alfadomenica gennaio #2

INGLESE sulla CRISI DEL LIBRO - NEGRO su CITTÀ DEL MESSICO - LO RUSSO POESIA - BARAKA VIDEO *

I LIBRI FARANNO UNA BRUTTA FINE
Andrea Inglese

Ce lo ha ricordato, in un post dell’8 gennaio, Luca Sofri: i libri faranno una brutta fine. Scherzi a parte, l’argomento è serio e d’attualità. Sofri ci ricorda anche che è un autore da diecimila lettori. Non è un dettaglio di poco conto. In tempi di morte del libro, bisogna chiedersi che peso dare alle persone che ancora scrivono, dentro o fuori il libro.
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LA CITTÀ PIÙ GRANDE DEL MONDO
Virginia Negro

La città più grande, più inquinata, più caotica del mondo. Il mio battesimo nel Distrito Federal è stato nel centro storico, tra Regina, una delle poche vie pedonali e ricettacolo di localini e ristoranti, e Avenida 20 de Noviembre; immersa giorno e notte nella moltitudine di suoni, persone e colori.
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POESIA
Rosaria Lo Russo

Perché non sempre funziona, anzi non si capisce
com’è che funzioni data la fretta, quando, dài fac-
ciamoci un giro di pista, morino, dài, tanto si muo-
re, che te ne frega, dài, facciamoci sta pista per mori-
re più contenti, dài, che l’usato sicuro ti conviene in tu-
tti i sensi, e i saldi adesso sono saldi davvero, da ve-
ra recessione, mica cazzi.
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AMIRI BARAKA - SOMEBODY BLEW UP IN AMERICA
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Amiri Baraka, poeta e attivista statunitense
Newark, 7 ottobre 1934 – Newark, 9 gennaio 2014

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

La città più grande del mondo

Virginia Negro

La città più grande, più inquinata, più caotica del mondo. Il mio battesimo nel Distrito Federal è stato nel centro storico, tra Regina, una delle poche vie pedonali e ricettacolo di localini e ristoranti, e Avenida 20 de Noviembre; immersa giorno e notte nella moltitudine di suoni, persone e colori. Sono sbarcata nella Colonia Centro tra l’infinito numero di musei, è anche la città con più musei al mondo, Bellas Artes, Museo Diego Rivera eccetera...

Ma non perdetevi questo piccolo gioiello che può facilmente passare inosservato: ll Museo della Città. Un edificio barocco che ospita una piccola ma interessante permanente fotografica sulla storia capitolina, e temporanee ben curate come quella recentemente dedicata al fotoreporter messicano Manuel Ramos. Però la vera perla è lo studio privato del pittore messicano Joaquin Clausell, detto il Clausellito, uno dei pochi impressionisti latinoamericani. Indimenticabile la sensazione al varcare la porta, come essere testimoni dell’intimità dell’artista. Pareti che per vent’anni sono state un vero e proprio quaderno degli schizzi, un murale stratificato nei decenni, un accumulo di esperimenti stilistici e figure oniriche. Quando sono uscita dall’atelier di Clausell, con l’anima rivoltata dalle immaginifiche visioni, il cielo si era trasformato in una cupola azzurra.

Qui l’estate è la stagione delle piogge, e le nuvole si incontrano, anneriscono per infine scomparire più volte al giorno. Camminando mi sono goduta il sole almeno fino al metro Balderas, dove sorge La Ciudadela, uno dei più grandi mercati d’artigianato della città – un altro mercato da non mancare è quello di Coyoacan, soprattutto perché si trova giusto a fianco della bellissima piazza de los Coyotes – che confina con un giardino dove si riuniscono centinaia di vecchietti per ballare danze folkloriche di cui ignoro il nome. In pochi minuti ecco che l’aria si raffredda e inizia a piovere di nuovo. Cerco rifugio all’angolo tra l’Avenida principale e un vecchio cinema abbandonato che alcuni studenti stanno cercando di recuperare, ed entro nel Bosforo, un locale famoso per il mezcal: un distillato tipico di Oaxaca estratto dall’agave che ricorda la nostrana grappa. Per prepararsi al clima tropicale, quindi per definizione piacevolmente mite, ma contemporaneamente imprevedibile, come moltissime cose in questo paese.

