Borgna: parlarsi, oltre il rumore

blabla_solo_300x250Lelio Demichelis

Siamo una società che parla molto, ma che non ascolta. Ed è un parlare compulsivo e veloce, dove tutti dicono tutto, tutti vogliono dire qualcosa e non importa cosa. Ma se tutti dicono, anzi gridano, bisogna infine dire gridando più forte per superare il rumore di fondo di grida senza comunicazione. Tutti parlano e tweettano e bloggano e sui social network il dire o i selfie sono subito superati dal dire e dal selfie successivo, il dire non ha sedimentazione, non nasce da riflessione interiore, non dialoga anche quando si crede di condividere (condividere non è dialogare) perché ciò che si è detto in realtà non si sedimenta in chi riceve. Producendo appunto un rumore fatto di parole in libertà che passano attraverso molteplici canali di comunicazione, dando l’illusione di una grande libertà ma che cadono quasi sempre nel vuoto del non ascolto, o dell’ascolto appunto istantaneo (che produce un vuoto analogo), tutti futuristicamente sedotti dal mito della velocità delle parole mentre in realtà comunichiamo monologhi, stimolati dalla potenza facile del mezzo tecnico che sembra offrire a tutti una tribuna immensa di potenziali ascoltatori.

E’ (siamo) una società di monologhi e di monologanti, dove tutti replicano il dire (i modi di dire e il come li si dice) degli altri e come gli altri, producendo in altro modo quel monologo collettivo già analizzato a suo tempo da Gunther Anders. Dove il dire ha surclassato il parlarsi, ovvero il parlare con gli altri per comunicare, discutere, sognare, immaginare, comminare insieme, prendersi cura degli altri e della parola che si deve usare per comunicare. La parola oggi è ma senza più parlare. Il vocabolario si è ristretto a 140 caratteri, usiamo emoticon ed emoji al posto delle parole - quella cosa che ci distingue come umani. Non più le parole ma lo smartphone: che evita il contatto dei corpi, non ci si guarda negli occhi, non si scrutano i segni del corpo altrui ma si sta chinati con lo sguardo su uno schermo che non vede nulla e nulla ci fa vedere. Che sembra permettere un grande discorso collettivo, ma sono invece monologhi che quindi nascondono, meglio: negano ogni vero discorso. Siamo diventati silenziosi, pur gridando sempre di più. Siamo ciechi perché non osserviamo e siamo sordi perché non ascoltiamo più, chiusi nel nostro solipsismo narcisistico e auto-referenziale. In famiglia, nella società, nella politica, in economia tutti dicono ma nessuno ascolta gli altri, nessuno si prende cura degli altri (migranti, esclusi, malati, giovani, disoccupati, eccetera). Siamo anoressici della parola e del parlarsi ma bulimici del dire. Anche la società non parla più, non progetta più, non si pensa più, non si immagina più. La parola dice, ma non dialoga e quindi non cura. Perché in realtà solo dialogando ci si prende cura degli altri, si conoscono gli altri, ma si conosce anche se stessi e si costruisce una società. La parola è l’estensione di sé, è la manifestazione di sé verso gli altri. È il porgersi verso gli altri, dicendo, per poi ascoltare.

Per re-imparare a parlare e a parlarsi consigliamo caldamente il nuovo libro (Parlarsi. La comunicazione perduta), di Eugenio Borgna, psichiatra, docente e saggista. Un libro meravigliosamente terapeutico (e le riflessioni iniziali sono un poco analisi sociologica ma un poco anche auto-analisi personale).

