Istruzione e democrazia. Intervista a Tullio De Mauro

In occasione del ciclo di incontri Per Tullio De Mauro, che si tiene in questi mesi presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, riproponiamo una intervista allo studioso scomparso due anni fa, pubblicata su Alfabeta2 (edizione cartacea) nel settembre 2011. Il prossimo appuntamento del ciclo è previsto per mercoledì 20 febbraio. Emanuele Banfi parlerà dei Linguaggi della sopraffazione: ovvero i 'don Rodrigo' di ieri (e di oggi...)

Giuseppe D’Ottavi e Christian Raimo

Che cos’è un’intervista sulla scuola?

Parlare di scuola significa parlare di come una società se ne occupa. Isolare i problemi degli insegnanti, degli alunni, delle strutture o dei programmi dal contesto è fuorviante. Concentrarsi su singole porzioni di questo insieme complicato e strutturalmente interrelato con le diverse classi sociali e con l’impegno (o il non-impegno) dei gruppi dirigenti mi sembra sbagliato in linea di principio.

Il campo di gioco è proprio questo: la scuola come luogo di incubazione e consolidamento di democrazia.

Eh, magari. Se democratico è il mandato, o se comunque la scuola riesce a sviluppare una sua iniziativa in questo senso. Quest’anno mi è capitato di esaminare molti progetti interessanti che ripercorrono la nascita della Costituzione e la storia della scuola di allora. Naturalmente la scuola degli anni Quaranta era una scuola che non è stata priva di responsabilità nella formazione di una coscienza antifascista presso piccoli, anche piccolissimi gruppi, grazie a un certo numero di insegnanti illuminati; nel complesso però era una scuola irreggimentata, che incubava non la democrazia, ma la fedeltà al regime e alla patria fascista. La scuola può essere tutto: dipende da come viene orientata o costretta a orientarsi.

Qui arriviamo a toccare il tema del suo scambio recente con Paola Mastrocola sulle pagine del «Corriere della Sera». L’orizzonte sembra lo stesso: una concezione della scuola come depositaria del Sapere, a fronte di un’idea di scuola il cui compito primario invece sia quello dell’inclusione sociale.

Paola Mastrocola esprime con molta ingenuità e chiarezza quest’idea della scuola come trasmissione: dice che dei suoi venticinque alunni, ventiquattro sarebbe meglio che andassero a spasso e uno è bravo. Demonte (il cognome lo fa lei stessa) è bravo perché quando risponde – racconta Mastrocola – ripete esattamente le parole che ha usato lei. Ecco, questo è un ideale di insegnamento non raro purtroppo, ma che oggi quasi nessuno confesserebbe così candidamente. Pietro Citati ha lodato il libro di Mastrocola perché – sostiene – riporta in auge la scuola come deve essere fatta; Cesare Segre, accademico dei Lincei, l’ha esaltata perché farebbe giustizia – finalmente! – delle malefatte di due figuri che hanno ferito a morte la scuola italiana: Gianni Rodari, che avrebbe trasformato le prime elementari in classi di stupidotti che non fanno altro che giocare, e don Lorenzo Milani che avrebbe devastato l’apparato formativo italiano. Quindi Mastrocola è tutto tranne che sola, anche se si presenta come un guerriero solitario, «Orazio sol contro Toscana tutta»... invece proprio Matteo Renzi, in una delle sue esternazioni leggiadre, ha proclamato il suo apprezzamento per il libro di Mastrocola tanto da volerlo distribuire nelle scuole fiorentine... che peraltro lo rispediranno al mittente. C’è insomma un senso comune che chiede che la scuola sia trasmissione del Sapere – dalle pagine di Mastrocola sembra di capire che questo Sapere coincida essenzialmente con la Gerusalemme liberata da lei letta in classe con scarso interesse dei suoi alunni, coi quali io solidarizzo di tutto cuore. Tutto questo testimonia il mancato ripensamento in Italia di contenuti e metodi dell’insegnamento medio-superiore. Ripensamento che si sarebbe reso necessario dopo quello che è successo negli anni Cinquanta e Sessanta.

