La Coop, chi?

Augusto Illuminati

Prendiamolo alla lettera, il motto: la Coop sei tu! Come l’hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frère che apre i Fiori baudelairiani. Se sei tu, devi condividere senza ipocrisia, per fraterna similitudine, i miei vizi. Oppure prenderne le distanze, denunciare quello di torbido che è in me ma forse anche in te.

Ha un bel dire il dott. Poletti, presidente di Legacoop, che essa «è un’associazione che rappresenta le cooperative e quindi non è titolare di alcuna attività di gestione» (19.12.2013), o che le singole aderenti si muovono secondo canoni di mercato applicando le regole contrattuali vigenti: allora è ingannevole sostenere che le coop hanno una marcia “sociale” in più.

Non si può lucrare un vantaggio emotivo politicamente qualificato facendo le peggio cose che fanno gli altri, non è insomma il normale rincalzo che acquisisce la Coca Cola dalle festività natalizie. Legacoop con quello slogan fa appello a uno schieramento politico o morale e si sottopone dunque a una verifica supplementare, se scivola su quel terreno. Oppure, ammette di essere come tutti gli altri, rinuncia alla spocchia a buon mercato e si appiattisce sul senso corrivo in materia di migranti, affari, regime contrattuale, cioè la guerra fra poveri e l’ammirazione per il merito/successo di chi la sfanga speculando sui contributi assegnati ai migranti ristretti nei Cie, sugli appalti di grandi e piccole opere, sui bilanci bancari e assicurativi.

Questo si ricava dai giornali e dal web, ma vorrei soffermarmi su una piccola storia vissuta in diretta. L’occupazione della Scup a Roma, via Nola 5 – palestra, sale studio, ludoteca infantile, mensa sociale, ecc.– si è ritrovata per controparte non il Demanio e la Fip, che ne gestisce la valorizzazione, e neppure la società fittizia F&F immobiliare cui aveva ceduto l’edificio per far cassa, ma la potente Unieco, holding di decine di cooperative “rosse”, oggi uno dei dieci principali general contractor italiani.

Dopo un primo sgombero e rioccupazione, si è aperta una procedura giudiziaria, nel cui corso la struttura cooperativa ha negato di avere a che fare con la società fantasma di cui sopra, mentre usciva fuori che in realtà la Unieco, sull’orlo del fallimento, si sta impegnando con le banche a modulare il debito dismettendo beni immobiliari per 142 milioni di euro, fra cui probabilmente l’edificio Scup.

Fioccano le smentite, s’intende, come per Lampedusa, gli altri Cara gestiti da Cono Galipò e le numerose vertenze per contratti irregolari dei dipendenti, con le consuete caratteristiche di opacità e scatole cinesi che consentono di scaricare la responsabilità per li rami. Cooperazione e socialità in questo caso vanno poco d’accordo...

Non voglio entrare nel merito di singole controversie e scandalizzate deplorazioni, ma solo registrare un’impressione: il pieno adeguamento alle dinamiche neoliberiste, con il ricorso a tutti gli espedienti di flessibilizzazione e sub-appalto, esprime una stridente contraddizione fra pratiche effettuali e ricordi evocativi della primitiva missione. Coop, chi? Non puoi operare come Walmart e fingerti Onlus, sfruttare legami privilegiati con le amministrazioni locali di sinistra e agire nel solco del mercato e della precarizzazione.

La Coop sei tu suona derisorio nell’orrore di Lampedusa o nell’ordinaria prassi di un lavoro domenicale di fatto obbligatorio. A meno che quel tu implichi la complice omologazione dell’interlocutore, il popolo coop, alla medesima rassegnata logica dell’impoveritevi e buttate dalla scialuppa chi si aggrappa.

Il ruolo delle cooperative rosse, bianche e delle strutture cielline nel trasformare in affare la gestione dei migranti e dei loro luoghi di segregazione è assai significativo nella governamentalità neoliberista analizzata ne La nuova ragione del mondo di Dardot e Laval, qui già recensito. Il neoliberismo non solo incastra in modo indissolubile funzioni di governo e di mercato, ma costruisce una soggettività auto-imprenditoriale e competitiva, disciplinata e rendicontabile, servendosi di figure intermedie semi-private, che sono imprese a tutti gli effetti ma con parvenze di socialità e magari vantate ascendenze progressiste. Big Society all’italiana.

