Modernismo islamico

Claudio Canal

Una dozzina d’anni fa aveva pubblicato un libro sul filosofo tedesco Gottlob Frege, Everest del pensiero logico, con il sottotitolo Cos’è pensare? Il primo dicembre scorso l’Università di Thiès in Senegal ha accolto il nuovo rettore, già docente di filosofia all’Università Cheikh Anta Diop di Dakar: cioè Ramatoulaye Diagne Mbengue, autrice del libro citato. La prima donna in Senegal ad essere rettore/rettrice/rettora. Un po’ impacciato dalla linguistica de.genere, scelgo rettora e constato che nel paese africano su cinque università pubbliche, una è guidata da una donna, in Italia sei rettore su 82 università pubbliche.

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Leda Rafanelli tra islam e anarchia

Claudio Canal

Anarchismo islamico? Islam anarchico? I tempi non sono propizi per discuterne, soverchiati come siamo da una variante dell’Islam feroce e nazistoide. Ma inquietudini e movimenti di stile anarchico hanno spesso attraversato società musulmane, nel secolo scorso – come documenta il bellissimo libro di Ilham Khuri-Makdisi, The Eastern Mediterranean and the Making of Global Radicalism, 1860–1914. Berkeley: University of California Press, 2013 – in certe apparizioni contemporanee durante le primavere arabe di confusa memoria e le manifestazioni di Gezi Park ad Istanbul.

Zone Temporaneamente Autonome si sono manifestate ovunque nel mondo musulmano, non così omogeneo e monolitico come noi lo immaginiamo. Radicali quanto basta da preoccupare fattivamente le gerarchie locali, se non fosse che radicale è diventato sinonimo di fondamentalista, integrista, jihadista, terrorista. Islamico, beninteso.

Io credo alla devota sottomissione degli indigeni. Essi sono lieti e orgogliosi di essere guidati, comandati e protetti da noi.” “Non lieti, né orgogliosi, né devoti: rassegnati.” Era una voce di donna. Prima pagina de L’Oasi – Romanzo arabo di Étienne Gamalier, uscito a Milano per la Casa Editrice Monanni nel 1929. Erano gli anni in cui, è meglio ricordarlo, nel deserto venivano deportati nei campi di concentramento italiani migliaia di libici che dovevano essere “pacificati” col ferro e col fuoco della macchina bellica di Roma. In uno di quei lager un maestro di spiritualità canta sconsolato: Il mio solo tormento / l’impotenza / il castigo / di subire la vita / e di non viverla / gli uomini migliori della tribù / sono oggi considerati come / miserabili degenerati.  Si chiama Rajab Abuhweish, non ha camuffato il suo nome anche se la sua voce da allora non è mai riuscita ad attraversare il Mediterraneo per arrivare alle nostre orecchie. Dietro la maschera dell’inesistente Étienne Gamalier si nasconde invece, come presunta “traduttrice”, Leda Rafanelli. L’Oasi è ripubblicato a novant’anni di distanza da Corsiero Editore per la puntuale redazione della studiosa Milva Maria Cappellini, già curatrice dell’inedito Memorie di una chiromante, Nerosubianco, 2010 e dell’antologia di racconti I due doni e altre novelle orientali, id., 2014.

Il regime è diventato una dittatura imbevuta di nazionalismo e di miti coloniali. Rafanelli lo sa bene e nella prefazione scrive: L’autore [cioè lei stessa] ha idee personalissime in fatto di colonie e di popolazioni soggette al dominio europeo. Egli non ripete il solito motivo della letteratura ufficiale. Nello stesso anno usciva Io, povero negro di Orio Vergani. Libro non spregevole, dati i tempi, ma geneticamente modificato dalla pretesa coloniale della superiorità italiana/europea a tutti costi. Nella scrittura di Rafanelli i protagonisti, le protagoniste soprattutto, vivono invece la piena solidità delle loro esistenze e il loro inedito sguardo del mondo. Non sono figurine di un album da colorare. Nel contesto di un Oriente un po’ immaginifico, oggi diremmo orientalista, ma mai inverosimile. Molto meno catturato dal miraggio che si può toccar con mano nelle narrazioni di un’altra donna irrequieta e dagli occhi pieni di sapienza come Isabelle Eberhardt, che gira a cavallo vestita da uomo per i villaggi del Maghreb e vi muore a ventisette anni.

