Alfadomenica #5 – dicembre 2018

Teatro, arte, giochi e tantissimi libri: con un sommario molto ricco, come è consuetudine, chiudiamo il 2018 e ci diamo appuntamento alla prima domenica del 2019. Prima di congedarci e di augurare a tutti, voi e noi, un nuovo anno migliore di quello che finisce, raccomandiamo ancora una volta a chi può e vuole (tanti, speriamo) di fare o rinnovare l'iscrizione all'associazione Alfabeta, luogo di incontro fra i lettori e strumento di sostegno per la rivista. Un sostegno minimo, dal momento che quasi tutto il lavoro grazie al quale ogni settimana viene realizzato Alfadomenica si inscrive nell'ambito della militanza intellettuale e culturale; un sostegno prezioso perché ci consente di coprire alcune spese essenziali; un sostegno che ci conforta nei momenti in cui ci chiediamo il senso del nostro lavoro. E adesso, buon anno nuovo, buona lettura!

Il sommario

Claudio Canal, Mbembe, pensare il mondo a partire dall'Africa

Matteo Moca, La decolonizzazione dello sguardo

Fabrizio Patriarca, Philip Roth, come scrivere l'America a se stessi

Arianna Agudo, Barocco, onirico, rizomatico, pop. Storia e storie del videoclip musicale

Maria Grazia Calandrone, La stessa barca

Letizia Paolozzi, Lia Migale, il "destino femminile" gettato alle ortiche

Marie Rebecchi, Tomás Saraceno, i sentieri dei nidi di ragno

Renata Savo, Macbettu, tra culto e innovazione

Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Passaggi di tempo 2018

Mbembe, pensare il mondo a partire dall’Africa

Claudio Canal

Questa non è una recensione, è una piccola segnalazione che spilla dal fusto sorsate inebrianti, nutrienti e anche sgradevoli. Il barile è costituito da Emergere dalla lunga notte. Studio sull’Africa decolonizzata, di Achille Mbembe. La medesima editrice aveva pubblicato nel 2005 il fondamentale Postcolonialismo¸ titolo improprio per l’originale Postcolony. Ombre Corte ha tradotto nel 2016 un articolo lungo ed essenziale, Necropolitica.

I libri sono anche degli utensili per il cervello e come tali possono essere soppesati. Ci vuole pedanteria e io ce l’ho. Per esempio, qui manca l’indice dei nomi, che in un romanzetto forse non si nota, ma in un saggio ricco e variato come questo ci avrebbe facilitato la lettura. Qualche decina di euro in più per il giovane precario addetto e l’editore ci avrebbe sorriso tra le pagine. Noi lettori e lettrici abbiamo bisogno di essere un po’ tenuti per mano, non mandati allo sbaraglio, arrangiatevi! Nello straordinario paragrafo Lotte sessuali e nuovi stili di vita [pagg. 255 sg.], che meriterebbe di circolare autonomamente, Mbembe fa riferimento sostanziale ai romanzi del congolese Sony Labou Tansi, prematuramente scomparso nel 1995. Citati nell’originale francese invece che nella traduzione italiana disponibile, molti dei quali risultato del lavoro di uno dei più lungimiranti traduttori oltre che personalità poliedrica, Egi Volterrani. Così Decolonizzare la mente (Decolonising the Mind), tradotto da Maria Teresa Carbone per Jaca Book nel 2015, così l’imprescindibile, per chiunque voglia ragionare di colonialismo, The Intimate Enemy. Loss and Recovery of Self Under Colonialism, di Ashis Nandy, tradotto da Umberto Rossi nel 2014 per le edizioni Forum di Udine. La medesima trascuratezza per C. Castoriadis, F. Eboussi Boulanga, Paul Gilroy, Ahmadou Kourouma, Alain Mabanckou…Non voglio infierire, ma L' Occident décroché di Jean-Loup Amselle è citato nell’originale come pure Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization di Arjun Appadurai che sono stati editi da… Meltemi medesima, l’editrice che pubblica il libro in questione. Surrealismo editoriale o sadomasochismo? O io sono un pignolo insopportabile?

Achille Mbembe è uno storico, filosofo, teorico politico, originario del Camerun, attualmente docente in una università del Sud Africa, dopo esserlo stato in diverse università degli Stati Uniti.

Emergere dalla lunga notte, pubblicato in Francia nel 2010, è un testo ricchissimo che affronta un groviglio di temi.

L’Africa è un avvenimento del pensiero e perciò bisogna pensare il mondo a partire dall’Africa stessa.

Non è mai stata un mondo a parte l’Africa, è stata sempre profondamente intrecciata, interconnessa, in circolazione col Resto del mondo.

Il colonialismo, la sua violenza, la sua produzione del nemico, le sue espulsioni - la violenza può assumere la forma della defecazione [pag. 230] - fanno parte costitutiva del corpo oscuro della democrazia.

Questa idea verrà radicalizzata in Politiques de l'inimitié – Politiche dell’inimicizia, del 2016.

L’Europa lungo la sua storia ha sempre prodotto l’Altro. Adesso non più, perché non è più il centro del mondo.

La violenza del mercato che aveva già colpito l’Africa, nella colonia e post colonia, ora non ha riguardi per nessuno. Come argomenterà in profondità in Critique de la Raison Nègre del 2013, per la prima volta nella storia ad essere negri – depredati, dispossessati di ogni potere di autodeterminazione soprattutto sul proprio futuro- non sono più solo gli umani d’origine africana, ma lo siamo diventati tutti, è il devenir-nègre du monde.

questa capacità di riconoscere il proprio volto in quello dello straniero e di dare valore alle tracce del lontano in ciò che è prossimo, di addomesticare il non-familiare..è questa sensibilità culturale, storica ed estetica che viene precisamente indicata con il termine afropolitismo.

In due capitoli centrali Mbembe sottopone a clinica la Francia e la sua incapacità di autodecolonizzarsi. E lo dice, feconda contraddizione, mentre proclama il dovere di voltarle le spalle.

Nel mio piccolo applico, forse arbitrariamente, questo compito all’Italia che a decolonizzarsi deve ancora cominciare. Nel recente anniversario delle leggi razziali antiebraiche in Italia non ho sentito, benvengano smentite, ricostruzioni del razzismo esplicito della legge contro il madamato africano dell’anno precedente, 1937, in cui si sanciva la condanna da uno a cinque anni di reclusione per il bianco italiano che avesse avuto nelle colonie relazione di indole coniugale con persona suddita. La purezza della razza ne avrebbe patito.

La lingua di Mbembe si è ulteriormente raffinata. La beatitudine della scrittura lo trascina qualche volta ai confini dell’oscuro e della pronuncia sciamanica. Nello stesso tempo, a differenza della prassi accademica, coinvolge sé stesso nella narrazione esibendoci memorie intime della sua prima età, non in modo appiccicaticcio o narcisistico, ma solidale con il successivo svolgersi del pensiero nutrito e patrocinato da Franz Fanon e di Édouard Glissant.

Due glosse marginali: un po’ sbrigativo Achille Mbembe a toccare il tema Cina : Per il prossimo mezzo secolo, un fenomeno rilevante in Africa sarà la presenza della Cina, potenza priva d’idea [pag.65]. Punto di vista parzialmente modificato nell’intervista in appendice. Troppo poco per una testa pensante come la sua.

Veemente fino all’invettiva: E’ il caso del pamphlet L’Occident décroché dell’africanista Jean-Loup Amselle dai toni fraudolenti [pag. 184]. Bega tra accademici o una diversa comprensione/valutazione del ruolo politico dell’Islam africano?

Per il niente che può servire, sono entrato per la prima volta in contatto con il lavoro di Mbembe leggendo il suo Variations on the Beautiful in the Congolese World of Sounds, in Politique Africaine, n.100, 2005.

