Le festa del Comune

Alessandra Quarta e Michele Spanò

«Un tempo di qualità inconsueta» è quanto, nelle parole di Furio Jesi, sarebbero stati capaci di istituire, inventandoselo, i comunardi tra il marzo e il maggio del 1871. Non sappiamo se il tempo di un festival possa essere commisurato al tempo della festa; e tuttavia: se l’occasione festiva esibisce per definizione un rapporto con il comune (di più: se essa coincide con la sua stessa esperienza), quattro giorni fitti di conversazioni e dibattiti, di incontri e discussioni, di lezioni e tavole rotonde dedicate alle pratiche e ai pensieri dei beni comuni conservano, dell’antica festa, la stessa ambizione: quella di dimostrare che è insieme e non da soli che produciamo ricchezza e possibilità, trasformazione e novità.

Perché di questo si parlerà a Chieri tra oggi (9 luglio) e domenica (12 luglio): delle forme del vivere e del produrre in comune. A parlarne sarà una comunità senza identità: maestr* riconosciut*, alliev* promettent*, qualche lungimirant* critic*e, ovviamente, tutti quei movimenti che del comune hanno fatto la loro insegna; una comunità che cresce e si allarga, che si configura e si riconosce nella misura in cui crescono e si allargano quelle lotte e quelle pratiche in cui beni, territori, esperienze e risorse sono insieme rivendicati e istituiti come qualcosa di comune.

Il benicomunismo afferma che non c’è da scegliere tra Stato e mercato; essi sono, allo stesso modo e allo stesso tempo, articolazioni di quel capitale che, nella sua metamorfosi contemporanea, assolve all’antico ufficio dello sfruttamento estraendo e succhiando la ricchezza prodotta dalla cooperazione sociale. Il benicomunismo sa, con la stessa lucidità, che il capitale è una relazione sociale e non un moloch occhiuto e onnipotente. Come tutte le relazioni può essere trasformato, come ogni macchina può essere usata e usata contro se stessa: con i suoi strumenti contro la sua logica, alla sua altezza contro la sua razionalità; con uno slogan: dentro e contro.

Il benicomunismo che festeggeremo a Chieri può essere la divisa di una nuova generazione politica. La Grecia sta lì a dimostrarlo: l’Europa deve inventarsi un altro modo per produrre e riprodurre la ricchezza della cooperazione sociale contro i circuiti della valorizzazione privata e della rendita. Sarà inutile piagnucolare sulla fine dello Stato o sulle nequizie del mercato. Sarà meglio inventarsi qualcos’altro. Se il benicomunismo è infatti una critica esigente e implacabile della proprietà privata è perché esso è in primo luogo il nome della improcrastinabile riappropriazione di ciò che in comune siamo e facciamo. Il benicomunismo è quel movimento che sottrae ciò che è stato tolto alla cooperazione sociale restituendolo all’uso e all’accesso di tutti e di ciascuno. La scommessa benicomunista non si enuncia dunque altrimenti che così: se la valorizzazione oggi si gioca tutta sul terreno della cooperazione sociale è a essa sola che tocca di darsi le sue istituzioni e le sue norme.

La proprietà sarà ancora utile a questo scopo? Se le relazioni sociali e quelle produttive sono costruite sul piano della solidarietà e dell’inclusione, il loro governo non può più essere lasciato a una istituzione che comporta strutturalmente egoismi ed esclusione. Ecco un’altra sfida per il benicomunismo: ripensare l’appartenenza senza cucirle addosso l’abito proprietario e il suo paradigma, che il neoliberismo ha nuovamente schiacciato su quell’individualismo possessivo che da secoli è la più triste e ignobile delle silhouettes prodotte dall’antropologia filosofica occidentale. Ripensare le modalità di gestione, abbandonando la gabbia della titolarità, per realizzare l’inclusione e quell’eguaglianza sostanziale che, celebrata dalla nostra Costituzione, pare deridere fieramente, ogni giorno, chi nulla ha e niente possiede.

La risposta deve essere articolata sul piano costituente, alla ricerca di nuovi modelli di partecipazione, e sul piano del costituito, dove il diritto deve essere usato in maniera contro-egemonica, rispolverando tutti quegli istituti utili ad arginare l’idiosincrasia – diciamo pure: l’idiozia – proprietaria e a garantire l’accesso agli esclusi, attraverso un’interpretazione che non tralasci i dati extratestuali e cioè quei contesti politici, economici e sociali in cui la norma si immerge e da cui essa, lo si voglia o meno, emerge. Il diritto smette finalmente di essere e di proclamarsi neutrale e torna a vivere la realtà e a esplorarne le contraddizioni, per riemergere – affermandosi nel conflitto – dall’isolamento a cui il primato dell’economia vorrebbe ridurlo.

