a qualcos’altro rispetto a degli “oggetti” (“reali” o “intelligibili) ben definiti e ben determinati. “Ho comprato un cane”, “Ha un salario di 4000 franchi al mese”: codice. “L’uomo dev’essere libero”, “Questa società è ingiusta”, “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai”, “Ho fatto sedere la Bellezza sulle ginocchia, l’ ho trovata amara”: lingua.

Non c’è fotografia né formula chimica né definizione logica possibile della libertà, della giustizia, della bellezza. Sono delle semplici significazioni immaginarie sociali come lo sono quelle veicolate da parole quali totem, tabù, mana, Dio, cittadino, nazione, partito, Sato, ecc. Inversamente, queste significazioni immaginarie sociali, le più importanti di tutte, quelle che incarnate nelle istituzioni tengono insieme ogni società, non esistono che a condizione di essere veicolate ed espresse attraverso delle parole (Anche quando è vietato “nominare” Dio, esso è comunque designato: “colui che è”, ecc.). Ciò accade nella più strana di tutte le relazioni strane alle quali il linguaggio ci confronta. In questo caso, la relazione della “parola” con il suo “significato” – la significazione – non può essere assolutamente determinata e rigida, né, nella società considerata, totalmente arbitraria, ossia manipolabile a piacere (1).

La riduzione del linguaggio alla sua sola dimensione di codice – termini che denotano “oggetti” ben distinti, definiti e determinati, e segnali pavloviani che producono dei comportamenti –accompagnata da una manipolazione totalmente arbitraria delle parole che veicolano le significazioni è evidentemente un tentativo di distruzione del linguaggio in quanto tale. Ed è proprio ciò che il regime russo persegue inconsapevolmente. Non si tratta di controllare il pensiero degli uomini, il regime vi ha rinunciato da tempo (è anche una delle ragioni per cui l’utilizzo, nel suo caso, della nozione di “totalitarismo” dev’essere rivista).

Si limita a controllare i comportamenti. Non si tratta nemmeno più – secondo il geniale passaggio al limite immaginato da Orwell – di rendere la sua critica linguisticamente impossibile (2). Si tratta di distruggere il rapporto degli uomini con la significazione e con il linguaggio come mezzo e veicolo di una verità possibile, quindi di un movimento di società. Tentando di diventare Padrone assoluto delle significazioni, il regime finisce col distruggerle e col distruggere la significazione in quanto tale. La distruzione di qualsiasi attributo, stabile o mutevole, riferito a cose che non siano “materiali” o “logiche” è abolizione della possibilità stessa della verità.

L’affermazione paradossale: words mean what I want them to mean non si può realizzare che distruggendo il linguaggio. Questa rovina del linguaggio umano, potentemente favorita anche da fattori autoctoni, travalica da tempo le frontiere della Russia. Sotto la pressione russo-comunista, combinata con la decomposizione interna della società occidentale, il rapporto della parole alle significazioni tende ad essere distrutta in tutte le lingue. Il significato della parola “socialismo”, ad esempio, è tutt’altro che determinato, la parola non è univoca, non possiede il senso unico e rigorosamente definibile dei termini anello o filtro in matematica.

Era inevitabile e, se è permesso dirlo, una fortuna che così fosse: altrimenti colui che avesse criticato un certo significato attribuito alla parola socialismo avrebbe dovuto essere trattato da ignorante o da squilibrato. Ma ecco la differenza: dalla polisemia feconda della parola siamo passati ora alla sua totale perversione, che non riguarda più da tempo i soli comunisti. Quando, nel 1981, il quotidiano francese più serio intitola una serie di articoli “Vietnam: il socialismo a passi lenti" (3), ci si può chiedere se voglia introdurre in modo subdolo nella mente dei suoi lettori l’idea che il socialismo siano i campi di concentramento e la dittatura totalitaria del partito unico oppure se, continuando in tal modo una tradizione quasi secolare dei grandi spiriti liberali e progressisti dell’Occidente (4) vuol fare intendere che questi incidenti minori non saprebbero modificare in nulla l’essenza socialista del regime Vietnamita.