Suggerimento improprio: leggere questo libro cominciando dal capitolo quinto: Africa: la capanna senza porta e sesto: Circolazione dei mondi: l’esperienza africana.

Achille Mbembe

Emergere dalla lunga notte. Studio sull’Africa decolonizzata

traduzione e curatela di Didier Contadini

Meltemi, Milano, 2018

pp. 311, € 20,00

Intelligenza (poco) Artificiale e Pedagogia (tanto) Artificiale?

Claudio Canal

Machine learning, Deep learning, Learning analytics… apprendimento automatico, apprendimento profondo, analisi dell’apprendimento, sono le traduzioni disponibili e, come sempre, non esattamente coincidenti con l’originale.

Se c’è apprendimento, se c’è qualcuno o qualcosa che impara va da sé che c’è qualcuno o qualcosa che insegna. E che cosa insegna? Domande che entrano direttamente sotto la giurisdizione dell’educazione e della pedagogia anche se in una zona del sapere che richiede altre etichette.

Intelligenza artificiale è il contrassegno sotto cui raccogliere i vari learning elencati.

L’Intelligenza Artificiale [IA/ in inglese AI] non è così intelligente come si dice né così artificiale, come vedremo. È un ente ambiguo ontologicamente di cui si parla e sparla da più di mezzo secolo. Ha una storia dondolante, grandi frustrazioni e grandi entusiasmi. Delusione/euforia. Inverno/primavera. Oggi navighiamo a tutto andare nella seconda. L’Intelligenza Artificiale è il futuro. È fantascienza. Sottometterà gli esseri umani. È una tecnoutopia. Vincerà la malattia, la morte. E tante altre buone novelle oppure cattive.

Definizione minimale: è una disciplina dell’informatica che studia e progetta hard e software in modo tale che il computer agisca automaticamente come se fosse intelligente. Può bastare ed è falsificabile. Forse coincide con la cosiddetta I.A. debole, che si distingue da quella forte, che qui non sarà discussa. Quest’ultima è una religione scientifica, un cargo cult, che prevede che si possano costruire macchine/computer dotati di pensiero, come quello umano, ma straordinariamente più potente. Non ci vorrà molto per l’avvento di questo sorpasso – detto singularity- sostengono i fautori.

Il Machine Learning è una settore dell’Intelligenza Artificiale. anche se si sta velocemente guadagnando i gradi di super disciplina. Assumiamo come equivalente e orientativa la definizione minimale di I.A. data sopra. Più complesso definire Deep Learning dove la sofisticazione dei metodi e delle logiche è più alta. Me la cavo ricordando che sei anni fa il laboratorio X di Google ha messo al lavoro 16.000 computer per esplorare dieci milioni di immagini tratte da video di Youtube per addestrali a riconoscere…un gatto. Nel 2018 Google lancia una gara per riconoscimento visivo di 8000 specie di animali e piante tra 450.000 immagini: deep learning.

Le macchine/computer sono raggiungibili con un clic o un touch, uno sfioramento del display. In qualche caso, grazie soprattutto ad Alexa di Amazon, con la voce, in un prossimo futuro col pensiero? Si è materializzata corporalmente l’etimologia di digitale, su cui Michel Serres ha giocato definendo Pollicine le nuove generazioni.

L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obbiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende di trionfale sventura. Il programma dell’illuminismo era di liberare il mondo dalla magia. Esso di proponeva di dissolvere i miti e di rovesciare l’immaginazione con la scienza, affermavano Max Horkheimer e Theodor W. Adorno nell’incipit di un libro scritto più di settant’anni fa nell’esilio americano, Dialettica dell’illuminismo. Non saprei dire se merita l’oblio in cui è scivolato dopo certi superficiali fasti.

Rovesciare l’immaginazione con la scienza?

Cominciamo con la parola fatata Algoritmo, che poi, in origine, era una persona. al-Khuwārizmī [Algoritmo] o Muḥammad ibn Mūsa, matematico arabo vissuto a Baghdad nel nono secolo .

Oggi anche il mio gatto pensa che sia un algoritmo a preparargli le gustose crocchette. E forse non ha torto. Io penso e so che sono algoritmi a guidare gli aeroplani, a guidarci in città e in autostrada, a stabilire la spesa detta premio per assicurare l’auto, a dirigere il flusso delle transazioni finanziarie, a gestire i bancomat, a dirigere le ricerche sul web, a organizzare il lavoro in fabbrica, le assunzioni, i licenziamenti detti esuberi, a intervenire sul genoma, a far le previsioni meteo, a valutare i test Invalsi, a prenotare un albergo nelle Fiji, a infangare il mio avversario politico, a prevedere le politiche sanitarie, a tradurre i testi, a dedicarmi la pubblicità, a validare medicine ecc. ecc. L’algoritmo è in cielo, in terra e in ogni luogo. Egli è l’immenso. È invisibile e ha un potere impersonale. Può, a suo modo, vedere il futuro stabilendo delle correlazioni predittive. Suona come Mozart, dipinge come Rembrandt, fa discorsi che John F. Kennedy non è arrivato in tempo a fare, scrive giornali. Si fa più in fretta a dire che cosa non regola, per ora: la simpatia, l’amicizia, il dolore, la nostalgia, l’innamoramento, il sogno e alcune altre residue prerogative umane.

Un riconosciuto studioso del settore, Pedro Domingos, ha scritto un libro importante e coinvolgente in cui sta ad esempio scritto Gli algoritmi di apprendimento [learner] sono i semi, i dati sono il terreno e i programmi appresi sono le piante adulte. L’esperto di machine learning è come l’agricoltore: semina, irriga e concima il terreno, tiene d’occhio lo stato di salute del raccolto, ma per il resto non interferisce. Bella metafora poetica e didattica. Io vorrei saperne di più di questo contadino. E’ un bracciante indiano, è una piccola coltivatrice padana, lavora per l’agroindustria, con che cosa concima il terreno, usa pesticidi, semina cavolfiori, oppio, ogm, guadagna abbastanza. Domande così, per non dovermi affidare al prodigio indiscusso della tecnica autoreferente e autosufficiente, punto e basta. Tecnofanie le chiamava Gilbert Simondon.

Scrive ancora Domingos: L’impatto dell’Algoritmo Definitivo sulla tecnologia non si limiterà all’AI. Un learner universale è un’arma formidabile contro il mostro della complessità …Il frutto di tutto ciò sarà una vita più lunga, più felice e più produttiva. Amen. Un Algoritmo ci salverà. O ci seppellirà.

Sgombero cantine della vita, complessa, conflittuale, desiderante, mortale, contraddittoria, sognante. Se proprio devo genuflettermi preferisco farlo davanti a un padre Pio qualsiasi, che almeno si sporcava le mani di sangue.

Di che religione è l’Algoritmo di Google? È agnostico? Osservante? Al di sopra?

Per diversi anni è stato Innominato, dal 2013 il signor Google l’ha chiamato Hummingbird/Colibrì, e poi, in parte, Rank Brain.

Prima dell’esperimento casalingo che sto per proporre, devo dichiarare la mia impurità critica. Come altri miliardi di persone sono interno a ciò che osservo e critico. Abito nella baraccopoli digitale. Non sono esterno alla mercificazione. Offro gratis la mia soggettività, la mia energia psichica a Google e ai social media che la vendono facendo felici gli azionisti. Sono contemporaneamente forza lavoro, merce, cliente. Io sono il petrolio di questa rivoluzione. A differenza di ciò che sosteneva Marx, sono una merce che va di propria volontà a vendersi al mercato.