Lontanissima L’Oasi-Romanzo arabo da quella sorta di etnopornografia che ha ingolfato la letteratura e il giornalismo coloniali, stracolmi di giovani indigene sinuose, loro sì miraggio dei maschi italiani in partenza. Alla base di ogni espansione [coloniale], il desiderio sessuale, scriveva Ennio Flaiano nel ’35 e ha fatto bene Giulietta Stefani e riprenderlo nel suo importante libro Colonia per maschi, Italiani in Africa Orientale: una storia di genere, Ombre Corte, 2007.

Rafanelli ci consegna un altro universo. Nelle sue pagine, per esempio, un vecchio di villaggio tocca un nervo scoperto della colonizzazione: Ha tradito la sua razza che ha sempre anelato la libertà al di sopra di ogni bene. Egli è andato a servire il nuovo padrone, per ambizione e avidità di denaro, a proposito di un ragazzo che si è arruolato nelle truppe coloniali al comando degli eserciti europei. Leda Rafanelli non poteva sapere che in Eritrea stava circolando un racconto in tigrino di Gebreyesus Hailu che descriveva spregiudicatamente la parabola di un ascaro al servizio degli italiani. Non lo sappiamo neppure noi oggi perché non è mai stato tradotto.

Ma chi è Leda Rafanelli? È nata a Pistoia nel 1880 e morta a Genova nel 1971. Musulmana e anarchica. Circumnavigava felicemente tra questi due mari interiori. Per gli addetti ai lavori estranei all’anarchismo è nota solo per una relazione di febbre e di tormento con Mussolini socialista e direttore dell’Avanti! da lei immediatamente troncata ai primi sentori del fervente interventismo dell’ormai ex rivoluzionario. Guardoni patentati e pettegoli si sono buttati ventre a terra per capire cosa fosse accaduto tra i due. Il futuro duce se la sarebbe cavata con una battutaccia di virile maschiume, come riporta Giancarlo Fusco nel suo libro peggiore, Mussolini e le donne, Sellerio, 2006. Elegante, Leda Rafanelli avrebbe pubblicato e commentato le lettere ricevute in Una donna e Mussolini, Rizzoli, 1945 e 1975, combinando magistralmente memoria privata e ricostruzione storica di un momento decisivo della società italiana ed europea: Io ero in uno stato d’animo strano. Comprendevo che si compiva qualcosa di inevitabile. Che l’Europa, la parte di mondo che ha sempre rubato agli altri suolo, prodotti, libertà, autonomia, - dovesse finalmente pagare le sue colpe era ormai una vicenda in atto. Sentivo che era quasi giusto, logico, che l’Europa soffrisse ciò che aveva fatto soffrire ai popoli conquistati, che comprendesse quale terribile realtà è la violenza delle armi[…] Io soffrivo molto in quel tempo, presaga di ciò che doveva avvenire. E non seppi, non volli tacere. In quelle giornate ardenti, mentre le idee cozzavano contro altre idee, mentre anche alcuni a noi vicini si facevano travolgere dalla corrente che invocava la “guerra liberatrice” – io volli mettermi al sicuro da ogni interpretazione errata delle mie teorie […] soprattutto cosciente esecrazione della guerra, - del fatto guerra, - e consapevole rinunzia a tutto ciò che è detto gloria – eroismo – valore di marca dinastica militare e borghese. E in una notte di dolorosa passione, turbata e straziata per tutto ciò che succedeva a noi intorno, scrissi un opuscolo che intitolai, a scanso di equivoci, Abbasso la guerra. Questo opuscolo fu stampato in molte migliaia di esemplari, e diffuso in tutta Italia. Naturalmente fu subito sequestrato[…].

L’invettiva dolorante contro la guerra è il tema di molti suoi interventi editoriali, è attivissima sul piano delle lotte antagoniste e sovversive, con i suoi bozzetti sociali alimenta uno sguardo inequivocabile da subalterni, esseri che il romanziere non vede, che lo storico non conosce, perché nessuna caratteristica li differenzia dalla folla nella quale si agitano, sviluppa un femminismo critico consapevole dell’ambivalenza insieme liberatoria e oppressiva della maternità, sa confrontarsi anche con la narrazione avviando la stesura di alcuni romanzi. Con il compagno Giuseppe Monanni dà vita a una delle case editrici più innovative, la Casa Editrice Sociale. Non si fa impressionare dai fuochi d’artificio di Marinetti, fanfarone, esibizionista, il milionario, il megalomane calvo.

