Riscrivere la storia

Giorgio Mascitelli

Lo scrittore britannico Howard Jacobson, nel quadro di un progetto di riscrittura della tragedie di Shakespeare promosso dalla casa editrice Penguin Random House, ha annunciato che si produrrà in una versione de “Il mercante di Venezia” priva di quegli aspetti antisemiti che caratterizzano in particolare il personaggio di Shylock. Nel rivolgere i miei auguri all’autore per la migliore riuscita del suo lavoro, anzi della sua impresa, devo confessare che questa notizia mi è apparsa subito come una potente manifestazione dello spirito dei tempi.

Naturalmente non vale la pena di perdersi in filologismi scandalizzati: da sempre nella letteratura si riscrivono le opere e l’esito di queste operazioni dipende esclusivamente dalle qualità dello scrittore che riscrive, visto che in alcuni casi i modelli furono addirittura superati dalle nuove versioni. In questo caso, però, ciò che colpisce sono i motivi della riscrittura esclusivamente di carattere etico, Jacobson cioè vuol presentare al pubblico un capolavoro depurato di quegli aspetti che oggi giustamente la morale ritiene inaccettabili. Anche questo tipo di riscrittura vanta una sua tradizione letteraria, che è piuttosto prossima a quella dei vari Plauto e comici antichi moralizzati però di ogni aspetto sconveniente, se non privati addirittura dei personaggi femminili, nel teatro sei-settecentesco dei collegi gesuitici.

Indubbiamente il personaggio di Shylock rientra nei peggiori canoni dell’antisemitismo (l’usuraio che affama subdolamente i gentili per invidia e vendetta), per di più composto tre secoli dopo la Commedia in cui Dante dava ampia prova che i cristiani non erano secondi a nessuno nelle arti usuraie, ma la grandezza di Shakespeare, come di ogni altro grande, sta nella sua storicità, che comprende anche aspetti bui e inaccettabili per la nostra coscienza odierna. Dico questo perché credo che Jacobson sia sinceramente combattuto tra le necessità di salvaguardare il capolavoro e di non fornire pretesti agli antisemiti del giorno d’oggi. Il prezzo che però rischia di pagare è quello di occupare un ruolo analogo a quello del pittore di epoca controriformista, Daniele da Volterra, che dipinse i braghettoni sulle nudità michelangiolesche nella cappella Sistina.

I committenti di quest’ultimo paventavano la libertà dei sensi rinascimentale, nei nostri tempi non sarà troppo sbagliato parlare di una paura della storia o meglio della storicità. C’è infatti in questo progetto, in forma implicita e inconsapevole, il desiderio di cancellare il fatto che la storia d’Europa sia stata caratterizzata anche dall’antisemitismo a vantaggio di un passato più rispettabile secondo i criteri del presente. Tra l’altro non è da escludere che finisca con l’essere più pericolosa questa ansia di sfuggire al passato rendendolo simile al presente che il fatto che qualche gruppo neonazi usi Shylock per giustificare il proprio odio antisemita.

L’ansia di riscrivere la storia, anche se a fin di bene come in questo caso, è rivelatrice di una difficoltà della nostra società di percepirsi storicamente ed è attestata da molte opere della narrativa storica contemporanea sia letteraria sia cinematografica, che intrecciano un rapporto ambiguo con la verità storica. Da un lato questa viene chiamata a fondamento del valore dell’opera stessa, dall’altro non si esita a rappresentarla entro schemi narratologici convenzionali. A questo proposito qualcuno potrebbe affermare con Debord che «si rifà addirittura il vero per farlo assomigliare al falso» e sarebbe difficile dargli torto: il grottesco è che si tratta di un processo sociale che si realizza indipendentemente dalla coscienza, infelice o meno, dei singoli autori.

Ora che le crepe di questa organizzazione sociale sono visibili non solo ad alcune menti sopraffine in anticipo sui tempi, ma, per così dire a occhio nudo da chiunque, è fin troppo facile, ma non per questo meno vero, ricordare che la perdita del senso storico è la principale forma di miseria culturale del nostro presente perché ci impedisce di parlare in maniera tragica di qualsiasi argomento tragico.

