Thierry Beinstingel: scrivere per dire il lavoro

a cura di Claudio Panella

Thierry Beinstingel ha dedicato buona parte della sua opera alla spersonalizzazione che il linguaggio stesso inscrive nelle nostre vite, soprattutto quand’è manipolato da chi ha il coltello dalla parte del manico: produttori, padroni, politicanti. Nel primo volume di “Atti impuri” abbiamo intervistato a lungo Beinstingel per presentarlo ai lettori italiani, in attesa che altre sue opere vengano tradotte. Riproponiamo qui alcuni estratti di quella conversazione.

Certi «scrittori lavoratori» preferiscono adottare uno pseudonimo, ma non è il suo caso. A questo proposito, sin dall’uscita di Central, si sa che lei lavora «nelle telecomunicazioni». Cosa pensa l’azienda della sua attività di scrittore.

Non ho mai adottato uno pseudonimo per una questione d’onestà e di autenticità: scrivo, è un fatto talmente semplice, senza bisogno d’artifici. Quando inserisco dei fatti reali in un romanzo questi sono veri, e non possono essere contestati. Al contrario riconosco a chiunque il diritto di criticare anche la più insignificante delle mie opinioni, ma queste non sono mai oltranziste. Quindi non mi sento mai in difficoltà nel trovarmi faccia a faccia con la mia azienda. Non preciso mai il nome di quest’azienda (ma dato che è la più importante nel settore delle telecomunicazioni è facilmente riconoscibile!) per una ragione di allargamento dei punti di vista: i problemi che affronto possono essere applicabili anche ad altre grandi aziende simili. La mia azienda è indifferente rispetto a quello che scrivo perché questo non cambia nulla nei suoi risultati e nella sua ragion d’essere. Detto ciò, all’uscita di Central ho avuto la sorpresa di sapere che un dirigente aveva letto larghi estratti del libro durante un consiglio d’amministrazione, commentando: «Guardate un po’ cosa si pensa di noi!». È stato piuttosto simpatico.

Per Central ha adottato una «à contraintes», costrizione formale che rispecchia quella psicologica di cui si parla nel libro. Com’è nato questo stile?

In Central non ho usato nemmeno un verbo coniugato: le frasi sono scritte con i verbi all’infinito. L’origine di questa restrizione è legata alla comunicazione della mia azienda (ma si ritrova anche in molti altri settori professionali). Si comunica a colpi di slogan, come nella pubblicità: apportare molti benefici, pensare ai clienti, ridurre il carico di sfruttamento… Per l’azienda contano solo l’azione e i risultati. Inoltre, utilizzando l’infinito, si rivolge a tutti i dipendenti. Ho voluto restituire l’effetto che produce sull’uomo questa responsabilità collettiva che porta alla disumanizzazione delle relazioni sul lavoro.

Dalla stasi di Central alla precarietà di Composants: cos’è cambiato nella sua scrittura?

Non so se la mia scrittura sia veramente cambiata. La mia ossessione per il tema del lavoro è sempre molto forte, e ho addirittura l’impressione di rimuginare, di scrivere sempre lo stesso libro, imprigionato nella mia ansia di cogliere come cambia l’uomo nel confronto con l’azienda. Il bello della scrittura è che offre molte possibilità di dire le cose in maniera diversa. Talvolta ho l’impressione di girare attorno al soggetto, di volerlo accerchiare con parole e modi diversi per raccontarlo. Col tempo mi sono poi accorto che ci sono due temi preponderanti nella mia scrittura: quello del lavoro, come nel caso di Central e Composant, e quello della campagna, della ruralità, come in Paysage et portrait en pied de poule e Bestiaire domestique.

Quali sono i suoi scrittori di riferimento?

Innanzitutto tutti gli autori che hanno una stretta relazione con la descrizione, come Claude Simon o Marcel Proust. Poi, quelli che non hanno esitato a sperimentare tutte le forme della narrazione, il nouveau roman, per esempio, con Samuel Beckett, Marguerite Duras, Nathalie Sarraute. Infine, apprezzo anche l’invenzione narrativa di scrittori americani come William Faulkner e Raymond Carver.

Che uso fa di Internet e del suo sito personale?