Riscuote in pubblico fama di persona piuttosto libera nella sua condotta morale, anche per i suoi principi di libero amore. Ha intelligenza molto svegliata e cultura superiore alla media acquistata con la lettura assidua e con l’assimilazione di libri, opuscoli, riviste sociologiche. Ha frequentato appena le scuole elementari, informativa del prefetto di Firenze del 4 agosto 1908.

Nel 1935 pubblica da Vallardi un coinvolgente racconto per bambini Vedere il mondo. Avventure di due ragazzi eritrei. Anni luce dal quotidiano mangime propinato dalla pedagogia colonialista di regime. Nel medesimo anno esce uno dei testi meno infervorati e compiacenti, Balilla Regale: Romanzo africano per giovinetti, di Arnaldo Cipolla, in cui si può tuttavia leggere: Mentre sfogliava i libri, sotto la luce delle lampade, nella casa antichissima, il suo viso bruno morso dal sole d’Africa, diventava chiaro, roseo.

Nel giovanile viaggio in Egitto Leda Rafanelli collabora con gli anarchici italiani che lì agiscono, scrive sul loro giornale, impara l’arabo. Con l’avvento del fascismo la sua fede islamica diventa l’alterità che le consente di non soccombere alla sintassi del presente. Un islam sincretico, come è stato autorevolmente sostenuto da Enrico Ferri e, con altri accenti, da Barbara Spackman, ma non fittizio, in cui confluiscono spiritualità diverse. Traslato anche in uno smagliante modo di vestire che scombussolava i compagni anarchici. Una islamofilia la sua? Può essere. Capace di vedere l’oscuro: islam e modernità. Sicuramente in anticipo sui tempi se è da seguire l’invito di Fatima Mernissi a distinguere sempre tra islam come fede e islam come religione di Stato. Leda Rafanelli decreta che anarchismo, islam, sufismo, femminismo, piramidi egizie, antifascismo, yoga rispondono solo alla sua giurisdizione interiore.

Morirà a novantuno anni, sopravvivendo al figlio Marsilio, Aini-Occhi miei in arabo. Gli ultimi decenni della sua vita li vivrà in disparte, qualche collaborazione al giornale anarchico Umanità Nova, insegnamento dell’arabo e pratica della chiromanzia, come una vera strega postmoderna. È un dono che sento di possedere fin da bambina […] ma la chiromanzia non è una scienza e dubito assai di tutti i maestri delle scienze occulte [] io ho solo l’istinto e un senso segreto e inspiegabile mi guidano.

Disinnescata dalla memoria imperante, Leda a poco a poco ricompare. L’edizione dei romanzi citati, qualche interesse accademico e militante, uno studio/antologia di scritti dagli USA: I belong only to myself. The Life and Writings of Leda Rafanelli, di Andrea Pakieser, AK Press, 2014, una superba graphic novel Leda. Che solo amore e luce ha per confine, di Sara Colaone, Francesco Satta, Luca de Santis, Coconino Press, novembre 2016.

Leda/Djali: Mi sono donata questo nome, oltre il bel nome che porto,/ poi che Diali vuol dire: di me stessa, / ed io ho sempre appartenuto solo a me stessa.

Leda Rafanelli

L'oasi

Corsiero Editore

pp. 294, euro 17

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Block notes / Torino on the move

Claudio Canal

Torino always on the move era il marchio di fabbrica della città ai tempi delle olimpiadi invernali. Decantato con successo anche dopo. E il move si è dialetticamente materializzato sabato 3 giugno nel salotto buono della città.

Scontro frontale. Trentamila persone in delirium tremens ne contagiano a distanza altre migliaia, ignare della video partita, che si mettono a correre gridando. Uno tsunami morale. La movida diventa la corrida dove tutti sono contemporaneamente toro e toreador e picador. In effetti siamo ad Augusta taurinorum. Nerboruti e palestrati androidi se la danno a gambe. Una folla impaurita dal boato che la stessa folla ha prodotto. Calpestati e calpestanti senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione. Cocci aguzzi di bottiglia.

La maniglia antipanico è già stata inventata. Non ancora il vaccino. Il panico è pandemico per definizione e non scarta nessuno. Bisognerebbe forse ripristinare le sirene d’allarme e i rifugi, di cui restano tracce in alcuni edifici d’epoca.

