Con molteplici unità di misura

Maria Cristina Reggio

Qualche settimana fa un gruppo di spettatori ha avuto l’opportunità di misurare in un modo esclusivo gli spazi del Museo Laboratorio della Sapienza, mediante un’azione teatrale realizzata nell'ambito di un laboratorio con alcuni studenti e condotto da Riccardo Caporossi dal titolo Misure - Intorno al Tempo e allo Spazio. Cosa significa misurare uno spazio e un tempo e, soprattutto, come può un’azione teatrale tentare questa operazione? Si può rispondere per prima cosa alla seconda domanda, per poi tornare alla prima. Ovvero un'azione teatrale può misurare il tempo e lo spazio per prima cosa rovesciando il sistema della finzione, assumendosi cioè il compito non di alludere ad altri tempi e altri luoghi, ma di verificare, modificandolo mediante le sue maschere, proprio il vero spazio nel quale essa stessa avviene e operando in quello stesso tempo reale che la contiene.

Si può tentare di esplicitare meglio queste operazioni in riferimento al lavoro di Caporossi al Museo Laboratorio: per tutto il tempo dell'azione, che è durata circa un'ora e che si svolgeva, per scelta del regista e dei suoi collaboratori, in quel tempo di passaggio e cambiamento di stato dalla luce al buio che è il tramonto, gli spettatori venivano "accompagnati" gentilmente dai performer con gesti gentili e rituali di invito in un percorso di vera scoperta dello spazio che attraversavano.

Partendo dall'ingresso, su per le scale illuminate solo da deboli candele, si entrava all'interno di due porte diverse, divisi fra maschi e femmine, passando davanti a due giganteschi lettini da bambini, e poi, ancora, si veniva introdotti in un passaggio sotto uno stretto tunnel creato dalle braccia dei performer che reggevano stecche di legno, per proseguire il cammino in gruppo fino a percorrere, seguendo con lo sguardo l'azione dei giovani attori, tutto lo spazio del vasto e alto ambiente espositivo rischiarato dalle candele e poi, nella conclusione, da una sfolgorante luce a giorno.

Per consentire ai visitatori di compiere non solo lʼazione del "guardare", ma piuttosto di confrontarsi con lo spazio e il tempo dell'azione stessa, erano presenti due strumenti di misurazione che entravano nel "gioco" della scena, il metronomo e il metro, deprivati tuttavia della loro funzione abituale: il primo era presente solo in forma solo sonora, amplificato, mentre un certo numero di metri venivano prelevati dai performer dalla faretra portata in spalla da una misteriosa figura nera e incappucciata che faceva la sua breve entrata nel cuore dell'azione, e utilizzati in vari modi.

Si trattava di metri rigidi, come le stecche graduate di legno a sezione quadrangolare che usano i venditori di stoffe per misurare la tela: ma quegli stessi metri, tutti dipinti di bianco, nelle mani dei giovani vestiti tutti di nero con le calze colorate, piuttosto che misurare le cose e lo spazio, si trasformavano, attraverso le mani dei ragazzi che li tenevano e come per una semplice magia diventavano "altro". Prima sembravano le armi di due eserciti in battaglia, poi creavano quel tunnel sotto cui passavano gli stessi spettatori, successivamente segnavano i limiti di un sentiero pensile e calpestabile su un insieme di tavoli avvicinati e, infine, disegnavano, per effetto di certe calamite, schemi infantili su una lavagna metallica, forse disegni evocati dall'infanzia di quegli stessi ragazzi che li manipolavano.

A questo punto si può tornare alla prima domanda, cosa significhi misurare un tempo e uno spazio, ovvero se abbia un senso applicare una misura che, per suo postulato è universale, alla percezione individuale e sociale del tempo e dello spazio. Il tentativo di costruire un'unità di misura per le lunghezze, lungo come la storia dell'umanità, situa nel 1675 la data di nascita del termine metro (coniato da Tito Livio Burattini e basato sulla lunghezza di un pendolo che batte il secondo) per giungere al 1983, in cui la XVII Conferenza generale di pesi e misure definisce il metro come la distanza percorsa dalla luce nel vuoto in 1/299 792 458 di secondo, fornendo una definizione che tende a rendersi sempre più universale e indipendente dalle contingenze particolari.

Ma i metri usati in questa "azione" facevano pensare che la misura non è solo una constatazione, ma anche e, forse soprattutto, un atto di scoperta, di costruzione di uno spazio e di un tempo che può essere non solo universale, ma assolutamente individuale e, talvolta, condiviso: essi si prestavano in vario modo a inventare ombre diverse a seconda delle luci che li illuminavano, oppure diventavano i "segni" con cui i ragazzi disegnavano i loro ricordi su una lavagna, creando nuove dimensioni possibili, come quella del ricordo del passato e quella del progetto nel futuro, le due dimensioni di ogni vita umana. A chiusura dell'azione, poche parole pronunciate in dialetto da un giovane performer: "È morto e non se n'è nemmeno accorto", come a dire che del vivere si prendono le misure, nello spazio e nel tempo, e che solo la morte è dimenticanza, oblio di sé e del mondo. Un finale che richiama in scena il compianto alter-ego di Caporossi, Claudio Remondi, scomparso nel febbraio scorso.