In questo caso, c’è da scommettere che non si tratti né dell’una né dell’altra ipotesi – ma semplicemente della partecipazione attiva alla confusione generale dell’epoca, nella quale le parole sono utilizzate in qualsiasi modo per dire qualsiasi cosa. In questa situazione, un discorso che mira alla verità diventa, socialmente e sociologicamente, quasi impossibile – il che favorisce a meraviglia gli scopi russo-comunisti. E ciò appare altrettanto chiaro nella situazione in cui si trovano gli avversari e i critici non reazionari del russo-comunismo, che tendono ad essere ridotti all’afasia o all’alessia.

Sono infatti spinti a un dilemma dai termini impossibili: o conservano delle parole come socialismo, rivoluzione, democrazia con il rischio sicuro di essere confusi con coloro che combattono, a meno di essere costretti a trasformare in lunga dissertazione terminologica ogni frase che pronunciano; oppure abbandonano, pezzo per pezzo, tutto il vocabolario politico e sociale irreversibilmente pervertito, e rimangono alla fine afoni.

* Questo brano è tratto dal volume Devant la guerre, Fayard, Paris, 1981, pp. 234-237. Ringraziamo Zoé Castoriadis per averci permesso di pubblicarlo.

Traduzione dal francese di Andrea Inglese

Leggi la Bibliografia francese e italiana di Castoriadis

NOTE

1 Si pensi a cosa significano nelle nostre società le parole “giusto” e “giustizia”. È impossibile sostenere che hanno un significato fisso, definitivo e ben determinato dal momento che le discussioni intorno ad esse sono interminabili e ci contrapponiamo gli uni agli altri, ma è impossibile anche sostenere che non significano niente o qualsiasi cosa. Se, ad esempio, per lo stesso delitto, commesso da individui della stessa età, stessa condizione, ecc., in circostanze quasi identiche, due tribunali pronunciano delle sentenze molto diverse, nessuno sosterrà che entrambe le sentenze possano essere altrettanto giuste.

2 Big brother is ungood è una frase priva di senso nel Newspeak. Orwell aveva visto con un’acuità incomparabile la necessità del terrificante impoverimento del linguaggio che cerca d’imporre il comunismo, il suo tentativo di distruggere il fondamento della significazione distruggendo la polisemia, sfrondando il lessico e sopprimendo i “sinonimi”. “La riduzione del vocabolario era considerata come un fine in sé, e a nessuna parola di cui si poteva fare a meno era possibile sopravvivere (…). La funzione speciale di certe parole del Newspeak non era tanto di esprimere dei significati che di distruggerli.” Uno studio da questo punto di vista della stampa comunista (dell’Humanité, ad esempio) resta da fare e sarebbe di certo molto illuminante.

3 “Le monde”, 17/18/19.3.1981 È questa la pratica corrente, costante, ininterrotta. Marchais che approva l’invasione dell’Afghanistan, ossia che proclama la sua sottomissione alla politica estera russa, è l’“internazionalismo”; un colonnello o un sergente qualsiasi in un paese del Terzo Mondo che s’impossessa del potere e si proclama socialista, mentre massacra un buon numero di “suoi” sudditi, è il “socialismo in cammino”, ecc. E lo stesso giornale si bacchetterà sulle dita se un’improprietà di linguaggio è sfuggita nelle colonne della pagina gastronomica o ippica.

4 Si troverà una lista inevitabilmente incompleta, e più che deprimente nel libro eccellente di Davide Caute, Les Compagnons de route 1917-1968, Laffont, Paris, 1979. Tra i grandi nomi e l’intellighenzia occidentale, quelli che non si sono macchiati di complicità con lo stalinismo sono infinitamente più facili da contare che gli altri. Il record in questo campo è stato certamente battuto dalla Francia.

Buon Natale!

Juan Domingo Sánchez Estop

Molto prima che il cristianesimo diventasse la religione ufficiale dell'impero romano, le date che oggi corrispondono al Natale erano quelle di una delle più importanti feste romane: i Saturnali. I Saturnali celebravano la fine del lavoro nei campi e il riposo invernale dei contadini. In questi giorni gli schiavi godevano di una relativa libertà e si celebrava anche la fine dei giorni più corti dell'anno, l'inizio di un nuovo ciclo. Il cristianesimo recuperò queste date e in particolare quella del 25 dicembre (giorno del Sol Invictus o di Helios secondo il culto mitraico) per festeggiare la nascita di Gesù. Il cristianesimo quindi situò la nascita di Gesù negli stessi giorni in cui gli schiavi potevano godere di una certa libertà e sperare in una liberazione definitiva simboleggiata dal berretto frigio del dio Mitra.