Oltre che nell’artigianato, che sarebbe più corretto chiamare arte, l’estetica messicana si scopre nei profumi e nei colori del cibo. La città è letteralmente invasa da ambulanti che vendono tortillas, quesadillas, conditi da salse con carne chile e nopal (le foglie del fico d’india, senza le spine!) impadronendosi delle strade. Un esempio è il mole, una salsa tradizionale di banana, cioccolato, e diversi tipi di chile. Si accompagna praticamente a qualsiasi cosa, quesadillas, tortillas, riso...

Altra imperdibile esperienza gastronomica è la barbacoa della domenica mattina. Una ricetta precolombina per prearare diversi tipi di carne in un pozzo di pietra scavato nella terra, con carbone ed enormi foglie di banana. Il mio amico Chucho ci porta nel mercato di Santa Julia, il suo quartiere, dove, assicura, si mangia una barbacoa con un consomé (un brodo di carne) che “rianima i morti”. Mangiare al mercato è più di che un suggerimento, è un dovere. Nel DF la miglior comida corrida, un economico menu formato da zuppa, piatto forte e una bibita l’ho provata nel mercato di Narvarte: un chile relleno il cui sapore non abbandonerà facilmente la mia memoria. Se invece volete sedervi tranquillamente a tavola, fate un salto alla Roma, nel grazioso ristorantino “Las Tlayudas”, cucina oaxaqueña e un gestore poeta/scrittore. Concerti, letture e presentazioni di libri sono all’ordine del giorno.

Qui nella Roma, non è raro vedere cene d’affari di uomini incravattati al tavolo di un ambulante callejero, locali alla moda e antiche cantine con mariachi, facciate decadenti a fianco di lussuosi palazzi. Il polo della gentrificazione capitolina, luogo d’elezione di artisti, adesso forse sono più gli hipster, è popolato da alcune tra le più interessanti gallerie d’arte: una menzione speciale va a House of Gaga. Se si ha voglia d’immergersi ancora un po’ nell’ambiente à la page si può approfittare della verdeggiante terrazza del caffè libreria El Pendulo, leggendo un libro davanti ad una deliziosa cioccolata e il tipico venticello del DF che anticipa il temporale.

Più verace, bella e interessante è l’arte tipica messicana che si mescola con la tradizione religiosa, un sincretismo culturale che esalta sacro e profano in una complessa esegesi grafica della società. Alfredo Vilchis, un pittore di quartiere a cui persone d’ogni tipo commissionano ex voti, cioè piccoli dipinti devozionali o commemorativi, è un caso paradigmatico. E anche dopo aver esposto nelle più grandi gallerie d’arte del mondo, anche al Louvre, Vilchez continua a vendere i suoi ex voto e il suo libro nella Lagunilla, il quartiere popolare del centro dove è cresciuto.

Adiacente alla Lagunilla c’è il barrio di Tepito - che rese omaggio a Vilchis nel ‘97 invitandolo ad esporre nella mostra Centro extraviado y algunos barrios encontrados - una delle zone più popolari della città. Oltre al famoso mercato clandestino di Tepito, una sorta di enorme Barbes Rochechuart, dove si può incontrare qualsiasi cosa, spesso di discutibile provenienza, il barrio è famoso per il culto della Santa Muerte, rappresentata da uno scheletro vestito come una Madonna protettrice dei (e dai) ladrones.

L’altare cattolico-pagano che omaggia la Santa in Alfarería 12, è stato costruito da Doña Queta, considerata l’ambasciatrice di questa peculiare fede nel mondo. Il primo giorno di ogni mese si omaggia pubblicamente la Santa che protegge da violenze e assalti e contemporaneamente è idolatrata dai narcos e dalle bande criminali. Il culto d’origine preispanica si sublima il primo Novembre con una enorme processione in cui le benedizioni si danno con tequila e mezcal e si fuma erba in onore alla Santa.