Alla fine degli anni Sessanta Aldo Visalberghi colse un nodo centrale della questione cercando di avvertirci del fatto che con la scuola media unificata si sarebbe aperta una grande corsa all’istruzione e si sarebbe sviluppata la tendenza a inglobare il 100% delle ragazze e dei ragazzi che escono dalla scuole di base (in realtà ci abbiamo messo trent’anni, anzi ancora non ci siamo riusciti). Ebbene, questi ragazzi vorranno in gran parte andare alle secondarie superiori. Ma il ripensamento che si è verificato per la scuola elementare e media ma non c’è stato assolutamente per i licei. Se ne parla dal 1969, quando fu promosso da Visalberghi e da altri pedagogisti un primo convegno su questo tema: come riorganizzare l’apprendimento dei contenuti? Perché non è in questione la Gerusalemme liberata, che può anche essere letta nelle medie superiori italiane, piuttosto: a contenuti fermi – magari integrati, arricchiti a seconda dei casi – quali possono essere le modalità di apprendimento per studenti che vengono, come nel caso italiano, da strati sociali in cui non è mai entrato un libro, un giornale, in cui si parla poco e niente...? Questi ragazzi si trovano nel deserto culturale caratteristico del nostro paese. Occorre insistere perché si dia finalmente l’avvio a un ripensamento radicale.

Tempo fa anche su «Le Monde Diplomatique» si parlava di scuola. Qualche economista sosteneva che l’istruzione di massa degli anni Cinquanta-Ottanta fosse il risultato della fiducia in un capitalismo progressivo e in un’idea di futuro nel quale ci sarebbe stato bisogno di figure professionali sempre più qualificate. Non è andata così, siamo nell’epoca della crisi e da vent’anni ormai si è imposta una tendenza diversa, una polarizzazione delle qualifiche: professionalità molto alte a fianco di competenze molto basse.

L’idea che la conoscenza sia così tagliabile a fette, e che ci siano quindi delle fette basse mangiabili ignorando quelle alte, forse può funzionare per costruire automi, non nella pratica della formazione. Io la penso come Aldo Visalberghi, come Martha Nussbaum e tanti altri, cioè come coloro che pongono il problema della formazione democratica, della necessità di fornire a tutti le capacità di orientarsi nelle scelte di una società complessa che richiede a ognuno un livello di competenza impensabile cinquant’anni fa. Oggi per capire come votare per un piano sulle risorse energetiche di un paese – posto che abbia senso parlarne limitandosi a un unico paese – l’informazione minima necessaria è fuori della portata di buona parte della popolazione italiana, anche dei segmenti più istruiti. L’idea di una competenza alta cui soltanto pochi possono accedere – accademici dei Lincei, fisici nucleari, linguisti di rango internazionale e altri pochi eletti – viene messa in discussione da anni. Oggi se voglio capire che cosa trovo nei banchi del supermercato e cosa mi porto nel frigorifero di casa, per capire l’abc insomma, ho bisogno di livelli di cultura che mio padre – laureato – poteva non avere. Figuriamoci mio nonno. Quando diciamo «ripensamento della scuola media superiore» chiediamo una scuola molto più severa, che sia in grado di servire competenze più diversificate e più complesse di quanto non fosse richiesto anni fa.

Cosa ne è della politica scolastica come grande tema della sinistra?

Storicamente la sinistra italiana ha avuto grandi meriti nel promuovere la riflessione collettiva sui temi della formazione e dell’istruzione, dagli asili nido alle Università. Dopo l’exploit della legge di riordinamento dell’architettura complessiva delle forme dell’istruzione voluta da Luigi Berlinguer, la sinistra italiana è andata progressivamente dimenticandosi questi temi, fino direi all’abbandono completo. Negli anni Ottanta e Novanta Romano Prodi è stato uno dei pochi davvero attenti a questi problemi; ma tornato una seconda volta al Governo se ne è dimenticato anche lui. Nelle amministrazioni locali le cose sono sempre state un po’ diverse – è l’elaborazione centrale che manca.