Durante il festival chierese i beni comuni non saranno l’oggetto di un discorso iniziatico, perché ciò che più importa è abbattere gli steccati del tecnicismo e consegnare questa categoria del pensiero, arricchitasi attraverso i processi di partecipazione e rivendicazione dal basso, a un’ampia platea, la stessa a cui è rimesso il cambiamento possibile. Non abbiate paura: nessuno vaneggerà sulla ricostruzione di una fantomatica sinistra, convinti come siamo che soltanto una diffusione del potere politico – ossia della possibilità di mettere in moto il cambiamento – possa annullare quelle rendite di posizione che, a quanto pare, non corrompono soltanto la materia proprietaria. Nuovi fronti di aggregazione politica potranno trovare riparo sotto l’ombrello benicomunista, cornice non dogmatica e mutevole in cui potersi riconoscere, in cui dare forma a un’opzione politica molecolare.

Allora, magari, quando, festosamente, ci troveremo a guardare Kommunisten (l’11 luglio), l’ultima potentissima elegia comunista di Jean-Marie Straub (e le Apuane impassibili di Fortini/Cani), non sogneremo die fröhliche klassenkampf ma è proprio a Fortini che, senza nostalgia, correrà il nostro pensiero: «Il combattimento per il comunismo è il comunismo. È la possibilità (scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero possibile di esseri umani viva in una contraddizione diversa da quella odierna. Unico progresso, ma reale, è e sarà un luogo di contraddizione più alto e visibile, capace di promuovere i poteri e le qualità di ogni singola esistenza. Riconoscere e promuovere la lotta delle classi è condizione perché ogni singola vittoria tenda ad estinguere quello scontro nella sua forma presente e apra altro fronte, di altra lotta, rifiutando ogni favola di progresso lineare e senza conflitti. (...) La identificazione con le miriadi scomparse e con quelle non ancora nate è rivolgimento amoroso verso i vicini e i prossimi, allegoria dei lontani. (...) Il comunismo è il processo materiale che vuol rendere sensibile e intellettuale la materialità delle cose dette spirituali. Fino al punto di saper leggere e interpretare nel libro del nostro medesimo corpo tutto quel che gli uomini fecero e furono sotto la sovranità del tempo, le tracce del passaggio della specie umana sopra una terra che non lascerà traccia».

Festival Internazionale dei Beni Comuni
Chieri 9-12 luglio 2015

 

Una comunità di comunità

Paolo Cacciari

Alla grande tematica dei beni comuni ci si può avvicinare da tanti e diversi punti di vista: fenomenologico e scientifico, attraverso l’ecologia; utilitaristico, attraverso l’economia; funzionale e finalistico, attraverso la sociologia e la filosofia; ideologico, attraversando tutti gli «ismi» di tutti i tempi. Oggi, grazie al lavoro di due giuristi che hanno lavorato con Stefano Rodotà nella commissione incaricata dall’ultimo governo Prodi di modificare la parte del codice civile relativa alla proprietà pubblica, Alberto Lucarelli (professore di Diritto pubblico all’Università Federico II di Napoli e alla Sorbonne a Parigi) e Ugo Mattei (professore di Diritto civile all’Università di Torino e alla University of California), possiamo dire che il concetto di beni comuni ha acquisto anche un fondamentale spessore giuridico. Una leva importantissima nelle mani di quanti – movimenti, forze politiche e sindacali, amministratori pubblici – si stanno battendo contro il saccheggio delle risorse naturali, la depredazione dei servizi di pubblica utilità, la privatizzazione dei beni pubblici e devono ora – soprattutto dopo lo stupefacente risultato dei referendum sull’acqua e sull’energia pulita del giugno dello scorso anno – passare a una fase propositiva, di concreta e praticabile proposta politica. Siamo nel pieno tentativo di tracciare una nuova teoria giuridica (che non trova ancora spazio nel nostro ordinamento) relativa ai beni comuni per accompagnare un «passaggio d’epoca» (per dirla con Rodotà) di «portata rivoluzionaria» (per dirla con Mattei).

