Sul rischio manicheo di certe Ztl

Ornella Tajani

«Si tramanda a Bersabea questa credenza: che sospesa in cielo esista un’altra Bersabea, dove si librano le virtù e i sentimenti più elevati della città. L’immagine che la tradizione ne divulga è quella d’una città d’oro massiccio, tutta intarsi e incastonature.

Si crede pure che un’altra Bersabea esista sottoterra, ricettacolo di tutto ciò che c’è di spregevole e d’indegno; una città infera di pattumiere rovesciate da cui franano croste di formaggio, carte unte, vecchie bende». La citazione, rimaneggiata da Le città invisibili di Italo Calvino, si presta a efficace immagine della marcata polarizzazione che si verifica oggi nelle grandi città: laddove il centro aspira a un modello sempre più ideale, in cui vige un preciso codice di bellezza da rispettare, il resto della città sembra destinato a raccogliere tutto ciò che non soddisfa determinati standard estetici.

Così, in un’area urbana che somiglia a una scatola di legno grezzo, si racchiude quel che somiglia a un gioiello da sfoggiare nelle grandi occasioni: dove si godono i panorami più belli e si visitano gli edifici storici; dove non v’è traccia di pompe funebri o posti di pronto soccorso; dove non ci si ammala e non si è infelici, non si muore e spesso neanche si vive, se si pensa ad alcuni casi di esodo verso i sobborghi; dove vanno i turisti, e i cittadini solo quando non hanno niente da fare.

Se la periferia finisce, come rilevava Pierandrea Amato nel suo lavoro La rivolta del 2010, «col delimitare uno spazio frequentabile, quello della città normale, di contro a uno infrequentabile», l’area urbana al di fuori del centro pare invece destinata a quella porzione di vita cittadina non particolarmente interessante da un punto di vista decorativo.

Di questa operazione manichea un aspetto non trascurabile mi sembra essere la pedonalizzazione. Ormai, davanti a una foto di piazza Navona o di piazza del Duomo a Milano piene di automobili, il nostro occhio classifica istantaneamente l’oggetto come reperto d’epoca. Questo perché oggi il centro storico delle città italiane è sempre, o quasi, una zona a traffico limitato: è un modo per preservare le bellezze storico-artistiche e consentirne una migliore fruizione. Ma – verrebbe da chiedersi con le parole che pare avesse usato l’architetto Kenzo Tange, quando l’allora sindaco di Napoli Bassolino gli mostrò per la prima volta piazza del Plebiscito chiusa al traffico – «e adesso le auto dove sono?».

Le auto – altro elemento antiestetico – sono espulse dallo scrigno. È naturale, si dirà: le auto inquinano l’aria e la bellezza del luogo. Il centro è fatto per la promenade. Eppure, azzardando ma non troppo, la sensazione è che il messaggio subliminale non sia tanto «se vuoi, puoi passeggiarci», ma piuttosto «se vuoi passeggiare, devi farlo qui (e là invece no)». Non è difficile prevedere – sta già accadendo – che, seguendo questo modello di pascolo forzato, qualsiasi amministrazione comunale investirà sempre più fondi nella cura del centro, nell’obiettivo di renderne il suolo gradevolmente calpestabile, mentre si occuperà sempre meno di consentire in altre aree urbane la presenza di pedoni.

Lungi da qualsiasi velleità apocalittica, basta rifletterci un istante e non sarà difficile ricordarci di quando, in un punto o un altro della città, ci siamo ritrovati a pensare che, vuoi per l’assenza di marciapiedi, vuoi per la presenza di incroci ardui da attraversare, camminare era impossibile. Il sospetto è che sia la pedonalizzazione stessa a legittimare la rigida separazione: se è stata prevista una zona apposita, perché pretendere di passeggiare altrove?

È chiaro che avere un intero lungomare pedonalizzato per farci jogging è un lusso considerevole. Correre al centro della strada è una sensazione quasi irreale, come se il resto del mondo fosse altrove, dove succede qualcosa di molto importante che tu, mentre ti dedichi ai tuoi quaranta minuti di sport, ignori. Ma proprio per antitesi scaturisce il pensiero che nel resto della città, la presunta parte infera dove si svolge la vita quotidiana, si stia pagando il prezzo di quel lusso non comune: nel satellite che per Calvino consisteva nella vera Bersabea, «un pianeta sventolante di scorze di patata» dove, sotto un cielo di comete dalla lunga coda, risplende tutto il bene della città.

