I libri faranno una brutta fine

Andrea Inglese

Ce lo ha ricordato, in un post dell’8 gennaio, Luca Sofri: i libri faranno una brutta fine. Scherzi a parte, l’argomento è serio e d’attualità. Sofri ci ricorda anche che è un autore da diecimila lettori. Non è un dettaglio di poco conto. In tempi di morte del libro, bisogna chiedersi che peso dare alle persone che ancora scrivono, dentro o fuori il libro.

Quanti lettori bisognerebbe avere, perché valga la pena di essere ascoltati? Una volta i Wu Ming ricordarono a qualche loro sprezzante commentatore che loro erano autori da cinquantamila lettori. Okkio. Sarebbe forse importante, oggi, far precedere ogni enunciato, almeno in ambito culturale, e necessariamente in quello più specifico della letteratura, dal numero di lettori di colui che parla (che scrive) in pubblico. Almeno chi legge si sa regolare quanto al tasso di autorevolezza e d’importanza dell’enunciato che gli viene proposto. Torniamo però nel vivo del soggetto.

Luca Sofri dice nel suo pezzo un sacco di cose importanti e pertinenti. Risulta solo un po’ strano che lo dica con una certa foga, una certa urgenza, come di scoperta recente e allarmante, dopo aver premesso che il problema è vecchio di decenni. Il punto nevralgico, che secondo lui però non è stato ancora affrontato, riguarda non il declino “commerciale”, ma quello “culturale” del libro. Per Sofri ciò significa innanzitutto due cose: “la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga” e il libro “è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea”. Di queste faccende, qualche mese fa ne parlò anche Giorgio Mascitelli su Nazioneindiana, il tono era però più sobrio, ma anche probabilmente più amaro. (Mascitelli come Sofri si era interrogato sui tempi della lettura, nella società attuale, e meno panoramicamente si era interrogato sullo statuto del libro soprattutto come mezzo di costruzione e diffusione della letteratura contemporanea.)

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, sono roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano.

Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso.

Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi.

Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete. (Chissà che ruolo residuale assegna Sofri agli studi universitari, ad esempio?) Tutto ciò che comporta ricerche e scritture meditate e approfondite, raccolta paziente e analisi di dati, ecc. pare essere una perdita, in fondo, non rilevante, come il declino di un hobby. Ed è infatti con un moto di tenerezza, che Luca Sofri conclude il suo articolo, come chi constati il declino del Tricche Tracche, divenuto ormai gioco da tavolo per rari amatori: “poi, ripeto, restano gli appassionati “romantici” dei libri: lo siamo un po’ tutti, e c’è il piacere e c’è la bellezza, eccetera (e internet offre loro nuovi spazi di sopravvivenza anche se sempre più riserve indiane)”. Riassumendo, i libri sono “il piacere, la bellezza, eccetera”.

Vogliamo metterci a frignare, perché spariscono? Non abbiamo piaceri nuovi e sostitutivi in abbondanza? Questa generica “bellezza”, perché mai sarebbe indispensabile? La foto con lo smartphone di un tramonto non può ben sostituirla? Quanto all’eccetera, gli assenti hanno sempre torto. Ora io non sono né un assiduo lettore di Luca Sofri, né ho opinioni preconcette nei suoi confronti. M’interrogo però su quella cifra da lui citata – ho diecimila lettori – e sul concetto di responsabilità, che io vedo connesso con la cultura, con quanto si scrive in pubblico su canali di ampia diffusione. La montagna della questione epocale sulla scomparsa del libro, come strumento di costruzione della cultura contemporanea, ha partorito un topolino: limitiamoci ad accettare come va il mondo (i buoni consigli della nonna) e consoliamoci con il fatto che per gli amanti di Tricche Tracche, come per quelli della Recherche o del Secolo breve, c’è sempre un tavolo disponibile in qualche caffè di quartiere o una pagina web nel grande oceano del giornalismo perpetuo.

Della scomparsa del libro, personalmente, ne so qualcosa. Lo dichiaro infine: sono un autore di non più di mille lettori. Okkio (al tempo che avete perso). E ho l’aggravante di continuare a scrivere libri che rientrano nel genere “poesia”, ossia libri che hanno smesso di esistere già prima che si gridasse alla scomparsa del libro. Non ho strumenti né tempo salariato per svolgere ricerche approfondite su cosa comporti la sparizione del libro come vettore di cultura e delle forme di lettura “lenta”.

Faccio parte, però, di coloro che non si limitano ad accettare questo stato di cose e non penso che la poesia sia un semplice hobby, nonostante la sua conclamata marginalità all’interno della sfera culturale. In altri termini, non credo che la poesia, così come il teatro, così come forme di letteratura di non facile lettura e consumo, siano dei meri passa-tempi. Penso che queste attività abbiano un radicamento antropologico e una funzione strategica: esse possono fungere da trasformatori di tempo. E difenderne l’importanza non è una questione genericamente culturale, ma politica.

I bambini sono moderni?

Michele Emmer

Nel 1983 il dipartimento di Matematica dell’Università di Roma decise di realizzare uno dei primissimi centri, se non il primo, attrezzato con personal computer a disposizione degli studenti del corso di laurea in Fisica. Praticamente nessuno studente aveva un computer a disposizione in quegli anni. Stava anche nascendo la rete internet. Dopo due anni di sperimentazione dell’uso dei personal nei corsi di analisi matematica, furono svolti dei test sugli studenti, circa 300. Il risultato fu che l’uso dei computer non aveva migliorato le qualità degli studenti più bravi ma aveva innalzato il livello degli studenti di livello medio e medio-basso. Erano gli anni in cui i personal erano della Olivetti o della Ibm. Con migliori prestazioni dei personal Olivetti. Una delle grandi tragedie dimenticate della industria italiana la sparizione della Olivetti.

Da allora sono passati diversi anni. Siamo circondati dalla tecnologia, una parte importante della economia mondiale ruota attorno al mondo tecnologico. I nostri figli vivono immersi in questo mondo, dove Dvd, videogame, iPad e simili sono da anni delle vere e proprie babysitter dei ragazzi più piccoli e degli adolescenti. Al concerto di Natale all’Accademia di Santa Cecilia un fesso ha continuato a scattare fotografie col telefonino, una dietro l’altra, all’orchestra mentre sul podio Lorin Mazel dirigeva la Nona sinfonia di Beethoven, era una serata a inviti. Capita spesso in un ristorante di vedere ragazzi e non che smanettano tutto il tempo sui telefonini o sui videogame tra una portata e l’altra e anche mentre mangiano.

Qualcuno si è chiesto anche in Italia se la scuola può restare fuori da tutto questo. Bisogna essere moderni. Nessuno si scandalizza che partiti (?) si presentino alle elezioni con programmi virtuali, mai discussi in pubblico, entità astratte in cui comandano coloro che gestiscono e manipolano i dati. In cui gli eleggibili sono realtà virtuali viste su YouTube. E in cui uno, con pochi eletti selezionati, decide quale è il suo programma o agenda.

Di tutt’altro tenore l’idea del Ministro della pubblica istruzione di avviare sin dall’anno prossimo la diffusione delle lavagne elettroniche nelle scuole sin dai primi anni delle elementari. Niente più libri di carta ma e-book da leggere su Tablet. Modernità, combattiamo l’uso improprio delle nuove tecnologie nelle scuole adottando lo stesso tipo di linguaggio. Per fare cosa? Uno dei danni collaterali della diffusione di internet è l’accesso ad una quantità sterminata di dati. Milioni di studenti cercano informazioni in rete, con google, Wikipedia ecc. Leggono ovviamente solo le prime pagine, difficile che arrivino alla seconda schermata e se devono comporre un qualche scritto pensano che la cosa si risolva con un buon uso del copia ed incolla senza nemmeno preoccuparsi di capire che anche a un semianalfabeta salta agli occhi l’utilizzo di frasi di diversi autori, con stili, parole ed espressioni diverse. L’idea che i dati in rete non sostituiscono la cultura ma la integrano, non li sfiora nemmeno, e si sta parlando di studenti universitari.