Per prima cosa è un utile strumento di lavoro: ogni settimana provo a mettere in ordine le mie sensazioni nelle rubriche Etonnements, Notes d’écriture, e Notes de lecture. È un sito che ho ribattezzato di recente (www.feuillesderoute.net), ma che esiste dal 2000, praticamente fin dagli albori di Internet! Questa longevità a volte serve per rinfrescarmi la memoria sui punti di vista che avevo in un certo periodo. Con l’arrivo di reti sociali come Facebook, le visite alle mie pagine sono parecchio diminuite e, lungi dal rattristarmi, sono incantato. In fin dei conti, il web è diventato una grande rivendita di prodotti o di popolarità e restar fuori da tutta questa agitazione in un angolino perduto di Internet, ha per me lo stesso fascino di vivere in campagna!

È convinto anche lei, come tra gli altri Foucault, che si scrive «per essere amati»?

Senza dubbio nella scrittura c’è una parte affettiva. Si desidera sempre essere apprezzati dagli altri. D’altro canto le critiche non mi disturbano affatto e l’indifferenza mi lascia indifferente. Non cerco di essere Dio e di raccogliere tutto il mondo intorno a me. Non cerco il successo né l’orgoglio della posterità, anche se mi piacerebbe lasciare una traccia di quello che ho scritto. Senza essere come Samuel Beckett che rispondeva a questa domanda con la formula lapidaria «non mi importa», c’è comunque una parte inesplicabile di me che mi spinge ad allineare parole: alcuni sferruzzano a maglia o giocano a bocce menre io scrivo, è così, con una differenza che rende le cose patologiche: la sensazione che non potrei mai smettere. In un certo senso, come per i banditi che gridano alle loro vittime: o la borsa o la vita!, io mi guardo allo specchio ogni mattina e mi dico gioiosamente: o la scrittura o la morte!

Thierry Beinstingel, nato a Langres, è quadro presso una grande azienda di telecomunicazioni. Ha pubblicato per Fayard Central (2000), Composants (menzione al Prix Wepler, 2002), Paysage et portrait en pied-de-poule (2004), CV roman (2007), Bestiaire domestique (2009) e Retour aux mots sauvages (2010) il cui primo capitolo venne anticipato, in traduzione, con il titolo Il nuovo vecchio su “Atti Impuri”, vol. 1. Oggi esce in Francia, sempre per Fayard, il suo nuovo romanzo, Ils désertent.

Vincenzo Guerrazzi, pittore e scrittore operaio

Claudio Panella

A giudicare dallo scarso rilievo che i media nazionali hanno dato alla scomparsa di Vincenzo Guerrazzi, morto il 22 giugno scorso a Genova a quasi 72 anni, sembra che non siano in molti a ricordare il capofila della così detta letteratura selvaggia, un’espressione che fu molto utilizzata a proposito dei primi volumi dello scrittore operaio, e che peraltro a lui andava assai stretta. Negli anni Settanta Guerrazzi e altri autori della medesima estrazione, come Tommaso Di Ciaula con il suo Tuta Blu (1978), vissero e raccontarono con rabbia le condizioni di lavoro e le lotte di quello che veniva definito l’operaio-massa, una figura introdotta nel campo letterario da Nanni Balestrini con Vogliamo tutto (1971), libro sicuramente decisivo nell’incoraggiare molti operai e militanti a raccontare direttamente le loro esperienze.

Come l’Alfonso Natella cui Balestrini si ispirò per il suo romanzo, emigrato dalla Campania a Torino, anche Vincenzo Guerrazzi era nato al Sud, a Mammola, nel 1940. Trasferitosi poi a Genova aveva trovato lavoro all’Ansaldo, dove rimase dal 1958 al 1974. Questa esperienza di operaio è al centro di tutte le sue scritture degli anni Settanta, intraprese in un primo tempo su fogli di fabbrica e sulle pagine locali de Il Secolo XIX. Già nei primi anni Settanta, Guerrazzi si rivolse a diverse case editrici perché pubblicassero i suoi testi. Nel 1972 raccolse alcuni racconti in un libro dal titolo Vita operaia in fabbrica: l’alienazione di cui fece stampare alcune centinaia di copie. Nel 1974 riuscì a pubblicare Le ferie di un operaio per Savelli con una prefazione di Goffredo Fofi (ristampato da Ilisso-Rubbettino nel 2006) e Nord e sud uniti nella lotta nella collana «collettivo» diretta per Marsilio da Nanni Balestrini e Pietro A. Buttitta (ristampato da F.lli Frilli nel 2003).