L’esperimento domestico a portata di dita è questo: digitare su Google: donne asiatiche. Dodici risultati, dodici proposte di incontri (sessuali) e video porno. Digitare: donne europee. Nove risultati, i primi dei quali dedicati ad una associazione di donne indipendenti. Digitare: donne italiane. Risposte varie di cui tre sul fatto che le donne italiane avrebbero fame di maschi africani. Digitare: donne ucraine o russe o slave. Novanta per cento di risposte a sottolineare la loro disponibilità sessuale.

Algoritmo imparziale o impostato su una deriva sessista? Un amico, grande esperto di informatica, mi ha apostrofato Google sa che tu sei un maiale e perciò ti dà le risposte che ti meriti. Allora ho chiesto ad una brillante docente universitaria e ad una giovane cameriera di fare la stessa digitazione su Google. Responso identico al mio.

Non ho bisogno di estendere l’esperimento. Una massa consistente di studi documenta che gli algoritmi dei social e, più in generale, quelli dell’intelligenza artificiale sono portatori dei pregiudizi dei loro costruttori. Ne sono gli amplificatori. Fingono però di essere asettici, tecnica pura, quando invece costituiscono un vero e proprio ecosistema carico di incompatibilità e fallimenti, come ogni attività umana, scienza inclusa.

La Stampa, 12 settembre 2018, inserto Tuttoscienze, titolo capitale L’Intelligenza Artificiale ci farà ricchi. Nel corpo dell’articolo le affermazioni sono meno enfatiche, come spesso succede. Ma prendiamolo come un indicatore non casuale dell’atmosfera eccitata, cui si accennava poco sopra. Uno spettro si aggira per il mondo: Udite, udite, o rustici; attenti, non fiatate… Comprate il mio specifico, per poco io ve lo do. Un mondo di trascendenze emana dai display dei nostri smartphone, tablet, pc. Ci connettono e ci sconnettono a piacere in una addictive hypnosis di dimensioni forse mai viste. Non è un’immersione, è una incorporazione.

Furio Jesi l’avrebbe classificata come macchina mitologica? C’è chi parla esplicitamente di alchimia e chi di algocrazia da cui difendersi. Io sto facendo di ogni erba un fascio perché non vorrei cacciarmi nei residui addensamenti di una discussione totalizzante. Se sia prima venuto l’uovo dell’erotica seduttiva della rete con le sue macchine computazionali oppure la gallina della nostra hybris connettiva.

A latere mi sento invece di proporre a studiose e studiosi di ripescare creativamente il dispositivo di magia elaborato da Giordano Bruno, soprattutto nella interpretazione proposta da Joan Petru Culianu in un libro straordinario e fuori dagli schemi: Bruno è il primo a spingere il concetto di magia fino alle estreme conseguenze, perché in tale ‘scienza’ vede un infallibile strumento psicologico per manipolare sia le masse che il singolo. La conoscenza dei ‘vincoli’ (vincula) appropriati permette al mago di realizzare il suo sogno di Padrone universale, potendo così disporre a volontà della natura e della società umana, anche se l’operazione si rivela esposta a difficoltà pressoché insuperabili.

Nella seconda metà del Settecento illuminista l’Europa si sbalordì per le prodezze di un turco meccanico costruito da un nobile buontempone. Era un automa in cui era abilmente nascosto un uomo piccolo che sapeva giocare molto bene a scacchi. Sull’onda del successo fu portato anche negli Stati Uniti, dove uno scrittore lo smaschererà con un articolo nel 1836. Si chiamava Edgar Alla Poe.

Al mondo ci sono oggi milioni di turkers che non giocano a scacchi ma fanno piccoli, microscopici lavori – leggere una targa, uno scontrino fiscale, tradurre tre parole, taggare un video, compilare una play list…- pagati un centesimo di dollaro o anche meno.

Task: scaricare un app e aprirla. Il committente entra nella tua rubrica e controlla se l’hai veramente fatto. Ti sei guadagnato il tuo primo centesimo, futuro Paperone.

Siccome la machina sapiens non è così tanto sapiens, ha bisogno di essere allenata, istruita, per poter poi automaticamente procedere nei suoi calcoli. Il suo learning prevede un teaching che in parte è svolto da un gruppetto di informatici e ingegneri, ma nella sostanza da una moltitudine di invisibili lavoratori e lavoratrici, considerati invece utenti e/o consumatori.

Amazon ha avviato nel 2005, con scarsa, o esagerata ironia, Mechanical Turk, una piattaforma di micro lavoro in cui vengono assegnati Hits-Human Intelligence Tasks, cioè nano-compiti frammentati secondo un neotaylorismo gigante. Artificial Intelligence nutrita da Human Intelligence. Non ruba lavoro l’intelligenza artificiale, lo degrada, lo miniaturizza e lo rende invisibile. Inventa il caporalato digitale. Ti gratifica però definendoti free lance. La cinese Zhubajie ne utilizza 7 milioni, altre decine di piattaforme mettono a sottopaga il precariato della favela globale per sfamare le prodezze dell’intelligenza artificiale. Si chiama digital labour.

Sarei curioso di sapere come è stato addestrato Libratus, il programma che ha sconfitto i migliori professionisti di poker avendo imparato a bluffare. Me ne servirebbe uno invincibile contro la roulette del casino e non mi dispiacerebbe vederne un altro sfidare il destino alla roulette russa. Sarei anche interessato a sapere come vengono addestrati i sex robot [sexbot] che stanno avendo un notevole successo mondiale (maschile, prevalentemente). Nell’ultima conferenze internazionale Love and Sex with Robots, Londra, dicembre 2017, David Levy si chiedeva se robot e umani possono fare figli assieme. Chi li istruisce e che cosa devono imparare? Quale Satyricon gli devono apprestare.

Dopo il vademecum tascabile approntato nelle pagine precedenti vorrei insinuare qualche modesto sospetto finale di fronte all’avanzata della ragione digitale come salvezza, redenzione di ogni tipo di scuola, educazione, pedagogia, intelligenza, learning and training.

Gli uomini si servono delle macchine che inventano conservando la mentalità dell’epoca precedente a questa macchina, Jacques Le Goff. La dice giusta il compianto storico francese. Forse non siamo all’altezza delle macchine pensanti, loro si evolvono, la crescita, la crescita, e noi stiamo fermi. Oppure per ripicca le celebriamo come il toccasana decisivo, il messia tanto atteso che metterà ogni cosa al suo giusto posto, che risolverà il problema di come educare le nuove generazioni e rieducare noi stessi, come accrescere conoscenza, sapere e convivenza, che fare di questo pozzo senza fine dell’intelligenza, artificiale e non.

Nel mio piccolo ho impiegato parecchio tempo a compulsare i voluminosi atti (mai sotto le 900 pagine) delle conferenze internazionali della Artificial Intelligence in Education e ho constatato la rarefatta, impercettibile presenza di riflessioni sullo statuto dell’Intelligenza Artificiale, dei suoi inganni prevedibili e non, sul senso di una pedagogia dai molti aggettivi ridotta a precettistica computazionale, sugli interessi che il capitalismo delle piattaforme mette in gioco in tutti gli ambiti della formazione. Invece ho soprattutto visto soluzioni applicative, anche ingegnose, ma destinate all’utilizzo, all’impiego in qualche contesto dato, quale che sia. Uno stretto funzionalismo da far venire i brividi.

Nella più recente assise, giugno 2018, Londra, l’introduzione di Paulo Blikstein adombra qualche traccia critica: i progetti presentati sono gestiti dalle grandi corporations, gli incentivi all’uso non necessariamente vanno a beneficio degli studenti, si favorisce la deprofesionalizzazione degli insegnanti, i contenuti sono standardizzati. L’intervento è ridotto ad un abstract di una paginetta, a fronte delle 900 pagine che presentano sfavillanti congegni. Un conceptual framework definito da: integrated, interactive, intelligent. Giochi di parole.