Dunque, il libro di Borgna. Poetico non solo per i molti poeti citati ma perché usa una parola poetica per parlarci (e aggiunge “la psichiatria, quando si confronta con le grandi emozioni della vita, ha bisogno della poesia”). Ricordandoci fin dall’inizio una cosa che abbiamo dimenticato, che “la sola comunicazione razionale non riesce ad essere strumento di rinascita interiore, di crescita e di maturazione, che non sono possibili se non quando la comunicazione non sia contestualmente razionale ed emozionale. Ma in vita siamo ogni volta tentati di considerare le cose alla luce della loro significazione razionale, senza fare attenzione a quella emozionale: non meno importante”. Oppure (aggiungiamo), qualcuno produce incessantemente emozioni per noi, gioca sul nostro non-razionale (siamo la società del godimento e dell’edonismo) per scopi propri, pensiamo al marketing emozionale e relazionale, alla pubblicità, alle paure indotte dal populismo, al rottamare come scopo della vita, allo storytelling infinito della rete e della tecnica. E invece, ricorda Borgna: “Comunicare è entrare in relazione con se stessi e con gli altri, comunicare è trasmettere esperienze e conoscenze personali, comunicare è uscire da se stessi per immedesimarsi nella vita interiore di un altro da noi: nei suoi pensieri e nelle sue emozioni. Noi entriamo in comunicazione, e cioè in relazione con gli altri, in modo tanto più intenso e terapeutico quanta più passione è in noi, quante più emozioni siamo in grado di provare, e di vivere. Se vogliamo creare una comunicazione autentica con una persona, se vogliamo davvero ascoltarla, non possiamo non farci accompagnare dalle nostre emozioni”. E si comunica con le parole, ma anche con il corpo vivente, con lo sguardo e con il silenzio, perché esiste anche il linguaggio enigmatico del silenzio, un silenzio che parla con altre parole, “quelle dello stupore, della gioia e della speranza, il silenzio ardente del mare e delle stelle, il silenzio del dolore e dell’angoscia, della tristezza e della disperazione, il silenzio delle cattedrali” Perché, citando Romano Guardini: “Solo nel silenzio si attua la conoscenza autentica. Conoscenza non è soltanto notizia”. E ancora: “Chi non fa che parlare, non si possiede realmente, giacché scivola via di continuo da se stesso e ciò che egli dona agli altri non sono che vacue parole”. Bisogna quindi re-imparare il silenzio interiore, “i calmi indugi sulle domande importanti, sui compiti gravi della vita, sui problemi riguardanti una persona che ci deve stare a cuore. Allora faremo una singolare esperienza: che il nostro mondo interiore è vasto, che in esso si può andare sempre più a fondo”. Giusto, ma difficile (aggiungiamo ancora) in un mondo (economico, tecnico, politico, esistenziale) che fa della semplificazione il suo mantra, che rifiuta la complessità e il pensare complesso e approfondito (preferendo fare surf sulle informazioni), che vive in un incessante stato di eccezione o di emergenza. Difficile praticare la calma e la riflessione; ma oltremodo necessario, anzi urgente.

Recuperando la solitudine che, scrive Borgna, “è una condizione psicologica e umana nella quale ci si separa temporaneamente dal mondo delle persone e delle cose per rientrare in se stessi: nella nostra interiorità e nella nostra immaginazione; e questo senza smarrire mai il desiderio e la nostalgia delle relazioni con gli altri. (…) L’isolamento è invece una condizione psicologica e sociale nella quale si è chiusi, e talora quasi imprigionati, in se stessi; sia perché ci si vuole allontanare da ogni contatto con gli altri sia perché la malattia ci induce a farlo, sia perché sono gli altri ad allontanarsi da noi”. La solitudine e il silenzio diventano allora premessa per ogni relazione, ci aiutano a vivere meglio e più intensamente, distinguendo le cose essenziali da quelle che non lo sono. Anche se è evidente che “uno degli aspetti dominanti della condizione umana di oggi, e di quella giovanile in particolare, è il rifiuto della solitudine e l’incantamento per il digitale”.

Parlare, parlarsi, comunicare. Parole ambivalenti ma oggi svalutate, inflazionate, svuotate, quindi da recuperare nel loro significato umano e non solo di comunicazione mediatica. Comunicazione, che significa rendere comune (dal latino munus, dono). E dialogare: entrare in relazione con la nostra interiorità e con quella degli altri, sani o malati che siano, perché, scrive Borgna, comunicazione è sinonimo di cura.

Ancora possibile, pure “in un mondo così aridamente e così radicalmente digitalizzato”.

Eugenio Borgna

Parlarsi. La comunicazione perduta

Einaudi

pp. 96, 11,00

Da domenica 11 ottobre, alle 22.10 su Rai5, va in onda Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa. Prima puntata: Amare (con la partecipazione, fra gli altri, di Luisa Muraro, Massimo Recalcati, Walter Siti).

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Erdogan passa al massacro!

Defne Gursoy

Tutto è precipitato ieri sera a piazza Taksim (sabato 15 giugno, ndr). La polizia ha scatenato la guerra, ne sono testimone diretta poiché ero sul posto. La violenza poliziesca smisurata ha fatto centinaia di feriti; il parco è stato sgomberato a forza con gas; cannoni d’acqua violentissimi contenenti prodotti chimici che causano bruciature sulla pelle e proiettili di gomma hanno ferito decine di persone, fra le quali una donna incinta. Fra l’altro, sono state lanciate granate cataplessizzanti (incapacitanti) che hanno seminato terrore in tutto il quartiere.