E sulla cultura devono operare coloro che si occupano a tutti i livelli di trasmissione del sapere, soprattutto in un mondo in cui, nei paesi più fortunati, la vita media si è allungata tantissimo. Per cosa usare questa porzione di vita in più se non per essere il più possibile parte e partecipe della vita di tutti? Il problema si risolve con la diffusione delle tavolette elettroniche. C’è qualcuno che pensa che l’istruzione dipenda in maniera essenziale dallo strumento elettronico che dovrebbe risvegliare l’interesse e la fantasia sviluppando anche la capacità di comprendere e di concentrarsi?

Non ha ragione chi, il maestro elementare Franco Lorenzoni, ha lanciato un appello per non mettere in contatto gli studenti più piccoli dai 3 agli 8 anni con nessun strumento elettronico? Come fanno in Francia, a Parigi, dove le mie nipoti di 10 e 8 anni toccano un computer una volta o due l’anno? Magari chiedendo agli insegnanti di convincere i genitori di resistere alle pressioni pubblicitarie e di mercato per impedire che anche fuori della scuola sia bloccato un approccio a strumenti che a quella età non possono che essere dannosi? Bisogna disegnare, contare, raccontare, scoprire, inventare, i primi anni sono essenziali.

Certo è molto piu facile, non ci si deve sforzare molto, si usano gli strumenti messi a disposizione. E si sarà moderni. Diranno i professori universitari, di università di grande prestigio: la tecnologia è neutra, non è né di destra né di sinistra. Contro chi non vuole il nuovo, non vuole cambiare. Al contrario, cambiare per sviluppare un modo sempre diverso di ragionare, di costruire la propria vita, utilizzando tutto quello che possiamo avere a disposizione anche per contrastare questo modello di società in cui gli strumenti, finanziari soprattutto, stanno diventando il fine. Formeremo poi superstudenti selezionati, delle elite supertecnologiche che decideranno il futuro, in università superselezionate per scegliere i grandi protagonisti del futuro. E questo il modello che si deve affermare? In cui i tagli alle rette dei disabili partiti il primo gennaio non sono né di destra né di sinistra.

Staccare la spina e leggere le fiabe ai nostri figli, in modo che da grandi siano capaci di inventare e raccontare fiabe, utilizzando le parole che capiranno, che scriveranno, che racconteranno. Usando tutti gli strumenti tecnologici che abbiamo e che saranno inventati in futuro, ma in grado di manipolare quegli strumenti, non di manipolare donne e uomini, che sono invece il fine.

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Le fredde ali della società

Giorgio Mascitelli

Ugo Foscolo nei Sepolcri afferma più o meno che la poesia si sostituisce alle tombe nella loro funzione eternatrice della memoria storica, quando queste in quanto oggetti materiali soccombono alle ingiurie del tempo. Naturalmente Foscolo non dice proprio così, dice soltanto che le muse siedono custodi delle tombe quando il tempo con le sue fredde ali ha spazzato via financo le rovine, ma insomma l’idea implicita è che la poesia in quanto testo virtuale realizzabile su vari supporti non sia soggetta alle leggi della materia ma eterna come prodotto dello spirito umano.

Questo ragionamento, in vero molto strano per uno che si definiva materialista, è assolutamente sbagliato: mentre la piramide di Cheope (XXVI a.c.) troneggia tranquillamente nel deserto, i testi più antichi che noi abbiamo ( credo che siano alcune parti del Pentateuco) risalgono tutt’al più al XII a.c. D’altra parte è proprio questa nostra epoca che sembra essersi incaricata di evidenziare quanto sia madornale l’errore di Foscolo nel non dare la giusta importanza ai supporti materiali. Qualche osservatore, più incline all’attenzione sulle cose che ai facili entusiasmi, ha sottolineato che con il presumibile predominio dell’e-book sul mercato la digitalizzazione del libro finirà con il minacciarne la conservazione in quanto il supporto informatico è molto più aleatorio di quello cartaceo. Se poi a questa oggettiva fragilità si aggiungeranno le prevedibili strategie commerciali attraverso la manipolazione del software per fidelizzare il pubblico a una determinata piattaforma di lettura o per indurlo a cambiarla molto spesso, è abbastanza evidente che tale preoccupazione abbia qualche fondamento.

Eppure l’introduzione degli e-book avrebbe in sé non solo degli aspetti positivi, ma addirittura liberatori di un certo stato di cose nell’organizzazione della cultura: la drastica riduzione dei costi di produzione e distribuzione potrebbe favorire una felice anarchia delle iniziative in risposta all’attuale tendenza alla concentrazione e omologazione (basti pensare alla polemica sui troppi libri pubblicati promossa proprio da ambienti vicini ai grandi editori), che potrebbe aiutare anche il libro cartaceo. Se invece c’è il fondato dubbio che questa favorisca una perdita culturale forte quasi fosse un’invasione barbarica, allora bisogna rivolgersi al contesto sociale in cui ha luogo questa introduzione.

Martin Zet, Passage (Pio Monti Arte Contemporanea, 2008)

Infatti, il passaggio dei testi da un supporto più stabile a uno più aleatorio diventa pericoloso soprattutto se la produzione letteraria e intellettuale di una società come la nostra è dominata da un’estetica del profitto ossia dall’idea che qualsiasi opera trae giustificazione e fondamento solo dal proprio successo commerciale. È chiaro che in questo contesto la sopravvivenza di un testo interessa le istituzioni della società solo per il periodo in cui produce profitti. Inoltre il discredito che oggi investe il sapere storico, che viene visto nella società come un sapere inutile, in quanto non produce utili, e perciò anche non scientifico, colpisce anche l’idea della conservazione dei testi, che di questo sapere è una conseguenza culturale. Se queste sono le idee dominanti, c’è solo da augurarsi che nei decenni a venire, quando il problema si proporrà concretamente e non solo in via ipotetica, la pietà privata prenda qualche iniziativa opportuna.

D’altra parte se le idee dominanti in una società, come mi è stato insegnato, sono quelle delle classi dominanti, si apre qui lo spazio per una critica culturale e politica del sapere del nostro tempo. È dall’efficacia di questa critica che dipende la salvezza della civiltà del libro in qualsiasi formato. Se le cose stanno così, coloro che sono interessati se non all’eternità quanto meno alla lunga durata dei loro testi, invece di affannarsi a raggiungere posti al sole nei centri dell’industria culturale, dovrebbero procurarsi un certo numero di lapidi, contattare qualche professionista che sa ancora scolpire la pietra (credo che nelle nostre città se ne trovino nell’ambito dell’industria delle pompe funebri) e ingaggiarlo per incidere con un bel carattere capitale le proprie opere. Statisticamente resta ancora il modo migliore per superare indenni un certo numero di secoli.

Che cosa vuol dire leggere oggi

Francesca Rigotti

Mi hanno dato ben 6.000 caratteri per svolgere il tema Che cosa vuol dire leggere oggi, ma mi rendo subito conto che non sono in grado di scriverli in maniera impersonale. Come si legga oggi non lo so con precisione: dovrei aver fatto una ricerca accurata sul tema e possedere competenze sociologiche che non ho.

Certo che mi arrivano segnali dall'esterno, ma vivendo da eremita tra paesi stranieri non ne colgo molti. Viaggiando tanto però, in treno e in aereo, cònstato con i miei occhi che i viaggiatori non hanno più in mano libri o giornali, se non sporadicamente: la stragrande maggioranza di loro manovra uno smartphone o un computer, raramente, molto raramente un tablet; quindi non legge caratteri ma guarda messaggi, anche se prevalentemente ascolta musica. L'unica cosa che so bene è che cosa vuol dire per me leggere oggi e di questo scrivo.

