Quei rivoluzionari indiani dimenticati

Sikh_wwiGiuseppe Flora

 

È stata allestita a Roma, presso la Biblioteca Angelica, una mostra fotografica intitolata I Sikh: storia, fede e valore nella Grande Guerra, realizzata dall’Istituto Internazionale di Studi Sud Asiatici (ISAS) con materiali provenienti da una mostra londinese. Sikh sta per «discepolo», così si chiamano i membri della grande comunità religiosa monoteista nata e sviluppatasi nel XV secolo in Panjab, nell’India nord-occidentale. Le fotografie documentano l’impegno dei reggimenti dei sikh nell’esercito inglese in Francia e su altri fronti europei. Alcune immagini testimoniano il sacrificio di quegli uomini anche nel secondo conflitto mondiale. L’iniziativa ha voluto documentare la loro dimensione spirituale fondata sugli insegnamenti dei primi dieci Maestri, o Guru. La loro successione cominciò con Nanak (1469-1538) e terminò con Govind Singh (1666-1708). La visione di Nanak è contenuta nei suoi componimenti poetico-religiosi (Gurbani), successivamente commentati dagli altri maestri e raccolti nel Guru Granth Sahib, il libro delle sacre scritture dei Maestri.

In una prospettiva storico-sociale si può affermare che la religione dei sikh sia nata come una sorta di terza via tra il monoteismo islamico e il brahmanesimo. Con quest’ultimo esistono importanti convergenze ma i sikh, oltre a rifiutare la visione panteista degli indù e il loro complesso rituale, hanno respinto con forza il sistema delle caste, postulando l’uguaglianza dei fedeli davanti a Dio.

Le vicende dei sikh, perseguitati dall’imperatore Mughal Aurangzeb (1618-1707) e successivamente organizzati in formazioni militari, legittimano la relazione tra fede e valore in guerra. Tale aspetto trovò forma alla fine del XVII secolo nell’ideale militante della «comunità pura» (khalsa). Ciò sembra offrire una chiave d’interpretazione anche per la massiva presenza dei sikh nelle guerre europee, tuttavia è possibile offrire una lettura più «laica» del loro ruolo nei conflitti mondiali.

Dopo il 1913 l’importanza dell’India come colonia inglese decresce relativamente sotto il profilo economico, ma cresce sul piano geo-politico proprio con il primo conflitto mondiale. Agli inizi del 1914 l’esercito indiano era formato da 270.854 uomini, ai quali potevano aggiungersi 45.600 ausiliari. Tale numero crebbe rapidamente durante la guerra, tanto da superare il milione di unità. Tra l’agosto 1914 e il novembre 1918 furono reclutati 1.161.489 uomini; di essi ben 447.000 furono arruolati in Panjab.

Secondo la visione antropologica coloniale dell’India, il sub-continente appariva come un mosaico di «razze» e «culture» molto diverse tra loro. Ufficiali e funzionari inglesi hanno sempre cercato di trarre da tale diversità, reale o presunta, dei vantaggi politici, secondo la filosofia del divide et impera. Circolava l’idea che esistessero razze e caste «imbelli» (bengalesi, bramini, jaina); per contro, si parlava di razze «marziali» (gurkha del Nepal, rajput). A fornire massicciamente materiale umano alla macchina bellica inglese erano i sikh e i musulmani; su questi ultimi gravavano dei sospetti. Dato che nel 1914 il Califfato Ottomano si era schierato a fianco della Germania e dell’Austria-Ungheria, era diffuso il timore che potessero venire influenzati dalla propaganda pan-islamica.

Il massiccio reclutamento dei sikh fu reso possibile dall’autorità esercitata in forma semi-autocratica dai funzionari inglesi nei distretti rurali. Essi seppero far leva sugli interessi comunitari e sul senso di prestigio dei Sikh. Anche in India, però, come in Europa, la guerra produsse «effetti indesiderati» per i governi e le élites: dalle ceneri del conflitto si diffuse la propaganda rivoluzionaria, favorita dalle terribili crisi socio-economiche. In India la questione sociale fu a lungo assorbita dal nazionalismo radicale. La guerra stessa fu un terreno di crescita per quei gruppi, sia pure minoritari, che propugnavano la lotta armata contro gli inglesi. Anche questo fa parte della storia dei sikh.

Nel 1912 a San Francisco l’intellettuale panjabi Hara Dayal Singh (1884-1939) fondò il giornale Ghadr (la Rivolta). Nel 1913 venne costituito un gruppo politico con lo stesso nome. Tra i suoi membri c’erano dei bengalesi, per lo più studenti, ma la maggior parte erano lavoratori panjabi, in prevalenza sikh. Le associazioni sorgevano per contrastare le pesanti discriminazioni alle quali erano soggetti gli emigrati, soprattutto nei cosiddetti White Dominions dell’impero, Australia e Canada, che avevano chiuso le loro frontiere agli indiani. L’episodio più clamoroso fu quello della Komagata Maru, una nave giapponese noleggiata da un imprenditore sikh, Gurdit Singh, carica di 376 passeggeri quasi tutti sikh. La nave arrivò nel porto di Vancouver il 23 maggio 1914 e fu bloccata dalle autorità canadesi per otto settimane. A terra si costituì un comitato di solidarietà di emigrati e vi furono momenti di grande tensione con la polizia canadese. Alla fine la nave dovette allontanarsi sotto la minaccia di un’unità da guerra, nonché per la penuria di acqua e cibo. I passeggeri che tornarono in India furono arrestati. Questo episodio segnò un’importante frattura tra la comunità dei sikh e lo stato coloniale. Alla fine del 1914 molti membri del Ghadr fecero ritorno in Panjab e contribuirono alla propaganda rivoluzionaria. Ciò costrinse il governo coloniale a promulgare leggi speciali, come  il Defence of India Act del 1915 e i progetti di legge Rowlatt del 1919.