L'intervento è iniziato quando non c’era alcuna manifestazione, alcun raduno né nel parco Gezi, né sulla piazza. Era un sabato ordinario e gli abitanti erano venuti con i bambini per prendere aria nel parco. L’operazione di guerra è cominciata alle 19,40 quando la Piattaforma di Taksim aveva annunciato alle 11,00 il ritiro pacifico degli occupanti dal parco a partire da lunedì.

Gli scontri sono durati sino al primo mattino; ero incastrata tra le barricate e la polizia. Mi sono rifugiata in uno di quei passages (galleria commerciante); la polizia ha lanciato il gas anche all'interno di tutti questi passages dove la gente si cercava riparo. Sono stata intossicata dal gas e ho visto gente cadere come mosche sulla strada Istiklal.

A migliaia sono affluiti da tutti i quartieri di Istanbul per venire in soccorso a Gezi Park e ai manifestanti. La municipalità ha fermato tutti i trasporti pubblici a partire dalle 11,00 per impedire l’afflusso della popolazione dai quartieri verso il parco. Ma la gente è passata dalla riva asiatica attraverso i ponti del Bosforo. La polizia ha tirato gas anche su questa gente che passava a piedi sul ponte, senza lasciar loro alcuna scappatoia, salvo forse buttarsi giù dal ponte.

Persino all’interno degli hotels che hanno accolto i feriti sono stati lanciati i candelotti di gas. I turisti hanno accolto i feriti nelle loro camere d'albergo ma hanno subito anch’essi violenze; la polizia ha attaccato tutti gli hotels le cui sale e ingressi s’erano trasformati in centri di soccorso medico. Questo è crimine contro l'umanità, del mai visto neanche in paesi con regimi fra i più repressivi.

Tutta questa violenza non ha fermato la popolazione che si è riunita in ogni quartiere. Non conosciamo esattamente il numero di feriti, ma sappiamo che ce ne sono tanti in grave stato. Centinaia di feriti non hanno potuto ricevere soccorso medico poiché la polizia ha vietato l'accesso delle ambulanze a Taksim e dintorni. Oggi, Erdogan terrà un meeting a Istanbul con i suoi sostenitori e probabilmente non esiterà ad aizzarli contro i resistenti.

Gli abitanti delle Settanta città turche sono oggi in strada per protestare. Decine di migliaia stanno per marciare verso piazza Taksim. La violenza del potere attuale contro questi cittadini deve essere fermata al più presto!

Chiedo di divulgare questo messaggio ovunque voi possiate. Quello che è avvenuto è veramente gravissimo ed è molto probabile che questa guerra di Erdogan contro la popolazione continui. La disinformazione da parte del potere turco non deve passare nei media europei, la verità deve essere ascoltata ovunque nel mondo.

Istanbul, 16 giugno 2013, 11h (ora locale)

Traduzione dal francese di Salvatore Palidda

Questo articolo è stato scritto domenica, ci è sembrato importante diffonderlo. Defne Gursoy è una famosa giornalista turca che scrive per giornali turchi e per vari giornali europei. È nota anche come saggista, conferenziere e docente in comunicazione.

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Eleonora Castagna, Rinascita turca
Una petizione:
Diren Istanbul, diren Türkiye (Resisti Istanbul, resisti Turchia)

turchia

Est iniuria in verbis

Paolo Fabbri

Nelle piazze reali e sulle autostrade virtuali della politica volano stracci e parolacce. Non è una sorpresa. Le male parole, sdoganate da tempo, dilagano fuori dal traffico e dagli stadi per approdare, enfatiche e imperative, in tutte le forme di vita. È pandemia.
Le canzoni popolari e le colonne sonore dei film sono tutte Parolacce e musica. Nelle Camere parlamentari e nei condomini si chiederà la Parolaccia, nei tribunali si darà la Parolaccia alla difesa, nei pubblici uffici si metterà una Parolaccia buona. Se di fretta, ci scambieremo due o quattro Parolacce. Insomma vivremo a Parolacce incrociate e i vip moriranno con le ultime Parolacce famose.

Tendete l’orecchio e arrivano: oscene, volgari, sporche, spinte, crude, indecorose, scurrili, empie, villane, triviali e via disdicendo. Un elenco è dapprima ghiotto ma sempre più ridondante e infine depressivo. Basti pensare alla carriera inversa e parallela di termini colloquiali come Cazzate e Figate che segnalano, in una società cosiddetta machista, l’opposizione tra greve ottusità e brillante riuscita.