Chi ha posato lo sguardo sui problemi della scuola in generale ha avuto sempre parole di crisi. Oggi sembra che la retorica sia mutata, e si gridi all’emergenza...

Stiamo parlando dell’Italia però. In termini di punti di bilancio pubblico destinati all’istruzione, la situazione internazionale è incomparabilmente superiore alla nostra: Germania, Francia, Stati Uniti, ma ormai anche Venezuela, Brasile, India, i paesi dell’Est Europa – per non citare la solita Finlandia – si muovono su altri piani rispetto alla catastrofica disattenzione italiana. Si impostano campagne elettorali sui modi d’intervento dell’organizzazione scolastica. I governi conservatori – da Sarkozy a Merkel – hanno un impegno in materia di promozione della scuola che Diliberto, per dire, non si immagina nemmeno...

Allora, da dove riprendere il discorso? Chi vuole fare della scuola il proprio campo d’impegno civile e politico, da dove può ricominciare?

È difficile dirlo. Un buon inizio potrebbe essere quello di far circolare informazione. Sono i dati stessi che mancano, questo è un settore difficile da seguire. Gruppi di pressione: si può provare a costruirli, abbiamo provato a farlo all’inizio del Berlusconi 2. Non bisogna stancarsi. I buoni libri ci sono già, scritti da bravi economisti, quelli del gruppo la voce, Tito Boeri, Daniele Checchi. Questi sanno molto meglio di me come stanno le cose e provano anche a dirlo, ma le loro sono parole al vento. È difficile capire come dare uno scossone. Non ci riescono nemmeno i precari, che sono la carne da cannone di una guerra mancata: una guerra che dovrebbe fare l’opposizione, ma che l’opposizione non fa.

Lei ha sempre legato il suo impegno nel campo della scuola alla ricerca linguistica. L’educazione linguistica come strumento di formazione civile, politica e democratica: un’idea minoritaria ma che è passata. Pensa che questa prospettiva sia ancora vitale?

È un’idea che lentamente ha fatto passi nel mondo. L’idea che l’educazione linguistica sia un pilastro per l’educazione tutta – e anche per l’interazione multiculturale – ha fatto molta strada. Insieme a questa, ha cominciato a camminare la convinzione che una parte dello studio linguistico possa essere fatta guardando ai processi educativi e al ruolo che vi ha il linguaggio. Cosa succederà in Italia è difficile dirlo, perché è in atto un assedio. Tremonti, con le sue idee da fiscalista della cultura, ha in mente uno smantellamento di tutte le strutture di formazione della vita culturale, quasi dell’attività intellettuale in toto.

Il frutto della crisi della scuola secondaria superiore è l’abbandono precoce, alle soglie del diploma. Questa è una condanna a morte che grava sulla giovane generazione e coinvolge tutti i paesi, non solo l’Italia. Italiane sono le dimensioni: da noi 200.000 studenti, un terzo degli iscritti al primo anno, arrivati alle soglie del diploma mollano. Di questi 200.000 due terzi vanno a ingrossare l’esercito dei «bamboccioni», ragazze e ragazzi che non studiano più, non si formano e non lavorano: un danno terribile per l’intero sistema sociale. Si tratta di un fenomeno trasversale, non legato al familismo italiano... anzi per fortuna c’è il familismo italiano, per assurdo, sennò sarebbe la fame... Tutto questo non chiama in causa solo la scuola, ma la mancata riorganizzazione di tutti i corpi sociali.

Questa, che è una faccia della crisi tra le meno visibili, non è in parte compensata da un’educazione di tipo informale che avviene al di fuori della scuola?