La chiesa celebra in questi giorni la nascita di un uomo restio a farsi assimilare da qualsiasi potere. L'insegnamento del Nazareno, che riprende alla lettera il messaggio rivoluzionario dei profeti, stona in effetti con un'istituzione convertitasi molto presto in un centro di potere a giustificazione di tutti i poteri terreni e di ogni sfruttamento. Sorprende che si predichi il vangelo all'interno di un'istituzione di questo tipo, così come stupisce la pubblicazione di Stato e Rivoluzione di Lenin nell'URSS di Stalin. In tutte e due i casi un messaggio contrario all'ordine esistente finisce per essere neutralizzato dalla sua ripetizione rituale all'interno delle liturgie ufficiali.

Vale la pena allora fare uno sforzo per riscoprire l'autentico messaggio di Gesù – e quello di Lenin – al di là delle mistificazioni. Gesù non è il predicatore di un'obbedienza basata sul terrore, predica invece un'obbedienza libera basata sulla speranza o sulla ragione. E non predica un'obbedienza cieca, ma un'obbedienza alla legge che coincide con la giustizia e la carità. Il messaggio messianico di Cristo - che la Chiesa ha dimenticato - vuole fondare l'obbedienza alla legge su una preliminare assunzione della dimensione del comune. Nessuno prima di Louis Blanc e del Marx della Critica al programma di Gotha aveva detto con tanta chiarezza in cosa potesse consistere una società in cui l'accesso alla ricchezza fosse separata dalla proprietà e dal lavoro, una società comunista. L'idea di «carità» («gratuità»: charis in greco è la grazia, ed è propria della grazia la gratuità) coincide esattamente con un accesso ai beni di questo mondo indipendentemente dai titoli giuridici di proprietà e dalla subordinazione a un ordine del lavoro:

Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?

Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?". Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena [Matteo, 6:25]

Gesù chiama a condividere, ad abbandonare la proprietà, a non preoccuparsi per l'economia e a credere piuttosto nella libera capacità produttiva del comune e della comunità: Vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi [Luca, 18:22]

Andy Warhol, The Last Supper (1986)
Andy Warhol, The Last Supper (1986)

In termini moderni si direbbe: Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni. I veri discepoli del figlio del falegname non sono i grandi prelati né i potenti, ma i comunisti e gli atei. I comunisti in quanto difensori non degli orrori del socialismo di Stato, ma del regime del comune fondato sulla giustizia e la carità , ovvero una giustizia fondata non sulla proprietà ma sul libero accesso al comune.

E gli atei dicevamo, ma anche in questo caso gli atei veri, quindi non quelli che difendono un'atroce religione della Storia, dello Stato o qualsiasi altro incubo. I veri atei sono quelli che non credono nella provvidenza, né in un ordine dell'Universo, ma nella gratuità e nell'aleatorietà della storia e della natura, nella fondamentale aleatorietà del necessario. Tra questi atei della grazia ci sono naturalmente, insieme ai materialisti che rifiutano il principio di ragion sufficiente, i cristiani che propugnano insieme ai teologi della liberazione una «teologia dei predicati» che afferma non che «Dio è amore», ma che «l'amore è Dio», che il figlio dell'uomo è Dio, e che fuori dalla comunità degli uomini, fuori dal regno di questo mondo, non c'è nessun Dio.

Non lasciamo il Natale in mano a quelli che hanno crocifisso Gesù, ai prelati e ai potenti, a quelli che rubano ai poveri. Il Natale non appartiene a loro, ma all'unica comunità in cui credette Gesù, all'unico popolo di Dio che a sua volta è Dio stesso, non il Dio Unico perché la sua divinità è intrinsecamente molteplice ed è l'unica che merita di essere chiamata Dio. Dentro e contro una tradizione cristiana degenerata e corrotta dal potere, festeggiamo la nascita di un grande protagonista della libertà comunista e atea: Gesù di Nazaret.
Buon Natale!