Mura

Enrica Petrarulo

Un gesto di ospitalità non può che essere poetico
Jacques Derrida

Kalos, eidos, skopéo: caleidoscopio, ovvero “guardare belle figure”. Sono quelle che scorrono, quali ombre vorticose allo stesso modo che se le osservassimo da quello strumento ottico, sulla superficie di un ideale piano bidimensionale (lo stesso del cinema, ma anche delle arti figurative) racchiuso da un “edificio scuro coperto da un tetto” (Robert Walser) che chiamiamo teatro. Perché è così che a noi spettatori, convenuti alla Sala Cinema del Museo Ferroviario di Pietrarsa (una delle sedi del Napoli Teatro Festival Italia 2014), si presenta Mura: come un cubo nero che, visto frontalmente, incornicia lo spazio bidimensionale dove l’intero spettacolo si compie.

I devoti di quell’ “utopia realizzata” che fu e resta il teatro di Rem&Cap riconosceranno, tra le forme mutevoli che osserviamo scorrere, molti degli elementi visuali dei loro spettacoli. Ma in questo spettacolo, che è solo Cap a firmare, quelle figure ci rimandano alle ombre della falsa conoscenza, così simili a quelle del mito platonico della caverna. Solo alla fine, ed è questo il fine, si renderà manifesto che l’esperienza del teatro, è una delle possibilità per squarciare il velo delle false illusioni, del falso sapere. Come stanno a dirci quelle ombre che non sono più solo ombre di setaccio, di bottiglia, o di arnese indistinto… Ma questo è il prologo, l’antefatto.

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È una voce fuori campo a introdurci alla scena sottostante, a quella muraglia di mattoni che due abili mani di artista, di operaio, di artigiano, di architetto, e che sole si stagliano dal buio della scena, manovrano per costruire altre architetture, posto che quella del muro sia una forma dell’architettura, piuttosto che il suo tradimento. Perché non è solo di demolizione che si tratta (abbattuto un muro se ne può sempre erigere un altro), quanto di trasformazione: come edificare da ciò che una volta ha separato, segregato, isolato, discriminato, vietato, ostruito, impedito, sbarrato, ostacolato... una architettura, e dunque una cultura, per una possibile coabitazione umana.

E quelle mani, pur nella loro volontà di sottrazione, mai cederebbero alla tentazione annientatrice di un “radere al suolo”, non prima, almeno, di averci indicato di quali altre abilità il lavoro degli uomini sia capace. Prima di sparire nel buio della scena con il colpo secco e pulviscolare di uno sbattere tra mattoni, gli stessi sono stati scomposti e ricomposti, fila di mattoni per fila di mattoni, dando forma a immaginifiche architetture di abitazioni, castelli o fortilizi che siano, di archi o di ponti: di tutto quanto, insomma, definisca un’apertura, un passaggio, un attraversamento a dispetto di un autoritaristico e ottuso impedimento.

Qui non si racconta una storia con il suo inizio e la sua fine: del resto quella stessa voce fuori campo già ci avverte che la fine è delle ombre, dei mattoni, financo dello spettacolo. Il fine, invece, è proprio qui di fronte a noi: in quei mattoni che, proprio come in un gioco infantile di costruzioni, si allontanano, si avvicinano, si assemblano, dando luogo a una serie di figure, ciascuna delle quali rimanda a una sua autonoma narrazione.

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Mura di Riccardo Caporossi inizia proprio là dove Cottimisti (Rem&Cap, 1977) finiva: l’alto muro che i due operai avevano pazientemente edificato ora li separa e li condanna al reciproco isolamento dai suoi due fronti opposti. Perché il muro non separa soltanto una coppia di opposti: il simile dal dissimile, l’amico dal nemico, il proprietario dal nullatenente, il residente dallo straniero. Il muro, materiale o immateriale che sia, dichiara, attraverso un meccanismo proiettivo, la nostra indisponibilità all’accoglienza dell’altro a difesa di noi stessi.

A circa quarant’anni di distanza Riccardo Caporossi prosegue la sua personale e solitaria ricerca sul linguaggio e sul mezzo teatrale con la medesima e rigorosa poetica, agendo la considerazione walseriana secondo la quale “nell’arte non si tratta mai di innovare, ma solo di concepire una certa cosa in un modo nuovo, mai di far pulizia, ma solo di essere puliti, mai di creare nuovi valori, ma solo cercar d’essere in prima persona colmi di valori...”.

Ideazione, progetto, messa in scena ed esecuzione di Riccarco Caporossi
Luci di Nuccio Marino
Lo spettacolo si avvale della partecipazione di Vincenzo Preziosa
Napoli Teatro Festival giugno 2014