E pensare che poco fa ci lamentavamo del PO.CO., cioè del POliticamente COrretto, nel tempo postvittoriano dei buoni sentimenti, regno dell’eufemismo e della litote. Sui genitali e gli orifizi, il coito e l’intera gamma delle secrezioni corporee, sulla malattia, sulla morte e soprattutto sui ruoli e i modi della vita collettiva – genere, comunità e professioni – aleggiava un’atmosfera untuosa di tabù, atti indiretti, definizioni oblique e ipocriti sottintesi. (Nei galatei universitari era impossibile scrivere un pronome senza doppia menzione di genere.)

Una reazione all’idioma licenzioso degli anni Sessanta, quando la lingua era politicamente libertaria e sessualmente libertina. Quando le avanguardie relativiste rivendicavano, horribile dictu, l’ugual valore letterario d’ogni parola del dizionario. E sceglievano per i rapporti sessuali l’uso di crudi verbi transitivi, mentre quelli del PO.CO., i Pochisti, si esprimevano con verbi pudicamente intransitivi e delicatamente reciproci. (Parlando di sesso siamo tutti villani: la scelta lessicale è tra l’asilo, l’anatomia e il blog!)

Come si spiega l’inversione cattivista di questa inversione? Con l’evidenza che il segno è energumeno (Bataille) e che la lingua non è una finestra sulla mente individuale, ma una veduta sulla cultura collettiva. Non è un riferimento tautologico – «dire pane al pane» – nel mondo esangue della logica, ma un’azione efficace sui valori, i loro conflitti e trasformazioni. Quindi le espressioni di informalità, machismo, sfrontatezza solleticano, provocano e offendono, ma perdono alla svelta l’odore di zolfo e il mordente. La parolaccia ridondante stinge il suo marchio, diventa un’interiezione e finisce, scarica, come un infisso nella sequenza discorsiva. Come l’affettuoso «bastardo» e il rilassato «vaffa». Sazietà semantica.

Accade lo stesso all’atto linguistico prediletto dell’attuale diverbio politico: l’insulto, con le sue fangose varianti: ingiurie, improperi, offese, contumelie, villanie, sberleffi, calunnie che traboccano dalla presenza alla telepresenza, dall’audience ai new media e viceversa. (Lo schermo si presta allo scherno e il digitale al dileggio). I linguisti si interrogano sulla speciosa sintassi dell’offesa – come l’improbabile imperativo anglosassone «fuck you» o il curioso plurale dei «cazzi acidi e amari» dell’italiano; una tipologia sommaria distingue le contumelie in descrittive, idiomatiche, enfatiche e catartiche – ma l’eccetera è numeroso. Vaffa, per esempio, è la parola d’ordine e il labaro d’un nuovo movimento politico.

Generalizziamo: l’insulto vola, ma c’è chi lo raccoglie, se ne ha a male e lo contraccambia con la legge bronzea dell’escalation: risentirsi e farsi sentire passando il segno altrui. Come nell’antico duello, il diritto non riconosce il diritto all’oblio dell’offesa e autorizza la vendetta. In questo tiro a segno alla reputazione e al decoro, è impossibile misurare le parole. L’insulto quindi è una performance razionale o per lo meno aggiustata. Erede dell’antica bestemmia – si dice «sacramentare» – dà forza e ritmo al discorso, sensibilizza al valore, ridesta rapporti emulsionati e assopiti. Serve a far entrare i valori condivisi o divisi più che a far uscire l’emozione.

Lo hanno capito i cognitari dei blog che hanno ripreso il testimone dall’idioma proletario dei carrettieri, scaricatori, militari e tifosi. Carta bianca agli improperi, quindi, ma con un principio di precauzione. L’insulto corrente – come la bestemmia la quale torna con il ritorno del sacro – è trito e ritrito. Espletivo per i linguisti o pleonasmo per i retorici, colma i vuoti del discorso e le pecche dell’immaginazione.

E se dice quando non c’è niente da dire, è votato alla più cerimoniale inefficacia. Eppure sono note le sue caratteristiche poetiche: parallelismi, allitterazioni, assonanze: una magia verbale che può giungere alle vette dell’epigramma e del pamphlet. Ricordate il «Nobodaddy» con cui William Blake pronunciava il nome da non dire invano? E il profetico motto con cui Samuel Johnson additava un politico del suo – del nostro? – tempo: «Morì nel suo letto senza insudiciare il patibolo»? Imprecatori, ancora uno sforzo! Impariamo a maledire bene. Più inventiva nell’invettiva!