Matrimoni e libertà

Bia Sarasini

Il matrimonio gay è al centro della scena. A Londra, a Parigi, nonostante il diverso orientamento politico dei governi. Il premier conservatore Cameron ha ottenuto l’approvazione della legge del matrimonio gay nella House of Parliament, ora tocca alla House of Lords. In Francia il socialista François Hollande ha visto votare dall’Assemblea nazionale la legge che prevede matrimoni e adozioni gay, che deve passare al Senato. In Europa già Belgio, Danimarca, Olanda, Svezia, Norvegia, Spagna, Portogallo, Islanda hanno legalizzato il matrimonio omosessuale, come Canada, Sudafrica e nove stati Usa.

Grande eccezione, la Russia di Putin, dove l’assemblea della Duma ha approvato in prima battuta una legge che dell’omosessualità proibisce addirittura di parlare e scrivere. Ci sono discussioni e divisioni: in Francia per il 24 marzo si prepara una nuova grande manifestazione contro la legge, e David Cameron incontra l’opposizione del suo stesso partito, ma l’iter procede e tutto fa pensare a una conclusione positiva.

E in Italia? La situazione è decisamente diversa, come si è visto benissimo nella campagna elettorale, dove diritti civili in generale e in particolare il matrimonio gay sono stati tenuti fuori dalla scena. La coalizione di centrosinistra (Pd, Sel) si è accordata sulla legge sulle unioni civili, anche se Sel sostiene il matrimonio, che è nel programma di Rivoluzione civile. Mentre M5S parla di matrimonio per tutti. Una situazione difficile, confusa, in cui i movimenti Lgbt, duramente provati dalle sconfitte subite negli anni passati – si ricorderà il balletto ai tempi del governo Prodi intorno ai Dico –, propongono un unico obiettivo che supera tutte le divisioni: il matrimonio, appunto.

Più che i politici, sembra che solo il Vaticano abbia prontamente registrato un cambiamento di clima, con le parole di monsignor Paglia, che ha parlato di diritti degli omosessuali, persone che «come tutti devono essere amate».

E non c’è dubbio che i diritti dei gay, nei mille intrecci tra famiglia, educazione, sacerdozio, sono tra le questioni aperte che si troverà ad affrontare il nuovo papa. Benedetto XVI, dal canto suo, ha ripercorso sempre e solo la tradizione: il matrimonio gay, aveva detto solennemente lo scorso dicembre in occasione della Giornata della pace, è «un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace». Ecco, la tradizione. Il matrimonio gay la cambia, o ne ribadisce la forza? Illuminante la posizione di David Cameron: «Io sono a favore di tutto ciò che rafforza la famiglia, dunque anche del matrimonio gay», mentre alcuni deputati conservatori hanno scritto: «Noi dobbiamo sostenere i matrimoni gay non nonostante, ma perché siamo conservatori. Il matrimonio si è evoluto nel tempo, noi crediamo che aprirlo alle coppie dello stesso sesso rafforzerà, non indebolirà l’istituzione».

Insomma, tutto cambia perché nulla cambi? L’istituzione include nella norma il disordine per allontanare l’instabilità sociale? Non penso che la curvatura simbolica sia così univoca, soprattutto non penso che tutto sia già chiuso, definito, stabilito. Mi pare piuttosto che sia in corso una lotta, poco visibile ma vera e aspra, perché ha a che fare con la vita, per orientare il mutamento in corso. Perché il cambiamento – della famiglia, delle relazioni di affetto, della stessa filiazione – porta in direzioni diverse, chissà se tutte compatibili tra loro. Per esempio, vorrei ricordare che per tante, troppe donne nel mondo il matrimonio è stato ed è tuttora una prigione. Che essere un marito era/è esercitare un potere, che essere una moglie era/è un destino, un servizio, un abbrutimento, una schiavitù, a volte.

Che il vincolo si stringa tra persone dello stesso sesso ne cambia le molto concrete relazioni che nel matrimonio trovano una forma, oltre che il senso simbolico? In che modo? Coppie omosessuali che nel matrimonio per sé trovano il senso della propria libertà, dei propri diritti. Donne, e anche uomini, in fuga dal matrimonio. In cerca della libertà. Dei propri diritti. Paradossi del contemporaneo? Il gioco è aperto.