Sono una donna, una docente e una autrice di saggi nata nel 1951; vivo tra i libri da quando ho iniziato a leggere, a tre anni, nel 1954 (ne parlo più avanti), anche se sono nata e cresciuta in una casa senza libri e mi sono dovuta arrangiare da subito con prestiti tra amiche e compagne e soprattutto con le biblioteche. Ottimo sistema, il prestito pubblico, o la lettura diretta in bilioteca, che permettere di leggere tantissimi libri senza acquistarli, col doppio vantaggio di non spendere e di non riempirsi la casa. So che l'affermazione può scandalizzare: editori e librerie ne patiscono, e il lettore non possiede materialmente i libri che legge; molti non lo sopportano e dichiarano che loro i libri devono possederli per sentirsi bene, e mostrano con orgoglio le loro bibliotechine di casa o le distese dei loro palazzi con le stanze dei libri, come quelle di Massimo Cacciari. Io il problema non ce l'ho, non l'ho mai avuto e non so nemmeno come potrei soddisfare la brama di aver libri, se mai mi prendesse, col mio budget limitato e le nostre abitazioni di formato ridotto.

Leggo oggi di media dai 12 ai 18 libri al mese in inglese, italiano, tedesco, francese, libri di carta, pesanti, oggetti solidi da tenere in mano e sfogliare, che mi segnalano a che punto sono dallo spessore delle pagine a sinistra, quelle già lette, rispetto a quello delle pagine a destra, ancora da leggere. Libri di saggistica, prevalentemente, ma anche libri di narrativa, la sera e nel fine settimana. Questo per i libri interi; di fatto leggo molte più pagine di saggi scientifici, contributi a congressi, articoli di riviste e giornali, tesi, relazioni e lavoretti degli studenti (in forma mista, talvolta cartacea, talvolta elettronica), e poi, in rete, articoli, osservazioni, commenti, oltre alla impegnativa posta quotidiana.

Talvolta mi sembra che leggere sia la mia unica competenza, la più importante per la mia formazione e per la mia vita; una competenza imparata, senza accorgermene, da piccolissima. La leggenda familiare racconta che iniziai a leggere insieme a mia sorella maggiore – che oggi è affermata studiosa e docente universitaria a Caen, specializzata in letteratura italiana per l'infanzia e che si firma come Mariella Colin ma che allora era Mariella (Maria Rosaria) Rigotti – quando ella frequentava la prima elementare e io non andavo nemmeno alla scuola materna (che allora si chiamava asilo). A Natale del 1954, quando Mariella aveva sei anni e io tre, leggevamo entrambe speditamente.

Lessi da quel momento in poi tutti i caratteri stampati che trovavo; leggevo persino, ad alta voce, le pubblicità all'interno dei tram verdi e gialli di Milano, in braccio alla mamma, compiacendomi del fatto che la gente si meravigliasse (è uno dei miei primi ricordi). Lessi tutti i pochi libri per l'infanzia che c'erano in casa, lessi e rilessi fino a disfarli i volumi dell'Enciclopedia dei ragazzi (quegli strani “ragazzi mondadori” che né mia sorella né io capivamo chi fossero), per poi tuffarmi nella bibliotechina di quartiere che si trovava in un locale della scuola elementare, di mia sorella e poi mia, la scuola «Ariberto di Intimiano e Matilde di Toscana» in via Ariberto a Milano. Lì i libri mi venivano porti da sopra il bancone, cui non arrivavo, da una bibliotecaria molto simile alla signora Felpa di Mathilda di Roald Dahl; libri che io non “ordinavo” ma che la signora individuava come adatti e interessanti.

Poi, all'età di otto anni, mi venne in mente, non so come, di stendere un elenco degli autori e dei titoli dei libri che avevo letto fino a quel momento – erano ben settantasette -. Quell'elenco è continuato, svolgendosi lungo tre quaderni, fino ad oggi, quando la somma sta per toccare quota tremilacinquecento. L'elenco comprende esclusivamente e rigorosamente libri letti per intero, gli unici che hanno diritto a entrarvi; quelli di cui ho letto una parte più o meno lunga, un saggio, due capitoli ecc. non vi hanno accesso anche se sono infinitamente di più.

E oggi? Dal momento che in Italia è considerato lettore forte chi legge un libro al mese, penso di essere lettrice forte, fortissima, forzuta. Continuo a procurarmi i libri nelle biblioteche, alcuni ne acquisto, altri mi arrivano per recensione o in omaggio. Se li leggo sul tablet? No, ancora no anche se non penso che manchi molto. In viaggio e la sera romanzi; durante la giornata la saggistica, sul divano con la matita in mano ma più spesso alla scrivania per appuntare i passi che mi interessano su quaderni, una serie che a metterli in fila occupa parecchi metri di dorsi. Tutti schedati, datati e indicizzati. Appunto su quei quaderni gli spunti, le idee, le citazioni relative agli argomenti che sto seguendo in un dato periodo, tre o quattro, e che in genere mi servono per scrivere altri saggi o altri libri.

Se poi tutti questi libri, i miei e quelli degli altri, siano davvero indispensabili e importanti, francamente lo dubito. Tanto più che oggi sovente si usa la tattica di montare un libro intorno a una idea, magari interessante ma una sola, il che non basta. Un esempio, relativamente a un libro di narrativa letto di recente: The Goldfinch di Donna Tarrt, Il cardellino. Quasi ottocento pagine su una e una sola idea, la scomparsa di un piccolo dipinto di pittore olandese del Seicento durante un attentato. Tutto ciò è fuori misura e inadeguato e rivela la presenza di un'operazione commerciale di bassa lega e nemmeno tanto coperta. Terminato il romanzo mi sono consolata con Se una notte d'inverno un viaggiatore.

Se condivido con qualcuno le mie letture? No, me le tengo per me: è raro che mi capiti di parlarne con qualcuno ma non importa, leggere è una passione solitaria, sempre più solitaria. Se riesco a leggere in maniera rilassata e continuativa? No, o molto meno che in passato. Le lunghe ore ininterrotte dedicate alla pagina scritta sono un ricordo del tempo che fu anche per una lettrice tutto sommato di vecchia maniera. Le interruzioni sono frequenti e non sono quelle per andare in bagno o bere un bicchiere d'acqua e neanche per rispondere a squilli di telefoni ormai quasi inesistenti. Sono le note interruzioni del ping dell'e-mail o dell'SMS (non del contatto FB o Twitter o altro social network a cui ho scelto deliberatamente di non collegarmi per non cadere in nuove dipendenze).

Sullo Speciale Leggere oggi anche
Mario Marchetti, Leggere un inedito (per il premio Calvino)

Lettura futura, un interrogativo plurale

Maria Teresa Carbone

Mai come negli ultimi dieci o vent'anni la lettura si è rivelata per quello che in realtà è, a dispetto dei suoi goffi propagandisti: una attività profondamente innaturale – se per naturale si intende una di quelle pratiche, come camminare o giocare, che hanno accompagnato la specie umana per un tempo sufficientemente lungo da potersi confondere con essa.

Leggere, no: a voler essere generosi, lo sappiamo fare da cinquemila anni, il tempo di un respiro nell'orologio dell'umanità, ma quel “noi” è in larga parte usurpato se – anche tacendo i lunghi secoli in cui i lettori, e ancora di più le lettrici, erano una minuscola minoranza – solo sei decenni fa, nel 1950, si calcolava che almeno il 44 per cento della popolazione mondiale fosse completamente analfabeta.

