Rohingya, abbiamo passato la vita a piangere

mohamedClaudio Canal

Non ha smosso granché le coscienze la foto del bambino a faccia in giù nel fango. È la ferrea legge del visuale. Le repliche perdono via via di attrattiva. Quella di Aylan Kurdi sulla spiaggia è memorabile, quell’altra è dimenticabile. La nostra geografia neuronale, i nostri tantissimi recettori non posso ospitare tutto il mondo, lo spazio è quello che è. Quanti bambini muoiono a faccia in giù in perfetta solitudine o circondati dallo strazio dei genitori? Non lo sapremo mai. Aveva 16 mesi Mohammed Shohayet, questo forse il suo nome, con la famiglia stava attraversando il fiume Naf che separa la Birmania/Myanmar dal Bangladesh. Qualcosa è andato storto e il formato jpeg della sua fine è rimbalzato sui video in una vampata di indignazione planetaria velocemente consumata e digerita. Ignaro della sua effimera fama postuma, Mohammed avrebbe preferito una esistenza anonima e oscura come quella dei suoi genitori, come quella della popolazione di cui faceva parte, i Rohingya, da pochi mesi invece in traballante voga mediatica.

Scontri a fuoco, artiglieria pesante, bombardamenti aerei e mitragliamenti elicotteristici, villaggi in fiamme, popolazioni in fuga respinte dai confinanti cinesi, sevizie e stupri. Mi riferisco agli ultimi sessanta combattimenti avvenuti nello scorso mese di dicembre soprattutto nella zona settentrionale della Birmania, lontanissima dall’area abitata dai Rohingya, prosecuzione dei settant’anni di conflitti cosiddetti etnici che insanguinano il paese inventato dal colonialismo inglese. Guerra senza confini tra il Tatmadaw, il temibile esercito birmano, e la miriade di formazioni che gli si contrappongono e in qualche caso combattono anche l’una contro l’altra. Immagino più di un bambino a faccia in giù nel fango, che risulta però non pervenuto sui nostri display.

La pacificazione coraggiosamente portata avanti da Aung San Suu Kyi ha concordato armistizi e trattative e indebolito questo fragore bellico, ma non l’ha zittito. Sarebbe il momento di curare seriamente le ferite che questa vita in forma di guerra ha procurato a più generazioni di abitanti. Sui canali mediatici che forgiano il nostro immaginario non c’è traccia delle infinite ostilità. Ha una ragione questo oscuramento? Se non una ragione, almeno una attenuante, la comodità. Spiegare i perché e i percome di ogni singolo conflitto, le ragioni storiche e culturali, il variare delle alleanze, gli interessi in corso, i salvati e i sommersi, è una fatica di Sisifo. C’è rischio di dover ricominciare sempre da capo e la complessità è un articolo poco commerciabile Se invece inalberi il vessillo dei diritti umani, della pulizia etnica, del genocidio, raduni una folla curiosa che, almeno per un po’, ti segue. I buoni di qua e i cattivi di là, si smercia più facilmente.

Il motore della semplificazione va su di giri se impiega due dispositivi di successo. Il primo recita: i Rohingya sono musulmani e oggi la sola evocazione di quell’identità suscita sconcerto se non panico. Ben venga dunque la possibilità di provocare pietà e non paura, riabilitare una parola e l’umanità che rappresenta collocandola dal lato perbene della convivenza. Insomma, i Rohingya sarebbero musulmani, però buoni, in quanto vittime. Il secondo congegno si applica al premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, di fatto oggi capo del governo, e rimanda al piacere di prendere in castagna un’icona, una Madre Teresa della politica. Lo status di vittima, se non fosse una bestemmia dirlo, aveva i suoi vantaggi. Appena dismesso quell’abito, non c’è più scrupolo. Ti abbiamo dato il Nobel per la pace e tu lasci fare al tuo esercito? Tu che i diritti umani ecc. ecc. Se anche tu…E giù con le tiratine e tiratone di orecchie.