Quest’ultimo romanzo racconta il viaggio in nave da Genova a Reggio Calabria degli operai che parteciperanno alla manifestazione promossa dai metalmeccanici nell’ottobre 1972 in seguito ai così detti «moti di Reggio». A causa del suo linguaggio osceno e del contenuto giudicato sovversivo, Nord e sud uniti nella lotta fu oggetto di polemiche (anche da sinistra e nel mondo sindacale) nonché di un tentativo di sequestro ordinato dal procuratore generale della Repubblica di Catanzaro, con l’effetto di far circolare ancora di più il nome dell’autore sulle pagine di molti giornali. Alla fine dello stesso anno, Valerio Riva diede gran risalto su «l’Espresso» a un altro lavoro di Guerrazzi, un’inchiesta sulla cultura e gli operai che uscì sempre per Marsilio col titolo L’altra cultura (1975) e fu seguita da due volumi analoghi, I dirigenti (1976), edito da Mazzotta e Gli intelligenti (1978), edito da Marotta dopo decine di altri rifiuti e dedicato agli intellettuali.

Nel 1975 Guerrazzi lasciò la fabbrica per potersi dedicare a tempo pieno alla scrittura e anche alla pittura, un’attività che ha proseguito per tutta la vita. Sostenuto da ricorrenti articoli di Riva su «l’Espresso», fu presentato allo Strega 1976 da Luigi Malerba e Nanni Balestrini che gli pubblicarono col marchio della Cooperativa scrittori e la promozione editoriale dell’Area il volume La fabbrica del sogno (1977). Escluso dalla cinquina dello Strega 1976 per un solo voto, o almeno così si disse, Guerrazzi pubblicò su «l’Espresso» una Lettera d’amore a Maria Bellonci di un metalmeccanico rifiutato allo Strega in cui rivendicava con sarcasmo la sua identità irrimediabilmente proletaria.

Approfittando dell’attenzione che in quell’epoca si rivolgeva alla letteratura operaia, e non solo da parte della stampa e dell’editoria più militante, Guerrazzi riuscì ancora a pubblicare La fabbrica dei pazzi (Newton Compton, 1979) e La festa dell’Unità (Rizzoli, 1982), seguiti dopo molti anni da Quel maledetto giorno (Pellegrini, 2001) e da L’aiutante di S.B. presidente operaio (Marsilio, 2004), un romanzo assai originale in cui ritrae con amarezza, e con meno rabbia che ai suoi esordi, la figura di un possibile, probabile, nuovo dirigente italiano. Con il giornalista Stefano Bigazzi ha poi scritto a quattro mani Il compagno sbagliato (Mursia, 2007), romanzo con sullo sfondo la lotta armata nella Genova del 1975, e nel 2010 ha presentato al Salone del Libro di Torino (naturalmente fuori del programma ufficiale) l’e-book I primi della classe (Simonelli), nel quale ampliava il suo sguardo dal mondo del lavoro alla nostra società e ai suoi falsi miti della televisione e della politica.

L’attività di Guerrazzi non è certo stata favorita dalla personale vena polemica anti intellettuale (si ricordano sue dispute pubbliche con personaggi quali Renato Guttuso e Umberto Eco) e dal vero e proprio furore dei suoi personaggi operai, la cui alienazione, anche psichica, veniva raccontata con la convinzione che il lavoro può portare soltanto fatica e sofferenza sinché è basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, tutto il resto è vuota retorica. Il suo rifiuto del lavoro, allontanandolo dal PCI e dagli ambienti sindacali, lo avvicinò all’area dell’Autonomia e ai movimenti studenteschi genovesi degli anni ’70.

Genova, la città in cui Guerrazzi ha trascorso quasi tutta la vita, per fortuna non lo ha sempre trascurato. Nel 1992 un suo quadro fu scelto per rappresentare il 500° anniversario della scoperta dell’America, e nel 2005 la Loggia della Mercanzia ha ospitato la mostra intitolata Verso il futuro. Dal presente agli anni 70 curata da Marika Guerrazzi (sua figlia) e Nuno da Silva Lopes. In quell’occasione vennero esposte gigantografie delle opere dell’autore appese a mezz’aria su di un pavimento in cui erano riprodotti articoli di giornale che raccontavano la sua notevole storia, che non merita di essere dimenticata. Molte immagini e documenti d’epoca si trovano oggi sul sito www.vincenzo-guerrazzi.org