Dal numero 27 di alfabeta2, dal 5 marzo nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Pane e companatico

Carlo Antonio Borghi

Ora i libri si mangiano e le pietanze si leggono. La postmodernità è diventata uno stracotto e/o stufato di dispute tra filosofi realisti e filosofi interpretazionisti. Eppur si mangia! Si è aperta l’era aurea dell’enogastronomia tardo imperiale. Cibo e libro serviti a tavola o pronti per l’asporto. Intanto, il mitico agnello sardo aspetta il timbro DOC o IGP, per essere tutelato e porzionato in confezioni da supermercato. Qualcuno vorrebbe accendere per la prelibata e imbattibile bestia, una pratica per ottenere il riconoscimento Unesco di Patrimonio dell’Umanità. Umanità da mettere sulla brace o in casseruola con carciofi, pure questi rigorosamente sardi e spinosi. Sfogliare un carciofo o un libro può essere la medesima cosa.

Prelibato anche l’agnello ricco di uranio impoverito e di torio radioattivo allevato nei pascoli NATO del Salto di Quirra in Ogliastra, sulla piastra di Perdasdefogu. Magari sono nati deformi o mutilati ma non importa. Sulle braci le imperfezioni spariscono e tutto diventa succulento scottadito. Gli italiani: popolo di allenatori, bancarottieri e buongustai. Poeti, santi e navigatori sono finiti in dispensa. In via di esaurimento anche il suolo agricolo ma l’enogastronomia a metri zero tiene unita la nazione. Tutti a tavola. Tutti alla Fiera del Libro di Torino per farsi servire di cook-book in abbondanti porzioni divise in capitoli, da innaffiare con Amaroni e Vermentini, Brunelli e Aglianici, Lambruschi e Passiti tardivi.

I libri di cucina riempiono le librerie cartecee e virtuali. Primeggiano in classifica.Vanno a ruba e si dislocano in casa, in bella mostra e pronti all’uso per imbandire pranzetti e cenette nel corso delle quali non si parla d’altro che di cibo e ricette etniche o rivisitate. Ricettari, vademecum e prontuari gonfiano l’alta marea di libroidi che sommergono le librerie. Acqua alta di brodi o zuppe. A loro si aggiungono i tanti libroidi firmati da attori, cantautori, calciatori e altri scrittori della domenica. Le librerie indipendenti, per resistere sul mercato editoriale globale, dovranno offrire menù di libri imbottiti con antipasti di terra e/o mare. Ogni uomo è cuoco. Ogni donna è cuoca.

Gli intellettuali non fanno eccezione e sono sensibili ai maiali di cinta senese e al bue rosso del Montiferru di Sardegna. Economia domestica ed enogastronomica. Intanto il popolo bue stringe la cinghia. Quando va bene c’è il cavolo sul tavolo. Se va un po’ meglio un’aggiunta di ceci. Un successone quando agli ingredienti precedenti si può mischiare la fregola sarda di grano duro Cappelli. Per saperne di più, basta accendere la TV. È come un forno (su forru, in sardo) sempre acceso anche a microonde molecolari. In limba la pentola si chiama pingiada ed il tagliere tadderi.

La prossima rivoluzione nascerà dai forni (come al tempo dei Promessi Sposi) dai fornelli e dalle pentole ad alta pressione sociale. Pression cooker. Non c’è più religione, non c’è più fede. C’è tanto food fast or slow, scritto o cucinato. Resta negli occhi una scena da Una vita difficile (Dino Risi-1961) nella quale Alberto Sordi e Lea Massari affamati dalla fame post bellica, si ritrovano davanti a un trionfo di pasta al forno monarchica, edificata su un letto di polpette savoiarde. Era il 1946, l’anno primo della prima Repubblica.