Lo spoglio delle riviste del settore, in aumento esponenziale, non riserva risultati migliori e confortanti. Quando leggo che l’innovazione consiste nel learning in doing, nel learning in working e nel problem solving sono spinto a chiedermi se è mai esistito un tale di nome John Dewey. Colonna sonora il coretto che canta amabilmente innovation, innovation.

Ho visto innovazioni veramente speciali, anche sotto casa. Robotica educativa gioiosa, app decisive nel coagulare l’interesse e la conoscenza del reale, connettività formativa che invece di esasperare il carico cognitivo, l’infobesità, lo filtra e lo elabora, realtà aumentata per gioco e approfondimento. Ho visto esperimenti di valutazione universitaria tramite web e assistente vocale di estremo interesse. Ho visto modestissime realizzazioni di flipped classroom – classe capovolta, che si beavano dell’italinglish e dell’informatizzazione generalizzata e niente sapevano del sistema dei laboratori proposto negli anni settanta da Francesco de Bartolomeis, ovvero un capovolgimento, cioè un vero cambiamento di paradigma e non una integrazione funzionale, nuovi concetti e non (solo) nuovi strumenti.

Ho visto cose. Ho visto il parto di discipline nuove di zecca, come educational genomics, educational data mining, computer-supported collaborative learning, educational neuroscience, educational computer game… e le relative associazioni accademiche e professionali, riviste, congressi internazionali, carriere, bibliografie ecc. Indice di una sensibilità speciale, di una effervescenza che risponde ad una globale e forte domanda di senso che purtroppo viene frammentata e specializzata in recinti più o meno dorati.

Le due discipline più dirompenti sono Learning Analytics e Pensiero Computazionale.

Con Learning Analytics ci si riferisce alla misurazione, alla raccolta, all’analisi e alla presentazione dei dati sugli studenti e sui loro contesti, ai fini della comprensione e dell’ottimizzazione dell’apprendimento e degli ambienti in cui ha luogo dichiara Rebecca Fergusson, esperta del settore. Gli studenti nel loro percorso scolastico si connettono, interagiscono con dispositivi mediatici, svolgono compiti e li presentano tramite piattaforme [smartphone, tablet, pc…], accedono a banche dati, chattano tra di loro, con gli insegnanti, con la burocrazia scolastica. Come dice un altro studioso, Ben Kei Daniel, rilasciano dietro di loro dati utilizzabili che vanno raccolti, analizzati, e interpretati per il bene degli utenti e delle loro carriere scolastiche e post scolastiche. Per il bene anche delle istituzioni formative a qualsiasi livello, perché conoscendo a fondo le prestazioni studentesche [key performance indicators (KPIs)] potranno al meglio programmare innovazioni ed emendare pecche. Potranno accettare o rifiutare iscrizioni. Potranno anche conoscere più a fondo gli studenti applicando la sentiment analysis di straordinaria efficacia nel business, su cui adesso non mi soffermo. Detecting and addressing students’ affective and emotional states, come recita il manifesto dell’ultima conference dei minatori/scavatori di dati educativi/educational data mining.

Microsoft ha bell’e pronta una Machine learning adeguata al compito, si chiama Azure. Accorpati questi big data potranno essere comunicati ai famosi stakeholders, amministratori, specialisti, dirigenti ministeriali, politici di governo. Imbottite di dati le machine learning daranno valutazioni e programmi futuri. Il marchingegno didattico conquista gli operatori del settore, dà un po’ di lavoro ad informatici, a pedagogisti computazionali e a garanti della privacy.

Sorvegliare e premiare. Rendere l’educazione leggibile dalla macchina. La medesima funzione per la giustizia, la polizia, la sanità, lo sport, le ricerche di mercato.

Non c’è nessuna prova che tutto questo migliori qualcosa nell’educazione, come dichiara candidamente un super rapporto di studio della Commissione Europea.

Se posso interrogare Google il sapiente invece dell’insegnante, se learning analytics è anche molto predictive, cioè in grado di vedere il mio futuro conoscitivo ed emotivo -potrei essere un tipo a rischio-, se la imminente, per ceti molto agiati, robotic-based instruction mi fornisce gli interlocutori polivalenti, se posso iscrivermi a qualsiasi corso on line, perfino ai MOOCs - Massive Open Online Courses dell’Università di Harvard, che ci fa l’insegnante? Che ci fa la scuola? Una pedagogia responsabile, analitica del senso dell’educazione è un accessorio che non possiamo più permetterci. È disponibile invece una pedagogia artificiale che, come un’azienda produttrice di sneaker, darà la caccia a tutti i dati possibili, anche i più “sensibili”, per immagazzinarli. Più dati saranno captati e stoccati e più sarà bello interrogarli perché ci diranno cosa fare dei dati stessi. I dati non sono passivi. Sono loro stessi a guidare la ricerca. Dati tuttavia sempre vulnerabili che patiscono trombosi e rapine. Datificazione radicale.

Mi torna alla mente un libro di Ivan Ilich e anche Friedrich Nietzsche: I maestri dell’età dei libri. Poiché l’educazione che ci si dà da sé e l’educazione di gruppo diventano più generali, il maestro, nella sua forma abituale, è destinato a divenire qualcosa di superfluo. Amici desiderosi di apprendere, che vogliono appropriarsi insieme di un sapere, trovano nella nostra epoca dei libri una via più breve e naturale della scuola e dei maestri. Sostituire libri con social media, machine learning ecc.

Pensiero Computazionale. È stato proposto da Jeannette Wing nel 2006. Ricercatrice di informatica e fino al 2017 vice presidente di Microsoft Reasearch.

Il pensiero computazionale consiste nel risolvere i problemi, progettare sistemi e comprendere il comportamento umano, attingendo dai principi fondamentali dell'informatica. Il pensiero computazionale comprende anche una serie di strumenti mentali che riflettono la vastità del mondo dell'informatica. 2006

Il pensiero computazionale/computational thinking l’attività mentale che formula un problema che ammette una soluzione computazionale. La soluzione può essere eseguita da un essere umano o da una macchina o, in generale, dalla loro combinazione. 2010

Allo scadere del decennale, 2016, Wing non riusciva a contenere la legittima felicità di riconoscere lo straordinario successo internazionale della sua proposta e dichiarava che il pensiero computazionale era diventato as fundamental as reading, writing and arithmetic.

Le definizioni un po’ traballanti riportate sopra andrebbero accantonate e, come sostengono tre studiosi italiani, andrebbero esplorate le procedure teoriche che l’informatica mette in gioco. Ma l’aureola mitica del rimedio dei rimedi per rimettere in piedi la scuola e l’educazione ha colpito a fondo e il MIUR se ne è perdutamente innamorato e lo sbandiera urbi et orbi. Bisogna programmare il futuro e il pensiero computazionale è il suo profeta. Non c’è pensiero computazionale senza coding, cioè programmazione, ovvio, altrimenti staremmo parlando d’altro e non di informatica [computer science per gli anglofili]. Un coding non lo si nega a nessuno.

Se usciamo dalle liturgie e dalle ovazioni possiamo in minuta sintesi convenire che le strategie mentali messe in opera dall’informatica hanno molto da insegnare se applicate a sistemi deterministici e con ordini di complessità molto più bassi, nonostante la dittatura del calcolo, rispetto a organismi umani, biologici, psicologici e sociali. Il rischio è di essere sopraffatti dall’algebrosi, come la definiva un originale e ignorato antropologo, Marcel Jousse.