Tra i rivoluzionari sikh partiti dall’America spiccano le figure di Kartar Singh (1896-1915) e Sohan Singh (1870-1968), presidente del Ghadr e futuro esponente del partito comunista indiano. Il 15 settembre 1914, Kartar Singh tornò in India, dove si procurò delle armi grazie ai rivoluzionari bengalesi. In Panjab, nel distretto di Ludhiana del quale era originario, Kartar Singh organizzò la base di raid contro banche e uffici per finanziare il movimento. Nel febbraio 1915 lui e i suoi compagni, Harnam Singh Tundilat (1882-1962), ex-emigrato in Canada, e Jagat Singh di Sursingh, furono denunciati alla vigilia di quella che doveva essere la grande rivolta del Panjab. Riuscirono a scappare in Afghanistan, ma rientrarono subito, fidando nella possibilità dell’ammutinamento dei sikh del 22° Cavalleria di stanza a Shahpur. Vennero arrestati il 2 marzo 1915. Kartar Singh, capo dei rivoltosi, fu impiccato il 16 novembre 1915 in esito al processo noto come il Lahore Conspiracy Case. Sohan Singh, che lo aveva raggiunto, fu condannato a 16 anni di carcere duro.

Alcuni membri del Ghadr si trasferirono a Berlino, dove venne costituito un Comitato per l’Indipendenza Indiana al numero 38 di Wieland Strasse, nel quartiere di Charlottenburg. Inizialmente erano solo giovani studenti bengalesi, tra essi Dhirendranath Sarkar (1890-1940) e Virendranath Chattopadhyay (1880-1943), uno dei futuri fondatori del partito comunista indiano. Nel corso del 1915 i leader del Ghadr, Har Dayal, Taraknath Das (1884-1958),Virendranath Das Gupta (1888-1974), Maulana Barkatullah (1859-1927), Mahendra Pratap Singh (1886-1979) e altri giunsero a Berlino alla spicciolata. Il 9 aprile 1915 Barkatullah e Mahendra Pratap partirono alla volta di Kabul in una delegazione guidata da O.R. von Niedermayer (1885-1948), una «super spia» tedesca, e da W.O. von Hentig (1886-1984). L’obiettivo era convincere l’emiro dell’Afghanistan,  Habibullah Khan (1872-1919), a entrare in guerra a fianco della Germania e della Turchia, attaccando l’India inglese dalla frontiera nord-occidentale. L’emiro non aderì alla richiesta, ma consentì la presenza sul territorio di spie tedesche e nazionalisti indiani. Nel dicembre 1915 venne formato un governo provvisorio indiano a Kabul del quale Barkatullah fu il primo ministro. Nel maggio 1919 Mahendra Pratap Singh e Barkatullah visitarono Mosca e furono ricevuti da Lenin.

Durante la prima guerra mondiale ci furono molti tragici episodi che videro protagonisti i rivoluzionari del Ghadr. Oltreché sulle sorti della guerra, essi fidavano sull’imminenza di una grande insurrezione nell’India che non si realizzò mai. Vennero organizzate due spedizioni di armi dagli Stati Uniti, finanziate dalla Germania, che non andarono a buon fine e portarono all’arresto di militanti del Ghadr e diplomatici tedeschi. Fecero seguito i processi di San Francisco e Chicago nel 1917, noti come The Hindu-German Conspiracy Trials, dove il termine «hindu» era usato come sinonimo di indiano.

I sikh del Panjab non servirono solo in guerra a fianco degli inglesi, molti furono convinti a fare la guerra contro di loro. Quei rivoluzionari sono finiti nel dimenticatoio: un oblio generato dai loro insuccessi, dalle loro trasformazioni, ma anche dalla loro emarginazione politica operata dal gandhismo. Alcuni di loro tornarono in India, altri rimasero esuli per tutta la vita. Jawaharlal Nehru (1889-1964) ne parla nella sua autobiografia del 1936, imprimendo un suggello su quelle vite perdute: «Devo dire che non sono rimasto grandemente impressionato dalla maggior parte degli esuli politici indiani che ho incontrato all’estero, sebbene ammiri il loro sacrificio … Non ne ho incontrati molti, ce ne sono tanti sparsi per il mondo. Ne conosciamo solo pochi per nome, gli altri hanno abbandonato il mondo indiano e sono stati dimenticati dagli stessi compatrioti che hanno cercato di servire».

 

 

I Sikh: storia, fede e valore nella Grande Guerra

a cura dell’Istituto di Studi Sud Asiatici

Roma, Biblioteca Angelica, dal 15 novembre al 3 dicembre

Il Grande Progetto è deragliato

Bruno Cava

«Il terzo mondo esploderà!» Questa affermazione è tratta da uno dialogo di O bandido da luz vermelha di Rogério Sganzerla. Il film del 1968 rappresenta il sottosviluppo come un’esperienza disarticolata e paradossale, sull'orlo dell'abisso. Sottraendosi alla cultura delle avanguardie dell’epoca, compreso il Cinéma Nôvo di Glauber Rocha, O bandido da luz vermelha rifiuta i messaggi edificanti per presentare i tropici semplicemente come una bomba a orologeria. Invece delle contraddizioni interne alla formazione di uno spazio nazionale, alle tensioni fra sviluppo ed emancipazione, il cineasta preferisce raccontare l’impossibilità congenita di un Brasile a immagine e somiglianza del colonizzatore (lo stato, il capitale, la modernità).