Roma senza papa

Andrea Cortellessa

Negli anni Sessanta Guido Morselli immaginò il pontificato dell’irlandese Giovanni XXIV, all’altezza del 2000, come il tran-tran da CEO di una multinazionale di medio livello. Che a un certo punto, sostanzialmente per comodità, dà l’addio ai fasti barocchi (e al traffico non meno barocco) dell’Urbe per insediarsi in un impersonale, grigio residence di Zagarolo. Più che agli interrogativi senza risposta di Michel Piccoli nel citatissimo, in questi giorni, Habemus Papam di Nanni Moretti (ritrasmesso ad hoc in tivù), viene da pensare al cicaleccio formicolante quanto vacuo di Roma senza papa, appunto, come alla più efficace prefigurazione del gesto di Benedetto XVI che ha sconvolto il mondo, anzitutto mediatico, l’11 febbraio.

Da ben sette anni orfani dei frissons da freak show di Wojtyla, colla sua interminabile colliquazione in mondovisione, non è parso vero ai media poter sparare di nuovo in front page Piazza San Pietro (che fa sempre, diciamolo, la sua porca figura sullo schermo – specie sotto la pittoresca nuvolaglia di febbraio). Sicché dopo aver ululato per anni al martire, all’eroe, al bodyartist estremo Wojtyla – del pari il medesimo media world ora incensa, per lucidità spregiudicatezza e coraggio (?), il suo decoloratissimo successore. (Mentre fioriscono sfrenate, si capisce, le dietrologie: da VatiLeaks allo IOR al truce Segretario di Stato Bertone – che le Dimissioni servirebbero a mettere in fuorigioco, laddove già il figuro a quanto pare si stava preparando a telecomandare Ratzinger come Ratzinger aveva telecomandato Wojtyla durante il suo lungo addio. Curiosa tattica, quella di chi per dar scacco a un sottoposto insubordinato non trovi di meglio che dimettersi).

L’appellativo che risuona con maggiore insistenza è «rivoluzionario»: sostenendo che, con l’explicit a sorpresa, il pontificato di Ratzinger avrebbe riscattato, tutto in una volta, il settennato di sbadigli a sganasciare che lo ha preceduto. Ce lo aspettavamo conservatore, s’è detto, ed è stato – appunto – un rivoluzionario. Non si sa bene di che indirizzo sia, codesta pretesa «rivoluzione» di BXVI (il cui gesto più memorabile, nei sette anni di catalessi politica, è stato nel 2009 il tentativo, di memorabile goffaggine, di riannettersi – nulla di più urgente in agenda, si vede – gli ultras tradizionalisti di rito lefebvriano: giungendo a revocare una scomunica wojtylesca a quel vescovo Williamson che aveva fatto parlare di sé come negazionista della Shoah).

Qualcuno ha fatto notare come l’istituto dell’abdicazione sia in effetti un relitto giuridico dello status di Papa Re, con tutti i suoi bravi poteri temporali (per questo non ve n’era traccia dal XV secolo): se l’autorità del Pontefice è per eccellenza spirituale, non si vede come l’Illuminazione Divina (e il dogma dell’Infallibilità che ne deriva) possa essere di punto in bianco – e anzi con anticipo di due settimane, come nemmeno la più bennata collaboratrice domestica – revocata e a tutti gli effetti sospesa (un alto prelato polacco, con ovvie nostalgie wojtyliane, s’è di fatto adontato: «dalla Croce non si scende quando si vuole»). C’è poi chi dice che il coup de théâtre in Vaticano avrebbe rotto le uova nel paniere alla rincorsa elettorale dell’altro Unto dal Signore, il Berlusca candidato premier per la sesta volta, che s’è visto così inopinatamente sottratta la luce dei riflettori. Più verosimile pensare che BXVI si sia voluto allineare alle Grandi Riforme minacciate per la prossima legislatura dai Monti Boys: la si faccia finita con ’sta barba del posto fisso e più flessibilità per tutti (ma anche, pensionamenti il più in là possibile).

Tutto ciò premesso, però, confesso che la mutria in cartapecora da Imperatore del Male di Star Wars del Ratzinger scoronato, in queste ore, mi è venuta in una certa simpatia. Chi non si ricorda di quella stellare prima pagina del manifesto, «Il Pastore Tedesco»? Ora che può di nuovo scodinzolare in pace per i Giardini Vaticani, finalmente il povero Ratzi è tornato un cane sciolto.