Questi banalissimi dati bisognerebbe tenere a mente, a mo' di tela di fondo, tutte le volte che parliamo di lettura, magari stracciandoci le vesti perché un italiano su due non prende in mano neanche un libro l'anno (ma sarà poi vero, o forse anche l'idea di libro, come quella di lettura, è più fluida di quanto si immagina solitamente?) o scuotendo la testa di fronte all'idea di leggere un romanzo sullo schermo dello smartphone o infine scoprendo inorriditi che noi stessi, sacerdoti della lettura d'antan, non siamo più capaci di soffermarci a lungo sulla pagina scritta.

In effetti abbiamo (come specie) “imparato a leggere” così di recente, che qualsiasi variazione indotta dall'introduzione di nuove tecnologie è tutt'altro che sorprendente. Senza contare – ma naturalmente conta, e parecchio! – che sempre più spesso gli stessi dispositivi sui quali leggiamo ci offrono, quasi senza soluzione di continuità, altri stimoli, visuali e sonori, che di fatto trasformano la modalità della lettura o forse, più precisamente, aggiungono ad essa una dimensione nuova.

A una idea astratta e prescrittiva della lettura, se ne sostituisce un'altra, plurale e interrogativa. Plurale, perché ci rendiamo conto che la lettura è condizionata da una infinità di fattori (chi siamo, cosa leggiamo, dove leggiamo, come ci sentiamo...) che di fatto modellano il nostro rapporto con il testo, e in fondo il testo stesso, o per lo meno quello che noi ne ricorderemo. Interrogativa, perché non siamo affatto sicuri dove tutti questi cambiamenti – l'aumento esponenziale dei leggenti, la nascita di nuovi supporti, una organizzazione sempre più serrata dei tempi di vita – porteranno.

Sia chiaro, infatti: se possiamo immaginare che fra cinquanta o cento anni il nostro modo di camminare o di mangiare non sarà poi molto diverso da quello che mettiamo in pratica oggi, non altrettanto possiamo dire del leggere. Quali saranno le conseguenze del calo di concentrazione provocato quasi fisiologicamente dalla lettura su schermo? Il testo scritto ha sufficiente vitalità da poter rivaleggiare – sui grandi numeri – con una quantità crescente di “piattaforme” alternative? Oppure si assisterà al paradosso di un numero sempre maggiore di alfabetizzati e di un parallelo calo della lettura di libri? Comprensibile, in questa situazione, il disorientamento degli editori e dei librai, che vedono trasformarsi giorno dopo giorno il paesaggio a cui si erano abituati e che hanno spesso la sensazione di navigare in un mare aperto e burrascoso, senza possibili punti di approdo.

E tuttavia, a meno di ipotizzare che la lettura sia condannata a morte, questa tempesta va affrontata con gli occhi aperti e con la disponibilità a scoprire i paesaggi inattesi che si possono presentare sotto i nostri occhi. È quello che Alfapiù si propone di fare con lo speciale Leggere oggi che presentiamo online alla vigilia del Salone del libro di Torino e che si arricchirà nei prossimi giorni di nuovi interventi.

La solitudine che connette

Luca Ferrieri

In solitude, for company
Auden,
Horae canonicae

 Tra le tante contraddizioni attraverso cui ci conduce la pratica della lettura (sempre le siano rese grazie), c’è quella tra la solitudine dell’atto e la ricchezza di relazioni, umane, spirituali e sociali che spalanca. Come di fronte ad ogni contraddizione che esprima fedelmente una verità e non derivi da un paralogismo o da un’oscillazione nominalistica, la tentazione della conciliazione e della complementarietà (insomma dell’et-et) è forte. In questo caso essa potrebbe appoggiarsi proprio sulla dimostrabilità plateale di entrambe le affermazioni:

a. la lettura è un atto solitario (per esempio, Proust: essa ci permette di godere della “potenza intellettuale della solitudine, […] che la conversazione dissipa immediatamente”);

b. la lettura è un atto sociale (per esempio, Wallace: il libro esiste per combattere la solitudine). Ma la verità degli opposti dovrebbe vieppiù metterci in guardia dalla fallacia di una sintesi “ecumenica”: essa infatti rischierebbe di occultare proprio la necessità di una scelta, nel tempo e nello spazio di lettura dati e nella materialità della relazione che essa instaura. E la lettura si nutre di scelte, piccole e grandi. Nel “punto di lettura”, infatti, solitudine e socialità lottano per escludersi: o c’è l’una o c’è l’altra o c’è un ibrido instabile. Entrambe le prospettive appartengono alla lettura ma il loro dosaggio o bilanciamento può ribaltarsi nello spazio di una riga. Subito dopo aver chiuso il mondo fuori dalla porta della sua lettura, il lettore cercherà di farlo rientrare dalla finestra, lasciando tracce o addirittura convocando convitati e complici. (È forse superfluo ma importante ricordarlo: ciò che non ha capito l’et-et, non lo capisce certo meglio l’aut-aut, con le sue ipostasi che congelano e rendono incomunicanti gli estremi).

Quando si pensa alla solitudine della lettura in realtà si fa riferimento a una costellazione di termini e di situazioni non sempre coincidenti e sovrapponibili. Esiste la solitudine primigenia e fondante del piacere di leggere, quella non delegabile e non trasferibile, sovversiva e segreta, descritta da Roland Barthes e da tanti altri, in cui il godimento del testo “mette in stato di perdita”, “fa vacillare le assise storiche, culturali, psicologiche del lettore” (Il piacere del testo). Cento giorni di solitudine sono necessari per leggere (veramente) un testo. Ma subito si scopre che il nucleo centrale di questa solitudine è in realtà un rapporto a due, anzi una serie di rapporti a due (autore/lettore, libro/lettore, personaggio/lettore, lettore/lettore…). Una solitudine che, come direbbe Stevens attraverso le lenti di Bloom, “solo i due possono condividere”. Si tratta quindi di una solitudine amorosa, di un rapporto protetto, intimo, esclusivo (di qui la gelosia del lettore di cui ci hanno raccontato sempre Barthes, nella voce “Lettura” dell’Enciclopedia Einaudi, oltre a Proust, Pennac, Canetti e molti altri). Con il libro non ci sono convenevoli (Proust), ma ci sono molti riti, molte scaramanzie, molti passi di danza e molti passi falsi (ti leggo, non ti leggo, se ti leggessi… se ti leggesse UN ALTRO!).

E in ogni caso, come nota Jorge Larrosa, dire che la lettura sia solitaria non significa che sia un’esperienza di solitudine. Anzi. A rompere la solitudine, infatti, c’è innanzitutto la presenza di un’assemblea di scrittori e di lettori intorno a noi, che veglia sul libro aperto, ci chiama, ci provoca, ci strattona. Se il lettore per lo scrittore è sempre postumo, vuol dire che egli è sempre impegnato nella scelta e nella costruzione del suo precursore, come diceva Borges. A questo punto si intravede quella particolarità della condizione solitaria della lettura cui corrisponde, sull’altro versante, la particolare socialità della lettura. La solitudine della lettura è in realtà un combattimento, una difesa dell’autonomia di chi legge, una barriera protettiva, cui il libro e anche l’ebook si prestano perfettamente, isolandoci nella “bolla” di lettura, schermandoci da intrusioni, confidenze e approcci indesiderati. È l’esperienza di sottrazione e irreperibilità di cui ci racconta la sovrana lettrice di Bennett, la “conversazione silenziosa nella dittatura del rumore” di Cioran, la rivendicazione della stanza tutta per sé di Virginia Woolf, vero brodo primordiale della lettura moderna.