Rifiuta così qualsiasi Patto Nuovo fra classi popolari e borghesia nazionale orchestrato dalle sinistre, e quindi il gusto e i miti civilizzatori propri della retorica «nazional-popolare». Sganzerla propone invece, con l'ironia pop di un Oswald de Andrade, l'intelligente messa alla berlina di un Grande Progetto che gioca solo a favore delle élite colonizzatrici e colonizzate. Nel film, il vicolo cieco e la catastrofe non inducono al pessimismo, ma piuttosto alla paradossale percezione che l’unica uscita dal sottosviluppo sia nel sottosviluppo stesso. L’inadeguatezza rispetto al progresso non richiama nostalgie di un’identità anteriore né un passato da riscattare. All’epoca il film non venne classificato né come di sinistra né come di destra.

Oggi, quando moltitudini amorevolmente vestite di nero, che sembrano uscite direttamente dai fumetti, si riversano per le strade, la profezia sganzerliana trova la sua conferma. L’azione sfugge alla comprensione delle sinistre che continuano a non capire niente, capiscono solo che qualcosa di completamente nuovo sta accadendo, qualcosa che loro non comprendono. Nel 2013, Rio è esplosa. Il Grande Progetto è deragliato. Si è sbagliato chi credeva che con la crescita economica e le politiche sociali, tra la Confederation Cup e le Olimpiadi, le persone si sarebbero politicamente adeguate. È successo il contrario. La nuova composizione sociale cresciuta negli ultimi 10 anni ha definito il luogo e il tempo delle lotte, si sono moltiplicati i collettivi, le assemblee e i territori dell'organizzazione.

I governi e una sinistra il cui discorso era già obsoleto nel 1968 ora sono spaventati, sono storditi, ma il mostro che hanno allevato era fuggito dal laboratorio ormai da molto tempo. I sintomi erano molti, ogni volta più frequenti: piccole rivolte contro le mega-opere, rimozioni urbane, super valorizzazione immobiliare, disordini, domicili coatti e la sempiterna uccisione di neri e indios, in nome del progresso. Il movimento è cresciuto man mano che cresceva la questione dei trasporti e ha acquisito visibilità grazie alla Confederation Cup, durante la più autentica e calorosa festa del paese. Il futuro ha bussato alle porte della Nuova Rio. Ma non ha niente a che vedere con il progresso pacifico e pacificatore sognato dalla borghesia/sinistra nazionale e dal suo «compromesso storico».

C'è chi non si stanca di ripetere che le manifestazioni sono tornate al punto di partenza. Lo si ripete inutilmente. Le proteste hanno già percorso un lungo cammino, hanno trasmesso impulsi, indignazione e un chiaro segnale di invito alla mobilizzazione politica e produttiva. Queste lotte configurano un vero e proprio ciclo, con effetti a breve e lungo termine. Solo chi rimane isolato in casa a seguire le notizie che arrivano dai mass media può avere l’impressione che sia una minoranza confusionaria quella ancora mobilitata. Il PT, dal canto suo, ha ridotto la lettura di quanto accaduto alla teoria dei gruppetti irresponsabili con tratti fascisti. Secondo questa idea, le proteste, senza avere né ragioni né obiettivi, e manipolate dalla destra golpista, avrebbero avuto come unico risultato quello di destabilizzare i governi gestiti dal PT e dai loro alleati. La sinistra agita questi fantasmi per criminalizzare le lotte.

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foto di Katja Schilirò

Con gli sviluppi di agosto, la convergenza criminalizzante di destra e sinistra ha rafforzato la teoria del «gruppo di esagitati che spaccano tutto». Diffusa da tutti i notiziari, dagli opinionisti sulle colonne dei giornali, e tra gli intellettuali organici, non è servita solo ad affermare un senso comune a cui la popolazione dovrebbe moralmente aderire, ma anche per mettere in moto i meccanismi del potere punitivo, a cui i media hanno storicamente e da sempre partecipato. Al di là della brutalità della polizia nelle strade, si moltiplicano gli arresti basati sul nulla, le intimidazioni a fronte di opinioni postate su Facebook, il divieto generale di usare maschere e quindi le minacce rivolte agli attivisti. Una militante ricercata per la sua partecipazione ai black bloc si trova in esilio virtuale in Argentina e sta pensando di chiedere asilo politico. Questo senza parlare del sistematico spionaggio delle conversazioni sui social network e delle intercettazioni telefoniche, in quello che può essere considerato il Watergate brasiliano.

Il 7 di settembre a Rio, la manifestazione del Grito dos excluídos è riuscita a unire i movimenti tradizionali con i gruppi e le dinamiche sbocciate sulla scia delle manifestazioni. Per la prima volta, si sono potuti vedere i tradizionali carri com musica e bandiere fianco a fianco ai black bloc, le maschere di Anonymous e i molti Media Ninja (l'informazione alternativa di movimento). La tenacità com la quale si è tenuta viva la lotta, lo scontro diretto, nonostante una violenza e persecuzione crescenti, è senz’ombra di dubbio, un dato nuovo. La questione del trasporto pubblico produce rivolte frequenti, a volte molto dure, come quelle del 10 e 11 settembre sui treni. Nel frattempo continua lo sciopero dei professori statali, che negli ultimi giorni ha coinvolto anche gli impiegati delle poste.