Il terrorismo terrorizza. La terza guerra mondiale in atto ferisce per prima la mente. Si chiama autoterrorismo. Un’orgia di vade retro, di gomitate, di sfondamenti, di individualismo collettivo surriscaldato dal convulso uotsappamento.

Millennial Caporetto e pietà l’è morta. A scelta.

Alla fine il salotto-buono-della-città è la terra desolata di cumuli di scarpe perdute, di cellulari infranti, di borse e zainetti dispersi.

La colonna infame . Ossessionati dalla sicurezza, amministratori, politici, alti e bassi funzionari di Stato, periti securitari, giornalisti improvvisati, hanno gridato al lupo! individuato nei carretti faidate dei venditori abusivi di birre in bottiglia [i locali chic dei paraggi notoriamente vendevano solo camomille]. Le quali bottiglie erano acquistate da solleciti compratori abusanti. È il mercato, bellezza. Domanda, offerta. Domanda, offerta.

La megamacchina del mercato ci deforma tutti, politici e cittadini qualunque. Ci rende inetti.

Era il primo maggio piovoso e tu solevi sfilare in corteo con lo spezzone dedicato ai centri sociali. All’imbocco della medesima piazza salotto-buono-della-città reparti di polizia in assetto di guerra e con bava alla bocca te lo impedivano a suon di randellate e calci in pancia. Era in nome della sempiterna sicurezza che ti pestavano. Un affetto mi preme acerbo e sconsolato.

Apocalypse NO . A terra c’è Kevin. Non Wei, Yong o Tsong. Kevin, bambino italo-cinese venuto a tifare Juve con la famiglia, sorella e genitori. È stato calpestato. Intervengono prima un tifoso juventino, Federico, poi un italo-africano, Mohammad [ripeto: Maometto]. Lo mettono in salvo dal caos brutale. Non sono eroi. Non mancano i delinquenti tra i tifosi e gli immigrati. Loro sono sicuramente riusciti a restare umani.

Per strada porte che si chiudono, altre che si aprono. Un bicchiere d’acqua e un calmo pianto liberatorio. Una umanità dolente invade i pronto soccorso cittadini e dintorni. Da bolge si tramutano nella notte in veri centri di accoglienza. Chilometri di fili di sutura per il popolo sanguinante, politiche del sorriso e della parola giusta al momento giusto. La grande bellezza. La Torino on the love.

L’apocalisse è rimandata.

***

Il Cantiere di Alfabeta è uno spazio di dibattito online e dal vivo concepito per sostenere e ampliare il lavoro quotidiano della rivista. In questi giorni per i soci è stato avviato anche un gruppo di lettura.

Entra anche tu nel Cantiere di Alfabeta!

Festa e dolore per le spose di Boko

Claudio Canal

bokoAlcune delle donne rilasciate ai primi di maggio da Boko Haram.

Ho cercato altre foto. Vi ho ritrovato gli stessi occhi. Io le guardavo, contento per la loro liberazione, e non incrociavo un sorriso. Quasi mai. Una contentezza fuori luogo, la mia? Sguardi asimmetrici che mi hanno riportato al volto di una donna nigeriana che per un certo periodo ho accompagnato nell’apprendimento dell’italiano. Era gentile e acuta. Mi guardava molto seria e dietro di me rivedeva la fila dei maschi che l’avevano “frequentata” ai bordi di una strada di periferia. Alla sua mente io quello le restituivo.

Dal 2013 hanno avuto inizio i sequestri di donne e bambini. C’è chi dice che 2000 siano nelle mani di Boko Haram. Il web mi ha consegnato storie e pensieri che hanno complicato il mio sentimento. Mi sono fatto accompagnare dalla rilettura di un classico della storia europea, Norman Cohn, I fanatici dell’Apocalisse, che nell’originale (1957) suona così: The Pursuit of the Millennium: Revolutionary Millenarians and Mystical Anarchists of the Middle Ages.

Storie d’amore . Donna chiusa dalla testa ai piedi da un niqab nero mentre abbraccia un Kalašnikov . In un ambiente patriarcale, sposare un combattente di Boko Haram , può essere un modo per acquisire un potere mai goduto. “È l’amore della mia vita!” raccontano alcune, con nostalgia. Amore e Morte. Matrimonio forzato? Non molto di più dei matrimoni normali. Nella linea d’ombra dell’impenetrabile foresta di Sambisa dove si nascondono i combattenti sgorga anche l'eros romantico . Il binomio carnefice/vittima è troppo poco e troppo semplice.

boko2Born again . A tutti e a tutte, musulmane comprese, è richiesta una nuova conversione all’Islam jihadista versione Boko Haram. Rinati per una religione esclusivista e sanguinaria, che promuove l’apocalisse purificatoria, la redenzione del mondo presente tramite il sacramento della violenza. Le donne sono il territorio vivente e simbolico in cui questa memoria dal sottosuolo si realizza.