Traduzione di Nicolas Martino

Twitter antigas

Juan Domingo Sánchez Estop

L'uccellino di Twitter con il becco coperto da una maschera antigas: questo è il simbolo che hanno adottato i compagni turchi di piazza Taksim. Molti hanno criticato questo simbolo perché consumista o perché evidenzierebbe una mania per i social network, sostenendo che poiché la rete appartiene al capitale allora il suo uso non può che essere controproducente per noi.

Tuttavia in un contesto capitalista quello che succede con Twitter, che, non dimentichiamolo, è uno strumento di lavoro, è quello che succede con tutti gli altri strumenti. Sono capitale fisso, lavoro morto: sono allo stesso tempo qualcosa che appartiene al lavoratore (il prolungamento delle sue membra e dei suoi organi, una protesi), sia qualcosa che gli è stato espropriato. Ecco perché tutti gli strumenti hanno questo carattere ambivalente: sono la potenza collettiva dei lavoratori, ma formalmente questa potenza appartiene a qualcun altro.

Tuttavia l'espropriazione non può mai essere totale: il rapporto di espropriazione che costituisce il capitale è sempre, come ogni rapporto di potere, un rapporto conflittuale tra antagonisti. Anche se le macchine appartengono al padrone, chi deve e sa utilizzarle è sempre il lavoratore associato. Anche se le reti e i linguaggi e i saperi che circolano attraverso la rete appartengono giuridicamente al capitale, diventano produttivi solo quando vengono riempiti dal lavoro vivo.

Il capitalismo ha sempre funzionato così, trattenendo la potenza produttiva comune. Anche nelle sue fasi più primitive, quelle di cui parla Marx nel capitolo del Capitale dedicato alla Cooperazione. Il fatto è che il comunismo ben lungi dall'essere un'utopia, è al contrario la struttura stessa della società. Oggi questo «sequestro» della potenza produttiva sociale è ancora più evidente, ora che il capitale fisso più importante è costituito dalla conoscenza e dalla cooperazione che sono inseparabili dal lavoro vivo. Nella società della conoscenza il capitale si rivela inutile e parassitario. I rapporti sociali capitalistici sono rapporti feudali.

La maschera antigas evoca allora il procedere mascherato del comunismo, il passaggio dei rapporti e delle reti immaginarie attraverso le relazioni di potere capitaliste e statuali. Ed è solo dall'interno di questo complesso ideologico e di questo insieme di relazioni sociali che ci attanagliano – e nelle quali però si esprime anche la nostra potenza – che sarà possibile una trasformazione radicale, uscire dal capitalismo. Marx, diversamente da molti marxisti di oggi, aveva ben chiara questa necessità di attraversare il sistema dalle sue stesse viscere, perché questo, e non un utopico mondo del dover essere, è il mondo che noi abitiamo.

«Ma nell’ambito della società borghese fondata sul valore di scambio si generano rapporti sia di produzione che commerciali, i quali sono altrettante mine per farla saltare. (Una massa di forme antitetiche dell’unità sociale il cui carattere antitetico tuttavia non può essere mai fatto saltare attraverso una pacifica metamorfosi. D’altra parte se noi non trovassimo già occultate nella società, così com’è, le condizioni materiali di produzione e i loro corrispondenti rapporti commerciali per una società senza classi, tutti i tentativi di farla saltare sarebbero altrettanti sforzi donchisciotteschi)». [Marx, Grundrisse, vol. 1, p.101]

In questo testo Marx parla di una violenza necessaria e ha ragione, è la violenza del comunismo nel tessuto del capitale: la solidarietà, lo sviluppo del comune, l'estensione del comunismo dentro il corpo sociale del capitale, tutto questo è violenza perché costituisce una minaccia mortale per il capitale. «Larvatus prodeo» era il motto di Cartesio: per sfuggire alla censura si mantenne sempre su posizioni «prudenti» e «ragionevoli», finendo però per farsi assorbire da queste.

