Semaforo # 1 – dicembre 2016

woman_traffic-300x202Bambine

Gli accademici affermano spesso che sono tra i 30 e i 60 milioni le "ragazze scomparse" in Cina, uccise nel grembo materno o subito dopo la nascita, a causa di due fattori, la preferenza per i figli maschi e i decenni di politica repressiva del figlio unico. Ora due ricercatori negli Stati Uniti e in Cina pensano che potrebbero avere trovato molte di loro (e forse anche di più), sostenendo che in realtà non siano state uccise. John Kennedy dell'università del Kansas e Shi Yaojiang della Shaanxi Normal University hanno pubblicato uno studio affermando che semplicemente potrebbero non essere state registrate le nascite di molte bambine. (…) La coppia si è imbattuta in quella che sarebbe diventata la loro teoria intervistando nel 1996 uno degli abitanti di un villaggio nella provincia dello Shaanxi nella Cina settentrionale. L'uomo aveva due figlie e un figlio e si riferiva alla figlia minore come a "quella inesistente".

Simon Denyer, Researchers may have ‘found’ many of China’s 30 million missing girls, Washington Post, 30 novembre 2016

Bambini

Questo presidente ha il comportamento e gli impulsi di un bambino di nove anni – un bambino problematico di nove anni. Quello che desidera di più è essere amato e ammirato, e quando non lo è, se ne esce con insulti e risentite richieste di scuse. Non ha pazienza e ben poco autocontrollo. Non sa scrivere e non sa leggere. È il nostro nuovo presidente.

Dave Eggers, The years of calm are over. In Donald Trump we’ll have a child at the White House, The Guardian, 2 dicembre 2016

Giocattoli

La prima cosa che ho imparato di Cozmo è che non gli piace a restare fermo molto a lungo. Risvegliato dal sonno, il viso del piccolo robot si illumina e inizia a guardarsi attorno sul tavolo di fronte a me. Un attimo dopo, si accorge che lo sto guardando e mi saluta, dicendo il mio nome con un cinguettio computerizzato. Cozmo, messo in vendita il 17 ottobre, è l'ultimo giocattolo della startup di San Francisco Anki, nata sei anni fa. Ed è anche il tentativo di portare ai consumatori due settori in rapida crescita, la robotica e l’intelligenza artificiale Mentre le aziende grandi e piccole lavorano su entrambi, le applicazioni puntano verso possibili usi nel campo della difesa e dell’amministrazione pubblica. Anki scommette invece che i giocattoli saranno la testa di ponte per introdurre queste tecnologie nelle case. E Gartner prevede che le vendite dei giocattoli intelligenti cresceranno a livello globale dagli 8 milioni di pezzi di quest'anno a 421 milioni entro il 2020.

Lisa Eadicicco, Artificial Intelligence Invades the Home … In Toys, Time, 1 dicembre 2016

Il Semaforo è a cura di Maria Teresa Carbone

E la Cina diventò capitalista

di Lelio Demichelis

Benvenuta tra noi! La Cina comunista ha finalmente conosciuto i dolori del capitalismo, unendosi a tutti noi che viviamo da molto più tempo in questa religione dal culto incessante (Benjamin) che promette il paradiso in terra e che è chiamata abusivamente libero mercato. Anche la Cina si è dunque fatta pienamente capitalista, subendo una pesante crisi, come è regola del capitalismo. La sua passata ambivalenza, quel suo voler essere insieme formalmente comunista ma strutturalmente e antropologicamente capitalista era (per chi è ancora idealista e/o crede nel senso delle parole) davvero imbarazzante e disorientante oltre che contro natura, come se si volessero coniugare gli opposti, far convivere il diavolo e l’acqua santa, ma tutti sappiamo che questo non è possibile. Dunque, bisognava scegliere: comunisti o capitalisti. Come per l’Occidente: democrazia o mercato. Alla fine, nessun dubbio: capitalismo. Che, come ben sappiamo e come ci insegnano ogni giorno media e mercati ed esperti e tecnici, è molto meglio del comunismo. E anche della democrazia.

E così, finito il sogno (ricchezza facile per molti, grattacieli sempre più alti, voler essere prima potenza economica del mondo), anche i cinesi si sono risvegliati in un incubo – come è avvenuto per noi molte volte nel passato, noi che da molto più tempo dei cinesi conviviamo in allegria (l’orchestra continua a suonare per noi) con il capitalismo e le sue crisi e le disuguaglianze che lo fanno vivere e prosperare: perché il capitalismo è dissipativo e distruttivo per natura e ontologia, è evangelico per vocazione (tutto è mercato, nulla al di fuori del mercato, non avrai altro dio che il mercato ), è nichilista per propria teleologia, è omologante e unificante (totalitario) per propria teologia.