Qualcosa di molto solido nella percezione della nuova Rio si è disfatto nell’aria piena di lacrimogeni. Le certezze elettorali sono a pezzi. Le promesse di riscatto sociale legate ai megaeventi non convincono più. Nessuno è più disposto ad accettare una pacificazione sociale fondata sulla paura. La gloriosa scalata a città del primo mondo non ha resistito alle giornate di giugno e ormai suona falsa, finta.

Oltre agli effetti superficiali, anche qualcosa della cordialità brasiliana è svanito. Una trasformazione nella dimensione dei gesti. Il fascismo è uscito fuori dagli armadi, è stato obbligato a scendere dalle colline e a occupare i telegiornali. Il potere sta costando caro a chi pretende di continuare a esercitarlo senza concessioni. Intorno alla violenza, questione controversa, vi è una lotta simbolica e reale. In questo scenario chi pensa di poter valutare ogni violenza con lo stesso metro, perde di vista le questioni razziali, di genere, e di orientamento politico, e finisce così per lavorare a favore della pacificazione repressiva.

Nel 2013, la polvere sotto il tappeto ha finito per sollevare il tappeto, spogliando il potere del suo fascino discreto e della sua fiera superbia. Il tic tac di Sganzerla, almeno a Rio, continua a risuonare.

 Traduzione dal portoghese di Chiara del Gaudio

Ludi africani

Augusto Illuminati

Un governo “tecnico” sfiduciato, in carica per l’ordinaria amministrazione, e un Parlamento sciolto, con una cospicua percentuale di componenti inquisiti per reati infamanti e una maggioranza che aveva certificato Ruby nipote di Mubarak, hanno ratificato i primi passi per un coinvolgimento militare dell’Italia a fianco della Francia nel Mali. Operazione schiettamente neo-coloniale, prosecuzione “infinita” del fallimentare intervento in Libia, tanto che il riflessivo B. Valli invoca su Repubblica la presenza di meno compromessi partner europei proprio per attenuare quel brutto odore francese. Come per le altre missioni militari all’estero, si tratta di professionisti, quindi chissenefrega, al massimo dovremo sorbirci qualche alato richiamo di Napolitano e neppure saremo afflitti dal fratello-d’Italia La Russa in mimetica.

La causa è nobile – combattere l’estremismo, magari si potesse fare così anche in Italia –, ci sono le donne da salvare, i bambini-soldato idem, i mausolei danneggiati di Timbuctu, in una parola i valori non negoziabili dell’Occidente, inclusi la vera religione, l’uranio, il petrolio e il gas. Si profila l’asse Bersani-Hollande e la tradizione dei ricognitori che poi si scoprono sganciare bombe è assolutamente multi-partisan: da Cocciolone, Irak 1991, VI governo quadripartito Andreotti con i giurassici Martelli vice e De Michelis agli Esteri, Kosovo 1999 sotto il governo D’Alema, Berlusconi-Frattini, Libia 2011, nell’opportuno centenario coloniale. La solita gioiosa macchina da guerra...

Certo, ci sono cose più urgenti da discutere: bipolarismo o tripolarismo, vocazione maggioritaria o alleanze, Imu e Irap, le liste pulite, le liste pulite! E il nuovo realismo per i più acculturati, nonché le imperdibili Baricco Lectures. Però, sentire il nostro ministro della Difesa, ammiraglio Di Paola, dichiarare «non metteremo boots on the ground» (la parola d’ordine della contro-insorgenza, secondo cui per battere il nemico bisogna “scendere a terra con gli stivali”) e promettere che non supereremo la soglia di 4-500 istruttori militari ricorda tristemente le promesse di Kennedy, che si limitò ad avviare l’aggressione al Vietnam con 900 istruttori, escludendo ogni altro coinvolgimento diretto...

Al momento, pare che il governo abbia strappato un consenso di massima a Bersani, mentre Cicchitto si rifugia dietro lo scioglimento delle Camere per prendere tempo e lo stesso ministro Riccardi ammette che il Mali può diventare il nuovo Afghanistan. La vocazione a restare con il cerino in mano è ricorsiva per certa sinistra, mentre gli islamofobi (da Marine Le Pen al nostro Magdi Cristiano Allam) denunciano la contraddizione di sperare nelle primavere arabe e armare una fazione islamica contro un’altra, in Libia come in Siria, invece di condurre una bella crociata contro la Mezzaluna.

Fiorisce intanto la letteratura colonialista d’accatto: A. Mergelletti, su Rai 3, esalta i droni-spia come strumenti pre-cognitivi (povero Dick!), M. Farina sul Corriere si sdilinquisce sul I reggimento di cavalleria della Legione straniera, ricordandone l’illustre genealogia, in realtà una sequela di atrocità e di rumorose sconfitte, dai cosacchi bianchi di Vrangel’ a Dien Bien Phu e all’Algeria. Belmokhtar “il guercio” che vuole scambiare gli ostaggi con lo “sceicco cieco” accende la fantasia di G. Olimpio. Robetta. Siamo solo all’inizio e per di più la destra è fredda e rancorosa nei confronti della Francia. A breve ne leggeremo di ogni. Prima che delle canaglie, il patriottismo è l’ultimo rifugio della mediocrità letteraria. Il confronto con il giovanile divertissement di Jünger è schiacciante.