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Franco Berardi Bifo, La rivolta che non crede nel futuro
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Maurizio Ferraris, L’eroe di sinistra
Lucia Tozzi, Vogliamo anche le case
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Vogliamo anche le case

Lucia Tozzi

Non più solo teatri e cinema, piazze e spazi pubblici, si torna a occupare le case. A Roma sono stati presi di mira edifici vuoti dalla Garbatella alla Tiburtina di proprietà di Caltagirone, dell’Atac, dei Cavalieri di Malta, della Banca Popolare di Milano, mentre a Milano il Cantiere, un centro sociale attivo da anni nel quartiere San Siro, ha sistemato una ventina di famiglie in un gruppo di bellissime palazzine lasciate degradare in vista di future speculazioni.

La lotta per la casa al tempo di Occupy è un fenomeno che merita un’attenzione speciale, perché potrebbe assumere grande rilievo durante una crisi finanziaria nata dal credit crunch immobiliare e che sta polverizzando il lavoro, il welfare e la vita di milioni di persone. Il crollo dei prezzi immobiliari, che secondo un uso grottesco vengono calcolati in anni di stipendio medio, non amplia la fascia dei proprietari, ma la quantità di proprietà invendute e sfitte. E infatti, chi ce l’ha più uno stipendio?

In Italia pare che l’invenduto edilizio ammonti a ben più di un milione di unità: le nostre città sono con ogni evidenza dei gruviera, piene di vuoti, eppure i governi di ogni livello continuano a costruire nuovi edifici e a tenerne fuori gli abitanti. Rispetto agli anni Settanta, oggi esiste materialmente la possibilità di coprire il cosiddetto fabbisogno abitativo, eppure mai come adesso sembra che nessuna parte politica voglia farsi carico di questo passaggio.

Chiusa in maniera definitiva la stagione dell’edilizia economica e popolare pubblica, abbandonata la manutenzione dei complessi esistenti, l’unica soluzione cui le amministrazioni ricorrono è un housing sociale delegato ai privati in cambio di ulteriori cubature o come oneri di urbanizzazione. Vale a dire che per ottenere qualche appartamento scadente a un prezzo di poco inferiore a quello di mercato bisogna sperare in grandi speculazioni o rinunciare a scuole e spazi pubblici.

I movimenti hanno capito che la riappropriazione collettiva del patrimonio edilizio pubblico e privato inutilizzato è uno strumento fondamentale non solo per affrontare la questione abitativa, ma anche per combattere l’accumulazione della ricchezza nelle mani di una minoranza sempre più esigua. Oltre all’obbiettivo immediato di rendere accessibili spazi assurdamente vuoti, le occupazioni sono diventate una delle poche forme efficaci di critica sociale e urbana.

Gli attivisti mappano i luoghi abbandonati e in disuso, ricostruiscono le scatole cinesi delle proprietà immobiliari e smascherano la retorica dell’espansione edilizia, che non risponde più ad alcuna necessità se non a quella di finanziare banche e imprese con i soldi dei contribuenti. Chiedono politiche di sostegno all’affitto, nuovi limiti alla proprietà privata e l’acquisto e il recupero degli immobili sfitti per risolvere l’emergenza abitativa. A Parigi cominciano a mietere i primi successi: il Comune sta valutando l’ipotesi di trasformare un edificio di uffici occupato dal collettivo Jeudi Noir in case popolari.

La città ideale

Michele Emmer

“Sorge nell'alta campagna un colle, sopra il quale sta la maggior parte della città; ma arrivano i suoi giri molto spazio fuor delle radici del monte, il quale è tanto, che la città fa due miglia di diametro e più, e viene ad essere sette miglia di circolo; ma, per la levatura, più abitazioni ha, che si fosse in piano… Nella sommità del monte vi è un gran piano ed un gran tempio in mezzo, di stupendo artifizio. Il tempio è tondo perfettamente, e non ha muraglia che lo circondi; ma sta situato sopra colonne grosse e belle assai… E questa è l’immagine fisica della città ideale. Che viene governata da un grande Sole, pieno di sapienza, perché: Più certi semo noi, che un tanto letterato sa governare, che voi che sublimate l'ignoranti, pensando che siano atti perché son nati signori, o eletti da fazione potente”.