Dal numero 29 di alfabeta2, dal 7 maggio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Terminal Beach

Chiara Balsamo

Fondato da Silvia Maglioni e Graeme Thomson, Terminal Beach nasce nel 2005 come format radiofonico sperimentale trasmesso dalla stazione indipendente Radio Blackout. Oltre a presentare una vasta selezione musicale, il programma lasciava spazio a vere e proprie live performance a partire da mix deterritorializzanti e strategie di disorientamento dell'ascoltatore.

La vicinanza all'emittente radiofonica e il contesto torinese sono fondamentali per comprende il percorso di ricerca e la natura militante del progetto: Radio Blackout infatti si autodefinisce un soggetto rivoluzionario e un mezzo di comunicazione a partire dalla comprensione della distinzione tra comunicazione antagonista e propaganda. Il ruolo di Blackout è ad esempio di fondamentale importanza per la lotta No Tav in Valsusa e punto di riferimento per il movimento nel resto di Italia.

Occupazione ex caserma Colombaia, Susa, marzo 2012 (foto Chiara Balsamo)

La stessa necessità di riflessione sulle pratiche di produzione dell'informazione e della comunicazione è uno dei punti di partenza del progetto Terminal Beach che, in seguito alle prime sperimentazioni radiofoniche, si è ampliato costituendo una piattaforma indipendente per la produzione di lungometraggi, film documentari, laboratori, autoproduzioni editoriali, spettacoli e videoinstallazioni. Come essi stessi affermano, Terminal Beach è una zona di spostamento e di indeterminazione, uno stato d'animo, uno spazio di riflessione critica e di produzione creativa, che esplora le nuove possibili configurazioni di immagine, suono, testo, politica e pubblico.

Dal 2011 - partendo dall'esperienza dei Cinétracts realizzati da Godard, Marker e Resnais - Silvia Maglioni e Graeme Thomson sviluppano il progetto Tube-Tracts. Il progetto (attualmente in corso di lavorazione) consiste in una serie di brevi video che adottano le strategie della pratica di détournement situazionista e le metodologie dei precursori del Cinétracts. I Cinétracts sono una serie di 41 cortometraggi non firmati, che attraverso il montaggio di immagini di reportage giornalistico, slogan, poesie e pensieri sulla teoria della lotta di classe, aprono una discussione sul potenziale rivoluzionario delle immagini e del testo in relazione agli avvenimenti di Parigi nel maggio-giugno del 1968.

Blocco A32 Torino Bardonecchia, Chianocco, aprile 2012 (foto Chiara Balsamo)

Il più recente dei Tube-Tracts di Terminal Beach è Trans Euro Express, realizzato nel febbraio 2012 come reazione ai numerosi arresti che colpirono il movimento No Tav nel mese precedente. L'esperienza del movimento No Tav è esemplare nel problematizzare la condizione di stallo linguistico nella comunicazione e nei media. Il codice comunicativo utilizzato dal potere è caratterizzato da un utilizzo mirato di "parole d'ordine", imponendo una ricezione gerarchica e negando ogni possibilità di partecipazione. Come afferma John Berger la strategia ideologica della tirannia è quella di screditare l'esistente in modo che tutto si riduca ad una versione speciale del virtuale da cui trarrà una fonte infinita di profitto; partendo da questi presupposti il No Tav ha da sempre attuato nuove pratiche di resistenza e di linguaggio finalizzate a scardinare tale dispositivo egemoniaco in favore della ragione e dell'esistenza.

Il Tube-Tract si pone all'interno di un contesto di lotta come un mezzo di analisi critica, di soggettivazione e di azione diretta. Il quesito che vuole essere sollevato riguarda la capacità di pensare politicamente attraverso i media, che nel presente svolgono un'azione fondamentale nel controllo della società da parte degli organi di potere.

Nel comunicato che ha accompagnato l'uscita di “Trans Euro Express” sulla piattaforma Info Aut, gli autori affermano: "Trans Euro Express è un Tube-Tract che inaugura una nuova serie, che vogliamo portare avanti anche collettivamente, intorno alla politica del montaggio e delle immagini in uno spirito post-godardiano di youtube, ma è soprattutto una breve composizione affettiva per la resistenza dell'arte e l'arte della resistenza su scala epica (e micropolitica), per l'epopea dei popoli che si rivoltano e si costituiscono nell'atto di resistere alle macchinazioni del capitalismo finanziario".