Vita di Pi

Valerio Coladonato

La Vita di Pi non è così sorprendente come il protagonista del film di Ang Lee vorrebbe far credere. Nato e cresciuto all'interno dello zoo gestito dai genitori, Pi si imbarca con la famiglia e gli animali su una nave mercantile che attraversa il Pacifico. Il bastimento affonda ma Pi si salva, trovandosi a dividere con una tigre la scialuppa e le poche provviste. La maggior parte del film è dedicata alla loro deriva in mare aperto, e alla sfida per la sopravvivenza. Dal diluvio universale al Robinson Crusoe, da Il vecchio e il mare a Moby Dick, si tratta di una serie di motivi narrativi che il mito, il romanzo di formazione e il film d'avventura hanno frequentato spesso e con ben altri risultati.

La ricerca visiva del film è, in confronto, più coraggiosa. Gli episodi della sopravvivenza nell'oceano sono dinamizzati da continue invenzioni figurative, come le spettacolari riprese aeree o appena sotto la superficie dell'acqua, o le immagini in cui balene, pesci volanti o venti di tempesta mettono a repentaglio la scialuppa. I riflessi e le turbolenze dell'acqua e del cielo sono coreografati con maestria. E il personaggio della tigre è perfettamente funzionale all'esibizione delle capacità tecnologiche della macchina produttiva hollywoodiana: l'animazione digitale le conferisce un'espressività sorprendente, tale da permettere ad alcuni primi piani della tigre di competere con quelli del protagonista.

Dovremmo allora concludere che Vita di Pi si esaurisce negli effetti speciali e in una storia trita e convenzionale? È quello che i detrattori del blockbuster post-classico spesso sostengono. Ma uno schema di questo tipo porta ad archiviare frettolosamente il film, e non permette di cogliere alcuni aspetti del suo funzionamento culturale. Al di là del giudizio estetico, infatti, pellicole come questa registrano - in modo obliquo e latente, ma non per questo meno efficace - alcune tendenze profonde del mondo in cui viviamo.

Proviamo ad avanzare una lettura diversa. Nella parte iniziale, Pi ripercorre gli anni della sua formazione: egli cresce a Pondichéry, un ex insediamento francese in India. Lo zoo in cui abita è stato inaugurato per celebrare la fine della dominazione straniera, e ha quindi un valore simbolico, fondativo dell'ordine post-coloniale. Durante l'infanzia, Pi negozia le istanze della tradizione - ad esempio la religione indù, ma poi anche il cattolicesimo e l'islam - con il sopraggiungere della modernità e della razionalità occidentale verso cui lo indirizza il padre. Quando le speranze di prosperità legate al processo di decolonizzazione vengono frustrate, la famiglia decide di cercare fortuna in Canada.

La parte centrale del film rimuove i conflitti sociali e culturali evocati sin qui. Ma nella dimensione fiabesca che Pi evoca con il racconto del naufragio, sono condensate alcune delle strutture simboliche che caratterizzano il colonialismo: l'opposizione tra “selvaggio” e “civilizzato”, la scissione del soggetto e la sua ambivalenza. Uno studioso come Homi Bhabha ha mostrato, da un lato, l'importanza delle narrazioni nella costruzione dell'identità nazionale e, dall'altro, come il soggetto coloniale sia preso tra identificazioni e credenze contraddittorie. Nella catena di associazioni attivate dal film, la nazione indiana è sostituita dalla tigre; e Pi svelerà che, nel racconto, la tigre è anche un suo alter ego. Inoltre il nome dato alla bestia è Richard Parker, come il cacciatore che l'ha catturata e ridotta in cattività. Quindi Pi è legato a doppio filo alla vittima e all'oppressore, all'India arcaica e all'Occidente.

Quando si trovano in mare aperto, il rapporto tra il ragazzo e la tigre è strutturato in tre fasi. La prima consiste nel reciproco tentativo di sopraffazione: la brutalità e l'istinto dell'animale si confrontano con la “supremazia” della scienza e della religione. Pi afferma: “forse Richard Parker non può essere addomesticato, ma con la volontà del Signore, può essere ammaestrato.” La seconda fase vede il faticoso processo di separazione e delimitazione dei reciproci spazi. Nella terza, il rapporto si spezza definitivamente, e la tigre abbandona Pi. Questo evento sembra sconvolgere il protagonista più della morte della sua intera famiglia: è come se egli fosse incapace di superare il lutto nei confronti delle componenti perdute della sua stessa identità. La narrazione del naufragio che egli costruisce appare allora, retrospettivamente, come un tentativo irrisolto di elaborazione della nuova condizione diasporica del protagonista, della rottura con la dimensione tradizionale dell'India.

Una lettura di questo tipo non è suggerita esplicitamente dal film: anzi, l'apparente rimozione dei conflitti identitari è problematica da un punto di vista politico. Ma tali tensioni rimangono e segnano in profondità Vita di Pi. Ed è indicativo che proprio Ang Lee abbia voluto con insistenza l'adattamento del romanzo di Yann Martel, una scelta che lo stesso sceneggiatore ha definito complessa. Il regista taiwanese padroneggia i meccanismi produttivi di Hollywood, e allo stesso tempo è in grado di ibridarne i linguaggi e l'immaginario con una serie di influenze esterne. Ma il risultato è, in questo caso, deludente: in Vita di Pi mancano sia l'efficacia del racconto a cui ci ha abituato il cinema americano, sia una convinta esplorazione della condizione diasporica contemporanea.

Rovine siriane

Augusto Illuminati

Circola in rete un appello internazionale a tutte le parti in causa diffuso dall'associazione Salvaimonasteri per la tutela del patrimonio culturale siriano, minacciato dalla guerra civile e dai saccheggi, graditi ai mercanti d’arte, che l’accompagnano. Giustamente all’invocata salvaguardia dei monumenti si unisce l’auspicio per il mantenimento di una «consolidata tradizione di pacifica convivenza fra gruppi di diversa appartenenza religiosa».