Ciò consente alle cooperative, in maniera diversa dal riformismo degli albori del capitalismo e poi del fordismo, di prendere l’iniziativa, superando – nella faccia esposta al pubblico, la grande distribuzione – la contraddizione, sempre latente nell’esercizio commerciale, fra promozione edonistica del consumo e salvaguardia del lavoro ascetico dei dipendenti e dei clienti. Luogo elettivo per le tecniche di Pnl (programmazione neuro-linguistica) e di coaching (come imbambolare il cliente e sentirsi realizzati), la vendita che fa leva sull’empatia si completa felicemente con il rinnovo forsennato di brevi contratti oltre ogni limite legale e con salari abbastanza bassi da predisporre a un totale disponibilità per straordinari, festivi e spostamenti di sede secondo i flussi di domanda.

A monte sta l’illusione che la prestazione intermittente costituisca un “percorso formativo”, una soggettività multiforme e potenziata che accoppia gioiosamente management dell’anima e d’impresa, cura di sé e orari di merda, a valle una pubblicità friendly e populista accomoda il cliente sull’impresa, garantendo con il passato la democraticità e con lo slogan la comunanza fra il venditore precario e l’acquirente altrettanto precario e affannato – entrambi interiorizzano la crisi quali imprenditori di se stessi...

Che l’impettita Legacoop o il più casual Eataly di Oscar Farinetti (che strizza l’occhio alla Leopolda quanto la prima, prima di saltare sul carro renziano, al vecchio Pd) vogliano trarne vantaggio è ben comprensibile, che si debba abboccare a tali trucchi aziendali e all’ideologia politica che veicolano – Farinetti in tono sgradevole e vistoso – è tutto da vedere. Bella sfida, comunque, vendere sotto crisi. Merci e illusioni, surplus di prestazione e di godimento. Fantasmi, a breve in saldo.

 

Vol spécial

Davide Gallo Lassere e Marta Lotto

Uno scossone lungo 100 minuti per richiamare lo spettatore dall’indolente torpore quotidiano: Il documentario Vol spécial del regista svizzero Fernand Melgar (realizzato nel 2011 e da febbraio distribuito anche in Italia da Zalab) non lascia scampo. Dopo la sua visione anche le più ostinate o ciniche giustificazioni in salsa realpolitik vacillano inesorabilmente.

Il Centro di Trattenimento Amministrativa di Frambois, una struttura dorata a due passi dalla Ginevra capitale dei Diritti dell’Uomo, cristallizza con nitidezza l’oscenità morale, etica e politica di queste istituzioni totali – senza il rischio di soffermare la critica sugli aspetti che troppo spesso catalizzano rabbia e indignazione: violazione vergognosa dei diritti più elementari, carenze igieniche spaventose, sovraffollamento o sadismo delle guardie. Fiero esempio dell’umanità del trattenimento, al punto da poter esser filmato da un regista impegnato e dichiaratamente critico (si veda il documentario del 2008 sui richiedenti asilo La forteresse), Frambois si configura come una gabbia di cristallo. Così, attraverso lo sguardo della cinepresa, l’idillio del centro più soft, dei migranti più ligi ed educati e degli operatori più comprensivi restituisce in modo beffardo la violenza fattuale di queste scatole nere del presente.

Non un CIE qualsiasi, dunque, sostanzialmente simile agli oltre 250 disseminati per l’Europa intera; bensì il fiore all’occhiello di questi universi concentrazionari. Costato 3,3 milioni di euro alla confederazione elvetica, il centro a cinque stelle di Frambois ha una capienza massima di 25 pensionnaires (ospiti), per ognuno dei quali vengono spesi circa 330 euro al giorno. I migranti in via d’espulsione godono infatti di condizioni speciali: possono muoversi liberamente negli interni dalle 8 alle 21; possono cucinare loro stessi da mangiare, ascoltare musica o fare sport; dispongono di stanze singole, pulite e confortevoli; e sono assistiti da vicino dai membri che compongono lo staff del personale – in tutto 13 unità.

Frambois si distingue per un’impronta smaccatamente neo-manageriale. Tramite tecniche empatiche, vicinanza psicologica e umanizzazione delle relazioni guardie/trattenuti (i quali circolano negli stessi spazi comuni senza restrizioni o misure cautelative) si attua il placcaggio e la normalizzazione delle passioni più conflittuali e antagoniste. Tuttavia, anche in questo contesto ovattato, non mancano all’appello reazioni umane, troppe umane come l’automutilazione, lo sciopero della fame o il tentativo di suicidio.