Così devono aver ragionato altri Nobel [Desmond Tutu, Malala, Mohammed Yunus…] e personaggi pubblici, come gli italiani Emma Bonino e Romano Prodi, che hanno firmato una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in cui ribadiscono che contro i Rohingya è in atto una persecuzione su vasta scala. La stessa cosa sostiene il premier della Malesia, Najib, che ne fa una questione di “sicurezza regionale” e si autoproclama difensore islamico [le elezioni sono vicine, le accuse di corruzione anche]. L’Indonesia si attiva nella stessa direzione, mobilitando ministri e funzionari. L’internazionalizzazione del caso Rohingya è compiuta e così arriva fino a noi la foto del piccolo Mohammed, grazie alla CNN che fa un servizio tra le tende dei rifugiati in Bangladesh.

La “nazione dei campi”, che costella il mondo a Nord come a Sud, ospita decine di migliaia di profughi Rohingya in Bangladesh, Malesia, Indonesia, Thailandia e nella stessa Birmania. Il vocabolario ci è noto, respingimenti, centri di detenzione, internamento. Abbiamo passato la vita a piangere recita un verso del canto detto tarana proprio dei Rohingya, i quali non sono padroni neppure del loro nome che, più che un’etichetta a rappresentare una popolazione, indica una aspettativa, l’auspicio a essere considerati un’entità decente.

Dare il nome in Birmania, ribattezzata Myanmar, è un’attività altamente politica. Anche le persone hanno un nome esclusivo, non di famiglia, modificabile a piacere nel corso della vita. Anche i nomi delle 135 minoranze etniche riconosciute vanno e vengono. Lo stato/regione Arakan, al nord del quale abitano i Rohingya, nel dopoguerra regione autonoma [Mayu], è stato rinominato Rakhine e la maggioranza buddhista dei suoi abitanti si considera una minoranza “sociale” del paese essendo tra le realtà più povere, nonostante gli oleodotti che lì estraggono e trasferiscono direttamente in Cina. I Rohingya sono dunque una minoranza di una minoranza e avrebbero forse riconosciuta una qualche embrionale forma di cittadinanza se accettassero di essere chiamati Bengali, cioè stranieri immigrati dall’attuale Bangladesh, già Pakistan Orientale, già prima linea nella guerra Alleati/Impero Giapponese, già British Raj o Impero Britannico, già Nawab dell’Impero Moghul, già...

La storia non è un orpello per eruditi. Il conflitto tra storiografie sta invece al centro di tutti gli scontri e rinforza le identità contrapposte. Quando nel 2012 in Birmania si scatenarono veri e propri pogrom contro i musulmani, accomunati dall’insulto kular, pelle nera, negro, lo slogan era, in sostanza, cosa ci fate qui? Tornatevene a casa, rivolto non solo ai Rohingya, ma ai Kaman, musulmani cittadini ufficialmente riconosciuti, ai pathay, musulmani birmani di origine cinese, ai birmani-birmani musulmani. Allora non ci sono state recapitate foto di bambini a faccia in giù, ma abbiamo visto barconi strapieni alla deriva nell’oceano, tali e quali ad altre derive mediterranee, case incendiate, moschee distrutte, morti adulti a faccia in giù e in su. Abbiamo visto, per chi voleva vedere, un colonialismo interno manovrato sul progetto di birmanizzazione indotta di tutta la popolazione, in cui si è inserito con successo il buddhismo ipernazionalista proclamato da frange estremiste, come il MaBaTha del monaco U Wiratu in coordinamento con il Bodu Bala Sena dello Sri Lanka. Il tutto puntellato dalla paura buddhista della propria estinzione, prevista dal millenarismo predicato dal Gautama Buddha.