La Siria è un paradiso archeologico: l’antichissima Ebla, la nabatea Palmira, Bosra, Apamea, la cittadella di Aleppo e il suk coperto sottostante (entrambi già parzialmente compromessi dai combattimenti), la moschea degli Omayyadi a Damasco, i castelli crociati, una concentrazione senza pari di chiese fra il IV e il VI secolo intorno ai vertici di Qal’at Sim’an e Qalb Lozé, intatti insediamenti rurali bizantini nella steppa di Serdjilla, Sergiopolis-Rusafah, le fortezze giustinianee sull’Eufrate, Dura Europos... La coesistenza di testimonianze di varie epoche si accompagna alla coabitazione di minoranze sopravvissute al feroce tsunami dei nazionalismi e dei fondamentalismi religiosi del Novecento.

Gli antichi villaggi e le imponenti rovine di chiese a nord di Aleppo sono animati dai variopinti vestiti dei kurdi, Aleppo ospita tutte le confessioni religiose superstiti di scissioni ed eresie del cristianesimo orientale, cui si è sovrapposta una popolazione armena formata dalle vittime delle deportazioni e dei massacri turchi del 1915-1917, strappate dalle sedi anatoliche e spinte fino al deserto di Deir-el- Zor, poi rifluite nelle città (a partire dal mitico rifugio aleppino dell’hotel Baron). Alle varie frazioni del monofisismo e ai drusi corrisponde la pluralità islamica, dove a una maggioranza relativa sunnita si contrappongono forti nuclei sciiti e soprattutto la loro “eresia” alauita, minoritaria ma stabilmente insediata al vertice dello Stato e in qualche modo garante di un equilibrio etnico-religioso a prezzo di un esercizio autoritario del potere.

L’attuale e contestato regime deriva dalla rivoluzione pan-araba del Ba’ath (Rinascita), partito laico e anticoloniale fondato nella grande Siria e in Mesopotamia alla fine degli anni ’30 da cristiani, alauiti e sunniti (inizialmente sollecitati dal marxismo e dall’esperienza del Front Populaire), anche se di quell’ispirazione ben poco, a parte la tolleranza religiosa, restò nella dittatura familiare degli Assad e ancor meno nel percorso di Saddam Hussein in Irak. Abbastanza tuttavia da renderli invisi alle potenze coloniale e neo-coloniali nonché ai fondamentalismi religiosi: dei sunniti, che si sentivano emarginati in Siria, e degli sciiti, maggioritari in Irak, dove l’originario laicismo di Saddam aveva finito per identificarsi con un ceto arabo-sunnita, per di più in guerra con kurdi e iraniani.

Per limitarci alla Siria, è chiaro tanto che il regime si sta sgretolando per l’adozione di politiche liberiste, socialmente devastanti, che hanno fatto saltare gli antichi equilibri etnico-settari e accentuato la repressione politica interna, quanto che le insorgenze sono alimentate e armate da interessi globali e regionali (Usa, Turchia e Qatar, in primo luogo, mentre Russia, Cina e Iran appoggiano il governo per mantenere lo status quo). Paradossale è tuttavia, che l’Europa, dalle famose radici cristiane, si schieri a favore di una rivolta che mira alla liquidazione del pluralismo religioso siriano (come già è successo con quello irakeno).

L’innegabile e odioso autoritarismo politico degli Assad è diventato da un giorno all’altro inaccettabile per le democrazie occidentali, come era accaduto per Gheddafi, ma proprio i risultati dell’avventura libica stanno inducendo a una brusca frenata gli entusiasmi occidentali (di Obama in particolare) per ribelli sempre più palesemente mischiati a istanze al-qaediste. Per altro verso, come non vedere nell’interventismo della Turchia un momento della sua guerra anti-kurda e magari un eco dell’antica avversione agli armeni, due gruppi vistosamente presenti ai suoi confini meridionali siriani? Siamo partiti da monumenti in rovina, tracce memoriali, nostalgie plurali, per finire alle ragioni geo-politiche. Ma seguendo entrambe le filiere non si vede quale sia l’interesse dell’Italia e dell’Europa a esporsi (le parole non costano niente) a fianco della parte ribelle invece di favorire una soluzione meno cruenta del conflitto siriano.

I banditi dell’arte e l’invenzione del selvaggio

Ornella Volta

Due esposizioni ora in corso a Parigi ispirano una comune riflessione: fino a che punto ognuno di noi dipende da costruzioni culturali che si riveleranno, un giorno o l'altro, irrimediabilmente caduche? I Banditi dell'Arte è la prima mostra presentata in un museo francese con un titolo italiano: una maniera di denunciare il fatto che le opere prescelte dall'italo-argentino Gustavo Giacosa, appassionato animatore della associazione ContemporArt e di un Ospedale d'Arte a Genova, sono state costrette all'esilio non avendo trovato ospitalità in nessun sito artistico qualificato nel loro paese.

Messe «al bando» in Italia (nel consueto rispetto della massima nemo propheta in patria), sono invece visibili durante tutto quest'anno ai piedi di Montmartre, al Museo della Halle Saint-Pierre, che da oltre tre lustri si è specializzato nella presentazione di opere d'arte per definire le quali si è ancora alla ricerca di una formula adeguata: art naìf, art brut, art singulier, art visionnaire, art populaire, folkart, art irrégulier, art sans frontières, art outsider, art hors normes? Nessuno ha ancora osato proporre la definizione «arte anormale» che tutte queste etichette sottintendono, ma che equivarrebbe a fissare alla creazione artistica dei limiti per definizione inconcepibili.