Aldilà del rompicapo antropologico sulla sincerità emotiva (spontanea o strumentale?) del personale – il quale, in molteplici casi, si scherma dietro un caloroso compatimento (alcuni si definiscono “militanti”) o, più di rado, attraverso lo snocciolamento di fredde procedure giudiziarie – Frambois mette a nudo lo scandalo intollerabile di questi luoghi, in cui vengono risucchiate e frantumate, a due passi dai centri abitati, le norme minime di ogni ordinamento che si pretenda civile e democratico.

Qui, la violenza non sporca i muri di sangue, ma si fissa più sottilmente nella disperazione silenziosa o cantata, nella rabbia impotente, nel rammarico o in una spirale depressiva. Chiunque entri a Frambois ha il destino segnato. Due le opzioni: essere scortati all’aeroporto e scegliere liberamente di imbarcarsi. Oppure rifiutare, rientrare al centro e sparire all’improvviso su un vol spécial senza poter avvisare figli e famiglie, imbavagliati e incatenati in dodici punti per più ore (l’ultima morte per “cause naturali”, sic!, risale al 2010), con il rischio che ad accoglierli nel paese d’origine vi siano le polizie locali. Le diverse sorti sul suolo natio dei respinti (tra cui anche un richiedente asilo politico) sono raccolte nel webdocumentario le monde est comme ça.

Se il destino degli espulsi lascia indifferenti società civile e Stato, in certi casi committente della morte o della tortura del migrante, lo spettatore rimane intimamente coinvolto. Ciò che si osserva non conduce a prendere le distanze, assumendo per strategia difensiva uno sguardo che disumanizza la vittima. Al contrario. La scelta di mostrare gli affetti delle persone, il carattere o le vicende soggettive riconsegna loro la prossimità perduta, piazzando il pubblico dinnanzi all’ingiustizia disarmante vissuta dai protagonisti. (Sulla stessa lunghezza d’onda il documentario di Alexandra D’Onofrio La vita che non cie).

Ciononostante, il film non ha ricevuto assensi unanimi. Definito come fascista dal produttore Paulo Branco in occasione del festival di Locarno, e fortemente osteggiato col motto di documenteur (documentitore) dal partito nazionalista e xenofobo svizzero UDC (il quale ha addirittura tentato, fallendo di poco, di indire un referendum per proibirne la visione nelle scuole), Vol spécial rappresenta un esempio di pedagogia civile impegnata. Oltre 15.000 studenti svizzeri si sono già potuti confrontare direttamente con le sventure dei migranti, rendendosi partecipi in prima persona dei costi umani delle politiche immigratorie. Senza commenti, musiche ed esplicite colpevolizzazioni delle parti in causa, il film crede nello spettatore e ne sprona le capacità critiche.

Elogio dell’indignazione

Augusto Illuminati

Sto male. Sono livido di odio e di disprezzo. Non “io” sto, male, ma detto nel modo più anonimo, vorrei dar voce a un sentimento impersonale, magari di minoranza, ma che me ne frega. Ho tutte le ragioni di star male. Abbiamo, anzi, tutte le ragioni. Anche se è una passione triste, come si fa a non odiare. A non odiare quelli che “sto con Stacchio” (eccetto Stacchio medesimo, che se ne è coraggiosamente dissociato), quelli che “vengono a rubarci il lavoro”, quelli che “aiutiamoli a casa loro”, quelli che “vedi che spalle larghe hanno, facessero le guerre in Africa e in Siria”.

Ci saranno tutte le spieghe sociologiche per interpretare la guerra fra poveri e il white trash, ma sono lo stesso degni di odio. Non tutte le idiozie sono giustificabili, da una certa età in poi i cretini devono farsi carico di quanto lo sono. Anche se è una passione triste, come si fa a non disprezzare. A non disprezzare le persone più “avvedute” che, per carità, loro non vogliono respingere a mare i migranti e soffrono, anime belle, a vederli rinchiusi nei Cie come bestiame, tuttavia discutono animatamente sui giornali e sul web, in parlamento e al caffè Commercio, se è meglio affondare i barconi (vuoti, per carità, o almeno speriamo che lo siano) o bloccare i porti di imbarco, quali pene irrogare agli scafisti e come riconciliare i due governi libici o quali ribelli siriani foraggiare o se selezionare i profughi per religione. Si è perfino rifatto sentire Bertolaso. Bertolaso!