I bambini sono moderni?

Michele Emmer

Nel 1983 il dipartimento di Matematica dell’Università di Roma decise di realizzare uno dei primissimi centri, se non il primo, attrezzato con personal computer a disposizione degli studenti del corso di laurea in Fisica. Praticamente nessuno studente aveva un computer a disposizione in quegli anni. Stava anche nascendo la rete internet. Dopo due anni di sperimentazione dell’uso dei personal nei corsi di analisi matematica, furono svolti dei test sugli studenti, circa 300. Il risultato fu che l’uso dei computer non aveva migliorato le qualità degli studenti più bravi ma aveva innalzato il livello degli studenti di livello medio e medio-basso. Erano gli anni in cui i personal erano della Olivetti o della Ibm. Con migliori prestazioni dei personal Olivetti. Una delle grandi tragedie dimenticate della industria italiana la sparizione della Olivetti.

Da allora sono passati diversi anni. Siamo circondati dalla tecnologia, una parte importante della economia mondiale ruota attorno al mondo tecnologico. I nostri figli vivono immersi in questo mondo, dove Dvd, videogame, iPad e simili sono da anni delle vere e proprie babysitter dei ragazzi più piccoli e degli adolescenti. Al concerto di Natale all’Accademia di Santa Cecilia un fesso ha continuato a scattare fotografie col telefonino, una dietro l’altra, all’orchestra mentre sul podio Lorin Mazel dirigeva la Nona sinfonia di Beethoven, era una serata a inviti. Capita spesso in un ristorante di vedere ragazzi e non che smanettano tutto il tempo sui telefonini o sui videogame tra una portata e l’altra e anche mentre mangiano.

Qualcuno si è chiesto anche in Italia se la scuola può restare fuori da tutto questo. Bisogna essere moderni. Nessuno si scandalizza che partiti (?) si presentino alle elezioni con programmi virtuali, mai discussi in pubblico, entità astratte in cui comandano coloro che gestiscono e manipolano i dati. In cui gli eleggibili sono realtà virtuali viste su YouTube. E in cui uno, con pochi eletti selezionati, decide quale è il suo programma o agenda.

Di tutt’altro tenore l’idea del Ministro della pubblica istruzione di avviare sin dall’anno prossimo la diffusione delle lavagne elettroniche nelle scuole sin dai primi anni delle elementari. Niente più libri di carta ma e-book da leggere su Tablet. Modernità, combattiamo l’uso improprio delle nuove tecnologie nelle scuole adottando lo stesso tipo di linguaggio. Per fare cosa? Uno dei danni collaterali della diffusione di internet è l’accesso ad una quantità sterminata di dati. Milioni di studenti cercano informazioni in rete, con google, Wikipedia ecc. Leggono ovviamente solo le prime pagine, difficile che arrivino alla seconda schermata e se devono comporre un qualche scritto pensano che la cosa si risolva con un buon uso del copia ed incolla senza nemmeno preoccuparsi di capire che anche a un semianalfabeta salta agli occhi l’utilizzo di frasi di diversi autori, con stili, parole ed espressioni diverse. L’idea che i dati in rete non sostituiscono la cultura ma la integrano, non li sfiora nemmeno, e si sta parlando di studenti universitari.

E sulla cultura devono operare coloro che si occupano a tutti i livelli di trasmissione del sapere, soprattutto in un mondo in cui, nei paesi più fortunati, la vita media si è allungata tantissimo. Per cosa usare questa porzione di vita in più se non per essere il più possibile parte e partecipe della vita di tutti? Il problema si risolve con la diffusione delle tavolette elettroniche. C’è qualcuno che pensa che l’istruzione dipenda in maniera essenziale dallo strumento elettronico che dovrebbe risvegliare l’interesse e la fantasia sviluppando anche la capacità di comprendere e di concentrarsi?

