Cosa c’è sulla punta della forchetta?

chinese-tomatoes

Alberto Capatti

Stefano Liberti, nei Signori del cibo, iniziava la sua analisi dell’industria alimentare globale dai 700 milioni di suini allevati in Cina e ogni anno mangiati da un miliardo e trecento milioni di cinesi. Christophe Brusset affronta l’altra faccia della globalizzazione, il vasto traffico in Cina di maiali trattati con clenbuterolo che porta nel novembre 2011 alla condanna di un centinaio di persone «tra cui una alla pena capitale» e lo smantellamento, nel marzo 2013, della mafia del maiale nella regione di Shanghai, che smerciava carne di animali morti di malattia. Proprio dal «pericolo giallo» Brusset, dirigente di alto livello nel settore agroalimentare francese, inizia la sua inchiesta sulla produzione industriale e sul supermercato degli alimenti. Non c’è alimento che prima o poi sfugga a tale megaindustria, e l’editore italiano evidenzia «il concentrato di pomodoro (i cui arrivi dalla Cina sono aumentati del 379% nel 2015 per un totale di 67 milioni di chili)». Pomodoro? Diciamo piuttosto un concentrato prevedibile solo nel prezzo, del 20% inferiore e di qualità variabile, con partite marce da barattare e recuperare o eliminare. Brusset si reca nello Xinjiang, a Urumqi capitale della regione del pomodoro, visita uno stabilimento «interamente pilotato tramite computer e con attrezzatura italiana Rossi e Catelli», tutte fabbriche che «sono state equipaggiate da industriali italiani che si fanno pagare in concentrato, una specie di moderno baratto che conviene a tutti». Discussione all’ultimo centesimo sulla partita marcia, compensata dall’acquisto di altre per 1000 tonnellate, sino ad arrivare a un accordo. Strette di mano e saluti. All’uscita una fila di trenta, quaranta camion, con cassoni di pomodori freschi che fermentano nell’attesa. Conclusione di Brusset: «adesso so da dove viene il mio concentrato marrone di pomodori marci».

È un caso fra tanti, di salami, di pepe, di miele, di marmellate di fragole senza fragole, che coinvolge le importazioni dall’Asia, India o Vietnam, il riciclaggio europeo dei prodotti, i trattamenti industriali e la loro ricertificazione. Storia di truffe ? Per nulla, perché tutto deve essere in regola ed esibibile agli organismi di controllo. Ed è così che l’origano turco, il kekik (5 euro al chilo) diventa una miscela con il sommacco (2 euro al chilo), e il tutto infiorerà la pizza. Prima il prezzo, poi il prodotto e infine la qualità. Se Stefano Liberti osserva dall’alto l’industria alimentare che distrugge il pianeta, Christophe Brusset la vede dall’interno: giochi al ribasso e additivi al rialzo, con lo stesso risultato. Lo zafferano, la spezia più costosa, viene contraffatto – in Marocco – con i petali di cartamo, con fibre vegetali o con il bianco di zafferano ricolorato (solo la parte rossa dei filamenti è zafferano, mentre la loro base bianca non merita tale appellativo). Evitare dunque, quello in polvere e attenzione ai filamenti! Ma l’abbiamo inventata noi, questa truffa? Non esattamente. Busset non lo ricorda ma «safranier», da «safran», sin dal XVI secolo si diceva, in Francia, del truffatore e del bancarottiere. Il commercio e l’industria delle spezie porta con sé questa eredità e non se ne libera, anzi ne perfeziona gli esiti, confezionandole in bustine e barattolini accattivanti, suggestionando il compratore con colori e idee di profumi. L’imbonitore sensoriale non bisogna cercarlo lontano, basta spingere il carrello in un qualsiasi supermercato.