La costellazione della solitudine, per noi lettori e lettrici di oggi, si richiama in modo diretto a questa prima dichiarazione di indipendenza della lettura, che non a caso si fonde e confonde con un gesto di libertà femminile. Non possiamo interrogarci sul futuro e sulle mutazioni della lettura se non partendo dal rapporto diretto, di filiazione, che la lettura intrattiene con la formazione dell’individuo moderno e della sua concezione di individualità. La solitudine di cui stiamo parlando, infatti, non è certo anomia e anonimato, ma l’opposto: pienezza della autonomia e della responsabilità individuale. In questo senso la solitudine del lettore è esattamente il contrario di quella descritta da Riesman nella Folla solitaria che poi prosegue nell’uomo flessibile e fungibile di Sennett, una solitudine, questa sì, che nasce dalla deprivazione e dalla indifferenza verso il simile e non a caso si caratterizza per l’assoluta incapacità di leggere i comportamenti altrui, differenziando i propri (la lettura è,batesonianamente, una differenza).

Talvolta la dimensione della solitudine viene confusa o sovrapposta ad altre, che fanno parte della costellazione, ma possono esistere anche autonomamente. Il silenzio, per esempio. La pratica della lettura silenziosa, o endofasica, da Ambrogio in poi, è dominante nel mondo occidentale scolarizzato, in cui la lettura ad alta voce, al di fuori di alcune situazioni eccezionali, è considerata segno di scarsa alfabetizzazione o di cattiva educazione. Ma la lettura è silenziosa anche nel senso che crea silenzio (diceva Fortini in Non solo oggi, crea “aria, silenzio e tempo intorno alla parola scritta”), opera una rarefazione della massa culturale circolante, esercita un’azione di ecologia della lettura. La vicinanza tra lettura silenziosa e preghiera, richiamata spesso da Fortini, può alludere a una azione di questo tipo. Tuttavia vi sono letture solitarie ad alta voce (alcune addirittura frutto di una solitudine imposta o autoimposta, ad esempio la recitazione di versi all’interno di istituzioni totali, come forma di libertà e sopravvivenza) e vi possono essere letture silenziose massive e gregarie. La dialettica tra solitudine e silenzio si collega molto strettamente a quella tra oralità e scrittura che ha conosciuto, da McLuhan a Ong, molti rovesciamenti: basti pensare a come oggi, più che a una seconda oralità siamo in presenza di una seconda scrittura, ossia alla nascita di un codice ibrido tra oralità e scrittura che si sta sviluppando sul web e sui social network.

Un discorso analogo si potrebbe fare per la dimensione di unicità e singolarità della lettura. Sulla singolarità ha detto cose molto importanti Derek Attridge che non a caso sono collegate al concetto di responsabilità e di etica della lettura. Attridge, nel definire il termine, ci tiene a non concepirlo semplicemente come l’opposto di universale, o come sinonimo di particolare, contingente, specifico, unico. Sebbene il concetto di singolarità sia molto lontano da quello usato in fisica, qualcosa della singolarità del big bang o di un buco nero trapassa nella visione di Attridge. La singolarità infatti definisce uno spazio etico, irriducibile e inviolabile, allude a una sospensione della legalità ordinaria, a uno stato di eccezione, a un incontro tra il carattere inatteso del testo e la creatività del lettore che lo interpreta e trasforma. Ogni lettore è libero di fare il suo testo o di fare suo il testo, ma non di farlo arbitrariamente, perché risponde a una sua chiamata e si impegna a risponderne. La libertà consiste proprio nell’essere responsabile della lettura fatta (Miller, Etica della lettura). Anche questa dialettica, quindi, agisce sulla solitudine del lettore creando zone di sovrapposizione e zone di fuga. Proprio perché il lettore è solo nel cuore del testo, egli sente che la lettura non è solo sua. Levinas direbbe che la singolarità della lettura consiste proprio nella sua esposizione all’altro.

Le nozioni di singolarità e di responsabilità, così strettamente legate, annunciano il cambio di paradigma che dalla solitudine della lettura conduce alla condivisione. Per quanto il passaggio possa apparire naturale, esso è sempre il frutto di un cambio di punto di vista, di una scelta del lettore. Tra gli esempi di lettura condivisa vi sono quelli di lettura “duale” o plurale come la lettura della buonanotte proposta da un adulto a un bambino (o viceversa), la lettura degli amanti di cui ci sussurra Quignard, e naturalmente la lettura nel/del gruppo di lettura. Essa nasce da uno strappo rispetto alla condizione solitaria del lettore: non nega la legittimità e la necessità della bolla di lettura, anzi la sancisce, ma afferma la volontà di mettere in comune i frutti della lettura individuale.

La lettura condivisa va distinta dalla lettura collettiva e dalle sue varie manifestazioni storiche, dalle quali si distanzia vistosamente. Sono forme di lettura collettiva, per esempio, la lettura ecclesiale di un testo sacro (o la corrispondente pratica di letture ideologiche e identitarie in comunità laiche), la lettura contadina durante le veglie intorno a un fuoco (di cui ci ha raccontato Chartier), le letture patriarcali alla famiglia riunita, le letture operaie agli albori della rivoluzione industriale, o quelle dei sigarai cubani, quando un lavoratore leggeva a voce alta per gli altri, “che rimborsavano di tasca loro il denaro che in questo modo il compagno perdeva” (Altick), le letture pubbliche, teatrali, scolastiche, ecc. In questa dimensione la lettura diventa una specie di offerta votiva alla collettività; deriva da un’autoria, può essere autorevole o autoritaria; si esprime attraverso un’oralizzazione spinta anche quando ne sono venuti meno i presupposti storico-sociali. La lettura collettiva corre sempre il rischio di una qualche, anche se generosa, strumentalità; lavora per mettersi al servizio della comunità mentre la lettura condivisa effettua esattamente il percorso inverso, costruisce la comunità sui bisogni di lettura.

La lettura condivisa disegna un’idea di comunità e di comune (e anche di bene comune potremmo dire con un termine oggi al centro della discussione politica ma anche da questa usurato), in cui ciò che si mette in comune è esattamente il niente che si ha in comune, e questo niente, o quasi niente (Jankélévitch) è ciò che permette al quasi tutto della lettura di dispiegarsi. L’idea batailliana, blanchotiana, della comunità si avvicina alla comunità di lettura molto di più delle visioni organicistiche, spiritualistiche, retoriche della lettura collettiva. E la lettura condivisa riabilita anche un’altra componente, etimologica e pratica, del concetto e della vita di comunità: il dono, anche se è vero che nella sua accezione di munus (“cum munus”), esso si porta appresso una sfumatura di doverosità, di obbligatorietà, che certamente contrasta con le pratiche autofinalizzate di lettura, ma esprime nel contempo il carico, il debito etico che attraverso la lettura si contrae.

La principale espressione della lettura condivisa è oggi rappresentata dai gruppi di lettura. Lontani discendenti di esperienze sette-ottocentesche come i caffè e i club letterari, e naturalmente molto distanti da quelle origini, si sono diffusi massicciamente nei paesi anglosassoni intorno agli anni novanta del secolo scorso, e sono poi approdati, attraverso la mediazione spagnola, anche in Italia, dove se ne contano circa un migliaio raccolti intorno alle biblioteche, alla rete e al blog dei gruppi di lettura. In queste sedi reali o virtuali si cerca di praticare il dono e l’arte della condivisione e della conversazione, suggerendo letture, discutendo, dividendosi e reincontrandosi, cambiando il punto di vista, osservando il mondo attraverso lo sguardo di un personaggio, immaginando diverse soluzioni narrative, in una sorta di autofiction governata dal lettore, facendo dell’etica della lettura il fondamento anche delle relazioni tra lettori (il che non è affatto scontato: vi sono accaniti lettori che accanitamente taglierebbero la testa ad altri lettori, per non dire dei non-lettori). Dice un frequentatore dei GdL americani: “Quando qualcuno diceva che leggere da solo è come bere da solo, io non ero d'accordo. Ho sempre amato leggere da solo. Poi frequentando un gruppo di lettura ho capito: non è che leggere da solo sia male, è che leggere con altri è meglio” (in The Book Group Bookdi Ellen Slezak). I gruppi americani, soprattutto quelli segnati dall’impronta mediatica di Oprah Winfrey, nascono all’insegna di una larvata o dichiarata polemica verso la solitudine della lettura. Tra i valori aggiunti che il gruppo mette in campo rispetto alla lettura solitaria vanno menzionati anche quelli relativi al mutuo soccorso tra lettori, il conforto nella traversata di libri difficili, l’aiuto solidale contro gli attacchi di paura di leggere (una sindrome che può colpire anche i lettori più allenati, magari dopo un trauma di lettura, perché la lettura in ambito scolastico, professionale, lavorativo può divenire una prestazione e una fonte di ansia e di stress).