[In realtà non sappiamo come finirà il caso-Cina, non sappiamo se il Partito correggerà la sua politica economica, non sappiamo neppure se quanto accaduto è solo l’effetto ovvio e conseguente delle leggi di mercato o se questo nasconde anche – è il mezzo per - una lotta tra correnti all’interno del Partito comunista. E quindi, nel dubbio, proseguiamo in questo nostro modestissimo divertissement.]

Dunque, se sono vere – e non abbiamo motivo per dubitarne - le cronache giornalistiche dei giorni scorsi, dopo il crollo dell’11 agosto e nei giorni a seguire a Shanghai e non solo si sarebbe aperta la caccia al trader e ai funzionari di banca. Se lavorare in borsa era una attività ricercata e ambita fino a poco tempo fa, oggi sembra essere diventata la rappresentazione del disonore sociale, la personificazione della rapacità del capitalismo. “Ridateci i nostri soldi”, gridavano i comunisti-piccoli-capitalisti. “Dove li avete nascosti?”; aggiungendo poi: “La ricchezza non può sparire, trovatela e restituitela al popolo” (citazioni da Giampaolo Visetti, la Repubblica del 26 agosto). Slogan che ci fanno sorridere e ci fanno provare davvero tanta empatia per i cinesi e la loro ingenuità (ma quanti di noi non hanno pensato gli stessi pensieri, dopo il 2007?). Slogan dove la surrealtà e l’ingenuità (appunto: credere che la ricchezza non possa sparire) si confonde con richiami al vecchio e tramontato comunismo ( trovatela e restituitela al popolo!), facendo risorgere quella cosa che appunto è il popolo, scomparso (con o senza maiuscola) invece da tempo dal vocabolario della politica, della sinistra e pure del Partito comunista cinese, restando tuttavia – è la finzione che nasconde la realtà – nella testata del Quotidiano del Popolo. Giornale che ha annunciato la mobilitazione della polizia contro “banche ombra, funzionari sospetti e finanziamenti illeciti” (e 60 le banche clandestine chiuse, 100 gli arrestati e miliardi di dollari sequestrati, seguiti da altre centinaia di arresti, accuse a trader e giornalisti di avere diffuso rumors che avrebbero creato panico e confusione) con (ancora Visetti) sostanziali purghe da anni sessanta.

Crisi cinese che ha messo in allarme i mercati, che temono un rallentamento della crescita dell’economia cinese, il motore del capitalismo globale di quest’ultimo decennio – ed è un altro paradosso: il mondo capitalista dipende dalla salute economica di un paese (anche se solo formalmente) comunista e questo accresce la surrealtà del capitalismo che per crescere si affida al nemico di un tempo – diventato capitalista.

E dunque (e fine del divertissement): Stato o mercato, Stato e mercato oppure lo Stato è il mercato (o viceversa)? Queste le domande che il caso cinese ci dovrebbe porre. Qualcuno ha scritto che la crisi cinese è nata da troppo Stato e poco mercato, che quindi servono altre riforme neoliberiste anche in Cina; ma forse è vero il contrario, quanto accaduto non è stata infatti la vendetta del mercato contro lo Stato (che in Cina ha un ruolo fondamentale, per quanto sia corrotto – ma il mercato non è certo da meno), quanto l’effetto inesorabile della guerra del mercato contro lo Stato (salvo quando chiede allo Stato di salvarlo). In realtà, la Cina comunista e tutto l’Occidente capitalista hanno dimenticato non solo Marx (e molti altri) ma soprattutto la grande lezione di Keynes (che non era un comunista) e che negli anni ’30 del secolo scorso aveva diagnosticato i punti di debolezza del capitalismo, ovvero: instabilità e iniquità. Proponendo quindi, per evitare il peggio, una terapia fatta di redistribuzione dei redditi attraverso la via fiscale (welfare e non solo) e soprattutto – con termine efficace – l’eutanasia del rentier. Dunque: stabilizzare il capitalismo, democratizzandolo; e ridurne le iniquità, grazie al ruolo regolatore dello Stato come soggetto funzionale al perseguimento del bene collettivo e della piena occupazione, limitando le crisi del capitalismo e svolgendo una funzione anticiclica.

Da qui sono nati poi i gloriosi trent’anni post-1945. Invece, l’Occidente e la Cina, negli ultimi maledetti trent’anni di neoliberismo hanno rovesciato la logica keynesiana e hanno sì ridistribuito i redditi ma verso l’alto e non verso il basso; e soprattutto, hanno sostenuto e incentivato il rentier. E il peggio è tornato. Prodotto con ostinata determinazione da un Occidente capitalista e formalmente democratico; e da una Cina capitalista e formalmente comunista.