Il gioco del prezzo al ribasso – ribasso della qualità – ha proprio lì la sua borsa dei valori. Busset dà dieci consigli: controllare le origini, evitare le superpromozioni, privilegiare le grandi marche, evitare polveri e puree, ricontrollare tutto ecc. ecc. Uffa, ma quando finirà questa spesa, dopo aver letto etichette su etichette, date di scadenza e marchi? Mai, perché il supermercato accende e spegne continuamente l’immaginazione e lascia aperto il dubbio, anche se è facile liberarsene cedendo a una offerta scontata (dietro la quale sta una competizione, anzi una battaglia a colpi di euro, fra chi produce e marca, e chi espone, rimarca e vende).

La nostra storia presente ha origini antiche come lo zafferano. Ma ha pure un impatto certo sul futuro, come quello dei 700 milioni di maiali cinesi. Non è solo una questione di salute e benessere, ma di immaginazione. Perché per rifiutare un supermercato occorrono l’orto, il chilometro zero, i GAS, Slow Food e Terra Madre. Cristophe Brusset fa il bilancio segreto della truffa globale. Per prenderne atto a nostra difesa, dovremo istruirci, essere occhiuti e avere fantasia.

Christophe Brusset

Siete pazzi a mangiarlo! Un manager dell’industria alimentare svela cosa finisce davvero sulla nostra tavola. E spiega come difendersi

Piemme, 2016, 228 pp., € 16,90

alfadomenica #2 – dicembre 2016

Oggi su alfadomenica:

  • Alberto Capatti, Cosa c'è sulla punta della forchetta?Stefano Liberti, nei Signori del cibo, iniziava la sua analisi dell’industria alimentare globale dai 700 milioni di suini allevati in Cina e ogni anno mangiati da un miliardo e trecento milioni di cinesi. Cristophe Brusset affronta l’altra faccia della globalizzazione, il vasto traffico in Cina di maiali trattati con clenbuterolo che porta nel novembre 2011 alla condanna di un centinaio di persone «tra cui una alla pena capitale» e lo smantellamento, nel marzo 2013, della mafia del maiale nella regione di Shanghai, che smerciava carne di animali morti di malattia. Proprio dal «pericolo giallo» Brusset, dirigente di alto livello nel settore agroalimentare francese, inizia la sua inchiesta sulla produzione industriale e sul supermercato degli alimenti. Leggi:>

  • Milo Adami, Fuori dalla scatola neraUna piccola ma peculiare mostra ha esposto a Firenze la molteplicità di codici, formati e tematiche nelle quali si orienta oggi il multiformato delle immagini in movimento digitali. Il curatore Leonardo Bigazzi ha scelto come luogo espositivo non una galleria bensì il Cinema Teatro La Compagnia di Firenze, edificio convertito in teatro nel 1987 da Adolfo Natalini – tra i protagonisti dell’architettura radicale degli anni Settanta – e da poco meno di un mese tornato in attività come sala dedicata al documentario e al cinema d’artista. Il titolo della mostra, VISIO. Outside the Black Box (letteralmente «fuori dalla scatola nera») allude a un dibattito che negli ultimi vent’anni ha coinvolto artisti, critici e studiosi portandoli a interrogarsi su quali siano oggi i contesti, espositivi e non (gallerie, musei, cinema, biennali, spazi urbani) nei quali esibire i continui sconfinamenti che da un medium all’altro attraversano le immagini in movimento. Leggi:>

  • Antonella Sbrilli, Giochi alfabetici / Intitolati:  Inauguriamo la rubrica dei giochi alfabetici con una sfida a rintracciare il nome di un artista reale, anagrammando il titolo di una mostra immaginaria. Passeggiare per le strade di un centro storico o di un quartiere accanto a unaccademia e fermarsi davanti a una galleria darte. Leggere il tamburino delle mostre nellinserto di un giornale domenicale. Scorrere lelenco delle esposizioni in corso proposte da un sito specializzato. Leggi:>
  • Semaforo: Calcoli - Giocattoli - Robot. Leggi:>