Anche l'uccellino di Twitter mascherato corre questo rischio, sempre presente: che la proprietà finisca per prevalere sul comune. Ma non dimentichiamoci che anche la falce e il martello, simboli del grano mietuto e del ferro battuto per il padrone, a un certo punto hanno cambiato di segno trasformandosi in un'arma brandita contro il padrone. La rivoluzione è immanente: si fa dall'interno dei rapporti sociali capitalistici e contro di loro. Dentro e contro, questo è il motto di una politica materialista di liberazione.

 Traduzione di Nicolas Martino

Miraggi del Comunismo

Andris Brinkmanis

I due piani della galleria Laura Bulian di Milano sono stati irrevocabilmente invasi dai “Miraggi del Comunismo”. Sotto questo titolo, l’ottobre scorso, si è inaugurata una mostra del fotografo kirghiso Alimjan Jorobaev che, dopo essere stato presentato alla biennale di Istanbul del 2010 e in altre rassegne internazionali, è approdato a Milano con un’ampia retrospettiva a cura di Marco Scotini. Grazie alla lingua franca dell’ex territorio Sovietico – il russo, che ancora scarsamente padroneggio - ho avuto il privilegio di parlare a lungo con l’artista che altrimenti comunicava solo attraverso i suoi magnifici scatti fotografici e attraverso una gestualità non sufficientemente esaustiva per fare capire tutta la ricchezza condensata in quelle immagini. Immagini che raccolgono frammenti di storia e memoria collettiva, nonché gesti comuni, tramite uno sguardo fotografico che sembra scomparso dal panorama occidentale già da molto tempo. Un occhio che, seguendo un disastro sociopolitico, pare aver riacquistato tutta la sua innocenza davanti al mezzo tecnico, come quegli autori di dagherrotipi che, per la prima volta, cercavano di immortalare lo scorrere del tempo.

Alimjan Jorobaev: Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, tutti i dipendenti dello studio cinematografico per il quale lavoravo come operatore sono rimasti senza lavoro. Siamo stati letteralmente sbattuti per strada. Dovendo affrontare questa emergenza molte persone sono diventate piccoli mercanti di strada, altri si sono dedicati alla così detta imprenditoria, sfruttando la vicinanza di paesi come la Cina o la Turchia. Io invece non sono mai stato abile a fare affari. Non sapevo fare altro che scattare, quindi ero costretto a prendere in mano la mia macchina fotografica e scendere nelle strade per fare foto, cercavo di sopravvivere immortalando gli eventi della vita quotidiana più banali: feste di laurea, matrimoni, feste scolastiche ecc. È stato un periodo veramente difficile in quanto non mi ero mai occupato prima della fotografia del quotidiano. Ma la vita mi ha costretto a prendere questa strada e, per circa cinque anni, ho fatto il fotografo su chiamata. Per altri tre anni ho collaborato anche con alcune riviste e quotidiani. Ma non ho mai smesso di lavorare anche in proprio. Tutto stava crollando e cambiando davanti ai miei occhi. Cominciavano a sostituire i monumenti, cambiavano gli slogan e ho capito che l’epoca precedente stava irrevocabilmente svanendo e che bisognava assolutamente preservare qualcosa di essa. Ho intuitivamente cominciato a documentare tutto quello che era legato a Lenin, perché la maggior parte dei monumenti nei villaggi e nelle città erano dedicati a lui. Così, fotografando per me stesso ho cominciato questa serie di lavori.

Alimjan Jorobaev, Mirages of the communism #1, 1994 (Courtesy Laura Bulian Gallery)

Nel 2000 in Asia Centrale è sbarcato Jean Gaumy di Magnum photos. Questo fotografo francese ha raccolto un gruppo di 12 artisti con cui ha fatto una master-class. Lavorando con lui ho capito che artisticamente avevo scelto la direzione giusta. Inoltre lui ha trasformato questa nostra mentalità sovietica. Successivamente ho capito che cosa veramente significa la fotografia documentaria. In effetti anche un semplice scatto fotografico fatto per ricordare qualche evento è un documento, un documento che testimonia un’epoca, un certo tempo, il tempo. Quindi ho affrontato molto seriamente questo soggetto. Grazie a tutto ciò, da circa vent’anni mi occupo di fotografia documentaria. Invece quello che ho ereditato dalla scuola fotografica sovietica è indubbiamente l’uso del colore e la composizione.