È il dialogo tra Ospitalario, cavaliere dell’ordine di Malta, e il Genovese, nocchiero di Colombo. Quest’ultimo racconta di aver girato il mondo scoprendo nell’isola di Taprobana (Sumatra o forse Ceylon, odierna Sri Lanka), una città ideale per leggi e costumi. Da La città del Sole (1602) di Tommaso Campanella, opera scritta in carcere.

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E sanno di matematica e di geometria, come già aveva scritto Platone ne La Repubblica. “Chi dunque costringerai ad assumersi la guardia dello stato se non coloro che meglio conoscono quali sono i modi per la migliore amministrazione di uno stato, e che possono avere altri onori e una vita migliore di quella politica? Che dovranno studiare questa disciplina comune utile a tutte le arti e speculazioni e scienze… la scienza del numero e del calcolo e non solo, anche la disciplina che tende a costringere l’anima a volgersi verso il luogo dove ha sede la parte più felice dell’essere, per vedere se in qualche modo può farci scorgere più facilmente l’idea del bene: la geometria”.

La città ideale è stato da sempre uno dei grandi temi dell’umanità. Non solo dal punto di vista politico ma anche da quello architettonico. Non parlo in realtà di architettura, né voglio fare alcun riferimento alla situazione politica Italiana, che non fa certo venire in mente una città ideale da nessun punto di vista. Si tratta di un film, il primo film realizzato da Luigi Lo Cascio che ne è anche il protagonista, oltre che sceneggiatore con altri. Il protagonista, palermitano, ha scelto di vivere in una città ideale, Siena.

È pieno di manie, cerca di vivere senza inquinare, si lava solo con acqua piovana, vuole che tutti seguano delle rigide regole comportamentali, rispettino alla lettera le leggi. Èovviamente un solitario, isolato da tutti. Felice però di vivere nel luogo ideale, secondo regole che considera giuste.

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Al protagonista accade un evento del tutto casuale, che non val la pena di svelare. Un incidente, di cui non comprende bene la natura. E cerca quindi, trovandosi implicato in un avvenimento doloroso di cui non ha alcuna conoscenza, di comportarsi con razionalità, cercando di perseguire il bene comune, la verità. Solo che il suo modo di comportarsi risulta assurdo, incomprensibile, a chi della città ideale deve curare le leggi, e si ritrova sempre più imprigionato in una ragnatela da cui è impossibile uscire, dato che continua ad inseguire una utopica verità universale in una ancora più utopica città ideale. Ed è molto curioso che alcune scene siano state girate davanti alle sedi del Monte dei Paschi, al Palazzo di Giustizia, prima dello scoperchiarsi del marcio della città ideale. Quando la fantasia supera la realtà. E la soluzione non si otterrà, se mai la si otterrà, con le leggi e la razionalità, ma ritornando a Palermo, e rivolgendosi ad un avvocato di non specchiata moralità.

In un film del genere quello che conta è il clima, la suspence, il mutare anche fisico del personaggio man mano che la storia procede. E Lo Cascio se la cava bene, sia come autore e attore che come regista. Un thriller psicologico, con amare riflessioni sull’oggi, sulla inarrivabilità di una città ideale anche per chi cerca in tutti i modi di inseguirla. Un film pessimista, ma realistico, in cui la città ideale, Siena, si presta bene con le sue atmosfere rarefatte, la pioggia la nebbia, le luci a rendere le situazioni. Il regista ha la capacità di avventurarsi in una storia kafkiana senza appesantire troppo il tema.

La città ideale, regia di Luigi Lo Cascio, con Luigi Lo Cascio, Catrinel Marlon, Roberto Herlitzka, Alfonso Santagata, sceneggiatura di Luigi Lo Cascio, Massimo Gaudioso, Desideria Rayner, Virginia Borgi, Italia 2012.