Aung San Suu Kyi non era ancora al governo, ma c’erano i militari. E ci sono ancora con il loro granitico potere. La sovranità in questi luoghi equivale alla capacità di definire chi conta e chi non conta, chi è eliminabile e chi non lo è, ci ricorda Achille Mbembe riferendosi all’Africa. Non è il soft power il prediletto dai militari. La brutalizzazione del controllo non fa che rinforzare una identità inizialmente labile e plurale. La tentazione di accedere all’appoggio della rete islamica radicale potrebbe rivelarsi una carta da giocare per chi non ha proprio niente da perdere.

alfadomenica #4 – gennaio 2017

A tutte le lettrici e i lettori di alfabeta2, buongiorno. Prima di presentarvi il sommario di questo alfadomenica, un paio di brevi comunicazioni sulla programmazione dei prossimi giorni e sul nostro cantiere. Tra i materiali che vi proporremo a partire da domani, desideriamo sottolineare in particolare la presenza, dopo l'articolo di Bifo uscito ieri, di due nuovi contributi su C 17, la conferenza sul comunismo che si chiude oggi all'Esc di Roma (la pubblicazione dei testi è prevista per martedì 24), e di uno speciale dedicato alla Giornata della memoria, in calendario venerdì 27 gennaio. Quanto all'associazione alfabeta, siamo al lavoro per aprire all'interno del nostro sito uno spazio dedicato unicamente ai soci e che vuol essere, appunto, un vero cantiere di riflessione, di intervento, di cambiamento. A chi ancora non ha aderito, segnaliamo che è attivo un modulo di iscrizione online. Per qualsiasi dubbio è possibile scrivere all'email associazioneculturale@alfabeta2.it, mentre l'email della redazione è redazione@alfabeta2.it

Ed ecco cosa trovate oggi su alfadomenica:

  • Ludovica del Castillo, Anni di lotta o anni di latta?:  «Il personaggio che prende la parola in questo libro […] entra in scena negli anni Cinquanta […]: “l’intellettuale impegnato”. […] l’immedesimazione in questa parte viene meno a poco a poco col dissolversi della pretesa d’interpretare e guidare un processo storico. Non per questo si scoraggia l’applicazione a cercar di comprendere e indicare e comporre, ma prende via via più rilievo […] il senso del complicato e del molteplice e del relativo e dello sfaccettato che determina un’attitudine di perplessità sistematica». Così scrive Calvino nel 1980 nella Presentazione a Una pietra sopra (raccolta di saggi scritti tra il 1955 e il 1978): c’è la volontà di ordinare il passato, gli scritti del passato (allontanandoli «di quel tanto che permette d’osservare nella giusta luce e prospettiva»). La distanza libera la visione, ma questa è cosa risaputa. Ed è proprio la distanza che permette a Roberto Contu nel suo Anni di piombo, penne di latta di affrontare con uno sguardo libero da prospettive consolidate l’argomento spinoso della perdita di centro che ha coinvolto la maggior parte degli scrittori italiani negli anni della «crisi sistematica del mondo intellettuale». Leggi:>
  • Claudio Canal,  Rohingya, abbiamo passato la vita a piangere:  Non ha smosso granché le coscienze la foto del bambino a faccia in giù nel fango. È la ferrea legge del visuale. Le repliche perdono via via di attrattiva. Quella di Aylan Kurdi sulla spiaggia è memorabile, quell’altra è dimenticabile. La nostra geografia neuronale, i nostri tantissimi recettori non posso ospitare tutto il mondo, lo spazio è quello che è. Quanti bambini muoiono a faccia in giù in perfetta solitudine o circondati dallo strazio dei genitori? Non lo sapremo mai. Aveva 16 mesi Mohammed Shohayet, questo forse il suo nome, con la famiglia stava attraversando il fiume Naf che separa la Birmania/Myanmar dal Bangladesh. Qualcosa è andato storto e il formato jpeg della sua fine è rimbalzato sui video in una vampata di indignazione planetaria velocemente consumata e digerita. Ignaro della sua effimera fama postuma, Mohammed avrebbe preferito una esistenza anonima e oscura come quella dei suoi genitori, come quella della popolazione di cui faceva parte, i Rohingya, da pochi mesi invece in traballante voga mediatica. Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Albertario: È una raccolta, con questo titolo, offertami per il mio compleanno, il 2 novembre scorso. L’autrice, Paola Sosio, è infermiera, ciclista da competizione, cuoca e pasticcera. Ultima generazione, raccoglie, trascrive ricette della nonna, della mamma, della cognata, del marito, eppure tutte respirano il suo talento e sono solo sue. Dagli antipasti ai liquori, anticipano la degustazione in una veste che non ricorda i vecchi quaderni di casa, perché uscite da un computer sono stampate e rilegate con un frontespizio. Quaranta pagine ognuna con il suo numero e la sua ricetta. L’eredità ha stimolato la fantasia e la precisione, emancipando la cuoca e citeremo i Baci di dama salati. Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Giochi alfabetici / Intitolate (3): Il gioco che sfida a rintracciare il nome di un artista reale, anagrammando il titolo di una mostra immaginaria, stavolta è declinato al femminile e si intitola appunto IntitolateFinora abbiamo giocato con Gianfranco Baruchello (fragore con la china blu), Mario Ceroli (mai colorire), Sandro Chia (china sorda), Luca Vitone (vuole canti), Massimo Bartolini (amo simboli strani). Era ora di cambiare genere, rifacendosi a un esempio magistrale: gli anagrammi che nel 1974 Man Ray dedica all’amica Carol Rama, geniale e irriducibile artista nata a Torino come Olga Carolina Rama e morta nel 2015. Leggi:>
  • Semaforo:  Frigoriferi - Pulsanti - Scarpe  Leggi:>