In pausa pranzo facciamo una chiacchierata e diciamoci che i modelli dell’informatica, come di tutte le altre scienze, dure o molli, vanno e vengono, alcuni crollano, altri reggono, deformati o profondamente trasformati. La scienza, ella non può che avanzarsi, diceva Galileo. Avanzando abbandona certe cose, ne acquista altre. Conosce il limite, l’incertezza, l’approssimazione. Che sono invece completamente ignoti alla mitologia che vive di verità assoluta. Tantalo patisce un supplizio inequivocabile, categorico ed eterno. Il mercato fornisce automaticamente l’ordine di cui la società abbisogna. Infallibilmente.

L’algoritmo dove si colloca? Perché quello extra potente di Google, strapieno di pensiero computazionale, ha scambiato la foto di una giovane coppia afroamericana per gorilla? Perché novant’anni fa il massimo dell’algoritmica mondiale incarnato dall’IBM ha rigorosamente computato, ordinato, tabulato, elencato, codificato, programmato lo sterminio degli ebrei, dei rom, degli slavi ecc. per conto dell’iper tecnologico regime nazista?

Coda.

Siamo naufraghi fortunosamente arrivati su un’isola e lassù sulla scogliera al tramonto compare una giovane donna. Chi è? Cosa pensa? Ha uno sguardo malinconico. Sarebbe bello incontrarla, forse. Riappare al tramonto successivo. Risaliamo la china. Arrivano musiche ballabili dalla villa illuminata. Eccola. Lei non ci vede. Guarda lontano, poi torna con gli altri che non ci degnano. E così tutti i giorni.

È l’invenzione di Morel che ha programmato una macchina per riprodurre un momento felice, forse, di un gruppo di uomini e donne. Per sempre.

Si può rompere questo implacabile ripristino di una situazione? Alzando la voce? Quale trasgressione lo potrebbe minare se anch’essa viene assorbita dalla scena, anzi, la arricchisce?

Bisognerebbe trovare il modo di bloccare la macchina.

C’è un sistema sociale che ha fatto della sovversione la sua logica dominante. Si espande proprio grazie alle pratiche trasgressive che vengono immediatamente trasferite nel redditizio mercato dei simboli e dei simulacri. Non c’è piazza in tumulto che non deflagri in un remunerativo spettacolo universale. Anche la critica al sistema ha il suo benvenuto sonante. L’anticapitalismo inscenato dal capitalismo stesso.

Bisognerebbe trovare il modo di bloccare la macchina del valore, del profitto. L’unica legge veramente inattaccabile e intoccabile.

Commenti, bibliografia ragionata e documentazione, qui.

Rohingya, nessun altrove

 

Claudio Canal

Dove sono finiti i Rohingya? Sono andati anche loro in vacanza? In quale oscurità sono (ri)precipitati? Neppure un anno fa ce li servivano a pranzo e a cena. Un moto di indignazione non glielo negavamo. Poveri, abbastanza neri, prolifici, musulmani, ma molto distanti. Era il loro unico pregio, oltre a quello di consentirci di parlar male di una ex immacolata esaltazione come Aung San Suu Kyi, caduta in disgrazia nei nostri teneri cuori che adesso le strappano di dosso le medaglie che generosamente le avevamo conferito. Nessun video afflitto inquadra più questa popolazione indefinibile se non per via delle sciagure incomprensibili che patisce e la sua maestosa impotenza.

Se Aung San non fosse stato ucciso

La Birmania dorata sarebbe diventata

Un luogo di pace

 

canta una tarana –canzone poetica rohingya raccolta dalla studiosa malese Kazi Fahmida Farzana nel suo bellissimo libro Memories of Burmese Rohingya Refugees. Contested Identity and Belonging, Palgrave Macmillan, 2017.

Ah, se il padre della patria non fosse stato ucciso nel 1947, come saremmo felici ora! Può darsi. Effettivamente ci sapeva fare il giovane Bogyoke-Generale Aung San, padre della deprecata figlia oggi al governo.

Abbiamo passato la nostra vita a piangere

In una terra chiamata Arakan.

Abbiamo lasciato quella patria

Per paura delle torture del governo

canta in un tarana meno ingenuo.

 

Sogno di avere un albero, dice Poli, ragazza rohingya rifugiata. Durante l’estate nel campo si muore dal caldo e non ci sono alberi. Vorrei anche avere una vita come gli abitanti dei paesi vicini. Nel disegno io sto alla finestra sperando di trovare una vita migliore.

Adesso stanno a marcire nel fango e nella merda, come racconta Vidya Krishnan sul quotidiano The Hindu. Ufficialmente settecentomila persone, forse un milione e più, in un’area del Bangladesh devastata dai monsoni, quella di Cox’s Bazar, gioiello turistico nella stagione secca con le sue spiagge chilometriche. Una vera società liquida. C’è chi dice che è un incubo e chi considera la situazione comunque più sopportabile rispetto alla pesante persecuzione birmana.

In questi mesi siamo nella lunga stagione delle piogge, in cui vivere in un campo profughi è ancora più estenuante del solito e molto pericoloso per le epidemie, per le rivalità fra boss interni, per la coabitazione forzata che rende, soprattutto le donne, facili prede.

Regna il dor, la paura.

All’esodo verso il Bangladesh non corrisponde verso Myanmar un “controesodo”, come si dice da noi a ferie concluse.

Myanmar invita il governo del Bangladesh a non aiutare i 6000 rohingya incagliati nella terra di nessuno tra i due confini. Così imparano a fare gli stravaganti, a non voler andare né di qua né di là. A Singapore Aung San Suu Kyi ha tuttavia finalmente dichiarato che il suo paese è disponibile ad accogliere i Rohingya rifugiati in Bangladesh. Senza fretta. Si chiama rimpatrio, tutti lo richiedono, eccetto molti Rohingya che hanno paura-dor di subire di nuovo lo stesso accanimento birmano già patito. Molti abitanti dei villaggi dello Stato birmano Arakan/Rakhine infatti cominciano a manifestare la loro ostilità all’eventuale rientro di Rohingya. Pongono le premesse per una crisi nella crisi tendente all’infinito.

Lo sposalizio del mare nel golfo del Bengala è molto tormentato da tifoni e diluvi. L’isola South Talpatti o New Moore è emersa nel 1970 ed è diventata subito oggetto di aspra contesa tra India e Bangladesh. Ha risolto a suo modo la controversia inabissandosi nel 2010. Scomparsa.

Vent’anni fa è improvvisamente affiorata Bhashan Char-Isola galleggiante.

Questo su e giù tra le onde deve essere bello a vedersi, se sei un pescatore, un geografo, un oceanografo, se pratichi il birdwatching. Un po’ meno affascinante abitarci.

Ed è ciò che invece sta organizzando il governo del Bangladesh che vuole spedire sull’isola deserta almeno 100.000 Rohingya, per “alleggerire” il campo di Cox’s Bazar.

Fervono i lavori preparatori.

L’isola che c’è.

L’isola che non c’è.

Excavators are seen in the Vashan Char, previously known as Thengar Char island in the Bay of Bengal, Bangladesh February 14, 2018. Picture taken February 14, 2018. REUTERS/Stringer

14 febbraio 2018/Reuters-Stringer

Disfarsi drasticamente degli ospiti non graditi è una politica ormai globale, che non prevede eccezioni serie. Sulla ontologica precarietà dell’esistenza i Rohingya avrebbero qualcosa da insegnarci e potrebbero forse dirci con storta sillaba ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Jean-Loup Amselle, di cosa parliamo quando parliamo di Islam

Claudio Canal

In Ruanda era in corso l’ammazzatoio dei Tutsi e degli Hutu cosiddetti moderati – uno sterminio di 500.000 o forse un milione di persone ferocemente liquidate in poco più di tre mesi. Si era nel 1994 e chi brancolava attorno a quell’orrore alla ricerca di una comprensione anche fragile, doveva prendere in mano un piccolo, prezioso libro pubblicato in Francia dieci anni prima: Au coeur de l’ethnie. Ethnie, tribalisme et État en Afrique, curato da Jean-Loup Amselle e Elikia M’Bokolo. Uno dei capitoli dedicati a Hutu e Tutsi, scritto da Jean-Pierre Chrétien, cominciava così: Ecco qui delle “etnie” che non si distinguono né per la lingua né per la cultura né per la storia, né per lo spazio geografico che occupano. Il vocabolario coloniale cominciava a traballare non poco e questo vacillamento liberava lo sguardo che poteva così scorgere tratti della realtà africana prima appannati o totalmente invisibili.