 

Le donne vogliono cambiare la città

Sandra Bonfiglioli

Se osserviamo i progetti urbani promossi da donne in quanto cittadine pensanti, è facile riconoscere un modo di agire, un modo di posizionarsi rispetto ai poteri che sono del tutto originali.
Le donne vogliono cambiare la città con intelligenza strategica e risultati brillanti. Ma non sono influenti nell’agenda del cambiamento.

I progetti sono, di solito, di piccole dimensione spaziali. Annunciano un’idea della città contemporanea. Perché è questa, affatto piccola, la sfida sottesa al grande lavorio. La forza espressa da questo disegno nulla ha a che vedere con la potenza che ha costruito la città nell’epoca del moderno. La potenza, in epoca moderna, sta in alleanza con la tecnologia.
La incontriamo ovunque. Ma non nelle pratiche delle donne.

La forza come potenza deve accrescersi nel tempo. Niente bocce ferme. La figura di questa forza maschia è la scala da salire. La sua ratio è quella di kronos, tempo lineare e illimitato, misurabile. Gestire è prevedere, conoscere, misurare, portare un obiettivo in gol.
È anche il tempo della natura pensata dalla scienza moderna, il tempo dell’organizzazione scientifica del lavoro industriale tayloristico, il tempo della pianificazione urbanistica e il tempo della legge. In breve, è la freccia del tempo cronologico che regge le espressioni più potenti e strategiche dell’era moderna.

Esiste davvero la possibilità per le donne di sfidare questa potenza? Sì. Possiamo farlo. Sebbene il dominio del progetto urbano sia governato da potenti forze tecniche ed economiche, è tuttavia favorevole all’azione pubblica delle donne. Lo slancio della loro iniziativa politica è l’esito congiunto della maturazione del loro pensiero e del desiderio
di iscrivere il loro simbolico nel volto della città. Sono motivate dalla necessità di cambiare qualcosa di fronte alla fatica e iniquità del vivere in città.

L’iniquità più grande è la crescente impossibilità di avere cura delle giovani generazioni. Il «doppio sì» al lavoro e alla vita (e alla maternità) che le donne hanno chiaramente espresso
è la leva creatrice di una nuova idea di città, di welfare e di convivenza. Tutto assieme, perché non si può avere un nuovo welfare senza un’urbanistica che se ne faccia carico per gli aspetti di organizzazione spaziale e temporale dell’habitat urbano.

Nel campo del progetto urbano esiste un vuoto lasciato da tanta potenza. Da questa postazione, fasciata di tecniche e di oggettività, i decisori pubblici non riescono a vedere le pratiche quotidiane di vita degli abitanti. Non riescono a vedere l’uso del tempo personale
e degli spazi pubblici che sono stati rivoluzionati dalle nuove forme di organizzazione del lavoro e degli orari di lavoro. E da nuovi valori del vivere. Le donne sono abitanti speciali perché non accettano che la potenza dell’era moderna sia usata per semplificare la vita avendo al centro il lavoro e la sua ratio ordinatrice della giornata. Vogliamo praticare la complessità del vivere. La piccola dimensione spaziale dei progetti delle donne è quella dove stanno i corpi di noi abitanti.

Ma è proprio a questa scala dei corpi viventi che il metodo urbanistico dell’osservazione oggettiva presenta una rottura epistemologica. È proprio a questa dimensione che fallisce la comprensione di cosa succede agli abitanti della città. Per conoscere i problemi e le attese dei cittadini occorre allora che lui/lei voglia narrare la propria esperienza di abitante che ha messo alla prova gli assetti minuti della città. Le donne hanno buone idee dei problemi della città contemporanea perché nascono dall’esperienza di una vita complessa. Non è il tempo metrico e lineare di kronos che regge l’esperienza del vivere delle donne. Il nostro tempo è kayros, il tempo del progetto, dell’attesa attiva che si diano le circostanze favorevoli all’azione, alla presenza sapiente.

La strategia d’azione è gettare reti di relazioni con donne delle istituzioni necessarie al progetto che siano capaci di ascoltare e tradurre il linguaggio comune d’ingresso in quello della comunità istituzionale. Il problema diventa allora trattabile dalle diverse competenze tecniche necessarie. Un’impronta viene lasciata nella nuova comunità ed essa continua
ad agire nel tempo. Gli schemi tecnici sono in qualche modo, traduzione dopo traduzione, scivolati verso nuove possibilità.