Molti gruppi di lettura hanno poi utilizzato gli strumenti di comunicazione della rete per facilitare gli scambi e pubblicizzare le proprie attività, o in alcuni casi sono migrati sul web atterrando nel multiforme pianeta del social reading. Notevoli, infatti, sembravano le affinità: la condivisione e la partecipazione sono il vangelo del web 2.0, così come la spolverata di like ad ogni commento ricorda il “mi piace /non mi piace” del primo giro di tavolo in un bookgroup. In realtà il rapporto tra gruppi di lettura e social reading, pur essendo vivo e reale, si è rivelato non sempre idilliaco: la condivisione richiesta dalla lettura è più esigente e non si accontenta delle pratiche plebiscitarie o un po’ approssimative in voga su Internet. I gruppi di lettura esclusivamente virtuali hanno avuto spesso vita breve o difficile, con una forte presenza di lurkers, al contrario dei gruppi di lettura “fisici”, in cui la contribuzione attiva è molto elevata. Il che suggerisce che il valore aggiunto di Internet, in cui vige la regola 90-9-1 (90 silenti, 9 saltuari, 1 attivo), non sia precisamente quello della partecipazione, e fa pensare che anche qui stia ormai prevalendo un sistema di comunicazione similtelevisivo, broadcasting e push.

Vi sono poi dei punti di contrasto ancora più netti tra la socialità dei gruppi di lettura e quella dei social reading, sia che li si intenda come network per la socializzazione della lettura (Anobii, Goodreads, LibraryThing, Bookliners, ecc.), sia che li si intenda come software per la condivisione della lettura, come quelli esistenti sugli ebook, che consentono di scambiarsi opinioni, sottolineature, note, e di comunicare istantaneamente lo stato d’animo di chi legge, l’umore e le passioni suscitate dalla lettura. Mentre il social reading sembra basarsi sulla estemporaneità e sulla simultaneità (in questo senso è forse uno streaming reading…), il gruppo di lettura è asincrono e lavora “in differita”: si fonda sulla distinzione tra il momento di lettura individuale e la rielaborazione successiva operata dal gruppo. Il differimento, la procrastinazione e la programmazione sono elementi che caratterizzano fortemente la vita del gruppo, permettendogli anche di esprimere una propria autonomia rispetto alle pressioni della moda e del mercato. Ciò può avvenire anche in un gruppo online, ma il gruppo di lettura cerca di agire selettivamente e in controtendenza rispetto ai flussi e alla religione della iperconnettività, praticando l’approccio diretto ai testi e la risalita delle fonti, opponendosi quindi a quel primato del commento (Steiner) che imperversa su Internet. A volte l’impressione è che nell’ambito del social reading le letture tendano a moltiplicarsi all’infinito e a viaggiare in mondi paralleli senza incontrarsi e scalfirsi mai, mentre i gruppi di lettura sono impegnati nel continuo tentativo di produrre l’incontro e il clinamen degli atomi di lettura, in uno sfibrante corpo a corpo con la loro finitudine.

La citazione di Auden posta in epigrafe a questo post (che non a caso figura come titolo del capitolo dedicato alla socialità della lettura nel libro di Alan Jacobs, The pleasures of Reading in an Age of Distraction), può quindi essere letta in molti modi. Due i principali ed opposti: la solitudine è una buona compagnia oppure è l’unica che ci resta. La lettura non scioglie questa incertezza interpretativa, anzi la alimenta. Quando siamo immersi in una “ora canonica” come quella di Auden o in una notte di lettura come quelle descritte da Romano Guardini, quando i libri diventano esseri viventi, “singolarmente viventi”, avvertiamo anche noi la sensazione di pienezza e di pace prodotta dalla solitudine di lettura. Ma se un libro ci lascia senza fiato sentiamo irresistibile la pulsione del giovane Holden: “quando l’hai finito di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle per poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”.

Avvenire della cultura, avvenire dell’Europa

Paola Dècina Lombardi

La cultura al centro delle politiche comunitarie, una rete europea per promuovere il libro e la lettura: con questi obiettivi il Ministro Aurélie Filippetti il 4 e 5 aprile scorso ha invitato a Parigi, al Forum de Chaillot, diciotto ministri della cultura e numerosi rappresentanti europei delle varie categorie – scrittori, editori, librai e artisti, musicisti, attori. E all’insegna della eccezione culturale, questa sorta di Stati generali ha lanciato un segnale forte per convincere la UE dell’equazione Avenir de la Culture, Avenir de l'Europe. Unanime è stato l’accordo su salvaguardia del diritto d’autore, fisco equo e norme contro la concorrenza-capestro delle multinazionali e alla vigilia delle elezioni europee la mobilitazione per una strategia condivisa contro le resistenze di alcuni apparati europei e del mercato americano, ha acquistato più forza. “Non si tratta di protezionismo… la cultura non deve sottostare a logiche commerciali” - ha detto il ministro Dario Franceschini annunciando l’impegno italiano nel prossimo semestre europeo. Migliori normative e maggiori contributi alla cultura aiuteranno a uscire dalla crisi?

In effetti, nell’Europa che da qualche anno ha registrato un calo di lettori e vendite di libri anche nei paesi “forti”, quella del libro resta la prima industria culturale con un giro d’affari di 22,5 miliardi di euro. E non a caso, in occasione del Forum de Chaillot, il CNL, Centre National du livre, ha lanciato Les rencontres des organismes éuropéens du livre con l’obiettivo di “contribuire allo sviluppo di un’Europa democratica” attraverso una rete europea del libro e della lettura che al prossimo Salone di Francoforte presenterà una dichiarazione comune per incidere sulle politiche culturali comunitarie. Nonostante l’impegno di Franceschini, il nostro Organismo del libro non ha però risposto all’appello. Scrittrice ed editrice di Nottetempo, c’era Ginevra Bompiani. Eppure, un Centro per la promozione del libro e della lettura, lo abbiamo e la sua asseenza è tanto più sorprendente perché alla Camera è in discussione un Disegno di legge che ne propone il “rafforzamento”.

Dopo Veltroni e Melandri, a farsi oggi paladino della diffusione del libro in qualsiasi supporto e per la promozione della lettura, è l‘onorevole Giancarlo Giordano, che chiede 50 milioni di euro per il 2014 e 125 all’anno a partire dal 2015. E la copertura? Le variazioni di bilancio che il Ministro dell’Economia deve apportare riducendo “i regimi di esenzione, esclusione e favori fiscali (DL 2011 n.68). Nella crisi in cui versa il paese le cifre, di gran lunga superiori ai budget dei paesi virtuosi, sono audaci.