Dalla bolgia di Tepito, per chi conosce lo spagnolo la rivista “Chilango” regala una serie di tips per entrare nel quartiere senza correre pericoli, alla tranquillità dei boschi. Per una fuga dalla città, a solo un’ora di macchina o bus si può raggiungere Tepoztlán, nella lista dei pueblos mágicos, godere delle sue montagne e del cammino attraverso la selva tropicale che porta alla piramide del Tepozteco. D’obbligo mangiare al mercato e partecipare al rituale temazcal. Quest’ultimo è una sauna cerimoniale tipica dei popoli indigeni, un’esperienza collettiva dentro a una “casa del vapore”, il significato in lingua nauathl, costruite con rocce vulcaniche e cemento. Per tornare ricaricati verso la città più grande del mondo e continuare a scoprirne i mille angoli nascosti.

Europa e America a Città del Messico

Virginia Negro

Il quartiere Roma a Città del Messico ricorda la Belleville à la page popolata da gallerie d’arte, ristoranti etnici e botique del vintage, spontanei ricettacoli di giovani bobo. Un’oasi in cui il fenotipo ricorrente non è esattamente quello latino: il canone qui nella Roma è un teutonico e traslucido pallore. Eletta a simbolo del cosmopolitismo, questa zona della città è la nuova meta di pellegrinaggi notturni per gli amanti della movida messicana, affollata da locali per tutti i gusti, dalla discoteca al karaoke passando per i concerti acustici.

I resti di un Messico che ha poco a che vedere con questo glamouroso angolo d’Europa sono appesi al grigiore decadente ma pittoresco delle facciate di certi vecchi palazzi, oggi disabitati, le cui porte non sono che trompe l'oeil, entrate sul nulla, meri supporti per avanguardistiche battaglie d’arte urbana. Il fenomeno che ha cambiato l’identità di questa colonia, e con lei il profilo sociale dei suoi abitanti oltre all’estetica architettonica, si chiama gentrificazione.

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Il geografo Chris Hamnett lo definisce un miglioramento fisico del patrimonio immobiliare, che comporta il cambiamento della gestione abitativa da affitto a proprietà, e la sostituzione della popolazione operaia con la classe media. Un’operazione sempre più frequentemente venduta come un indispensabile rinnovamento grazie a un lessico che nasconde dietro a termini come riqualificazione e miglioramento urbano l’intenzione di spostare verso la periferia una popolazione costretta alla marginalità non solo economica ma anche spaziale.

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E invece resistono come naufraghi in un oceano in tempesta le ventidue famiglie del palazzo di calle Merida al civico 90, all’angolo con Tabasco e Colima. L’edificio si chiama America, risalente agli anni venti, rappresenta un modello residenziale diverso, con un patio in comune, bagni esterni condivisi da più famiglie, e nel centro della terrazza uno spazio adibito a lavanderia.

A distruggere l’antica struttura dell’immobile non sono state le inondazioni o i frequenti terremoti, ma la precisa volontà dell’INVI, l’Istituto per le politiche abitative del Distrito Federal, con un progetto di “riforma” urbana, inaugurato da un’ordinanza di demolizione sotto minaccia di sfratto forzoso. Nel 2003 l’INVI dichiarò la costruzione inagibile, dando ai suoi affittuari un preavviso di due settimane per sloggiare, pena l’evacuazione coatta.

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Il diritto a una casa sicura diventa terreno di scontro tra l’amministrazione messicana e gli affittuari dell’edificio America. Un contrasto le cui radici affondano in una storica e profonda difformità di interessi. Il quartiere Roma da un lato è territorio fertile per speculazioni immobiliari, dall’altro è un crocevia dove sopravvive un secolare amalgama culturale, un matrimonio surreale troncato dalle politiche del governo federale.

Dopo il terremoto del 1985, si impone un regime residenziale teso a incentivare la proprietà privata, le case del centro si trasformano in complessi di piccoli appartamenti di lusso, mentre la classe media si indebita con Infonavit, un organismo statale che concede prestiti ai lavoratori.