La casa editrice Dissensi ha raccolto in un volume cinque saggi e svariati articoli di Lucarelli corredati da una vasta documentazione (tra cui le prime delibere del Comune di Napoli sulla ripubblicizzazione dei servizi acquedottistici e sulla democrazia partecipativa). Mattei invece ha pubblicato un agile, mozzafiato excursus lungo l’evoluzione storica della nozione dei commons. La sensazione è che finalmente si sia aperta una breccia nel muro della dottrina accademica che fa da baluardo al potere incontrastato degli interessi economici dominanti. Esattamente come avvenne in altri campi, ad esempio, quando un gruppo di fisici contestarono il nucleare. O come quando gli psichiatri misero in dubbio il paradigma della segregazione. O da quando alcuni economisti eretici hanno cominciato a smascherare il mito truffaldino della crescita economica infinita. Un corto circuito liberatore che si compie quando i saperi esperti, specialistici si contaminano con le ragioni dei saperi esperienziali, diffusi, «popolari».

Gli stessi percorsi di vita dei due amici autori (entrambi attivi nei movimenti per l’acqua: uno, Lucarelli, anche assessore ai beni comuni e alla partecipazione nella sua città, Napoli, l’altro, Mattei, instancabile animatore di comitati e movimenti di base) ci ricordano che le innovazioni teoriche prendono sempre forma nel corpo dei processi sociali. Senza mai allontanarsi troppo dallo specifico disciplinare, rimanendo sul filo del diritto (naturale e sociale, pubblico e comunitario), Lucarelli e Mattei decostruiscono e sradicano nientemeno che il concetto e l’istituto della proprietà (tanto privata, quanto statale) quando essa si riferisce ad alcune categorie con funzioni particolari, ma comunissime, di beni e servizi. Quelle «fisiologicamente non orientate al mercato» che la relazione finale della Commissione Rodotà ha catalogato in tre grandi aree: i «beni comuni», appunto (tra gli altri: i fiumi, le sorgenti, i laghi e le acque in generale, l’aria, i parchi e le riserve ambientali, le foreste, i lidi e le coste, la fauna selvatica e la flora tutelata, i beni culturali e archeologici), i «beni sovrani» (cioè quei beni strumentali all’erogazione di «servizi pubblici essenziali» di interesse economico generale, così come riconosciti anche alla Carta dei diritti fondamentali della Comunità europea) e i «beni sociali» (tra gli altri: le case dell’edilizia residenziale pubblica, gli edifici pubblici adibiti a ospedali, all’istruzione, le reti locali di servizio pubblico).

Fermandoci ai beni comuni. Essi sono per Lucarelli «beni che, al di là della proprietà, dell’appartenenza, che è tendenzialmente dello stato, o comunque delle istituzioni pubbliche, assolvono, per vocazione naturale ed economica, all’interesse sociale, servendo immediatamente non l’amministrazione pubblica, ma la stessa collettività in persona dei suoi componenti». Con stringente e convincente semplicità, Lucarelli dimostra l’incompatibilità non solo della proprietà privata ma anche di qualsiasi tipo di gestione business oriented messa in atto dagli enti pubblici, attraverso le infinite variabili societarie commerciali, di beni e servizi indispensabili all’effettivo soddisfacimento di diritti fondamentali delle persone e delle comunità, della sopravvivenza e della dignità degli individui e della coesione sociale. Il risultato è stato la mancata attuazione dei principi e lo stravolgimento pratico di svariati articoli della Costituzione italiana. Si tratta quindi di invertire il processo involutivo che ha portato nel corso dei secoli all’evaporazione dell’idea delle res communes omnium (e dell’esistenza stessa di res extra commercium) e alla cessione della sovranità politica a favore dei soggetti privati che agiscono nell’economia di mercato.

Mattei in particolare ripercorre l’evoluzione del diritto dal modello proprietario individualistico romano a oggi passando per il sistema sociale «pluralistico e a potere diffuso» del Medioevo, alla «complessità olistica del comune» proposto dai dei beni comuni. Un percorso, quindi, che recupera l’idea di pubblico in una dimensione non statalista. Si tratta di «studiare ed elaborare strutture di governo partecipato e autenticamente democratico» (Mattei), un ordinamento in cui «la titolarità dei beni comuni vada ricondotta in capo alla collettività e la cui disciplina dovrebbe fondarsi su principi fondamentali che rimandano sostanzialmente all’idea di una loro indisponibilità di fondo, proprio in quanto costituenti il bagaglio fondamentale e inamovibile per il soddisfacimento dei bisogni primari di qualsiasi persona» (Lucarelli).