L’editoria italiana, famelica traduttrice anche di opere di cui non si sente la mancanza, vent’anni dopo si è finalmente accorta di questo libro per merito della editrice Meltemi.

Nei lavori successivi lo scavo dell’antropologo africanista Amselle smuove i paradigmi coloniali e, senza particolari remore, anche quelli postcoloniali che, com’è noto, non sta ad indicare solo ciò che viene dopo la colonia, ma anche ciò che va contro la colonia. Una tensione dolorosa caratterizza la procedura teorica di Amselle, che scalfisce anche l’Olimpo decostruzionista, Foucault come Derrida come i Subaltern Studies. Un coro postcoloniale che parla in nome dei subalterni, spesso da prestigiose sedi accademiche, ma che politicamente più che altro balbetta. Michel Foucault, o la critica della filosofia con le tendine del tutto abbassate. Jacques Derrida, o il ritratto del filosofo da subalterno. Gilles Deleuze, o il pensiero nomade a domicilio. Così, per degustare lo stile sferzante di Amselle nel suo libro che più si espone teoricamente: Il distacco dall’Occidente [Meltemi, Roma, 2009].

***

È il mio personale preludio alla recente edizione italiana dell’ultimo libro di Amselle, Islam africani. La preferenza sufi, raccolta di saggi di periodi diversi sparsi su riviste e con qualche aggiornamento, purtroppo senza l’indice finale dei nomi. Il sottotitolo sul sufismo delimita un ambito e lancia un chi va là al mercato delle odierne spiritualità occidentali. Dici sufismo e subito nel nostro display mentale appaiono dervisci rotanti che sprigionano grazia e carisma, risuona la poesia di Rūmī, mistico persiano sunnita del tredicesimo secolo, l’Erasmo dell’Islam, che innamora gli animi non solo degli addetti ai lavori, ma anche di Franco Battiato e di Madonna, che infatti gli dedica [1998] un video di successo, gli fanno eco le musiche sufi di Nusrat Fateh Ali Khan che hanno aperto un filone poi straripato. Insomma, la via del sufismo è una delle disponibilità per la nostra tecnologia dell’anima. Sembra che un Islam dolce potrebbe lenire i nostri dolori, soprattutto non farci paura. Per questo lo andiamo cercare dovunque e tiriamo un sospiro di sollievo quando ne troviamo le tracce. Di una realtà complessa, storicamente diversificata e mutevole, facciamo un blocco unico a nostro uso e consumo.

Amselle smentisce il nostro depuratore spirituale. Analizza personaggi storici, realtà sociali e intellettuali che tra di noi conoscono solo gli specialisti, ma pone interrogativi e avanza considerazioni di straordinaria pertinenza per la comprensione della contemporaneità. Fa a brandelli il lavoro di Marcel Griaule sui Dogon e la loro cosmovisione [Dio d'acqua. Incontri con Ogotemmêli, Bollati Boringhieri, Torino, 2005, orig. 1948] che tanto impulso ha dato al turismo in Mali, mettendone in luce il processo di decontaminazione dalla storia con il fine di ottenere un monumento intellettuale indenne da influenze e degno solo di contemplazione. Quando il grande documentarista francese Jean Rouch, insieme alla figlia di Griaule, negli anni 1967-1973, filma la cerimonia dogon detta Sigui, che dura sette anni e si ripete ogni sessanta, fa in modo che la macchina da presa non inquadri mai le moschee presenti sul territorio. L’obiettivo è quello di edificare un ritratto d’Africa pura e incontaminata, soprattutto non toccata dall’Islam, percepito come corruttore di una africanità primigenia e indelebile.

Quale Islam? Dal momento che non esiste un Islam in generale, come non esiste un Cristianesimo in generale, e questo l’abbiamo capito perché ci riguarda da vicino, e neppure un Buddhismo in generale, e sarebbe meglio parlarne, si tratta dunque di un Islam africano o di un Islam in Africa. Non sono la stessa cosa o, meglio, non rappresentano la stessa realtà e sono portatori di un conflitto di autorità e di epistemologie. Con Islam africano si intende un Islam intrecciato con la storia delle ritualità e religiosità preislamiche, venato di sincretismo, etichettato anche come Islam noir. Con Islam in Africa si fa riferimento a un più esplicito riconoscimento delle ascendenze arabe, nella lingua come nella cultura, e con un impegno molto esigente di acculturazione delle popolazioni [v. Oludamini Ogunnaike, Amadou Hampaté Bâ and the Myths of African Islam]. In senso dispregiativo, un Islam di importazione. Le autorità coloniali hanno sempre privilegiato, nella pratica e nello studio, l’Islam nero, nella prevalente versione sufi, considerandolo più tollerante, moderato, meno militante e non così refrattario alla modernità occidentale/coloniale.

Non è così! sostiene Amselle. Si tratta invece di puro razzismo secondo il quale i Neri non possono essere considerati veri musulmani perché impregnati di ritualità altre, “pagane”. Specialmente oggi in cui lo statuto di musulmano è labile, c’è sempre qualcuno che si dichiara più musulmano di te e ti riduce a infedele. Ma è anche storicamente errato perché il sufismo in Africa occidentale non è stato per niente quel credo pacifico e mistico che si vorrebbe. A partire dalla predicazione del jihad di Muhammad al-Maghili, teologo berbero del XV secolo [e promotore di persecuzioni contro gli ebrei v. John Hunwick, Jews of a Saharan Oasis. Elimination of the Tamantit Community, Markus Wiener Publishers, Princeton, 2006, e Aumar Boum, Saharan Jewry: history, memory and imagined identity, 2011] per continuare con Usman Dan Fodio e il Califfato di Sokoto in Nigeria, nel XIX secolo, e arrivare ai nostri giorni con Boko Haram. Questa continuità non può non colpire l’osservatore e dimostra come anche i jihad del passato servano spesso da sistema di riferimento per le attuali radicalizzazioni, osserva Amselle approfondendo la sua importante ricostruzione storica [vedi anche: Marc-Antoine Pérouse de Montclos, Le djihad sahélien à l’épreuve de l’Histoire, Études,2017/6]

E qui vado a impegolarmi in alcune diramazioni che prendono avvìo del tutto autonomo dal libro in questione.

In un recente volume Chanfi Ahmed [West African ʿulamāʾ and Salafism in Mecca and Medina. Jawāb al-Ifrῑqῑ—The Response of the African Brill, Leiden/Boston, 2015] esplora il ruolo degli ulema, teologi e giuristi, che nei primi decenni del Novecento se ne andarono dall’Africa colonizzata per stabilirsi alla Mecca o a Medina e qui svolsero un grande lavoro di diffusione della versione Wahhabbita-salafita dell’Islam, rigorista e puritana, priva tuttavia di nostalgie di Califfato e di umma-comunità islamica come entità politica e statuale. L’autore dimostra come la propagazione del wahhabbismo in Africa sia frutto anche dell’impegno di questi studiosi e dei loro discendenti ed allievi. A sostegno involontario della tesi di Amselle.