Le case dell’Infonavit sono blocchi residenziali costruiti alla periferia della città. Vere e proprie cittadelle nuove di zecca. La maggior parte disabitate. Moltissimi degli impiegati con un’ipoteca Infonavit hanno poi abbandonato la propria casa perché troppo lontana dal luogo di lavoro. In una megalopoli di più di 20 milioni di abitanti spostarsi dalla periferia al centro può significare anche 4 o 5 ore di calvario automobilistico.

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La vita degli abitanti dell'edificio America è raccontata dalla macchina fotografica della brasiliana Livia Radwanski che ha realizzato un lavoro documentale durato un biennio. Per ogni finestra un abitante, per ogni porta una famiglia. Storie che convivono quotidianamente con uno Stato ostile, nella giungla del capitalismo più violento, soprannominato dalla filosofa messicana Sayak Valencia Capitalismo Gore, dove un operaio è costretto da un salario davvero insignificante ad alloggiare, o per essere più precisi squattare, nel cantiere dove lavora.

foto_merida07 Livia Radwanski

Rimane una rete fatta di affinità vicinali dove emerge una società civile costretta a supplire alle carenze della politica pubblica. In questo senso la sopravvivenza dell’America rappresenta una vittoria significativa. Purtroppo si tratta di un successo zoppicante: i rapporti di vicinato continuano a essere messi a dura prova dall’aumento vertiginoso del carovita, e la colonia è sempre più invasa da tribù caucasiche assuefatte ai prezzi maggiorati.

Ma cos'è che ci spaventa così tanto da dover inventare un enclave del vecchio continente anche dall’altra parte dell’oceano? La fortezza Europa si è tramutata in un prodotto da esportazione. Che, a quanto pare, si vende facile.

Tutte le foto sono di Livia Radwanski

Apologhi e apolidi – parte II: Giungle d’asfalto letterarie.

Alessandro Raveggi

Due condizioni storiche, una biografica, l'altra mondiale, mi spingono a scrivere questa riflessione: le porte del Chianti, mia terra d’origine, e la prossima Conferenza internazionale sul cambio climatico COP16, dal 29 Novembre al 10 Dicembre, che si terrà a Cancún, Messico. Dove, volendo sintetizzare senza esagerare, si parlerà della possibile fine della specie umana, oltre che del disastro che questa ha occasionato in passato a flore, faune, oceani e barriere coralline. Anche se dietro, oltre e prima di quelle barriere coralline disintegrate, che ci proteggono dai sempre più frequenti tsunami, si staglia un palazzo, una torre sebbene impervia, una città ancora possibile luogo di un’ecumene, di un luogo abitabile per la specie umana, nonostante tutto. Mai come oggi, epoca in cui la maggioranza della popolazione umana vive in ambito cittadino e metropolitano, le città metropoli si affacciano e ci fanno affacciare, con le loro forme più imprevedibili, ad un baratro climatico imminente, che ci riguarda appieno. Leggi tutto "Apologhi e apolidi – parte II: Giungle d’asfalto letterarie."

Messico: l’economia della paura

Franco Berardi Bifo

Avenida insurgentes è la strada più lunga del mondo, un biscione di cinquantatré chilometri che attraversa l’immensa metropoli di Mexico City da sud a nord. Milioni di disgraziati la percorrono ogni giorno perché l’inferno salariato li obbliga a farlo, ma basta essere costretti a fare un percorso su Insurgentes per capire che siamo in trappola. Mentre guida nell’ingorgo continuo, Eugenio chiacchiera amabilmente e io amabilmente rispondo, ma i miei polmoni si stringono poco alla volta come noccioline spaventate. I can’t breathe, I can’t breathe. È questo, lo so, il segno del tempo che inizia. Ne usciremo vivi? E come?