Lupi, agnelli. In mancanza di strumenti di protesta sociale la rottura col mondo presente si esprime in termini di teologia politica ed etnica . Alla “vocazione” jihadista è tuttavia essenziale l'emozione .

Tornare a casa. Non suscita sorrisi. Non è una festa. La acuminata memoria del patimento non si scioglie, investita da un’onda di stigma . I bambini e le bambine venute alla luce nel buio della foresta sono sangue cattivo . La spose di Boko sono contaminate. Le spose di Boko sono radicalizzate .

Helon Habila . Qualcuno al mondo aveva mai sentito parlare di Chibok, Nord della Nigeria, 65.000 abitanti, quasi sempre senza elettricità e acqua? Lo scrittore nigeriano residente in USA, noto in Italia, si fa per dire, per Angeli Dannati, Sartori, 2005, è tornato dalle sue parti e ha raccontato The Chibok Girls: The Boko Haram Kidnappings and Islamist Militancy in Nigeria , Columbia Global Reports, dicembre 2016. Da tradurre.

Nigerian Halleluja . Le ragazze liberate sono state due settimane a disposizione delle autorità nella capitale, Abuja. Qualcuno dice che è solo un complotto mediatico .

Poi sono effettivamente tornate. Smentite le mie elucubrazioni.

Io dico che adesso sorridono. E piangono

boko3Dico, c’è una tenerezza senza frontiere
nel vostro sorriso adolescente.
Niente è più haram,
i troppi padri e mariti e uomini.
È nova la vostra vita
la vostra colorata eleganza del cuore.
Il boko del mondo
lo leggiamo con voi.

Alfadomenica #4 – aprile 2017

fibraottica2Quali sono gli spettacoli teatrali più rappresentativi degli ultimi trent'anni? Se lo chiede (e lo chiede ai circa 200 soci che hanno finora aderito al Cantiere di Alfabeta) Valentina Valentini,  che su questo tema sta scrivendo un saggio e che vorrebbe avere "il confronto e il conforto di esperienze diverse". A chi desidera sapere cosa è il Cantiere e come vi si accede, consigliamo di visitare questa pagina. A tutti anticipiamo che presto i soci saranno invitati a fornire suggerimenti per i titoli 2018 della collana Alfalibri. E ancora a proposito del Cantiere, e in particolare dei thread sul presente e sul futuro della lettura, segnaliamo qui sotto, tra i materiali dell'Alfadomenica di oggi (23 aprile, giornata mondiale del libro), un'intervista all'artista scozzese Katie Paterson, ideatrice di un singolare esperimento che ha al centro, appunto, i libri e la lettura. Ed ecco il sommario completo dell'Alfadomenica:

  • Claudio Canal, Nora W., o dell'estetica coreana:  Nora W. Tyson, ammiraglio alla guida della Terza Flotta degli Stati Uniti, si sta avviando sulla portaerei Carl Vinson verso i mari coreani. Non l’avrebbe immaginato da ragazza quando studiava alla scuola episcopale di Memphis, sulle rive del Mississippi. Ancora meno avrebbe previsto di servire da detonatore della terza guerra mondiale. Se non fosse che la Terza Guerra Mondiale è scoppiata da un po’ e noi fingiamo di non saperlo perché, a differenza del passato bellico, oggi i fronti sono volubili e intercambiabili e i combattenti si sono “democratizzati”. - Leggi:>
  • Laura Leuzzi e Antonella Sbrilli, 2114, la biblioteca del futuro. Una conversazione con Katie Paterson: Mancano 97 anni al compimento di Future Library, opera d’arte concepita dall’artista scozzese Katie Paterson (1981), indagatrice di fenomeni e paradossi sul tempo, tanto da essersi guadagnata anche un paragone con il Calvino delle Cosmicomiche. L’opera Future Library è cominciata nel 2014 con la piantagione, nei pressi di Oslo, di 1000 abeti norvegesi che – nel 2114 – forniranno la carta per stampare un’antologia di 100 libri, scritti e consegnati un anno dopo l’altro – a partire dal 2014 – dagli scrittori via via invitati. - Leggi:>
  • Giulia Bertoluzzi, Zeid Hamdan, underground libanese: Avvolto da una nebbia di fumi e di birra, Zeid Hamdan è chino sulla tastiera dello Yuka, uno dei locali più gettonati dalla scena indie tunisina sulle spiagge isolate di Gammarth. In tournée con l’egiziana Maii Waleed, Zeid Hamdan trascina lo Yuka in un’atmosfera ritmata dai timbri hip hop che lui stesso ha portato sulla scena araba alla fine degli anni ’90. Considerato da CNN una delle figure culturali più influenti del Libano, Zeid Hamdan è il padre spirituale della musica underground libanese, con 20 anni di carriera, 20 album e 10 colonne sonore, tra cui Barakah meets Barakah, primo film saudita alla Berlinale e recentemente Mr Gay Syria, sulla vita dei rifugiati siriani omosessuali in Turchia.   - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Parole, alito e galanteriaLa cucina d’amore è un ricettario che Luigi Veronelli scrisse e pubblicò nel 1960. Un volumetto con spirale e vecchie stampe in copertina. L’ispirazione afrodisiaca è in prevalenza francese ma, in siffatta seduzione, non mancano le incertezze, quelle che, seduti a tavola, nascono nell'offrire un certo cibo, e le contrarietà nell'accettarlo. - Leggi:>
  • Una poesia 24 / Franca Mancinelli:  Quando tornerai a vedere troverai ogni cosa sorretta dai rami. Non è accaduto niente. Siamo qui, su questa intelaiatura di foglie. A tratti un grido spalanca la gola. Perdiamo tepore. Allora si scuote, ci culla nel vento leggero. - Leggi:>
  • Semaforo: Fame - Lenin - Stagisti - Leggi:>

Alfadomenica #4 – febbraio 2017

fibra2 copiaPrima di introdurre i lettori all'alfadomenica di oggi, qualche parola sul Cantiere di Alfabeta, andato online in questi giorni: si tratta di un forum a cui hanno accesso i soci dell'associazione Alfabeta. Studiato per una partecipazione attiva da computer, tablet o smartphone, ospiterà discussioni su temi che consideriamo cruciali (la prima, sui lavoratori "innamorati"e sulla "fabbrica felice", è già stata avviata, a cura di Lelio Demichelis) e materiali d'archivio - in particolare testi e numeri della prima serie di Alfabeta e contenuti di Alfabeta2 2010-2014 - che consideriamo strumenti preziosi per comprendere il presente. Ci auguriamo che sarete in tanti ad aderire all'associazione Alfabeta, perché il Cantiere si nutre del confronto fra una pluralità di voci. Vi aspettiamo!

Ed ecco cosa trovate oggi su alfadomenica:

  • Claudio Canal, Corea una e bina, distopie contemporanee:  Siti Aisyah, indonesiana venticinquenne, dichiara che lo credeva uno scherzo. Di solito, però, nelle candid camera non ci scappa il morto altrimenti non sarebbero candid. Anche l’altra arrestata, una vietnamita ventottenne, credeva forse di giocare a innaffia lo sconosciuto? Non era acqua lo spruzzo, era un qualche veleno, si dice. Micidiale, se ammazza in così poco tempo senza lasciare tracce. Il famigerato gas nervino? Il povero Kim Jong-nam, fratello del caro leader nordcoreano, se ne è stato un po’ imbambolato poi è spirato sulla barella. - Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Una carta per uno. Carte da gioco in mostra al Museo di Roma: Quando in un dipinto antico si gioca a carte, c’è spesso qualcuno che bara, nascondendo una buona carta nelle vesti, così come si vede per esempio in Caravaggio e in Georges de la Tour, e quando un artista moderno inventa un gioco con le carte sta spesso proponendo un meta-gioco, come il francese Robert Filliou che inventa le carte Feel You, il cui valore è marcato su entrambi i lati e con cui si gioca bendati. Leggi:>
  • Francesco Fiorentino, L'attore e il suo doppio. Minetti di Thomas Bernhard:  È l’ultimo dell’anno e dalla bufera di neve arriva lui. Arriva nella hall di un hotel di Ostenda dov’era stato decenni prima. Arriva avvolto in un grosso cappotto, il cappello, la valigia, l’ombrello. È un po’ fuori luogo e fuori tempo, sorpreso di quanto tutto sia cambiato, più vecchio, come lui. L’andatura stanca e decisa è quella di Roberto Herlitzka che interpreta Minetti, un altro grande attore, protagonista dell’omonimo dramma di Thomas Bernhard. Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Ajo ojo: “Voglio mangiare alla romana, senza pensare al fegato, allo stomaco e a tutte le altre coratelle. Dunque, prima di tutto spaghetti aglio e olio. Poi qualche ciriola fritta dorata, qualche filetto di baccalà. Come secondo, pollo spezzato coi peperoni … ” Ho preso la voce di Moravia, rileggo Mammarolo e i Nuovi racconti romani (Bompiani, 1959) e trovo subito, da buon milanese che i romani esagerano quando vanno a mangiar fuori, si strafogano, oppure ordinano un piatto di pasta inesistente. Ma il mio problema non è Moravia. Io sono solo in casa, questa sera, e aglio e oglio mi permetterebbe di cavarmela in fretta, dieci minuti e sono a tavola. - Leggi:>
  • Semaforo / Speciale Oscar: Email (La La Land) - Irregolarità (White Helmets) - Zeitgeist (Il cliente) - Leggi:>