Il problema della noia

Giorgio Mascitelli

A detta di alcuni esperti di sondaggi, osservatori professionali di campagne elettorali, spin doctor e affini, la prossima campagna elettorale sarà una delle più noiose degli ultimi anni, viceversa secondo altri esperti (attualmente in netta minoranza ma destinati a diventare maggioritari negli ultimi giorni prima del voto) sarà una delle più avvincenti ed emozionanti. Non sono naturalmente in grado di dire quale delle due opinioni sia la più veritiera, ma forse vale la pena di riflettere su perché questo tipo di giudizio, apparentemente più adatto ad altri tipi di evento, venga ormai dibattuto pubblicamente e in maniera ormai sistematica in occasione di qualsiasi campagna elettorale, nazionale o estera.

In una società come la nostra, nella quale l’informazione è profondamente mescolata con l’intrattenimento e per così dire quasi non esiste senza di esso, perlomeno in dimensioni di massa, ovviamente la noia è un problema ed è un problema centrale per tutti coloro che investono beni materiali e immateriali nella comunicazione pubblica. Logico dunque che gli esperti di elezioni e pubblicità elettorale si pongano la questione di quanto una campagna sia divertente o meno, quello che mi stupisce è che tale riflessione venga estesa all’ampio pubblico dei non addetti ai lavori, di coloro che in definitiva dovrebbero semplicemente annoiarsi o divertirsi alle gesta e alle dichiarazioni dei candidati, invece di tenersi in ambiti più specialistici. In altri termini è interessante capire perché una persona che non fa parte di un comitato elettorale, ma è un semplice cittadino, dovrebbe studiare e apprendere punti forti e deboli della tecnica mediatica di ogni candidato.

La mia impressione è che una siffatta attenzione abbia una valenza pedagogica nei confronti della cittadinanza del tutto analoga a quella del commento tecnico nelle telecronache delle partite e delle gare sportive. I commentatori tecnici seri infatti hanno come compito quello di aiutare il pubblico a cogliere gli aspetti e i gesti più validi tecnicamente in un’ottica sportiva lontana dallo spirito del tifoso; ugualmente questi specialisti ci preparano a seguire le elezioni con un’attenzione rivolta alle modalità formali della comunicazione più che ai contenuti e alle prospettive politiche delle forze in competizione (mi sto riferendo a quelli effettivamente indipendenti e non a coloro che sostengono la campagna elettorale di un candidato attraverso i sondaggi). Vi è però una differenza tra i due ambiti: la finalità dello sport professionistico è quello di offrire una spettacolo divertente, quello delle elezioni dovrebbe essere la scelta del governo di un paese. In questa prospettiva l’attenzione preminente alle tecniche comunicative significa educare alla disattenzione rispetto agli aspetti più propriamente politici del voto.

Qualcuno potrebbe obiettare che non è poi una gran novità, fin dai tempi dei sofisti ci sono tecnici che debbono curare gli aspetti comunicativi della politica. Il che è vero, ma solo parzialmente, perché, quando i sofisti promettevano di rendere forte il discorso debole, infondo dicevano soltanto che chi avesse seguito i loro ammaestramenti retorici avrebbe prevalso nell’agone assembleare, nel nostro caso invece il discorso sulla comunicazione tende a sostituirsi al discorso politico. Insomma anche la politica professionale si depoliticizza in perfetta continuità con il resto della società.

Sempre da questo punto di vista emerge il limite sociologico di tutte le operazioni alla Grillo o, per stare all’estero, tipo il partito dei pirati: si importano dentro il sistema politico delle persone estranee a esso, che però non sono portatrici di una cultura politica e ideologica altra, e quindi finiscono con l’interpretare in una chiave magari più decente lo stesso tipo di logica dominante, che è del resto la traiettoria incarnata da Antonio Di Pietro, perché non possono che agire secondo i modelli dettati dal loro habitus. Non è un caso infatti che forze della casta e nemici di essa abbiano in comune il medesimo problema della noia.

Rem Koolhaas alla Biennale

Lucia Tozzi

Rem Koolhaas direttore della Biennale di Architettura di Venezia 2014. La domanda non è perché Koolhaas. La domanda è come mai fino a oggi non era ancora uscito il suo nome per la direzione della Biennale. Come hanno fatto a scartarlo per così tanti anni, come sono riusciti a preferirgli di volta in volta Fuksas, Sudjic, Forster, Burdett, Betsky, Sejima e Chipperfield, bravi per carità ma minori al suo cospetto?