A rendermi strabico e a scompaginare le mie idee è Beyond Jihad. The Pacifist Tradition in West African Islam di Lamin Sanneh [Oxford University Press, New York, 2016], che mette in scena un’altra storia, affascinante e attendibile, un Islam quietistico che mira ad islamizzare la società, non lo Stato. Spesso sostenuto dall’amministrazione coloniale. La capacità endoscopica dell’autore è indiscussa e basta il sottotitolo a spiegare la distanza dalla posizione di Amselle. Un mondo che consente letture contrapposte, senza che per forza una escluda l’altra, è un universo multiforme, a più dimensioni. Facile da etichettare, difficile da analizzare.

Noto a margine: nel testo e nelle diciotto pagine di bibliografia non viene mai citato Jean-Loup Amselle. Percorrere a fondo questa postilla conduce dritto al sistema delle tribù accademiche internazionali con i loro territori occupati, i loro troni e potestà. Forse non è così tanto a margine la nota.

Che le assenze siano presenze sotto mentite spoglie, lo sappiamo. Nel suo libro Amselle non fa alcun riferimento a Nana Asma’u [1793-1864], figlia del pluricitato Usman Dan Fodio, guida religiosa e politica, scrittrice, poeta, protofemminista, al centro di una fitta rete di scambi con leader del Nord Africa, promotrice di un vasto movimento educativo, soprattutto di e per le donne. I suoi scritti [Collected Works of Nana Asma'u, Daughter of Usman dan Fodiyo (1793-1864), a cura di Jean Boyd and Beverly B. Mack, Michigan State University Press, 1984] sono disponibili da tempo. Irrilevanza? Cecità? Partito preso?

Devo trasferirmi all’altro corno d’Africa per accedere a una maestosa ricognizione di una figlia di leader musulmano, nella colonia italiana “primigenia”, l’Eritrea, e in Sudan. Attraverso un ineccepibile ricorso alle fonti scritte e orali, Silvia Bruzzi ricostruisce in Islam and Gender in Colonial Northeast Africa. Sittī ‘Alawiyya, the Uncrowned Queen [Brill, Leiden/Boston, 2018] la vicenda politica, religiosa e culturale della Sceriffa Alauia ovvero Sittī ‘Alawiyya al-Mīrghanī (1892-1940), guida spirituale sufi, interlocutrice delle autorità politiche e religiose – verrà ricevuta a Roma da Mussolini, organizzatrice sociale, tramite di culture, regina senza corona e interessantissima icona di un modo di sostenere la propria visibilità e operatività di donna musulmana anche attraverso l’abbigliamento allo stesso tempo “ortodosso” e transculturale. L’autrice è particolarmente attenta ai corpi femminili sotto gestione coloniale, alle contraddizioni e agli addomesticamenti che suscitano, muovendosi fra storie non dette e proclami irrisori. Se non fossimo un paese dedito al neocolonialismo interno questo libro sarebbe già disponibile in italiano, ma, a contrasto, siamo anche un paese che sa ampliare i propri orizzonti: dal 23 agosto al 2 settembre prossimi all’Università di Palermo si svolge la seconda summer school dedicata a studi sul sufismo.

Jean-Loup Amselle

Islam africani. La preferenza sufi

Traduzione di Roberto Revello

Meltemi 2018

pp. 143, euro 18

È possibile acquistare questo testo in tutte le librerie e su ibs.it.

Modernismo islamico

Claudio Canal

Una dozzina d’anni fa aveva pubblicato un libro sul filosofo tedesco Gottlob Frege, Everest del pensiero logico, con il sottotitolo Cos’è pensare? Il primo dicembre scorso l’Università di Thiès in Senegal ha accolto il nuovo rettore, già docente di filosofia all’Università Cheikh Anta Diop di Dakar: cioè Ramatoulaye Diagne Mbengue, autrice del libro citato. La prima donna in Senegal ad essere rettore/rettrice/rettora. Un po’ impacciato dalla linguistica de.genere, scelgo rettora e constato che nel paese africano su cinque università pubbliche, una è guidata da una donna, in Italia sei rettore su 82 università pubbliche.

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Leda Rafanelli tra islam e anarchia

Claudio Canal

Anarchismo islamico? Islam anarchico? I tempi non sono propizi per discuterne, soverchiati come siamo da una variante dell’Islam feroce e nazistoide. Ma inquietudini e movimenti di stile anarchico hanno spesso attraversato società musulmane, nel secolo scorso – come documenta il bellissimo libro di Ilham Khuri-Makdisi, The Eastern Mediterranean and the Making of Global Radicalism, 1860–1914. Berkeley: University of California Press, 2013 – in certe apparizioni contemporanee durante le primavere arabe di confusa memoria e le manifestazioni di Gezi Park ad Istanbul.

Zone Temporaneamente Autonome si sono manifestate ovunque nel mondo musulmano, non così omogeneo e monolitico come noi lo immaginiamo. Radicali quanto basta da preoccupare fattivamente le gerarchie locali, se non fosse che radicale è diventato sinonimo di fondamentalista, integrista, jihadista, terrorista. Islamico, beninteso.

Io credo alla devota sottomissione degli indigeni. Essi sono lieti e orgogliosi di essere guidati, comandati e protetti da noi.” “Non lieti, né orgogliosi, né devoti: rassegnati.” Era una voce di donna. Prima pagina de L’Oasi – Romanzo arabo di Étienne Gamalier, uscito a Milano per la Casa Editrice Monanni nel 1929. Erano gli anni in cui, è meglio ricordarlo, nel deserto venivano deportati nei campi di concentramento italiani migliaia di libici che dovevano essere “pacificati” col ferro e col fuoco della macchina bellica di Roma. In uno di quei lager un maestro di spiritualità canta sconsolato: Il mio solo tormento / l’impotenza / il castigo / di subire la vita / e di non viverla / gli uomini migliori della tribù / sono oggi considerati come / miserabili degenerati.  Si chiama Rajab Abuhweish, non ha camuffato il suo nome anche se la sua voce da allora non è mai riuscita ad attraversare il Mediterraneo per arrivare alle nostre orecchie. Dietro la maschera dell’inesistente Étienne Gamalier si nasconde invece, come presunta “traduttrice”, Leda Rafanelli. L’Oasi è ripubblicato a novant’anni di distanza da Corsiero Editore per la puntuale redazione della studiosa Milva Maria Cappellini, già curatrice dell’inedito Memorie di una chiromante, Nerosubianco, 2010 e dell’antologia di racconti I due doni e altre novelle orientali, id., 2014.

Il regime è diventato una dittatura imbevuta di nazionalismo e di miti coloniali. Rafanelli lo sa bene e nella prefazione scrive: L’autore [cioè lei stessa] ha idee personalissime in fatto di colonie e di popolazioni soggette al dominio europeo. Egli non ripete il solito motivo della letteratura ufficiale. Nello stesso anno usciva Io, povero negro di Orio Vergani. Libro non spregevole, dati i tempi, ma geneticamente modificato dalla pretesa coloniale della superiorità italiana/europea a tutti costi. Nella scrittura di Rafanelli i protagonisti, le protagoniste soprattutto, vivono invece la piena solidità delle loro esistenze e il loro inedito sguardo del mondo. Non sono figurine di un album da colorare. Nel contesto di un Oriente un po’ immaginifico, oggi diremmo orientalista, ma mai inverosimile. Molto meno catturato dal miraggio che si può toccar con mano nelle narrazioni di un’altra donna irrequieta e dagli occhi pieni di sapienza come Isabelle Eberhardt, che gira a cavallo vestita da uomo per i villaggi del Maghreb e vi muore a ventisette anni.