Corea una e bina, distopie contemporanee

Claudio Canal

lolSiti Aisyah, indonesiana venticinquenne, dichiara che lo credeva uno scherzo. Di solito, però, nelle candid camera non ci scappa il morto altrimenti non sarebbero candid. Anche l’altra arrestata, una vietnamita ventottenne, credeva forse di giocare a innaffia lo sconosciuto? Non era acqua lo spruzzo, era un qualche veleno, si dice. Micidiale, se ammazza in così poco tempo senza lasciare tracce. Il famigerato gas nervino? Il povero Kim Jong-nam, fratello del caro leader nordcoreano, se ne è stato un po’ imbambolato poi è spirato sulla barella. La polizia ha arrestato anche un terzo sospetto, un nordcoreano di 45 anni. Ne ricerca altri tre, anzi quattro, che però sono volati via lo stesso giorno del gavettone postmoderno.

L’aeroporto di Kuala Lumpur, la capitale della Malesia, è il medesimo da cui è decollato il Boeing 777 con 239 persone a bordo e svanito nel nulla tre anni fa. Doveva essere un terreno sacro a qualche divinità vendicativa, l’area aeroportuale, se si allestiscono questi malefici. Una sola volta ci ho fatto scalo, ma non mi è successo niente, all’apparenza. Forse è un dio ridanciano e burlone. La ragazza vietnamita arrestata aveva una t-shirt con la dicitura LOL che, si sa, sta per lot of laugh ( tante risate). Poi una TV giapponese manda in rete un video in cui si vede una donna assalire di spalle Kim Jong-nam, e il medesimo rivolgersi preoccupato agli addetti alla sicurezza per segnalare che qualcosa non va sul suo volto. Infine una barella. Niente a che fare con lo shakespeariano polonio che ha steso a Londra la spia russa Litvinenko e, forse, Yasser Arafat?

Sembra che la Corea del Nord non abbia battuto ciglio o così dà ad intendere il caro fratellino, Kim Jong-un, leader maximo, che non si dimostra così fremente di ricevere le spoglie del familiare per i dovuti onori. Sempre che il malcapitato risulti effettivamente essere il fratellastro. Battibecchi tra ambasciate, Corea del Sud che soffia sul fuoco sparando accuse. La Malesia è uno dei pochi Stati a mantenere relazioni non ostili con Pyongyang.

Di questo intricato e attraente giallo asiatico non sappiamo quasi niente di certo e qui sarebbe anche il bello della storia se non fosse rovinata dal fragore dall’ultimo missile a medio raggio lanciato da una base nordcoreana e schiantato in mare a 400 chilometri di distanza. Più fumo che arrosto, ma il fumo impedisce sovente di vedere e capire cosa succede nella realtà là fuori. Ogni test missilistico è nello stesso tempo una domanda: mi volete sì o no prendere sul serio? Madre natura non è stata benevola con il brillante compagno Kim Jong-un e lui stesso con il suo parrucchiere sembra mettersi d’impegno per aggravare la endogena goffaggine. Così il tiranno un po’ fa paura un po’ fa ridere. Non gli riesce di essere marziale, come vorrebbe e ruolo dinastico imporrebbe. LOL, LOL.