Carlo Zinelli, "Trois Pinocchio", "Serpents et animaux" (© Halle Saint Pierre)

E se fosse la parola «arte» a non convenire a una produzione allergica al mercato e, salvo rare eccezioni, vista con una certa condiscendenza, quando non completamente ignorata, anche dagli artisti professionisti? Affermando su un tono dei più perentori, «Art nègre? Connais pas», Picasso è stato il primo a mettere il dito sul vero problema. Interpretata dalla maggior parte degli esegeti come un rifiuto di riconoscere l'influenza, subita da lui stesso, delle sculture cosiddette «primitive», scoperte in Occidente all'inizio del ventesimo secolo, quest'affermazione di una ammirevole lucidità, mirava in realtà a distinguere la figura dell'artista così come è vista e vissuta dalle nostre parti, da quegli esseri, dotati di una sensibilità medianica particolare nonché di un notevole talento espressivo, che riuscivano a soddisfare il bisogno di accattivarsi le forze oscure da cui si sentiva minacciata la comunità alla quale appartenevano, con la creazione di simulacri capaci di esercitare una funzione rituale comparabile agli esorcismi di uno sciamano.

Il discorso evidentemente non può essere lo stesso per i «banditi» italiani e per tutti i loro omologhi delle società occidentali, dove sono percepiti come sismografi di ossessioni incontrollabili e probabilmente contagiose, e condannati di conseguenza all'esclusione e all'autismo. Per restare in Italia, se molte delle loro opere, realizzate nell'Ottocento, non sono andate perdute, lo si deve paradossalmente al Museo di Antropologia criminale fondato da Cesare Lombroso per provare con le pitture, sculture, grafismi e altri manufatti indefinibili, reperiti nelle carceri o negli asili psichiatrici, la pericolosità dei loro autori, già chiaramente identificabile nelle loro malformazioni fisionomiche particolari. Come si sa, le teorie di questo eminente criminologo - autore anche di un saggio sulla «degenerescenza mentale», non troppo dissimile dalla follia, dell'Uomo di genio - sono state, tra l'altro, utilizzate dalla critica contro l'avanguardia artistica degli inizi del Novecento.

Giovanni Bosco, Dessin (© Halle Saint Pierre)

Un consimile razzismo scientifico si è verificato in Europa, dal XVIII secolo agli inizi del XX, nei confronti dei «selvaggi» degli altri continenti, simultaneamente alle evangelizzazioni praticate su vasta scala dai missionari e alla consolidazione degli imperi coloniali. Dopo avere dimostrato che gli esseri umani, fino ad allora convinti di essere stati creati a immagine di Dio, appartenevano più modestamente al regno animale, sembra che Carl von Linné sia stato il primo a stabilire un ordine gerarchico, secondo il quale l'homo europaeus si situava al livello più alto, e l'homo afer al più basso.

Probabilmente confortato anche dal saggio di de Gobineau sull'Inégalité des races humaines, Darwin preciserà poi più dettagliatamente questa gerarchia identificando nell'ottentotto namibiano l'anello mancante nell'evoluzione biologica che ha permesso la trasformazione progressiva dello sgraziato gorilla in un bell'uomo bianco. Parallelamente al processo di decolonizzazione, anche il pensiero scientifico evolverà però notevolmente nel Novecento, ma non senza qualche dura battaglia come quella a lungo condotta da Claude Lévi-Strauss nelle sfere universitarie per ottenere che, anziché di «popoli non civilizzati», si parlasse di «popoli senza scrittura».

Una recente dichiarazione di un alto membro del governo francese sulla indiscutibile superiorità della moderna civiltà occidentale su tutte le altre, dimostra comunque che, ancora oggi - nel 2012 ! - il principio della relatività culturale che consiste nella valutazione di una cultura secondo i valori della comunità che l'ha prodotta, e non con il metro di un'altra cultura, non è stato ancora completamente assimilato nemmeno dalle cosiddette élites. Benché dopo la prima guerra mondiale, non si parli più di «selvaggi» ma di «indigeni», si è trovato normale, fino agli anni trenta, includere nelle Esposizioni Universali o Coloniali, degli «zoo umani» - chiamati proprio così, senza falsi pudori - in cui numerosi membri di tribù africane e oceaniche erano indotti a esibire i loro usi e costumi non lontano dalle gabbie delle bestie feroci. Per i più spettacolari, si organizzavano anche rappresentazioni nei circhi e nelle fiere, in prossimità di altri «mostri» prediletti dai visitatori, quali donne barbute, sorelle e fratelli siamesi, uomini-tronco, giganti e lillipuziani.

Come dice il proverbio però, non tutto il male vien per nuocere: è probabile che proprio grazie all'inevitabile dispersione degli accessori di questi zoo itineranti, sia capitata sotto gli occhi di Vlaminck e dei suoi amici quella maschera Fang che li avrebbe impressionati al punto di spingerli a rivoluzionare e rigenerare l'arte occidentale.

LE MOSTRE
Banditi dell'arte,
Halle Saint Pierre, fino al 6 gennaio 2013
L'Invention du Sauvage
, Musée du Quai Branly, fino al 3 giugno 2012


Viaggi in Barberia

Paolo Fabbri

La storia è d’attualità - forse non si è accorta della sua fine annunciata. Le istituzioni francesi ritengono, dopo il sanguinoso episodio di Charlie Hebdo, che sia persino utile insegnarla. Spostando però l’accento dalle radici europee - carolinge e cristiane - al rizoma mediterraneo e islamico.