Gebreyesus Hailu, una storia coscritta

ascariClaudio Canal

Quasi trent’anni fa Gayatri Spivak si chiedeva «possono parlare i subalterni?». Aveva in mente soprattutto le subalterne. Coloro che sono sottoposti a un dominio hanno la possibilità e la capacità di parlare apertamente di se stessi e della loro condizione? Cioè di agire attraverso segni divulgabili e interpretabili, rompendo in questo modo la colata di parole pronunciate per definirli, ingabbiarli e battezzarli? Spivak dava una risposta articolata e in movimento. Storicamente i colonizzati hanno dovuto sgretolare il discorso del colonizzatore, che non solo imponeva il suo potere di senso ma stabiliva anche il vocabolario al quale era costretto il colonizzato, in un estenuante processo di rispecchiamento. È il lavoro rivoluzionario che ha squarciato la maschera del colonialismo e della sottomissione. I subalterni hanno parlato, ma spesso non hanno trovato nessuno all’ascolto.

Sul colonialismo italiano adesso sappiamo molto, grazie a storici che non si sono fatti intimidire (Giorgio Rochat, Angelo Del Boca e in seguito altri). Sappiamo cos’era la macchina colonizzatrice, ma siamo rimasti sordi e disinteressati alle voci colonizzate: quasi a riaffermare che, nel bene o nel male, siamo sempre noi al centro, sempre noi il motore della storia. Inciampare in piazza Massaua, darci appuntamento in viale Derna o in piazza dei Cinquecento, abitare in via Dogali, non aggiunge niente alla nostra ignoranza consolidata di quello che è stato l’imperialismo italiano.