La risposta non la conosciamo, ma sarebbe senz’altro una deludente teoria di veti e intrighi da corridoio ministeriale, del gossip di scarso potenziale come tutti quelli che riguardano le esclusioni eccellenti. Certo è che se Koolhaas fosse crepato prima di fare una Biennale sarebbe stato assurdo. Sono quarant’anni che detta legge nell’universo dell’architettura internazionale, sull’accademia e sui media, sugli appalti e sulle mode. Dal Messico alla Cina al Medioriente dietro ogni architetto emergente, dietro ogni festival e ogni nuova rivista c’è lui. Gli studenti più svegli da Harvard a Teheran imitano il suo modo di scrivere e di presentare analisi e progetti. Ma non è una semplice archistar, di quelle – anche più note al pubblico generalista, se vogliamo – alla Renzo Piano o Zaha Hadid, che si accaparrano commesse in tutto il mondo e declinano in infinite varianti un’unica idea piazzandola in ogni contesto.

Biblioteca Centrale Seattle (2004)

Koolhaas, Rem per gli amici, è un guru, è il Le Corbu del postmoderno, di più: è anche il Lord Brummel, e pure il massone, il Dio onnipotente e onnipresente. È l’architetto di riferimento di Miuccia Prada, è il fondatore e padrone della scuola di architettura Strelka, a Mosca, finanziata dagli oligarchi, è il coniatore di termini fortunati come Junkspace. Tutti gli devono qualcosa, perché è la vetta di tutte le reti. Entrare nel suo campo visivo, ma anche solo averlo sfiorato, intervistato, può fare la fortuna di una persona.

E infatti il consenso di cui gode è pressoché universale, a destra come a sinistra – l’uso di queste fruste categorie è una scelta consapevole –: Koolhaas mette d’accordo con pochissime eccezioni gli intellettuali radical e i più selvaggi immobiliaristi, i dittatori e i democratici liberal, le imperatrici della moda e i professori universitari. Il fattore che amalgama e spegne le divergenze non è lo splendore delle sue architetture, benché ogni progetto siglato OMA (Office for Metropolitan Architecture, lo studio di Koolhaas) venga regolarmente omaggiato urbi et orbi, ma la sua straordinaria intelligenza comunicativa, fondata sull’ambiguità e su un cinismo che suona liberatorio e anticonvenzionale. Da Delirious New York del 1978 ai suoi ultimi scritti, Koolhaas ha sempre evitato l’adesione ingenua a un’idea, la presa di posizione netta, la promozione entusiasta di un oggetto, uno spazio, un fenomeno o la sua condanna.

Casa da Musica, Oporto (2000)

Le sue analisi multidisciplinari, composte di elementi sociologici, geopolitici, economici, partono quasi sempre dalla stigmatizzazione di quelli che a suo dire sono luoghi comuni, rigidità ideologiche, miti benpensanti da ribaltare con qualsiasi mezzo. Chi è così stupido da dire che Lagos è una città povera e caotica? Che lo sviluppo del Pearl River Delta in Cina è devastante? Che Dubai è una città kitsch e per di più costruita con il lavoro di schiavi? Non saranno per caso degli occidentali accecati dall’universalismo? Degli ipocriti apologeti dei diritti, ignari dei flussi globali? Rottami modernisti che non vedono l’energia, le potenzialità sprigionate da questi luoghi, e lamentano la rottura di canoni etici ed estetici che loro vorrebbero imporre al mondo ma di cui il resto del mondo giustamente si fa un baffo.

Alla sprezzante distruzione del moralismo egualitarista o del giudizio “conservatore” non fa mai seguito una romantica esaltazione dell’oggetto difeso, ma un interesse che si pretende scientifico e oggettivo. Com’è noto, Koolhaas ha affiancato ad OMA un gruppo di ricerca, AMO, che ha il compito di ammassare immense moli di dati su tutti i paesi e i luoghi più ricchi e promettenti (prima la Cina, poi Dubai, ma dopo la crisi finanziaria meglio Abu Dhabi e Doha che hanno il petrolio, poi la Russia, il Brasile), e di comunicarli con la migliore grafica e la forma più impattante possibile, fatta di frasi brevi e domande acute e provocatorie, ma sempre serissime, senza mai cedere allo spirito, alla leggerezza. Prendendoli sul serio, accendendo i riflettori del sapere accademico e della curiosità mediatica sui loro territori in trasformazione, OMA riesce a penetrare i circuiti delle grandi commesse. La cultura è il suo ariete, la sua moneta di scambio.

