Reati al Colosseo, o i rischi delle iperboli

colosseoGiorgio Mascitelli

L’onorevole Francesca Barracciu, sottosegretaria ai Beni culturali, ha definito l’ormai celebre assemblea sindacale dei custodi del Colosseo un reato e, a fronte delle rimostranze di chi le faceva notare che le assemblee sindacali in orario di lavoro sono perfettamente legali, ha replicato affermando di considerarla un reato in senso lato. Dunque in senso tecnico la sottosegretaria avrebbe usato la figura retorica dell’iperbole. Ora, per la mia modesta esperienza di scriba, l’iperbole è una figura molto pericolosa, che va impiegata con parsimonia perché nasconde diversi trabocchetti logici.

Infatti l’iperbole non può essere usata in tutti i casi: per esempio utilizzare il termine di reato funziona solo se attribuito a fattispecie non previste esplicitamente dalla legge, altrimenti è un errore logico. D’altronde l’iperbole è usata alquanto spesso solo nei poemi epici, nella pubblicità e nelle dichiarazioni di alcuni presidenti del consiglio. Questi tre generi di discorso hanno in comune non soltanto il fatto di proporsi di edulcorare o abbellire una determinata situazione o prodotto, anziché di denunciarla, ma anche di avere come oggetto delle proprie affermazioni iperboliche cose o fatti che il pubblico non può facilmente verificare tramite fonti indipendenti. Le iperboli devono essere perfettamente calcolate anche nel loro grado di superfetazione, altrimenti si ritorcono contro il loro stesso autore, come dimostra il fatto che le parodie dei tre generi di discorso indicati sopra si basano su iperboli così forzate da risultare ridicole o totalmente fuori luogo.

E tuttavia l’errore dell’onorevole Barracciu è ampiamente scusabile non solo perché la retorica, inutile materia umanistica, non fa parte del corso degli studi, ma perché, nella sua scompostezza, l’errore dell’onorevole è l’espressione di un senso comune oggi diffuso o per meglio dire di un senso mediatico oggi diffuso. Infatti, nella narrazione neoliberale del mondo i diritti collettivi, quali quelli sindacali, sono descritti come privilegi di casta, che dovrebbero essere vietati per legge, esistendo solo quelli individuali. E qui però dovrebbe scattare per tutti un campanello d’allarme non solo in quanto è del tutto evidente che in assenza di alcuni diritti collettivi è impossibile godere di diritti individuali, ma anche perché quella narrazione prende l’abbrivio agli inizi degli anni ottanta da un’apertura di credito di un celebre caposcuola come Von Hayek alla dittatura di Pinochet, anche se ormai nessuno si ricorda più di questo fatto.

A costo di essere scambiati per gente noiosa o peggio convinta che esistano ancora i telefoni a gettoni nell’era degli smartphone, è bene nella comunicazione pubblica esprimersi con lentezza e ponderazione altrimenti si corre il rischio di venire parlati dalla superlingua mediatica. Certo i vecchi politici centristi della DC o del PRI, che pure non dovevano avere in grande simpatia le assemblee sindacali, non avrebbero mai fatto un errore del genere.

Proprio per questo mi permetto di rivolgere ai compagni del partito democratico, specie a quelli che hanno un ruolo più importante nella comunicazione pubblica, un appello analogo a quello che a suo tempo Nanni Moretti rivolse a D’Alema. Io sarò però più moderato e mi accontento di chiedere loro, quando parlano di diritti sociali, di dire qualcosa di centro.

L’arena della crisi

Augusto Illuminati

Anno I dell’Era Renziana. Dopo la munifica erogazione di panem (gli 80 sesterzi, con cui la risparmiosa vajassa Picierno vive due settimane acquistando perfino il salmone in ritagli), Franceschini, il Tigellino dell’Eponimo, offre ai Quiriti pure i circenses, essendo notoriamente la constituency leopolda avida di condividere i piaceri con il divus Matthaeus – est vulgus cupiens voluptatum et, si eodem princeps trahat, laetum (Tacito, Ann. XIV 14). E così, su ispirazione dell’archeologo Daniele Manacorda, invece di allestire un’attrazione oltre il Gra, nel parco tematico di Cinecittà World, il ministro, che non a caso proprio della Picierno fu affettuoso sponsor, tuitta che l’idea gli piace molto e basta solo un po’ di coraggio.