I corpi contano, sappiamo. Lo sanno anche in Nord Corea. Il regime infatti ha da alcuni anni avviato un restyling dell’immagine corporea pubblica dando spazio in televisione e nelle sale da concerto autorizzate ad una band di ragazze musiciste di prim’ordine e militari di carriera. Tengono mirabilmente la scena, suonando, cantando e ballando. Mettendo in mostra le loro giovani bellezze fasciate da abiti luccicanti e succinti e con acconciature internazionali, virtuose che imbracciano un basso elettrico, siedono a un drum system, imboccano un sax tenore. La narrativa è calcolata, si tratta di assorbire nuovi idiomi e volgerli a vantaggio del regime. La Moranbong Band si presenta in messinscene hollywoodiane con effetti laser sbalorditivi, interpretando medley di arrangiamenti pop di Mozart, canzoni e inni patriottici, My Way, O sole mio , evergreen del rock. Chiudono con un’estetica del passato e la loro esibizione è una promessa di prosperità e di bellezza. Ambasciatrici di una nuova era di progresso e creatrici di un mondo fantastico. Quando si presentano con lo State Merited Chorus, un centinaio di maschi infagottati nell’uniforme militare che cantano disciplinati e impalati mentre scorrono sul mega schermo immagini di eroi della patria, kombinat industriali, panorami mozzafiato, ti stupisce la sovrapposizione nella medesima scena di un design politico double face. Il regime si umanizza? Il regime si sintonizza su nuove sensibilità che non possono essere lasciate a sé stesse, ma devono essere incanalate dall’alto. È la politica della musica. Quando poi la telecamera si allarga sulla platea dello smisurato auditorium vieni travolto dallo sguardo maschile, compassato e famelico, di qualche migliaio di burocrati e funzionari di partito in gita premio. Le artiste della band ne sono consapevoli, lo fanno “a fin di bene”, patriottiche a loro modo e sarebbe da stupidi sottovalutare questi slittamenti dell’immaginario. Non tutto può essere ridotto ai rituali di imbalsamazione social-politica e di oppressione scientifica. Muoversi dalla piazza Kim Il-sung verso lo stadio Kim Il-sung per arrivare in un attimo in piazza Kim Il-sung dove troneggia la statua di Kim Il-sung. La disponibilità gregaria di un’intera popolazione ha dei limiti, mentre l’altra Corea si infiamma per cacciare la presidente della repubblica teleguidata da una sciamana maneggiona, mentre il sancta sanctorum del business sudcoreano viene violato dalla magistratura con l’arresto per corruzione del patron della Samsung. Corea una e bina.

L’angelo in fiamme è il titolo di una musica visionaria del compositore coreano Isang Yun, oggi celebrato a Nord e a Sud, virtualmente unificate nella sua commemorazione. Il dolore della divisione del Paese non si è estinto del tutto. C’è chi ancora se l’aspetta e se la sogna di notte la riunificazione. Se gli capita di leggere Vita privata di una nazione di Lee Eung-jun, multiforme scrittore sudcoreano, i suoi sogni si trasformeranno in incubi. Il romanzo è appena stato tradotto in italiano dalla coraggiosa casa editrice Atmosphere libri di Roma, partendo dall’originale del 2009. Bel titolo di merito perché spesso la fiorente letteratura coreana subisce una traduzione al quadrato, prima in inglese e da qui in italiano, nonostante che la Corea [del Sud] sviluppi una efficace politica di sostegno alle traduzioni dal coreano. Il lavoro di Mary Lou Emberti Gialloreti, traduttrice del libro, non deve essere stato agevole, non solo per l’ovvia distanza tra le due lingue, ma soprattutto perché il testo di Lee Eung-jun è anch’esso “distopico” come il romanzo, procede per stratificazioni e spigoli, e apre una scena che si potrebbe tecnicamente definire noir, ma che è invece molto di più.

Le due Coree si sono riunificate nel 2018, immagina l’autore, ed ecco cosa sono diventate: un luogo tetro in cui scorrazzano bande criminali e poliziotti corrotti fanno il bello e cattivo tempo, in cui circolano nuove e travolgenti droghe dal nome seducente, in cui il passato si affastella nelle menti come dogma o come immondizia. La violenza non è una scelta, è un destino. L’angelo del Nord è andato in fiamme, è imploso e risucchiato dal vorace capitalismo del Sud che tutto divora. Riunificate, le due parti disperatamente non combaciano. Lee Eung-jun sembra suggerire la domanda: il mondo sta diventando una “Corea riunificata”?