Negli ultimi anni la recessione aveva fortunatamente ridotto un po’ i consumi di petrolio, ma ora gli strangolatori vogliono rilanciare il loro piano di strangolamento. È naturale.Il petrolio è sceso a 50 dollari al barile. Mezz’ora a passo d’uomo, un’ora, un’ora e un quarto un’ora e mezza… il traffico è bloccato in ogni punto della Insurgentes, il cielo è grigio e l’aria mefitica. Faccio un esercizio di yoga nella mia mente per evitare il panico e continuo a chiacchierare amabilmente con Eugenio. Un’ora e quaranta, un’ora e quarantacinque. Un’ora e cinquanta e compaiono gli edifici dell’Università. All’interno dell’edificio protetto da immense lastre di cristallo riprendo a respirare lentamente, la testa mi gira e fra un’ora debbo parlare. Alle cinque del pomeriggio l’anfiteatro comincia a riempirsi, vado in bagno, mi sparo cortisone nella garganta, entro, mi siedo. Il panico da asma si dirada, la voce viene fuori a fatica, tremula all’inizio poi più sicura. Parlo per un po’, poi inizia la discussione.

Stiamo vivendo l’agonia del capitalismo neoliberale, e nella fase che viene non c’è più spazio per la democrazia, non c’è più spazio per i diritti umani. Il capitalismo finanziario a questo stadio assume la faccia del crimine sistematico. Quel che accade in Messico, dove un pugno di grandi imprenditori controlla un esercito di narco-proletari salariati per seminare il terrore, è solo una variante di quel che accade in ogni altro luogo del mondo. Chi sono i cosiddetti Narcos, chi sono gli Zeta? Nient’altro che neoliberisti coerenti, neo-darwinisti sociali radicali.

Emerge dovunque un nuovo settore di produzione: produzione di terrore, produzione di violenza e di morte. Dai deserti della mezzaluna fertile alle montagne del Beluchistan, dal corno d’Africa alla Nigeria petrolifera, milioni di giovani si arruolano negli eserciti del necro-capitale. Daesh è una corporation globale che dà un salario di 450 dollari a disoccupati inglesi francesi austriaci egiziani e tunisini. E il cartello di Sinaloa come Los Zetas sono corporation che funzionano esattamente alla stessa maniera di Blackwater, o della FIAT. Sergio Marchionne fa lo stesso lavoro di Al Baghdadi e del Chapo Guzman.

Ni vivos ni muertos è il titolo di un libro di Federico Mastrogiovanni, un giornalista italiano che da molti anni vive in Messico. Il libro, che attualmente è in traduzione per DeriveApprodi, descrive i settori di intervento dell’impresa criminale, che non si limita più unicamente alla produzione e distribuzione di droghe, ma punta a investire nel settore dello shale gas: il Messico ha ingenti riserve di questo nuovo tipo di petrolio, e per poter sfruttare queste riserve occorre allontanare la popolazione da territori come il Tamaulipas. Decine di migliaia di donne sono costrette alla prostituzione, migliaia di uomini sono sequestrati per lavorare gratis in miniera.

Oltre agli schiavi, sequestrati obbligati a lavorare fino alla morte, ci sono diversi strati criminali. Si fa presto a dire narco, come se si trattasse di un mondo omogeneo, senza distinzioni interne. Difficile dire quanti siano i lavoratori del narco, quante decine o centinaia di migliaia siano impiegate a importare, raffinare, distribuire, esportare controllare. Quel che è certo è che ci sono i narco-proletari e i narco-profittatori.

I primi, abitanti dei quartieri poveri e autocostruiti, ex-operai e immigrati di diverse parti del Messico, discendenti di comunità indigene e in generale morenos. I secondi, imprenditori e politici della classe alta, in generale bianchi o gueros. Gli uni e gli altri sono armati, naturalmente, ma ben diversa è la vita che vivono i primi e quella che vivono i secondi. I narco-proletari debbono fare i conti con le azioni della polizia federale, della polizia statale, dell’esercito, della marina, infiltrati dal narco-capitale, ma talvolta imprevedibili. I narco-profittatori sono protetti da eserciti personali, e i loro rapporti di alleanza sono continuamente rinegoziati con le élites politiche e militari.

Il settimanale Proceso ha rivelato che la polizia federale è responsabile dell’aggressione contro i normalisti, ci sono registrazioni audio e video che lo provano. L’ondata di proteste è ripresa dopo le rivelazioni del Proceso. Questa onda di movimento delle città messicane, non diversamente dall’onda che attraversa le città nord americane, sembra determinata e inarrestabile, ma al tempo stesso priva di una direzione verso la quale andare. Una strategia realistica, un obiettivo unificante per il momento non si vedono.