Lontanissima L’Oasi-Romanzo arabo da quella sorta di etnopornografia che ha ingolfato la letteratura e il giornalismo coloniali, stracolmi di giovani indigene sinuose, loro sì miraggio dei maschi italiani in partenza. Alla base di ogni espansione [coloniale], il desiderio sessuale, scriveva Ennio Flaiano nel ’35 e ha fatto bene Giulietta Stefani e riprenderlo nel suo importante libro Colonia per maschi, Italiani in Africa Orientale: una storia di genere, Ombre Corte, 2007.

Rafanelli ci consegna un altro universo. Nelle sue pagine, per esempio, un vecchio di villaggio tocca un nervo scoperto della colonizzazione: Ha tradito la sua razza che ha sempre anelato la libertà al di sopra di ogni bene. Egli è andato a servire il nuovo padrone, per ambizione e avidità di denaro, a proposito di un ragazzo che si è arruolato nelle truppe coloniali al comando degli eserciti europei. Leda Rafanelli non poteva sapere che in Eritrea stava circolando un racconto in tigrino di Gebreyesus Hailu che descriveva spregiudicatamente la parabola di un ascaro al servizio degli italiani. Non lo sappiamo neppure noi oggi perché non è mai stato tradotto.

Ma chi è Leda Rafanelli? È nata a Pistoia nel 1880 e morta a Genova nel 1971. Musulmana e anarchica. Circumnavigava felicemente tra questi due mari interiori. Per gli addetti ai lavori estranei all’anarchismo è nota solo per una relazione di febbre e di tormento con Mussolini socialista e direttore dell’Avanti! da lei immediatamente troncata ai primi sentori del fervente interventismo dell’ormai ex rivoluzionario. Guardoni patentati e pettegoli si sono buttati ventre a terra per capire cosa fosse accaduto tra i due. Il futuro duce se la sarebbe cavata con una battutaccia di virile maschiume, come riporta Giancarlo Fusco nel suo libro peggiore, Mussolini e le donne, Sellerio, 2006. Elegante, Leda Rafanelli avrebbe pubblicato e commentato le lettere ricevute in Una donna e Mussolini, Rizzoli, 1945 e 1975, combinando magistralmente memoria privata e ricostruzione storica di un momento decisivo della società italiana ed europea: Io ero in uno stato d’animo strano. Comprendevo che si compiva qualcosa di inevitabile. Che l’Europa, la parte di mondo che ha sempre rubato agli altri suolo, prodotti, libertà, autonomia, - dovesse finalmente pagare le sue colpe era ormai una vicenda in atto. Sentivo che era quasi giusto, logico, che l’Europa soffrisse ciò che aveva fatto soffrire ai popoli conquistati, che comprendesse quale terribile realtà è la violenza delle armi[…] Io soffrivo molto in quel tempo, presaga di ciò che doveva avvenire. E non seppi, non volli tacere. In quelle giornate ardenti, mentre le idee cozzavano contro altre idee, mentre anche alcuni a noi vicini si facevano travolgere dalla corrente che invocava la “guerra liberatrice” – io volli mettermi al sicuro da ogni interpretazione errata delle mie teorie […] soprattutto cosciente esecrazione della guerra, - del fatto guerra, - e consapevole rinunzia a tutto ciò che è detto gloria – eroismo – valore di marca dinastica militare e borghese. E in una notte di dolorosa passione, turbata e straziata per tutto ciò che succedeva a noi intorno, scrissi un opuscolo che intitolai, a scanso di equivoci, Abbasso la guerra. Questo opuscolo fu stampato in molte migliaia di esemplari, e diffuso in tutta Italia. Naturalmente fu subito sequestrato[…].

L’invettiva dolorante contro la guerra è il tema di molti suoi interventi editoriali, è attivissima sul piano delle lotte antagoniste e sovversive, con i suoi bozzetti sociali alimenta uno sguardo inequivocabile da subalterni, esseri che il romanziere non vede, che lo storico non conosce, perché nessuna caratteristica li differenzia dalla folla nella quale si agitano, sviluppa un femminismo critico consapevole dell’ambivalenza insieme liberatoria e oppressiva della maternità, sa confrontarsi anche con la narrazione avviando la stesura di alcuni romanzi. Con il compagno Giuseppe Monanni dà vita a una delle case editrici più innovative, la Casa Editrice Sociale. Non si fa impressionare dai fuochi d’artificio di Marinetti, fanfarone, esibizionista, il milionario, il megalomane calvo.

Riscuote in pubblico fama di persona piuttosto libera nella sua condotta morale, anche per i suoi principi di libero amore. Ha intelligenza molto svegliata e cultura superiore alla media acquistata con la lettura assidua e con l’assimilazione di libri, opuscoli, riviste sociologiche. Ha frequentato appena le scuole elementari, informativa del prefetto di Firenze del 4 agosto 1908.

Nel 1935 pubblica da Vallardi un coinvolgente racconto per bambini Vedere il mondo. Avventure di due ragazzi eritrei. Anni luce dal quotidiano mangime propinato dalla pedagogia colonialista di regime. Nel medesimo anno esce uno dei testi meno infervorati e compiacenti, Balilla Regale: Romanzo africano per giovinetti, di Arnaldo Cipolla, in cui si può tuttavia leggere: Mentre sfogliava i libri, sotto la luce delle lampade, nella casa antichissima, il suo viso bruno morso dal sole d’Africa, diventava chiaro, roseo.

Nel giovanile viaggio in Egitto Leda Rafanelli collabora con gli anarchici italiani che lì agiscono, scrive sul loro giornale, impara l’arabo. Con l’avvento del fascismo la sua fede islamica diventa l’alterità che le consente di non soccombere alla sintassi del presente. Un islam sincretico, come è stato autorevolmente sostenuto da Enrico Ferri e, con altri accenti, da Barbara Spackman, ma non fittizio, in cui confluiscono spiritualità diverse. Traslato anche in uno smagliante modo di vestire che scombussolava i compagni anarchici. Una islamofilia la sua? Può essere. Capace di vedere l’oscuro: islam e modernità. Sicuramente in anticipo sui tempi se è da seguire l’invito di Fatima Mernissi a distinguere sempre tra islam come fede e islam come religione di Stato. Leda Rafanelli decreta che anarchismo, islam, sufismo, femminismo, piramidi egizie, antifascismo, yoga rispondono solo alla sua giurisdizione interiore.

Morirà a novantuno anni, sopravvivendo al figlio Marsilio, Aini-Occhi miei in arabo. Gli ultimi decenni della sua vita li vivrà in disparte, qualche collaborazione al giornale anarchico Umanità Nova, insegnamento dell’arabo e pratica della chiromanzia, come una vera strega postmoderna. È un dono che sento di possedere fin da bambina […] ma la chiromanzia non è una scienza e dubito assai di tutti i maestri delle scienze occulte [] io ho solo l’istinto e un senso segreto e inspiegabile mi guidano.

Disinnescata dalla memoria imperante, Leda a poco a poco ricompare. L’edizione dei romanzi citati, qualche interesse accademico e militante, uno studio/antologia di scritti dagli USA: I belong only to myself. The Life and Writings of Leda Rafanelli, di Andrea Pakieser, AK Press, 2014, una superba graphic novel Leda. Che solo amore e luce ha per confine, di Sara Colaone, Francesco Satta, Luca de Santis, Coconino Press, novembre 2016.

Leda/Djali: Mi sono donata questo nome, oltre il bel nome che porto,/ poi che Diali vuol dire: di me stessa, / ed io ho sempre appartenuto solo a me stessa.

Leda Rafanelli

L'oasi

Corsiero Editore

pp. 294, euro 17

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.