Sono trascorsi più di ottant’anni e ancora non ci arriva alle orecchie Il mio solo tormento, poema composto e recitato da Rajab al-Manfi in un terribile campo di concentramento italiano in Libia nel 1931/32 (rinvio al manifesto del 3 giugno 2015). Ne sono passati novanta e non abbiamo mai sfogliato Una storia. Hade Zanta, romanzo scritto nel 1927 da Gebreyesus Hailu in tigrino, una delle principali lingue della «colonia primigenia» italiana, l’Eritrea: tra i primi, se non il primo romanzo africano in lingua non coloniale. Le autorità italiane naturalmente non permisero allora la sua pubblicazione, anche se il romanzo ebbe ampia circolazione come racconto orale. Verrà stampato ad Asmara solo nel 1953, quando gli italiani se ne erano ufficialmente andati da più di dieci anni. Nel 1984 lo scrittore keniota Ngũgĩ Wa Thiong’o rivendicava per gli autori africani non il diritto bensì il dovere di esprimersi nelle lingue africane anziché in quelle coloniali, se si voleva «decolonizzare la mente». Hailu, che morirà nel 1993, la mente se l’era decolonizzata diversi decenni prima: le sue strategie testuali mostrano una chiara intenzione di educare i suoi conterranei a rigettare le premesse razziste del colonialismo italiano. Nel 2013 Hade Zanta viene tradotto in inglese da Ghirmai Negasi, per l’Ohio University Press, con il titolo The Conscript.

La cronologia è pedante, ma scolpisce i tempi di una rimozione colossale. Quando il romanzo fu scritto il colonialismo italiano, «proletario» o «straccione» che fosse, era in piena espansione, stava cercando di domare col ferro e col fuoco la resistenza dei libici e all’orizzonte appariva la nuova preda: faccetta nera, bell’abissina, l’Etiopia. Non esisteva ancora il post-colonialismo, l’incontro/scontro coloniale era nel vivo, così come lo è oggi in Palestina. Era forte però il sentimento anticoloniale. Nel romanzo breve di Hailu, futuro prete cattolico, il colonizzato riflette su se stesso, lavora sulla propria autonomia, si slega dalla gabbia mentale in cui è costretto dal dispositivo coloniale. Tuquabo, il giovane protagonista, è un volontario che si arruola in un reggimento «indigeno» dell’esercito coloniale italiano. È un ascaro, parola oggi quasi svanita dal vocabolario corrente e seriamente in pericolo di passare a designare fastidiosi parassiti. I soldati eritrei, inquadrati da ufficiali italiani, vengono portati in treno dall’altipiano a Massaua e di qui, via mare, in Libia: perché devono combattere contro i libici che si stanno opponendo armi in pugno all’occupazione italiana e al decantato Impero.

Doveva essere un’affascinante avventura bellica, per un ragazzo che veniva da uno sperduto villaggio eritreo, e invece si trasforma in un doloroso viaggio dentro se stesso e la propria gente. Vede morire in combattimento i compagni, li vede perdersi nel deserto. Per chi, poi? Per comandanti che in fondo li disprezzano, per consolidare un progetto coloniale di cui erano loro stessi vittime. Vede la fermezza dei resistenti libici e capisce che non sono loro i suoi veri nemici, che invece combattono una guerra che potrebbe anche essere la sua. Tuquabo si rende conto di essere uno strumento in mano agli italiani dai quali, al pari di tutti i colonizzati, è trattato come un bambino o come un animale. Sa anche di non poter risolvere tutto nell’opposizione oppressore/oppresso, e che esiste un coinvolgimento, se non una vera e propria complicità, tra gli ascari eritrei e l’esercito coloniale, che ci sono zone di contatto tra apparati coloniali e soggetti colonizzati. Non esiste ancora né la parola né il concetto di post coloniale, ma Hailu preconizza entrambi nell’unico modo plausibile, ossia con l’anticolonialismo: nella maniera che Pasolini chiamerà La grazia degli Eritrei.