Non ha ragione chi, il maestro elementare Franco Lorenzoni, ha lanciato un appello per non mettere in contatto gli studenti più piccoli dai 3 agli 8 anni con nessun strumento elettronico? Come fanno in Francia, a Parigi, dove le mie nipoti di 10 e 8 anni toccano un computer una volta o due l’anno? Magari chiedendo agli insegnanti di convincere i genitori di resistere alle pressioni pubblicitarie e di mercato per impedire che anche fuori della scuola sia bloccato un approccio a strumenti che a quella età non possono che essere dannosi? Bisogna disegnare, contare, raccontare, scoprire, inventare, i primi anni sono essenziali.

Certo è molto piu facile, non ci si deve sforzare molto, si usano gli strumenti messi a disposizione. E si sarà moderni. Diranno i professori universitari, di università di grande prestigio: la tecnologia è neutra, non è né di destra né di sinistra. Contro chi non vuole il nuovo, non vuole cambiare. Al contrario, cambiare per sviluppare un modo sempre diverso di ragionare, di costruire la propria vita, utilizzando tutto quello che possiamo avere a disposizione anche per contrastare questo modello di società in cui gli strumenti, finanziari soprattutto, stanno diventando il fine. Formeremo poi superstudenti selezionati, delle elite supertecnologiche che decideranno il futuro, in università superselezionate per scegliere i grandi protagonisti del futuro. E questo il modello che si deve affermare? In cui i tagli alle rette dei disabili partiti il primo gennaio non sono né di destra né di sinistra.

Staccare la spina e leggere le fiabe ai nostri figli, in modo che da grandi siano capaci di inventare e raccontare fiabe, utilizzando le parole che capiranno, che scriveranno, che racconteranno. Usando tutti gli strumenti tecnologici che abbiamo e che saranno inventati in futuro, ma in grado di manipolare quegli strumenti, non di manipolare donne e uomini, che sono invece il fine.

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Contro lo sgombero del teatro Embros

Manuela Gandini

Il clima ad Atene è pesantissimo e la guerra civile è un pericolo incombente. Dopo le ultime elezioni, nelle quali il partito neonazista Alba Dorata ha conquistato il parlamento con una ventina di seggi su 300, le violenze xenofobe sono all’ordine del giorno. La retorica basata sull’esaltazione della nazione, della famiglia, della normalità, assorbe consensi a non finire. Il risultato è una politica brutale, repressiva e fortemente autoritaria che si è imposta sulla città, in nome della “sicurezza” e della “pulizia”. Gli extracomunitari viaggiano in gruppo per potersi difendere; i gay si stanno compattando per scongiurare aggressioni; alle manifestazioni i picchiatori di Alba Dorata stanno al fianco dei celerini pronti ad attaccare i manifestanti. Qualche settimana fa, due deputati di Alba Dorata e una trentina di attivisti, rasati e in maglietta nera, hanno fatto irruzione in un mercato alla periferia della città, chiedendo documenti a tutti i venditori stranieri e distruggendo selvaggiamente i banchi e la merce di chi ritenevano non fosse in regola. Il portavoce del partito, Ilias Kasiriadis, ha affermato che: “AD interverrà con la forza ovunque vengano offese le sensibilità religiose e la storia della Grecia”.

Intanto le micro-comunità artistiche - sorte in questi anni per far fronte alla ferocia della crisi, alla drasticità dei tagli, alla subordinazione nella quale il cittadino è precipitato - si stanno indebolendo. Nel quartiere popolare di Psirri, lo scorso novembre, il collettivo Mavili ha occupato il teatro Embros rimasto chiuso per sei anni dopo la morte del proprietario. Uno spazio misterioso che da tempo non vedeva scene e uomini, e non sentiva calore. Un luogo che è diventato polo d’attrazione per gli artisti, per gli abitanti del quartiere, per gli extracomunitari e per chiunque volesse esserci. A natale, all’Embros, è stato allestito un pranzo aperto a tutti e ciascuno portava quel che poteva.