Ma qual è l’idea? Semplice! Ricoprire i sotterranei del Colosseo con una piattaforma calpestabile (si spera in legno), buttarci sopra un po’ di sabbia, come a inizio Ottocento, e usarla privatamente o pubblicamente, per «ogni possibile evento della vita contemporanea» e non soltanto per «il semplice rito banalizzante della visita del turismo massificato». Non entriamo qui nel merito della proposta di ricostruzione dell’arena – Manacorda è un serio archeologo e il suo allestimento della Crypta Balbi fu esemplare – ma soffermiamoci sulla speculazione mediatica e politica che se ne sta facendo, senza nessuna intenzione di realizzarla praticamente mettendoci soldi e tanto meno di fare i conti con l’esclusiva d’uso concessa, in congiunto con il restauro, allo sponsor Della Valle.

Di idee per rottamare il vecchiume archeologico ne vengono molte, un filo più sofisticate delle fantasie di Obama (baseball) o di Pallotta (trionfi di Totti – ma, ahimè, l’esclusiva toccherebbe alla Fiorentina di Della Valle), delle sfilate Tod’s e Armani e dei soliti concerti capodanneschi di serie B, idee più consone alla storia dell’edificio e alle tonalità emotive della Nuova Era. Insomma, bisogna stare all’altezza del grande spettacolo di venationes con cui fu celebrato nel 249 il millenario della fondazione di Roma: alla faccia di WWF, animalisti e vegani vi furono uccisi 32 elefanti, 10 alci, 10 tigri, 60 leoni, 10 iene, 10 giraffe, 20 asini selvaggi, 10 zebre e 6 ippopotami. Combatterono 1000 coppie di gladiatori (dunque ne mori almeno un migliaio). Gli ultimi safari si svolsero nel 523 e finirono solo per carenza di animali importati. Che nel 404 l’imperatore Onorio proibisse i combattimenti gladiatori, dopo il sacrificio del monaco Telemaco che aveva cercato di bloccarli ed era stato linciato dalla folla, rende ancor più suggestivo che un nuovo Telemaco, consacrato da Recalcati, oggi ristabilisca quegli usi virili. Il futuro è solo un inizio, si sa. Anche il ritorno al primo Ottocento dell’arena calpestabile è in linea con le “tutele crescenti“ sul lavoro e la libertà dei padroni delle ferriere.

Qualche modesta proposta, ora, per adeguare l’anfiteatro ri-pavimentato alla “vita contemporanea”. Per antipasto, lotte fra gufi e sciacalli, con contorno di allocchi e calabroni. Colonna sonora affidata (in prestazione gratuita) alla cooperativa delle maestranze dell’Opera; ristorazione (a pagamento) gestita da Eataly. Carrettino dei gelati Grom e camion-bar Tredicine, per nazarena spartizione. Allo stuzzichino seguono i piatti forti. Duelli per i posti fissi fra precari divisi per categorie: co.co.co, co.co. pro., partite Iva vere e spurie, interinali assortiti, contrattisti acausali, apprendisti, tirocinanti, stagisti gratuiti, contrattisti a inserimento, a chiamata, con voucher, staff leasing, job sharing, telelavoristi autonomi e subordinati, ecc. Alla fine l’imperatore annuncerà per tweet che il posto fisso non c’è più e ai vincitori toccheranno in premio alcune proposte di colloquio della Youth Guarantee.

Caccia al clandestino, affidata prima ai laquearii con lazo o ai retiarii travestiti da pescatori che li avvolgono con la rete e poi li infilzano con il tridente. Prima alternativa: farli travolgere dall’auto di Salvini lanciata all’impazzata. Seconda alternativa (in solo caso di naumachie): speronamento e affondamento di barconi di migranti, con immissione di piraña nelle acque (troppo basse e dolci per gli squali). Crocefissione, impeciamento e arsione di mestatori sindacali e sovraintendenti ai beni culturali, con cartelli allusivi al loro ostacolare alle riforme. Assolutamente da evitare, invece, il coinvolgimento di veri burocrati europei e italiani, giudici, banchieri e grandi evasori fiscali, che verranno bruciati soltanto in effige e insultati con cori e schiamazzi pre-registrati.

In caso di insufficienza dei fondi, si ricorrerà a una clausola di salvaguardia, per esempio l’lva al 24% o un’imposta straordinaria sui diplomi di laurea e di dottorato. Creatività ci vuole, quando cadono redditi e consumi. Dum Colosseum stabit, Roma stabit; dum Roma stabit, mundus stabit – l’ha detto il venerabile Beda, non era quello che aveva previsto il 40, 8%?