I dati della lettura e della vendita di libri in Italia sono tristemente noti, seppure con minime variazioni – l’Istat considera anche i libri scolastici, e i lettori a partire da sei anni mentre Nielsen parte dai 14 anni. Nel 2013 solo il 43% della popolazione con più di sei anni ha letto almeno un libro l’anno, solo il 23% ne ha letto più di tre e una sparutissima minoranza, il 6%, ne ha letto almeno uno al mese. In Europa, il calo di lettori e di libri si registra un po’ dappertutto ma, per esempio, in Germania la popolazione che legge almeno un libro l’anno è l’82 % , in Francia il 70% e in Spagna il 63%. C’è un incremento della lettura di bambini e adolescenti, le donne seguitano a leggere di più, e a preferire la narrativa alla saggistica. In Germania, nel 2012, il 66% delle donne ha acquistato libri contro il 52% degli uomini; Il 45% delle donne ha letto ogni giorno o più volte la settimana rispetto al 30% degli uomini. E in controtendenza, dal 2007 in Spagna il tasso di lettura del 57,7% è aumentato di un punto nel 2011 (ultimo rilevamento), seguitando a salire grazie alla percentuale di lettori in digitale e su Internet. Secondo Marco Polito, presidente dell’AIE e membro del Consiglio scientifico del Cepell, “Al maggiore impegno pubblico nella promozione, corrispondono migliori risultati... Serve un Centro per il Libro più forte e autonomo, sul modello di quello francese”. Il Cepell si è ispirato proprio al CNL, il Centre du livre et de la lecture, ma ne ha recepito davvero i criteri fondamentali?

Sull’obiettivo del ddl sulla diffusione del libro in qualsiasi supporto e per la promozione della lettura - coniugare la crescita culturale del paese con lo sviluppo di un settore economico, allargando il mercato del lavoro, e rendendo più concreto un ampio ventaglio di azioni da condividere con altre Istituzioni per ottimizzare le risorse e produrre efficaci risultati, non si può non essere d’accordo. Dietro all’ “attenzione” ai consueti settori, è evidente il lodevole obiettivo di creare posti di lavoro per bibliotecari, esperti della filiera del libro e formatori, senza trascurare la libreria, il cui “prezioso ruolo” sarà incentivato se provvista di spazi ampi e personale specializzato. E gli editori, soprattutto i piccoli, o le librerie senza spazi? E chi, con quali criteri valuterà “l’alto valore culturale”, assegnando sovvenzioni, incentivi, premi e provvidenze varie?

Nel sottolineare l’importanza della collaborazione e della “connessione tra i vari livelli di governo, comunale, regionale e statale”, il ddl Giordano ricalca linee guida precedenti e punta alla creazione di reti sul territorio oltreché al rafforzamento delle biblioteche scolastiche, da dotare di nuove tecnologie e da aprire al pubblico. Ma è quanto già avviene con le cosiddette pratiche buone di Associazioni, biblioteche, scuole e librerie che da quasi vent’anni, con mezzi scarsi o nulli promuovono la lettura in Italia, seppure a macchia di leopardo e con iniziative analoghe alle migliori che si registrano in Europa.

Le buone pratiche

Da 15 anni, l’editore Laterza promuove la lettura direttamente con i Presidi del libro in Puglia e collaborando col Forum del libro che, tra l’altro, coinvolge biblioteche, librerie e “volontariato” culturale in Libri per crescere e con Agora apre la scuola alla città come una piazza per imparare la democrazia. Ogni anno, in 10 scuole di cinque città, c’è un incontro pomeridiano con autorevoli relatori. Dalla Grecia antica all’automobilismo, dall’economia alla filosofia, dal giornalismo al jazz, un libro è l’occasione per uno scambio di idee tra relatore, studenti e pubblico. Contributi del Cepell? “Macché - dice Giuseppe Laterza. Ce li ha dati Banca Intesa. I soldi di per sé non risolvono tutto, è importante creare un rapporto di condivisione come fanno le librerie itineranti creando dei piccoli eventi o la Biblioteca di Grado che organizza il prestito in spiaggia”. Ed è al Forum del libro che si deve l’interessante, accurato Rapporto sulla promozione della lettura in Italia, marzo 2013, finanziato dalla Presidenza del Consiglio e curato da Giovanni Solimine.

Tra gli esempi di piccole buone pratiche, le libraie di Ottimo Massimo, con un furgone-libreria dal 2006 hanno letto storie a più di 40000 bambini, da Ostia a Lampedusa e perfino a Casablanca. Pianissimo libri sulla strada, il pullmino in giro per i piccoli centri siciliani senza biblioteche e con poche librerie, ha il merito di diffondere la piccola editoria collaborando con associazioni. A Roma Monteverdelegge organizza nel Centro diurno di un Dipartimento di salute mentale corsi e gruppi di lettura e, in un comprensorio, l’ ex abitazione del portiere è stata adibita a biblioteca alimentata da condomini e abitanti del quartiere. Ma il fulcro delle buone pratiche restano alcuni editori e le biblioteche virtuose, come la piccola Di Giampaolo a Pescara, nata dalla donazione di un maestro. Con librerie, scuole e volontari, facendo convergere iniziative e risorse territoriali, organizza incontri, laboratori d’ascolto e di lettura ad alta voce per bambini, letture in lingua straniera per ragazzi e adulti e soprattutto sensibilizza i neogenitori, come d’altronde in Germania, Francia e Inghilterra fanno da tempo anche i pediatri.

Che collaborazione e condivisione di esperienze la strada giusta, l’AIB, l’Associazione italiana dei bibliotecari l’ aveva capita, e in parte percorsa da tempo. E non è un caso se il maggior tasso di lettura si registra soprattutto al Nord e al centro, dove i sistemi bibliotecari regionali hanno realizzato interessanti progetti condivisi con scuole, librerie, famiglie, professionisti di varie discipline e anche pediatri. In Italia, furono proprio i bibliotecari illuminati e di buona volontà a recepire pienamente le direttive del Manifesto dell’Unesco del 1994 sull’importanza della biblioteca pubblica come “via d’accesso locale alla conoscenza, condizione essenziale per promuovere la pace e il benessere spirituale delle menti”. Indicando come punti chiave l’infanzia e l’adolescenza, l’accesso alle espressioni di tutte le arti, lo sviluppo delle tecnologie e le “strategie a lungo termine”, quel Manifesto si rivolgeva soprattutto alle Istituzioni politiche. E in molti paesi, non solo europei, i risultati ci sono stati.

Il flop delle Scuole di lettura in biblioteca

Contro la cronica disaffezione per la lettura, anche il nostro Ministero per i Beni culturali, fresco di riforma, tra il 1999 e il 2000, varò una clamorosa campagna coinvolgendo le biblioteche di sua competenza. Otto miliardi di lire in tre anni, per promuovere la lettura e incrementare le iniziative già avviate dall’ Ufficio per i Beni librari e gli Istituti Culturali, ritagliati dai 270 della legge Biscardi che ne destinava 50 alle biblioteche. Varando le “Scuole di lettura in Biblioteca”, tre edizioni tra il 1999 e il 2001, con un arco di più o meno otto mesi e due miliardi di lire, il Ministro Melandri voleva “spalancare le porte alle iniziative per il libro e la lettura”. Ma alla Nazionale di Firenze, da anni era in corso Leggere per crescere a cura di Anna Benedetti, e sul territorio crescevano analoghe, più interessanti esperienze.

D’altronde, diversa era la finalità di quelle 22 biblioteche nazionali e statali in parte storiche, dotate di manoscritti, incunaboli e cinquecentine, frequentate più da studiosi che dal grande pubblico che si voleva “scolarizzare”. Le critiche non mancarono, a cominciare dall’allora Presidente dell’AIB, Igino Poggiali. “Un Flop” – scrisse una sua collega sulla rivista di categoria, citando alcuni dati. E come darle torto? Nelle prime due edizioni ci furono – replicò il Ministro a un mio articolo critico su La stampa - “30.000 presenze”. Tuttavia non furono sollecitate a tornare. Anzi, proprio nelle biblioteche di competenza del Mibac, dal 1998 al 2002, le statiche dicono che il numero dei frequentatori scese da 2.313.509 a 1.646.678, con un calo delle opere in prestito proprio nel periodo delle “Scuole”. Ci si chiede perché nuovi soggetti che si volevano “istruire” alla lettura non abbiano raccolto il messaggio e perché l’1,1% di aumento del tasso di lettura tra il 2000 e il 2002, secondo i dati dell’AIE, su base Istat, dipendesse dai “lettori forti” soprattutto a Nord e ai libri allegati ai quotidiani. Insomma, il “contagio” previsto dalla Melandri non ci fu. Costi alti, benefici nulli, se non una grande operazione mediatica per promuovere il ministro e qualche scrittore, non la lettura.