Quasi a un secolo di distanza noi abbiamo cominciato a capire, grazie in particolare ai contributi di Uoldelul Chelati Dirar, che il ruolo degli ascari è stato importante nell’immaginare una nazione eritrea, e dunque a trasferire nel futuro la colonialità. A quel tempo Tuquabo lo percepiva confusamente e doveva rendere conto, prima di tutto a se stesso, della sofferenza che provava e che Gebreyesus Hailu riepiloga nell’ultima scena del romanzo: Tuquabo è tornato a casa, dopo due anni di guerra italiana in Libia, nel frattempo la madre è morta e lui, sopraffatto dall’emozione, intona un lamento funebre, un melqes, col quale riconosce la sua responsabilità: se n’è andato per vanità, per spirito di avventura, per sete di eroismo virile, per stare dalla parte del più forte, ma d’ora in poi basta con l’Italia e i suoi tormenti che mi hanno allontanato dalla mia terra e dai genitori, basta con l’arruolamento e le medaglie italiane. Addio alle armi!

Una bibliografia:

Gebreyesus Hailu, The Conscript, A Novel of Libya’s Anticolonial War, traduzione di Ghirmai Negasi, introduzione di Laura Chrisma, Ohio University Press 2012:

http://www.ohioswallow.com/book/The+Conscript

Tesi di laurea di Abraham Zere, Narration in Gebreyesus Hailu’s The Conscript, 2014. Center for International Studies of Ohio University:

https://etd.ohiolink.edu/!etd.send_file?accession=ohiou1407920806&disposition=inline

Ghirmai Negash, Native Intellectuals in the Conctat Zone: African Responses to Italian Colonialism in Tigrinya Literature, in «Biography», 1, 2008:

http://www.jstor.org/stable/23540870?seq=1#page_scan_tab_contents

Uoldelul Chelati Dirar, Fedeli servitori della bandiera? Gli ascari eritrei tra colonialismo, anticolonialismo e nazionalismo (1935-1941), in Riccardo Bottoni, L’Impero fascista. Italia ed Etiopia (1935-1941), il Mulino 2008:

https://www.academia.edu/1336476/Fedeli_servitori_della_bandiera_.Gli_ascari_eritrei_tra_colonialismo_anticolonialismo_e_nazionalismo_1935-1941

Si veda anche:

Colonialism and the Construction of National Identities: The Case of Eritrea, in «Journal of Eastern African Studies», 1-2, 2007

From Warriors to Urban Dwellers. Ascari and the Military Factor in the Urban Development of Colonial Eritrea, in «Cahiers d’études africaines», 3, 2004:

https://www.academia.edu/1332472/From_Warriors_to_Urban_Dwellers._Ascari_and_the_Military_Factor_in_the_Urban_Development_of_Colonial_Eritrea

Due significative recensioni a The Conscript nel n. 1 del 2014 del «Journal of Eritrean Studies» (jerstudies@gmail.com)

Molto interessante Irma Taddia, Autobiografie Africane. Il colonialismo nelle memorie orali, Franco Angeli 1996; Francesca Locatelli, «Oziosi, vagabondi e pregiudicati»: Labor, Law, and Crime in Colonial Asmara, 1890-1941, in «The International Journal of African Historical Studies», 2, 2007: http://www.jstor.org/stable/40033912?seq=1#page_scan_tab_contents

Di Ngũgĩ Wa Thiong’o è stato finalmente reso disponibile in italiano Decolonizzare la mente, traduzione di Maria Teresa Carbone, Jaca Book 2015.

All’inizio mi riferivo a Gayatri Chakravorty Spivak e al suo Can the Subaltern Speak?, in Ead., Marxism and the Interpretation of Culture, University of Illinois Press 1988. Oggi è disponibile Critica della Ragione Postcoloniale. Verso una storia del presente in dissolvenza, traduzione di Gabriele D’Ottavio [complimenti!], Meltemi 2004, testo impegnativo e folgorante.

Chi cercasse un diverso avvicinamento al colonialismo in Eritrea, legga di Erminia Dell’Oro i romanzi: Asmara Addio, Dalai 1993, e L’abbandono, Einaudi 1991.