A metà dicembre a New York cinquantamila persone hanno sfilato gridando I can’t breathe. Lo stesso è successo a Washington e in molte altre città americane. La supplica disperata di Eric Garner è diventata la parola d’ordine di un nuovo movimento, che pare consapevole del fatto che il pianeta è entrato nella fase finale dell’agonia.

In Messico, il rapporto di forza con il potere narco-liberista, è drammatico. Morir en Mexico, un libro di John Gibler, mostra che il potere narco-liberista è un pilastro essenziale del sistema finanziario globale e costituisce insieme al petrolio (Pemex è stata recentemente privatizzata e offre al ceto narco-finanziario un nuovo terreno di investimento) la principale fonte di reddito di questo paese. Il libro di Gibler fornisce informazioni impressionanti.

«Il governo federale messicano stima che i narco-trafficanti abbiano guadagnato più di 132 miliardi di dollari tra il 2006 e il 2010. Il capo più ricercato, el Chapo Guzman, è regolarmente nella lista dei miliardari pubblicata da Forbes. La prima volta che il suo nome apparve sulla lista che elenca i più ricchi finanzieri e capitani d’industria della terra, (il 2009) la rivista scrisse che la fonte della sua fortuna erano i trasporti».

La pubblicazione del nome di uno dei più efferati assassini del nostro tempo sulla rivista in cui compaiono i business leaders della terra è così eloquente che non occorre commentarla. Forbes dovrebbe introdurre una novità nelle sue pubblicazioni: accanto alla lista dei più ricchi potrebbe anche pubblicare una classifica delle migliaia di persone che ogni business leader ha ucciso, o fatto uccidere dai suoi salariati. La lettura del libro di Gibler è scoraggiante. Diversi giornalisti messicani intervistati spiegano benissimo che sul crimine è possibile informare solo in una maniera che non irriti troppo i narco-imprenditori.

«Non è necessario che qualcuno arrivi in redazione per minacciarti» - dice Javier Valdez Cardenas, giornalista e fondatore di Riodoce - «questa situazione in sé è una minaccia. È come se qualcuno ti puntasse continuamente una pistola alla tempia. I narco controllano gran parte del paese, controllano i governi e controllano le redazioni. Quando scrivi un articolo non pensi al tuo editore. Non pensi al tuo capo redattore. Non pensi al tuo lettore. Pensi al narco, se gli piacerà o se penserà che l’articolo sia un problema, e se magari sta pensando di sequestrarti».

Alla fine della discussione ho assistito a un rito che non mi aspettavo. Qualcuno, in mezzo al pubblico grida: Uno... e qualcuno gli risponde: Dos… poi molti dicono: Tres. Poi tutti urlano all’unisono CuatroCincoSeis… e così continua, in un crescendo che fa venire la pelle d’oca, fino a Quarantatrè, quando le voci di centinaia di persone bellissime, di intellettuali coltissimi, di ragazzi e ragazze, di maestri e maestre all’unisono cantano: Vivos se los llevaron vivos los queremos!

Cosa sta succedendo in Messico? Cosa sta succedendo negli Stati Uniti dove si prepara la dimostrazione nazionale a Washington contro i cimino razzisti della polizia? Forse la chiave di interpretazione sta nelle parole di una ragazza intervistata da una TV nordamericana la sera del 5 dicembre. Con un sorriso dolce e implacabile ha detto: «it’s not about black and white. It’s about life and death». È una questione di vita e di morte. È chiaro che la ribellione contro il razzismo è parte della rivolta, ma l’elemento più profondo è un altro.

È la consapevolezza del fatto che il potere finanziario sta tentando di ammazzarci tutti.Vogliono rendere invivibile la nostra vita, ci stanno spingendo al suicidio di massa. Sequestri collettivi per terrorizzare la popolazione in Tamaulipas, Guerrero. Terrore razzista nelle strade di New York e Los Angeles. Schiavismo per i giovani di Milano e di Madrid. Non è forse evidente che una vita di miseria e di paura, di umiliazione e di solitudine è peggio che la morte?