Andris Brinkmanis: Hai poi mai rivisitato i tuoi archivi degli scatti accumulati?
A.J.:
Certo. Ora ho capito l’importanza di questa mia produzione. Ho documentato quei momenti a cui ora non si può tornare. Adesso sto “ripescando” molte immagini dai miei vecchi archivi. Sto creando delle serie, un archivio insomma. Ho fatto anche un data-base dei miei scatti e so che ciò è importante sia per il mio lavoro che per la storia. Per esempio mi colpisce ancora questa fotografia (con un quadro di Lenin capovolto). Una volta se qualcuno avesse tenuto un quadro così, poteva avere a che fare con il KGB o addirittura finire in prigione ed essere severamente punito. A me interessava molto come certi valori cominciavano a perdere la loro importanza per le persone. Quello che una volta stava appeso sul muro, ora poteva essere calpestato. Era quasi tragico e doloroso vedere tutto questo. Soprattutto perché non era possibile cancellare un sistema in un giorno solo o il modo di pensare e vivere degli uomini, le loro soggettività. Sarebbe stato necessario almeno preparare le persone. Invece da noi c’è stato un crollo veramente improvviso. Ci siamo spostati dal socialismo al capitalismo in una maniera violenta, quasi in una notte. Ora viviamo in modo selvaggio da circa vent’anni.

Alimjan Jorobaev, Mirages of the communism 2, 1995 (Courtesy Laura Bulian Gallery)

A.B.: E qual è secondo te la più grande differenza tra il sistema sovietico e quello attuale?
A.J.: Se prendiamo il sistema sovietico - chiaramente non sto dicendo che era tutto positivo - ma l’educazione, le cure mediche e molte altre cose erano gratuite, pagate dallo stato. Le persone potevano viaggiare gratuitamente o permettersi di fare una vacanza almeno all’interno del vasto territorio Sovietico. Ad esempio visitare i paesi Baltici. Quindi un minimo di dignità era garantita. Ma quello che ha portato il capitalismo nel mio paese è rovina e povertà. Molte persone sono nuovamente diventate religiose, per sfuggire a una realtà insopportabile. Non esiste più un sistema politico credibile e questo gap chiaramente viene riempito con il nazionalismo estremo o con l’invenzione di correnti musulmane davvero improbabili. Ognuno può corrompere i giovani come vuole. Sono proliferate le scuole islamiche più assurde – per esempio quelle che preparano i nuovi sovversivi. Quindi questo qualunquismo è agghiacciante. Se sotto il primo presidente si vedevano ancora degli artisti e degli intellettuali, ora sembra che ognuno si sia ritirato nella sua tana nella ricerca della sopravvivenza.

Alimjan Jorobaev, Prison # 1, 2009 (courtesy Laura Bulian Gallery)

A.B.: Sembra che a certo punto invece del miraggio del comunismo tutti abbiano creduto al miraggio del capitalismo.
A.J.:
In un certo senso sì. Alla fine questa strada si è rivelata essere molto più lunga e impervia di quello che sembrava. Dobbiamo vedere se arriveremo mai.

La mostra rimane aperta fino al 26 gennaio

Soggettività post-socialista

Elvira Vannini

“La vera immagine della storia scivola via…” mai parole più appropriate, come quelle di Walter Benjamin, potrebbero suggerire alcuni presagi del passato sovietico e raccontare il percorso concettuale della prima grande retrospettiva italiana dedicata a uno tra gli artisti più interessanti della scena estone contemporanea, in corso alla Galleria Artra di Milano. Di storia ce n’è molta nel lavoro di Jaan Toomik: non la storia politica della grande costellazione socialista, ma una cronaca individuale, intessuta con trame personali entro una narrativa biografica che viene riletta, dal curatore Marco Scotini, come riflessione sulla perdita di un modello sociale, attraverso un’indagine sullo stato dell’arte nell’Est Europa e le moltitudini postsovietiche. Al centro di quest’analisi ci sono gli effetti trasformativi dopo l’89 con la dissoluzione dei paesi del blocco sovietico, cui seguirono in un processo vertiginoso, il collasso delle infrastrutture politico-economiche, il fallimento delle ideologie, lo smarrimento.