In breve è diventato il riferimento per lo sviluppo del teatro indipendente di Atene. Da lì sono passati artisti di tutto il mondo, coreografi come Dimitris Papaioannou e studenti come gli olandesi di Das Arts di Amsterdam che hanno fatto uno stage di due settimane. La logica è stata quella di includere anziché escludere, condividere anziché dividere , consolidare orizzontalmente rapporti anziché riprodurre forme verticistiche di potere. All’Embros si viveva, si mangiava, si discuteva, si metteva in scena la tragedia contemporanea adottando nuovi punti di vista e prospettive inedite.

L’Embros, concepito come piattaforma creativa sulla crisi in corso, ora sta per essere chiuso, murato per sempre. A metà settimana, la polizia, su ordine dell’Etad (società per lo sviluppo degli edifici pubblici) sbaraccherà tutto in prospettiva di “un processo di privatizzazione”. Così, di colpo, come sono stati sradicati gli alberi e le piante degli orti urbani coltivati dai cittadini, ora viene chiuso un polmone di cultura. Il messaggio è chiarissimo: eliminare ogni forma di protesta concreta (centri sociali, culturali, artistici). Eliminare ogni tentativo di autogoverno che sorga dal basso. Stroncare ogni iniziativa volta alla sopravvivenza fisica e psicologica indipendente dal sistema. Polverizzare il tessuto popolare eterogeneo che si andava costituendo e, infine, annientare ogni diritto alla felicità.

 alfabeta2 e alfa+più sostengono la raccolta firme contro lo sgombero del Teatro Embros
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Burini e no

Giuseppe Caliceti

Dunque siamo un paese di burini? Chi più, chi meno? Massimiliano Panarari, in un recente articolo pubblicato il 22 settembre sul quotidiano Europa, parla del pericolo di un ritorno di fiamma in Italia della cosiddetta sottocultura, già affrontata dal politologo in modo approfondito in un suo fortunato libro. Nonostante le buone maniere e il bon ton accademico del governo tecnico, o governo dei professori, basterebbe distrarsi un attimo e, in Italia, la sottocultura ritornerebbe a farla da padrone. Come? Con “er Batman” di Anagni e i toga party versione “Roma imperiale”, per esempio.

Difficile dare torto a Panarari quando si chiede se “non sarebbe, quindi, il caso, a sinistra – lo diciamo sommessamente – di superare un ormai durevole tabù, tornando a pronunciare, con tutte le cautele e le consapevolezze dovute, la parola pedagogia?” E aggiunge, forse per i lettori di Europa: “Se dovesse suonare troppo “comunista” (ce ne rendiamo perfettamente conto...), potremmo tranquillamente sostituirla con dei sinonimi, come educazione e, perfino (poiché anche di questo si tratta), buongusto”. È interessante notare da parte di Panarari l'utilizzo di tre parole utilizzate come sinonimi di possibili buone pratiche morali, culturali e amministrative: pedagogia, comunista, buongusto. Sembra di sentir parlare di una sorta di riscoperta di possibile “pedagogia delle masse” tipica del Pci di un tempo, da attualizzare nel presente. Da parte dei partiti della cosiddetta Sinistra.

Pedagogia da sostituire al semplice condizionamento degli elettori-consumatori in termini di marketing politico. È solo la nostalgia di un giovane intellettuale per l'idea dell'intellettuale organico modello vecchio Pci o c'è qualcosa di più? E che funzione avrebbe questa pedagogia comunista piena di buon gusto? Prenderebbe il posto o si affiancherebbe ai sondaggisti e agli esperti politici di cui si sono ormai dotati irrimediabilmente tutti i partiti e le correnti? Il camper e la campagna di Renzi, all'interno del Pd, in questo caso è emblematico.

Insomma, di fronte ai piazzisti della politica, di cui Berlusconi ha rappresentato e rappresenta ancora oggi l'indiscusso numero uno e non teme imitatori, Panarari evoca qualcosa che certo oggi ancora non esiste ma di cui a Sinistra, in tutto il centrosinistra, si sente, se non una grande nostalgia, un assoluto bisogno. Se non altro perché per fare politiche differenti da quelle dei propri veri o presunti avversari, occorre avere idee alternative. E avere idee veramente alternative utilizzando tutti le stesse parole e le stesse strategie può creare enormi confusioni nell'elettorato di una repubblica-mercato.