Le riflessioni dei due autori vanno oltre le stesse conclusioni della Commissione Rodotà. Lucarelli – in questo totalmente immerso nella nuova funzione di assessore alla partecipazione in una megalopoli come Napoli – pensa che si debba «partire dall’individuazione di una cornice di principi e della natura del diritto, piuttosto che partire dall’individuazione del bene – processo tra l’altro estremamente complesso – per identificare il bene comune». In totale sintonia con Mattei: il quale ricorda come i beni comuni mal si prestino a una tassonomia, quasi si trattasse di una nuova categoria merceologica, mentre essi vengono determinati da un processo di riconoscimento e rivendicazione sociale. «Un bene comune […] non può concepirsi come un mero oggetto […] Non può essere colto con la logica meccanicistica e riduzionistica tipica dell’Illuminismo, che separa nettamente il soggetto dall’oggetto. In una parola non può essere ricondotto all’idea moderna di merce […]. Noi non “abbiamo” un bene comune, ma in un certo senso “siamo” (partecipi del) bene comune». Un processo «dal sotto in su», esplicitamente conflittuale, che abbisogna di una soggettività a partire da quella «Rete dei comuni per i beni comuni» che gli autori, assieme al sindaco di Napoli De Magistris e a molti amministratori locali, stanno tentando di mettere in piedi guardando all’Europa, a una possibile Carta europea dei beni comuni.

La dimensione politica dei commons è inscritta nella loro stessa natura. Tipo di bene e forma di gestione formano un tutt’uno inseparabile. La titolarità collettiva, universalistica («il soggetto titolare del diritto di fruire dei beni comuni è l’umanità nel suo senso intero, concepita come un insieme di individui uguali», Lucarelli) e sociale ha bisogno di una declinazione politica, di una «soggettivazione», di «regole certe» e di una «responsabilità delle istituzioni pubbliche», ma, attenzione, «non in quanto proprietari del bene, ma in quanto tutori degli interessi generali e dei valori etico-sociali, riconducibili alla protezione del bene stesso e quindi in quanto soggetti responsabili verso le generazioni future» (Lucarelli). Non quindi in quanto proprietari, domini, sovrani.

Al fondo vi è un’idea di autodeterminazione e di autogoverno dei cittadini, portatori di interessi diffusi, ma non localistici né corporativi (homo civicus in contrapposizione a homo oeconomicus) che secondo gli autori si potrebbe coniugare con un government democratico. Mattei giunge a prefigurare, attraverso la narrativa dei beni comuni, «un’alternativa politica e culturale che sappia scalzare tanto la proprietà privata quanto la sovranità statuale». Per Lucarelli si tratta di superare non solo la «tensione dicotomica Stato/società; beni pubblici/beni privati; servizi pubblici/concorrenza; interessi pubblici/interessi privati», ma anche e contestualmente, quella separazione che si è venuta determinando tra «democrazia della rappresentanza e democrazia della partecipazione». Gli autori immaginano un «diritto pubblico partecipato», una «democrazia di prossimità» (Lucarelli) ovvero «una comunità di comunità ecologiche, legate fra loro da una grande rete, un network di relazioni simbiotiche e mutualistiche, in cui ciascun individuo (umano o meno che sia) non può che esistere nel quadro di rapporti e relazioni diffusi, secondo modelli di reciproca complessità» (Mattei).

Una considerazione per chiudere e rilanciare. Le nuove elaborazioni in punta di diritto sui beni comuni ci ricollegano alle rivoluzioni culturali in corso in America latina: in particolare alle nuove costituzioni dell’Ecuador di Rafael Correa e della Bolivia di Evo Morales. Il quale in un discorso alle Nazioni Unite in occasione del Mother Earth Day ha affermato: «Se il XX secolo è stato l’era dei diritti umani, il XXI dovrebbe essere il secolo dedicato alla natura e a tutti gli esseri viventi […]. So che questo compito non sarà facile. Molte persone, specie gli avvocati, affermano che solo noi esseri umani abbiamo diritti». Ecco, ci sono cose come la rilevanza morale dei beni comuni, l’incommensurabilità dei beni naturali e culturali con i parametri dell’economia, l’intangibilità di Pacha Mama e la dignità di ogni essere vivente, che molti – e non solo avvocati – «stentano a capire».  I beni comuni sono davvero un nuovo paradigma giuridico e filosofico, economico e sociale, scientifico e politico, che ci permette di ricomporre una visione d’insieme del carattere intrinsecamente unitario dell’essere umano e delle relazioni esistenti tra gli individui e il vivente tutto.

I LIBRI
Alberto Lucarelli
Beni Comuni. Dalla teoria all’azione politica (con contributi di Luigi De Magistris e Alex Zanotelli)
Dissensi (2011), pp. 415
€ 18

Ugo Mattei
Beni comuni. Un manifesto
Laterza (2011), pp. 115
€ 12