Lo straordinario film Oleg (2010), con cui si apre la mostra, è indicativo di questa disposizione verso la storia e sovrappone così un doppio registro, autobiografico e di fiction: dopo 25 anni il protagonista ritorna alla tomba dell’amico suicidatosi durante la leva militare. Frammenti dolorosi scorrono ineluttabili nell’intensità del ricordo, tra flashback, azioni crude e reali, alla ricerca delle tracce di quell’avvenimento luttuoso, non come dramma privato ma nell’accezione foucaultiana che individua nel diritto alla morte uno dei caratteri con cui si esercita il potere sovrano. Già una forma di biopotere che diventa istanza di prelievo, legittimazione a espropriare tutto: le cose, il tempo, i desideri e anche la vita.

Jaan Toomik, OLEG, still da video, 2010

Girato nello stesso luogo, un ex-campo di addestramento sovietico per aerei da combattimento ora dismesso, il video Run (2011) che dà il titolo alla mostra, allude alla breve temporalità della vita in una propensione discontinua e ontologica: un aerodromo abbandonato con tre hangar vuoti, verso i quali l’artista accorre, sparendo per sempre. Un preludio della fine, che trascende il carattere autobiografico e che ritorna in modo quasi ossessivo in altri lavori video, esposti insieme alla coeva produzione pittorica (soprattutto autoritratti), oscillando tra memorie personali e vicende private, in una storia sociale mai raccontata esplicitamente: in Dancing Home (1995) balla su una nave che rimanda alla catastrofe della crociera “Estonia”, in Dancing with Dad (2003) inscena una danza sopra la tomba del padre, fino al già citato Oleg dove si corica a fianco della lapide in cui è sepolto l’amico.

Una dimensione performativa, fatta di azioni minimali, semplici, assolte da qualsiasi funzione comunicativa attraverso cui l’artista esibisce se stesso, amplifica un vocabolario gestuale a cui corrisponde un’apparente afasia di contenuto: correre, pattinare nudo sul mar Baltico ghiacciato, ballare, urlare anche se con un grido muto, saltare. Una corporeità che si libera da qualsiasi codice di comportamento e ritorna a una condizione primitiva, pre-individuale: ancora il Foucault dell’analisi della sessualità come dispositivo politico che implica il corpo, il biologico, il funzionale.

Jaan Toomik, Run, veduta della mostra Galleria Artra, 2012 (foto Chiara Balsamo)

Con questa mostra Scotini supera l’interpretazione esistenziale e dominante nella lettura dell’artista in direzione della “costruzione di una soggettività post-socialista”. Ma perché non ripercorrere attraverso l’aspetto più oscuro della perdita e della morte in Toomik, la parabola della prospettiva marxista sulla questione della fine, negli ultimi scritti sull’etica e la rivoluzione, fino alla formula storiografica di Hobsbawm, che non a caso fa coincidere l’intera vicenda del XX secolo con le vicissitudini e la scomparsa del comunismo sovietico?

L’idea della perdita di qualcosa è potentemente presente in tutti i lavori di Toomik in una visione tanto soggettiva da apparire viscerale, umorale, fisica, che non può non fare i conti con il disorientamento e le frustrazioni di un universo divenuto ormai distopico. Il crollo del muro di Berlino fu un evento imprevisto e grandioso. Ne seguì una grande libertà. Non un sentimento di euforia ma di sbandamento, confusione, che come un’eco, la posizione di Toomik sembra riflettere in un rapporto ambivalente, problematico e conflittuale, mai affrontato direttamente, senza alcuna nostalgia o abiura traumatica. Non c‘è spettacolarizzazione, ma l’azione gestuale irrompe incontrollata, come il desiderio: quasi per cercare un assestamento rispetto alla dispersione di ogni riferimento politico, sociale e culturale, al disfacimento di una soggettività sovietica perduta, non da costruire ma da riconquistare. Una soggettività che non avrebbe mai trovato posto nella logica normativa della storia.

Jaan Toomik
Run
a cura di Marco Scotini
Galleria Artra, Via Burlamacchi 1 - Milano
fino al 13 gennaio 2013