Il modello francese e il Cepell

Il bilancio delle Scuole di lettura è utile per riflettere sulle finalità e sull’operato del Cepell, vista la somma di cui lo si vorrebbe dotare e rafforzare sul “modello francese”. Secondo Marco Polillo, Presidente dell’AIE e membro del Comitato scientifico del Cepell, per renderlo efficace e operativo necessita di “un budget congruo, maggiore autonomia e responsabilità”. E lamenta i lacci burocratici, la lentezza degli iter e delle realizzazioni attraverso i bandi oltre alle scarsissime risorse. È vero, ma quelle in dotazione come le hanno spese? Il sito Cepell non lo dice. Su quello del CNL francese, ecco le cifre chiave del 2012 : 41,9M€ di entrate, di cui 34,6M€ derivanti dalle tasse; 43,1M€ di uscite, di cui 29,6M€ destinate a interventi di sovvenzione e prestiti (+ 1,5 M€ per studi, grandi interventi e partenariati); i 31,1 M€ destinati all’attività, rappresentano il 72 % delle spese). Sei, i campi d’intervento: autori e traduttori; edizione, diffusione (librerie e bibliotecari); promozione; digitale; internazionale. Trenta i dispositivi di sovvenzione; 71 impiegati a tempo pieno e 300 esperti divisi in 21 commissioni e comitati; 4218 richieste di sostegno e 2800 contributi attribuiti.

Si tratta di un sito senza vistosi video e illustrazioni pubblicitarie, con poche foto formato tessera di qualche autore e del direttore. Chiarezza, ricchezza di informazioni per categorie, sobrietà e soprattutto trasparenza lo caratterizzano. C’è di più. Informa sulle indicazioni della Corte dei Conti per la riduzione e ottimizzazione del budget sceso a 30.000.000 di euro per il 2013 e mostra un organigramma basato sulla competenza: Comitato scientifico di 15 persone affiancato dalle Commissioni – circa 300 persone- divise per disciplina e composte da specialisti indipendenti: scrittori, critici, insegnanti di ogni ordine e grado, universitari e ricercatori, artisti, giornalisti e traduttori, editori e librai, oltre a una vasta rete di collaboratori esterni.

Sul sito del Mibac, ben fatto, alla voce trasparenza è scritto: “ «accessibilità totale» alle informazioni relative all'organizzazione e all'attività delle pubbliche amministrazioni (DL14 marzo 2013, n. 33), per favorire un controllo diffuso da parte del cittadino sull'operato delle istituzioni e sull'utilizzo delle risorse pubbliche”. Ma su quello del Cepell non troverete molto, anzi nulla per capire come le poche risorse vengono spese. Sono troppi i No records fund e insufficienti quanto farraginosi i criteri delle Banche dati. Alla Lista case editrici- Ricerche da filtro- totale 9365 trovate una maschera ma provate a cliccare Einaudi o Castelvecchi, Poesia o Architettura, non uscirà nulla. E’ da riempire come quasi tutta quella per i traduttori, costata 80.000 euro su “bando a gara ristretta” del 2010, valida anche con una sola offerta. E provate anche su Risorse.

Qua e là, qualche informazione si trova sul sito del Mibac e, casualmente, su Internet. Scopriamo così che la prima preoccupazione del Cepell, oltre al rinnovamento del sito, sono state banche dati e statistiche. In tempo di crisi e con poche risorse, era proprio necessario ricorrere alla Nielsen, e alle sue brutte slide, quando l’Istat tiene conto della lettura a partire dai 6 anni e l’AIE fa un ottimo lavoro di elaborazione e comunicazione? Corre voce che l’affitto per la bella sede nei giardini dell’Accademia dei Lincei, ammontasse a 300.000 euro l’anno, con aggiunta di utenze e manutenzione. Non si poteva trovare una sede istituzionale come il Museo Andersen dove il Cepell è ora traslocato? Quale, il budget di partenza? In quello del 2012, l’unico trovato (dopo vana richiesta), dei circa 1.200.000 euro di entrate, alle spese correnti per “servizi” sono andati 941.000 e agli “Interventi diversi” 51.000.100 per “trasferimenti passivi”. Ma le previsioni definitive di cassa indicano 1.486.000 euro.

Video discutibili, come A corto di libri (o a corto di idee?); Photogallery con ampia presenza della direttrice, e giovani lettori con marche di prodotti in bella vista (sponsor?); grafica scadente – che dire del logo del Maggio dei libri con caratteri e colori da saggio sul Terzo Reich?- tante immagini e musiche poco consone a un’Istituzione che per sua natura deve servire a professionisti della filiera del libro e ai promotori della lettura. Dopo aver fatto propria un’iniziativa dell’Aie situata in ottobre, ribattezzandola Il Maggio dei libri, il Cepell ha avviato con “grande soddisfazione” In vitro, un discutibile progetto targato Arcus spa, “per costruire nell’arco di un biennio, un modello di promozione della lettura”, cioè una sorta di laboratorio di ricerca su sei territori provinciali. Sperimentazione e modelli, già c’erano. Bastava convocare gli Stati generali delle buone pratiche, dell’AIB e dell’AIE per decidere un modello condiviso da applicare, e il team di esperti e amministratori cui affidare fondi e responsabilità.

Ma l’Arcus spa, ha portato in dote 2 milioni di euro cui si sommano i 900 a carico di regioni e province interessate.Un generoso mecenate? Niente affatto. Arcus, di suo non ha nessun capitale. Nata nel 2003, la società è alimentata completamente dal Ministero dell’Economia (all’epoca con 90 milioni di euro), per realizzare a favore del Mibac opere di compensazione cioè la realizzazione di infrastrutture laddove, per esempio, c’erano stati espropri o danni al patrimonio artistico. Due anni dopo, l’azione si allargò ad altre attività finché la spending review ne decretò la messa in liquidazione per la gestione non troppo limpida. Guarda caso, il suo presidente era un ex Direttore generale del Mibac, Salvatore Italia. Lo ha sostituito l’Ambasciatore Ortona come commissario liquidatore, ma pare che, nonostante l’evidenza dei fatti e le pesanti critiche di stampa e sindacati, Arcus non sarà liquidata. Perché i fondi del MEF non sono andati direttamente al Mibac? E perché Arcus seguita ad amministrare quelli rientrati? Con i due milioni annui per sede e stipendi dei vertici e di dieci impiegati, meglio comprare libri per le biblioteche scolastiche o donare un libro ai bambini nel giorno della Festa dei libri come si fa in Inghilterra. Che competenza in materia hanno un ex ambasciatore, un esperto di banche e finanze e un ingegnere delle telecomunicazioni? Non gli restava, come hanno fatto ma-pare- senza i dati iniziali, che inserire nel progetto almeno il Forum del libro e Nati per leggere.

Si chiedono più soldi, ma i pochi vengono spesi male a pioggia, come anche i 270.000 euro di contributi della Direzione per le Biblioteche e gli Istituti Culturali a Convegni e Pubblicazioni. Se non si risolve la confusione tra ruolo amministrativo e tecnico, cioè la competenza in materia, di chi amministra e chi progetta e seleziona, ai costi non corrisponderanno mai i benefici. Soldi sì, ma non a questo Cepell.