Il laboratorio delle donne ha trovato due principi generali da far agire in combinata: prossimità e tempi urbani per una città amica. Assumere a problema il tema della prossimità significa occuparsi del disegno della città come grammatica pubblico-e-privato degli spazi-e-tempi della città abitata. Dobbiamo darci i luoghi dove esprimere una nuova libertà che già abbiamo intravisto.

Dal numero 28 di alfabeta2, dal 9 aprile nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Strade a Roma e altrove

Augusto Illuminati

Sandro Medici, candidato sindaco alle prossime elezioni comunali capitoline con una lista civica, si colloca nel solco di una tradizione radicale locale che ha i suoi emblemi nella Repubblica romana del 1849 e nell’amministrazione Nathan (1907-1913). Proprio per questa eredità, Medici propone di sopprimere l’intitolazione di un’importante arteria romana, congiungente S. Maria Maggiore e piazza Vittorio, a Napoleone III, l’avventuriero bollato da Victor Hugo come “Napoleone il Piccolo” e che, quando era ancora solo Presidente di Francia con il nome di Luigi Bonaparte, ordinò la sanguinosa spedizione militare che soffocò l’esperienza repubblicana di Mazzini, Saffi e Garibaldi.

Negli anni successivi e nella stessa logica autoritaria e clericale, Luigi Bonaparte con il colpo di stato del 2 dicembre 1851 (il 18 brumaio di un celebre scritto marxiano) trasformò la repubblica francese in dittatura imperiale. La dedica stradale esprime riconoscenza per il contributo francese alla II guerra di Indipendenza (1859), sorvolando sui crimini del 1849 e del 1851-52.

Un omaggio anacronistico. Se un ricordo spetta alla Francia, vada allora a chi volle unire l’idea di felicità dei popoli alla radicalità della Rivoluzione. Il ventisettenne Louis Antoine de Saint-Just, nella relazione sul modo di esecuzione del decreto contro i nemici del popolo, 13 ventoso dell’anno II, scrisse: le bonheur est une idée neuve en Europe, la felicità è un'idea nuova in Europa, anche se già iscritta (the pursuit of happiness) da Jefferson nella Dichiarazione di indipendenza del 1776, un tema lockiano suggerito (pare) da un immigrante italiano, Filippo Mazzei, suo collaboratore e vicino di casa. Un lungo circolo, che potrebbe riannodarsi proprio a Roma, a ridosso dei fascisti terzo-millenari di CasaPound che in quella strada hanno tana, su gentile concessione del sindaco Alemanno.

Il grandissimo Saint-Just, da cui (come da Robespierre) ha voluto virtuosamente prendere le distanze Bersani, è stato a lungo disdegnato dalla prudente toponomastica francese, tanto che a Parigi gli è dedicata solo una viuzza periferica, ai margini di Batignolles, 17° arrondissement. A lui, che voleva estendere a tutta Europa la volontà francese di cancellare infelici e oppressori facendo fruttificare l’amore delle virtù e della felicità, che coltivava un’idea d’Europa ben diversa da quella di Maastricht e di Schengen, sia degnamente reintitolata una strada strappata alla piaggeria sabauda e alle nostalgie imperiali!

In morte della critica urbana

Lucia Tozzi

Il giorno di Sant’Ambrogio, in coincidenza con la tradizionale prima scaligera, è stata inaugurata in pompa magna la “Piazza Gae Aulenti” a Milano. Lo spazio, che ha rischiato l’intitolazione al fu cardinal Martini, è una galleria commerciale dall’aspetto squallido ricavata al centro del grattacielo circolare Unicredit dell’architetto César Pelli, cuore e degno simbolo del nuovo quartiere di speculazione Porta Nuova-Garibaldi. Come al solito, il giorno dopo tutti i giornali in coro unanime magnificavano l’apertura di un nuovo straordinario spazio pubblico in centro, “dono alla città” (in verità onere di urbanizzazione al ribasso) da parte dei benefattori Hines (la società texana di Real Estate che ha spuntato cubature mai viste nelle città italiane), fonte d’ispirazione di opere d’arte (marchette) per artisti come Garutti, Basilico e Doninelli, trionfo del sindaco Pisapia (che si è trovato l’operazione immobiliare sul groppone senza altra possibilità che cercare di renderla presentabile) e promessa di investimenti futuri (fantascienza pura).