Nell’acerbo dibattito che ne è seguito, trovano posto problemi da comparare e da condividere. Come il traffico contemporaneo, lucroso e tragico, di esseri umani attraverso il cosiddetto mare nostrum, che ci impone comparazioni non passive e anacronismi necessari. I cronisti non bastano, ci vogliono gli anacronisti. Cominciamo col dire che gli attori delle attuali migrazioni sono omologhi ai pirati e agli schiavi che, volenti e nolenti, hanno infestato per secoli il mare tra l’Africa e l’Europa.

Oggi è il momento giusto per rileggere la leggenda nera dei filibustieri scafisti e le loro guerre sante, condotte con il commercio di carni umane. Un bio-traffico non di organi, ma d’interi organismi. Alcuni antichi “scafisti” erano Corsari cioè “predoni in nome del Re” – come ricorda il Monumento dei Quattro Mori a Livorno, prede dell'Ordine corsaro dei cattolici cavalieri di Santo Stefano. Così come la reggia di Caserta, costruita col lavoro forzato di equipaggi barbareschi catturati della Real Marina del Regno delle Due Sicilie. Schiavi tunisini si trovavano infatti a Malta - con le ciurme corsare dei suoi Cavalieri - Genova, Napoli, Palermo, ecc...

Altri trafficanti erano invece “predoni in nome del sé”, cioè Pirati veri e propri, come quelli associati nelle Reggenze barbaresche del nord Africa (Tripoli, Tunisi, Algeri). Qui l’antico retaggio della schiavitù durò fino al 1890, acme positivista della Belle Epoque, ma perdurò fino alla 1° guerra mondiale (a Tunisi per esempio nel 1881 si contavano ancora 7000 schiavi). Organizzazioni commerciali di vasta portata – inosservate dalla retorica orientalista e postcoloniale, che esportarono, con razzie devastatrici e abbordaggi, più di un milione di cristiani europei tra il 16 e il 18 secolo. Senza tener conto della nera mandria di schiavi africani, la cui tratta si estendeva fino a tremila chilometri all’interno del continente. Tra il 1700 e il 1880, la Libia accolse almeno 400.000 schiavi, meno del Marocco e metà di quelli dell’Egitto. Nel 1738 gli algerini, che sdegnavano le flotte mercantili, tentarono di rapire per pingue riscatto un re di Napoli, Carlo di Borbone!

Contro questa “jihad inferiore”, gli interventi dissuasivi, come i trattati con istituzioni inaffidabili –vedi gli accordi berlusconiani con Gheddafi; i bombardamenti di barconi, la cattura e condanna di scafisti fino alle incursioni e gli sbarchi armati - vedi Carlo X e Sarkozy - hanno procedenti tanto vani quanto le prevedibili conseguenze. Ricordo solo l’inno dei marines american: From the Halls of Montezuma,/To the shores of Tripoli/ We fight our country's battles/ In the air, on land, and sea, che ne vanta le imprese libiche, apprezzate da Nelson, e in forte anticipo su F.T.Marinetti. Nel 1801, gli USA, da pochissimo indipendenti, per non pagare i pedaggi barbareschi ingaggiarono, due Barbary Wars - sostenute dal regno di Napoli - le quali ricordano irresistibilmente, al malevolo anacronista, gli esiti attuali in Irak e Afganistan.

La pertinenza del passato se la sceglie il presente: quello che ha rimeritato quest’anno a due giovani francesi il premio giornalistico più importante - Albert Londres - per un reportage televisivo: Voyage en barbarie. Un documento spietato sul calvario di giovani eritrei, fuggiti da un regime militarizzato e che rappresentano gran parte degli attuali sbarchi a Lampedusa. Schiavismo è una parola sdrucciola - gli schiavi africani a differenza di quelli europei erano ereditari - ma lascio giudicare chi ha visto il film premio Oscar 2014: 12 anni schiavo. Gli eritrei sono catturati e sequestrati da feroci negrieri del Sinai - una no mans land simile ad uno stato barbaresco - abusati fisicamente, incatenati e torturati con professionalità, per ottenere lucrosi riscatti e/o estorcere il maltolto per poi avviarli a migrazioni e naufragi. Centri per la detenzione e tortura di capitale umano non mancano nello Yemen e neppure in Libia. Il disumano è contemporaneo del post-umano.

Insomma le “grandi” migrazioni in corso hanno i loro congrui precedenti e la storia può informarci, sine ira et studio sulle forme più abbiette della vita. Ma prima di spendere i Superlativi assoluti e le desinenze in -issimo, “l’invasione dei clandestini” e altri solecismi, un confronto statistico s’impone. Dopo la sospirata Unità statale - “fatta l’Italia ora bisogna fare gli italiani”, questi ultimi si affrettarono a spargersi per l’Europa, prima e per le Americhe poi: dal 1860-80 in ragione di 100.000 l’anno. Una cifra che si moltiplicò via via e che nel decennio 1901/10 superava i 600.000 l’anno, fino a raggiungere nel 1913 il record di 872.598. Li precettò poi la Grande Guerra Mondiale e la Grande Epidemia Spagnola.

Big data di migranti, come si proclama oggi, intensificando nomi e aggettivi, avverbi e pronomi per squalificare linguisticamente l’estremo e il non graduabile dell’ospitalità. È il momento invece dei Comparativi!