Beninteso, ognuno scaricando le responsabilità di eventuali azioni militari sugli altri: tocca ad Alfano, no ai militari, alla Ue, all’Onu, alla Nato, a Obama, al governo di Tripoli o q quello di Tobruk. E chi è stato così stronzo da rovesciare il bravo Gheddafi? Io? No, tu, ecc. ecc. Idiozia, nausea. Come se i profughi fuggissero perché ci sono gli scafisti e i barconi e non perché sono incalzati dalla fame e dalle guerre. Come se le cause delle migrazioni fossero i mezzi di trasporto e i voraci traghettatori – le start-up del Canale di Sicilia. Come se gente alla disperazione si facesse spaventare dai motoscafi della guardia costiera in mare, dai droni nel cielo e dalle ronde padane una volta arrivati.

Si può essere più ciechi o in malafede? Forse quegli astuti strateghi da lunedì sport sono meglio dei leghisti con le corna o di Joe Formaggio col fucile sotto il letto? Alfano e Renzi con le camicie bianche valgono più di Salvini con la felpa? Si chiacchiera di affondamento barconi (con i droni, di malfamata precisione), blocco dei porti, sbarchi in Libia, controllo dei suoi confini meridionali, si votano decaloghi europei in materia, si sproloquia sull’innocenza delle famiglie ospitate nelle stive dei mezzi affondati (Renzi ha riportato forse lo score più atroce), si tratta con governi-fantasma libici pronti a negoziare soprattutto quanto è in possesso dei loro rivali, si rifinanzia il fallimentare Triton, senza che nessuno abbia il coraggio di additare le cause delle migrazioni e tanto meno di offrirsi di accoglierne le vittime. Sembra che l’unico problema sia se lasciarle morire in mezzo al mare, sulla costa africana, nei deserti interni o a casa loro nel Sahel, in Eritrea, in Somalia, in Siria. Lo chiamano “governare il fenomeno”. Fra velleità marziali, promesse vaghe e rifiuti precisi questo è stato anche il “grande risultato” del vertice UE, che Renzi vanta quasi come la due giorni con Obama, In entrambi i casi le brutte notizie sono rinviate a dopo.

Naturalmente questo affannarsi intorno all’emergenza spinge sotto il tappeto la condizione dei migranti già insediati in Europa e in Italia, se non per le furie della legislazione antiterrorismo. L’allarme Isis serve solo a nascondere la tragedia dei naufragi e a insinuare che i profughi sono sospetti criminali. Zingari in armi. Assurdo, ma intanto quale forza politica si azzarda a misurarsi con la situazione dei richiedenti asilo, con la gestione dei permessi di soggiorno o addirittura con la concessione della cittadinanza secondo lo jus soli? Il solo continuare a parlare di “clandestini” è oggi oggettivamente incitamento e apologia di strage.

Mi correggo. L’odio, la collera, lo schifo di cui parlavo all’inizio in forma non individuale, dobbiamo chiamarli con un nome più preciso e collettivo: indignazione. L’indignazione, ricordiamo Spinoza, è una passione costituente, che trasfigura collettivamente il de-potenziamento dell’odio e ne fa un’arma per combattere le ingiustizie del potere. Non dei capri espiatori scafisti e terroristi (un modo per rigettare la colpa su una parte dei migranti: vedi che non sono “famiglie innocenti”), ma dei governi che chiudono gli occhi, dei populisti selvaggi che sciacallano sui morti, dei populisti ipocriti alla Grillo e Alfano, degli strateghi neo-coloniali che vogliono spartirsi il petrolio della Libia e della Nigeria. E della governance europea che – nell’impossibilità di arginare i flussi esistenti – non trova di meglio che incaricare Frontex di rimpatriare, appunto, i “clandestini”. Un tempo lo avrebbero fatto con gli evasi da Auschwitz o con i superstiti armeni.

La vita oltre le sbarre

Giacomo Pisani

Ieri oltre 700 migranti sono morti in un naufragio al largo delle coste libiche. È la più grande tragedia di migranti, che chiama in causa, oggi più che mai, le politiche di reclusione in atto anche nel nostro paese. I CIE non sono dei lager, in cui ogni momento del giorno e della notte è scandito dalle regole ferree dei sorveglianti. Il CIE è un buco nero, uno spazio senza fondo, un imbuto senza uscita, perché nessuno sa quando sarà espulso. Nei CIE, centri di identificazione ed espulsione, non è come in carcere, la vita dei migranti è poco irregimentata. Sono pochi i doveri che lo straniero deve rispettare. Eppure la maggior parte dei detenuti preferisce ingoiare gli psicofarmaci e i sonniferi, pur di sfuggire a quella gabbia. Perché nel CIE viene meno qualsiasi riferimento, hai perso già tutto, dagli indumenti agli affetti, dalla possibilità di progettare la tua vita alla capacità di comunicare.