L’episodio in sé è insignificante, di pura routine, ma torna utile per chiedersi: perché la critica urbana (in Italia) è morta? E: questo decesso ha delle conseguenze sulla coscienza civica dei cittadini? La risposta alla seconda domanda è sicuramente positiva, perché la propaganda, soprattutto nei regimi di democrazia apparente come quelli diffusi nell’occidente contemporaneo, funziona piuttosto bene. La sensibilità comune si ottunde, le impressioni negative vengono represse, stemperate dal trionfalismo mediatico.

Le ragioni della scomparsa di questo specifico campo critico, che richiede una coscienza politica oltre che delle competenze estetico-urbanistiche, sono molteplici. La più ovvia è la composizione proprietaria dei giornali: non è necessario che nel cda sia presente Ligresti o Coppola, dal momento che quasi tutti i grandi gruppi hanno interessi immobiliari da difendere. E se non succede mai che, sul modello di Leland in Citizen Kane, un giornalista sacrifichi il posto di lavoro per criticare un progetto finanziato dalla banca che controlla il giornale, tanto più futile è sperare che lo stesso giornalista abbia mano libera sulle speculazioni altrui, perché il codice non scritto impone un ferreo patto di non belligeranza. Ma questo problema è sempre esistito, anche se fino ad alcuni decenni fa il Real Estate non era onnipresente come oggi nei portafogli finanziari. Ridurre il fenomeno a questa forma classica di censura verticale – i grandi poteri che inibiscono i giornalisti – sarebbe, come tutte le semplificazioni, appagante ma stupido.

La censura vecchio stile presuppone l’opposta volontà di trasmettere informazioni e opinioni scomode, problematiche, in altre parole critiche. Quando si parla di città questa volontà sembra essersi estinta alla radice, con l’eccezione di alcuni argomenti di scarso rilievo come l’altezza o la forma dei grattacieli: di tutti i campi dello scibile, le politiche e le trasformazioni urbane sono quelli in cui la confusione tra informazione e comunicazione sembra essere del tutto compiuta. Giornalisti e critici, se è ancora lecito chiamarli così, trovano normale trascrivere i contenuti di cartelle stampa senza porre in dubbio la loro veridicità. Le amministrazioni pubbliche, dal canto loro, investono soldi nella creazione di dispositivi di “trasparenza” che dovrebbero rendere intellegibili ai cittadini il presente e il futuro del proprio territorio, e invece fanno l’esatto contrario.

Uffici stampa e Urban center sono di fatto organi di propaganda, preposti al controllo scrupoloso delle informazioni da filtrare ai cittadini. Indipendentemente dal genere e dalla qualità dei progetti, la loro rappresentazione ha assunto un’importanza cruciale e una forma monocorde, levigata, che compone ogni conflitto e non ammette repliche. È una macchina messa a punto nell’era dell’urbanistica “contrattata”, che pone gli interessi pubblici e privati sullo stesso piano e in una relazione di stretta interdipendenza. Nella sua banalità, la strategia appare ancora vittoriosa: la gente non vede neanche più lo spazio che attraversa, si è abituata a guardare i rendering.

Meditazioni sugli animali. Il piccione

Anna Lamberti-Bocconi

Avviso subito: a seguirmi quando medito sul piccione ci riuscirà meglio chi abita in città, perché è proprio la sua qualità di presenza urbana l'elemento che più scalda gli animi nei confronti di questo uccello. "Portano le malattie", "sono topi con le ali", "distruggono i monumenti": il colombo torraiolo - altro bel nome del comune piccione che affolla le nostre piazze - riceve una gran quantità di maledizioni, di veleni e di fucilate. Nonostante questo, però, è raro sentirne parlarne con astio nei bar, sugli autobus, nei luoghi della doxa, come è usuale per esempio nei confronti degli immigrati stranieri. L'odio verso il piccione è più carbonaro: te ne parlano quando c'è più confidenza e solo se, in un modo o nell'altro, si è già sul discorso. Leggi tutto "Meditazioni sugli animali. Il piccione"