China Central Television, Pechino (2004-2008)

Lo stile di Koolhaas è un politically uncorrect all’olandese, pragmatico e diplomatico. Descrive in maniera mirabile il junkspace o la finta identità dei centri storici commercializzati, ma lascia che ognuno interpreti liberamente le sue pagine come una denuncia o un’elegia realista, senza dare smentite. Ed è proprio questa ambivalenza che gli ha consentito di egemonizzare più di chiunque altro le teorie e il pensiero architettonico per decenni. E così è lecito aspettarsi una biennale densissima, spettacolare, faticosa, glamour e naturalmente ambigua. Innumerevoli membri delle sue reti internazionali saranno in fibrillazione, preparandosi a partecipare. Ma chi può dirlo, magari Koolhaas lo sperimentatore, come viene chiamato, vorrà stupirci con una mostra secca e una selezione durissima. Ad ogni modo sarà una liberazione: finalmente vedremo LUI direttamente all’opera, e non i suoi epigoni. E forse dopo si potrà voltare pagina.

Politica e social network

Giacomo Pisani

I social network hanno svolto, a ben guardare, un ruolo di primo piano nella campagna elettorale legata alle primarie del centro-sinistra. Basti pensare all’esplosione delle parodie avvenuta attorno allo slogan del Presidente della Puglia, “Oppure Vendola”, o a quelle altrettanto dissacranti sorte attorno ai motti di Renzi. Ma il fenomeno dell’amplificazione mediatica ha raggiunto dimensioni poderose nel caso del gruppo “Marxisti per Tabacci”, divenuto talmente famoso da meritarsi una citazione dal vincitore Bersani, proprio in occasione del discorso di ringraziamento all’elettorato.

Il punto fondamentale è che i social network forniscono le possibilità di espressione più adatte alla diversione e all’irrequietezza che caratterizzano il nostro tempo. Anche nel caso delle elezioni, l’istantaneità degli slogan, l’immediatezza dei “post”, costituiscono il mezzo ideale per comunicare, senza impegnarsi troppo, senza mettersi in discussione. E questo emerge anche nei contenuti. La neutralità dei temi veicolati permette agli utenti di non impegnarsi in questioni che richiedono prese di posizioni, analisi, giustificazioni. Il tutto si esaurisce nell’ironia - neanche troppo ragionata - di uno slogan, in possibilità fugaci, che permettono di affermare di esserci, senza affondare i colpi.

I social network divengono allora un modo di stare al mondo. È nota la triade che Heidegger pone alla base dell’esistenza inautentica e non genuina: la chiacchiera, la curiosità e l’equivoco. Si tratta di modalità di esistenza caratterizzate dalla distrazione, dall’irrequietezza, che si esauriscono nell’attimo senza prolungarsi in progetti a lungo termine. Che si determinano quindi in possibilità neutre, indifferenti rispetto all’identità soggettiva, che resta invece quasi in sospeso. Certo, il discorso si fa qui complicato, perché forse uno dei motivi per cui la chiacchiera diviene una delle modalità principali di esistenza è il fatto che l’identità spesso non trova vie per esprimersi.

Le vie di accesso alla cittadinanza sono precluse, soprattutto alle giovani generazioni, a cui il lavoro è negato, e con questo ogni possibilità di progettarsi in un futuro a lungo termine. È per questo che la certezza resta legata al presente, e a quelle possibilità neutre, indifferenti. Non è un caso, allora, che la chat (in inglese, letteralmente, “chiacchiera”) divenga il modo di discorrere postmoderno. E persino la politica assume le forme della chiacchiera, della banalizzazione. I contenuti del confronto si isteriliscono, fino ad allontanarsi dal terreno stesso della politica e a farsi “slogan”, durando il tempo di una risata. In cui tutti possono ritrovarsi, senza troppo tempo da perdere nei confronti e nei ragionamenti. Tutti sono fan dei “Marxisti per Tabacci”, o degli slogan di Renzi, oppure Vendola. Ma c’è qualcosa che comincia a non quadrare. A vincere è stato invero il candidato più distante da quest’opera di mediatizzazione capillare e di spettacolarizzazione della persona e dei contenuti.

Ma un segnale ancor più forte viene da quei giovani che da qualche settimana in tutta Italia, come del resto in buona parte dell’Europa, stanno tornando a porre i temi del lavoro, dei diritti di cittadinanza, della cultura. Prima nelle piazze, poi occupando i luoghi di lavoro e di formazione, c’è un’intera generazione che rivendica gli spazi della decisione. Forse quella dispersione tra le maglie del presente non riesce a contenere la tensione verso il futuro di quegli uomini e di quelle donne che rivendicano il diritto di esistere, di decidersi, di riprendersi il proprio spazio. È in gioco la riappropriazione del futuro che sottrae gli spazi alla neutralizzazione postmoderna e li riempie di vita, dei sogni e delle passioni che fanno il nocciolo della nostra storia.