Spesso si è soli fra gente che parla lingue diverse, persi in un vortice di incertezza e di paura, perché nessuno sa cosa sarà delle proprie vite. Dopo viaggi estenuanti e mille ostacoli, spesso anche dopo lunghi periodi trascorsi in Italia, in una terra nuova priva di certezze e appigli, finisci lì, in condizioni disumane, chiuso fra delle mura, nella sporcizia e nel degrado più atroce. Perché nel CIE la promiscuità è il fattore più caratterizzante, non c’è un angolo in cui restare soli con se stessi, riconoscersi, proiettarsi in avanti. Nel CIE ogni momento è contaminato dalla sporcizia e dallo stress, che è anche quello di chi sta attorno.

Nessuno è lì ad ascoltarti perché tutti hanno perso la parola, la parola sfugge alla propria intimità perché quell’intimità non c’è più, si è smarrita nei chilometri lontano dalla famiglia e dalla propria terra, dalle proprie abitudini e dalle proprie certezze. Le parole allora diventano prive di significato, meglio cucirla la bocca, richiudersi a guscio e sfuggire a tutto quello che sta attorno.Come hanno fatto alcuni uomini e donne nel dicembre 2013 nel CIE di Ponte Galeria, a Roma.

Il CIE è la soluzione più coerente con l’ideologia dominante, è un confine invalicabile che cancella alla vista l’orrore della disumanizzazione, della cancellazione della dignità e dell’identità. Toglie dalla vista ciò che morde al cuore perché minaccia ciò che di più intimo abbiamo. La certezza di poter stare al mondo e scegliere la propria vita senza che nessuno ci riduca ad animali o oggetti. Forse è stato questo vuoto, il buco nero del dis-umano a far sì che la detenzione amministrativa si sviluppasse sempre più al di fuori del diritto statutario e di scelte legislative intenzionali. L’orrore della detenzione amministrativa degli stranieri si è sempre più poggiato sulle prassi amministrative e poliziesche, sulle scelte di singoli burocrati, su un diritto consuetudinario cresciuto al di fuori della legge.

Per questo oggi nessuno è colpevole. Nessuno è razzista, nessuno vuole attentare alla vita di chicchessia. Semplicemente l’immigrazione è un problema che non riguarda nessuno. Non deve neanche rientrare fra i problemi, deve essere messo fuori dal proprio angolo visuale. Dobbiamo cancellare dalla vista gli scarti che noi stessi produciamo, in quanto funzionali ad una divisione internazionale del lavoro che oggi riarticola modi di produzione e forme di vita a livello internazionale. Confini e frontiere determinano flussi di lavoro vivo e governano la mobilità della forza lavoro producendo tensioni e conflitti. Nel confinamento e nella reclusione si determina allora la produzione di soggettività e la composizione del lavoro dentro le logiche del capitale.

Gli scarti, gli esuberi sbattuti da un confine all’altro devono sparire nel buco nero, perché nell’immigrazione è in gioco il nostro stesso essere ospitati in un mondo che non è il nostro, ma che ci espone a mille eventi e condizioni, a partire dalle quali soltanto possiamo vivere e agire. Nell’ospitalità del mondo esterno è in gioco la nostra stessa esistenza, che è tutt’altro che sguardo assoluto e trascendente su tutto il resto. Il migrante è la sfida più grande all’uomo occidentale, sicuro a casa con la sua famiglia. È un proiettile che mira al cuore delle nostre sicurezze per farci cogliere al fondo del nostro giudizio le basi storiche, contingenti, sempre esposte all’alterità. Sempre in pericolo di crollare, quando l’altro non è ospitale. La vita è sempre segnata dall’altro, e solo assumendo questa irriducibile finitezza è possibile incidere sul reale, dire il mondo, esserci. Senza mai dire “non lo sapevo”.

Dei fenomeni migratori e della Costruzione dello straniero si parlerà a Torino, al Campus Luigi Einaudi, oggi 20 Aprile, nella Sala Lauree Blu. Gli ospiti saranno Alessandro Dal Lago, Donatella Di Cesare e Luigi Pannarale. Ad affiancarli due giovani discussants, Alessandro Campo (Università di Torino) e Alberto Martinengo (Ricercatore all’Università di Milano). L’incontro è organizzato dal CEST- Centro per l’Eccellenza e gli Studi Transdisciplinari, nell’ambito della Biennale Democrazia.