Pechino a congresso

Simone Pieranni

In Cina è in corso il diciottesimo Congresso del Partito Comunista, che si conclude oggi 14 novembre. Si tratta di un evento storico per diversi motivi: in primo luogo per il passaggio dalla quarta alla quinta generazione di leader. Dai tecnocrati, il potere passa nelle mani di politici che hanno vissuto la Rivoluzione Culturale in modo spesso tragico, o da guardia rossa o da figlio di perseguitato politico, che hanno studiato in Master internazionali e che si ritrovano a gestire la seconda potenza economica mondiale, in un clima di crisi globale. È storico anche perché per la prima volta nella sua vita il Partito è arrivato al Congresso dopo una feroce battaglia interna, diventata pubblica dopo la clamorosa caduta, epurazione e infine espulsione di Bo Xilai.

L'ex leader di Chonging è stato capace di attirare intorno a sé una frangia di opinione pubblica, intellettuali e funzionari definiti «neo maoisti», creando un grave problema per Pechino, sempre più orientata a una gestione collegiale, collettiva, e poco propensa a un ritorno al passato maoista. Bo Xilai, a seguito di uno scandalo che ha coinvolto anche la moglie condannata all'ergastolo per l'omicidio di un britannico, sospettato di essere una spia, è stato epurato come nelle migliori tradizioni del Partito, accusato di violazioni disciplinari e altri crimini.

Secondo molti osservatori il suo siluramento politico è stato dovuto anche alla creazione da parte del «principino rosso» del cosiddetto «Modello Chongqing»: una forma di sviluppo capace di attrarre investimenti stranieri, molti strappati a Pechino e Shanghai, e una politica sociale fatta di alloggi popolari, sostegno alle fasce più povere con un intervento massiccio dello Stato, unite a una retorica e nostalgia maoiste e a una feroce campagna contro le triadi locali. «Canta il rosso picchia il nero» è il motto di Bo Xilai, capace di crearsi un seguito popolare come nessun altro attuale leader cinese. Troppo ego per i burocrati pechinesi.

La caduta di Bo però ha alzato un polverone: se prima di Bo Xilai eravamo abituati a leggere le storie interne del PCC come uno scontro tra «principini» e «tuanpai», gli appartenenti alla Lega dei Giovani Comunisti, oggi tutto appare più sfumato: rimangono i principini, figli dell'aristocrazia cinese, divisi tra cricca di Shanghai, con a capo il vecchio Jiang Zemin, quelli fedeli al nuovo e futuro presidente Xi Jinping, i neomaoisti, che nonostante le epurazioni sembrano ancora forti, i riformisti che seguono Wen Jiabao, la Lega fedele a Hu, e i riformisti liberali più vicini a Wang Yang, che gli ultimi rumors danno però fuori dall'Ufficio Politico.

Fazioni politiche unite dalla stessa visione partitocentrica, ma che si dividono sull'economia. Durante il congresso infatti è emerso chiaramente che nell'ambito del partito comunista cinese si danno due tendenze trasversali, riassumibili in uno scontro aperto tra chi sostiene le grandi aziende di Stato e chi invece spinge per liberalizzazioni in molti settori. Secondo dati ufficiali ripresi dalla Reuters, le State-owned enterprise (Soe) pesano ancora per oltre la metà della produzione e dell’occupazione nazionale in Cina. Nel Partito c'è chi spinge per liberalizzazioni ma c'è altresì una sacca di resistenza molto importante da parte di chi sulle industrie di Stato ha campato e si è arricchito.

Nell’ultima ondata di riforme delle aziende di Stato negli anni Novanta, vennero istituite società per azioni a partecipazione statale e molte sono state quotate in borsa. Le aziende di Stato subirono un cambiamento radicale, passando da grosse perdite a grandi profitti. Tuttavia, studi di economisti cinesi dimostrano che i profitti delle aziende di Stato «provengono principalmente da politiche favorevoli di cui godono per ottenere terreni, prestiti, sussidi governativi e altri vantaggi». Nel 2008 i dipendenti delle aziende statali monopolizzate - energia, elettricità, telecomunicazioni e tabacco - rappresentavano solo l’8% dell’occupazione totale nazionale, mentre i loro stipendi pesavano per il 50% del paese intero.

Lo scontro è aperto, quindi, con un dato importante da considerare. Attualmente, nel comitato centrale del Partito ci sono infatti 23 tra amministratori delegati e presidenti di grandi Soe. Ed ecco l’importanza del Congresso: le nomine infatti non saranno solo apicali, ma sulla base di chi guadagnerà posti rilevanti, a cascata, seguiranno altre nomine. Se l’equilibrio cambia, la Cina potrebbe riservare alcune sorprese inaspettate, come sperano i liberali, con le inevitabili ricadute per l'economia del paese e quella mondiale.

Intrattenere è glorioso: la videocrazia cinese

Simone Pieranni

I cinesi hanno un nome per ogni cosa con rigorose caratteristiche locali. Le fiction che risultano essere gradite al partito si chiamano Socialist mainstream melody (shihui zhuyi zhuxuanlu). Quello che non volevano i governanti cinesi invece, era scritto molto chiaro, senza lesinare parole: «Non vanno bene le fiction che non descrivono lo spirito coraggioso dei “lavoratori-contadini-soldati” e degli intellettuali durante il Periodo delle riforme in modo colorato e vivo e che si perdono dietro storie d’amore invogliando anche i rapporti extraconiugali». Anni Ottanta, quando la Cina stava per mettersi ai blocchi di partenza, dopo aver visto la morte di Mao, la fine della Rivoluzione culturale e l’arresto della Banda dei Quattro: Deng Xiaoping pronto a riportare il paese a essere la Terra di Mezzo. Leggi tutto "Intrattenere è glorioso: la videocrazia cinese"

Gli alberi più alti attirano il vento. La potatura dei gelsomini in Cina

Simone Pieranni, Matteo Miavaldi

Il tentativo di esportazione floreale sull’asse Mediterraneo-Cina, a quasi due mesi dai deludenti gelsomini di Pechino e Shanghai, ha portato con sé conseguenze inaspettate. La chiamata alla rivoluzione indirizzata alla società civile cinese non solo si è drammaticamente scontrata col pugno d’acciaio della repressione, ma ha saputo risvegliare il can che dormiva, inaugurando una stagione di fermezza nemmeno paragonabile al repulisti del periodo Liu Xiaobo. In un mese e mezzo, complice un calendario del dissenso particolarmente denso – capodanno tibetano e anniversario rivolte di Lhasa, Pasqua, aspettando piazza Tian’anmen – e l’intensa attività in rete di supporto alla speranza di protesta, le autorità hanno inanellato una sequela di arresti col solito modus operandi da Anonima Sequestri. Leggi tutto "Gli alberi più alti attirano il vento. La potatura dei gelsomini in Cina"

Sulla soglia dell’attimo

Francesca Coin

La parola Kifaya deriva dal verbo arabo Kafa e significa “bastare”. Kifaya significa basta, abbastanza, “è troppo”. Kifaya è stato lo slogan delle manifestazioni egiziane. I manifestanti associavano la parola ad Hagra a significare che avevano sopportato abbastanza povertà,  autoritarismo, umiliazione. Queste parole, scrive Tahar Ben Jelloun, sono state gridate al Cairo, a Beirut, a Damasco. Della stessa parola aveva parlato nel 2005 William Safire quando dal Cairo al New York Times scriveva: “poverty, torture, corruption”: “Kifaya, kifaya, kifaya”. La parola “basta” ha un significato chiaro: esprime una condizione di saturazione, di esasperazione. “Basta” significa che non ci sono più riserve di energia emotiva o fisica da offrire, ma che si è arrivati, in qualche modo, al limite. Leggi tutto "Sulla soglia dell’attimo"

Distopie da Nobel: ovvero come sarebbe potuta andare, alla luce dei recenti fatti

da Pechino Matteo Miavaldi, Simone Pieranni (China-Files)

Sono passati due mesi, ed è ora di tornare a Pechino. Dopo la fiammata di metà ottobre che aveva portato il premio Confucio per la pace alla ribalta internazionale tra accorati appelli, vibranti proteste ed un eloquentissimo chissenefrega delle alte sfere di Washington, la parabola del premio è destinata forse a raggiungere l’apice proprio venerdì 10 dicembre, con una sedia vuota. Senza perdersi nell’ovvio, nella sacrosanta causa della libertà d’espressione, del rispetto dei diritti umani, prima della premiazione in contumacia è necessario raccontare cosa sia successo. Prima e dopo l’ormai famoso 8 ottobre.

Attaccato dai media, descritto come una sorta di diavolo contemporaneo, deriso dileggiato, attaccato finanziaramente, isolato, censurato, infine arrestato. Julian Assange è stato nominato primo premio Confucio per la pace, istituito da Pechino per contrastare il Nobel, ritenuta un'arma del soft power americano. Leggi tutto "Distopie da Nobel: ovvero come sarebbe potuta andare, alla luce dei recenti fatti"