Certo, ma va per i fatti suoi e non dà frutti se non c’è una formazione critico-scientifica che ne consenta l’assimilazione. In mancanza d’altro, certo, Internet è una salvezza. I ventiquattro alunni che non ascoltano la Gerusalemme Liberata dalla Mastrocola andranno su Internet e vi troveranno stimoli, notizie, sollecitazioni.

Il nostro lavoro e perché lo facciamo

Federico Francucci

Chi apre Dilettanti (quarta raccolta di racconti di Donald Barthelme, pubblicata nel 1976) si ritrova in una tipografia, nel bel mezzo di una giornata di lavoro convulso. Le rotative sfornano «un ammirevole volume dopo l’altro», ma anche magliette di Alice Cooper e confezioni di fiammiferi per ristoranti; i padroni, William e Rowena, passano il tempo a stretto contatto coi loro operai, ma anziché dirigere o amministrare continuano ad accoppiarsi sotto gli occhi di tutti; ogni tanto la tagliatrice trancia qualche dito ma il lavoro non si ferma: un io verbigerante minaccia di spaccare la faccia a chiunque tenti di interrompere il processo, perché l’arte che soppianterà quella del tipografo, «mi fa piacere dirlo, non è ancora stata inventata».

L’esile rete narrativa del testo viene dissestata dalle sue stesse tecniche costruttive: più che un’autorialità intenzionata si vede all’opera un tipografo che salta da uno stampato all’altro, attento all’inchiostratura più che al contenuto, o una mano armata di forbici che ritaglia e combina «a caso» porzioni di carta coperte di caratteri a stampa. Le discontinuità dell’esposizione e i brutali troncamenti nel mezzo delle frasi o delle parole fanno pensare non a un racconto, ma a un’istallazione ottenuta utilizzando la carta stampata come materiale da costruzione.

Il nostro lavoro e perché lo facciamo s’intitola questo racconto, ma la tentazione di chiosarlo con un doppio sottotitolo, Operai e capitale e Come si agisce, è davvero forte. Potrebbe anche trattarsi di un innocuo giochino, in cui suscitare nel lettore una coscienza metatestuale («questo è prima di tutto un testo stampato, conseguenza di un certo grado di sviluppo tecnologico, frutto di un lavoro organizzato in un certo modo…») non vuole rinegoziare i rapporti tra letteratura e «mondo», ma si limita a un sofisticato e ironico gingillarsi. Buona parte del valore dell’opera di Barthelme sta nel rifiuto di sciogliere i dubbi che produce: vano sarebbe chiederle chiarimenti, professioni di poetica o di fede. Qualche passo indietro, in ogni caso, può risultare di grande utilità.

Nel 1963 Barthelme pubblica su «Harper’s Bazaar» il racconto Florence Green ha 81 anni, che l’anno dopo inaugura la sua prima raccolta di stories, Ritorna, dottor Caligari (primo dei quattro suoi titoli proposti da minimum fax: nella traduzione di Claudio Gorlier nel 2003), così occupando una posizione importante (l’inizio dell’inizio, si potrebbe dire). L’apparenza sconclusionata del racconto, a rileggerlo, lascia spazio al sospetto che la vicenda della vecchia Florence, annebbiata, spesso dormiente, enormemente ricca e quindi tallonata da una quantità di persone, e dell’aspirante scrittore dalle scarse doti che conversa con lei (che è e non è il narratore), rimetta in scena il dialogo tra l’anima e lo scrittore nel poème en prose baudelairiano Anywhere out of the world. Nei suoi rari intervalli di lucidità, infatti, Florence pronuncia sempre la stessa frase: «I want to go to some other country», «somewhere where everything is different» («N’importe où! Pourvu que ce soit hors de ce monde!», gridava l’anima in Baudelaire).

Barthelme mostra di voler riprendere l’eredità della grande letteratura moderna, ma non può farlo che con strumenti e toni del tutto diversi. Non più la dolente richiesta, solus ad solam, del poeta all’anima, ma una cena chiassosa, piena di situazioni assurde, con un ridicolo scribacchino che racconta la sua vita e una vecchia offuscata che straparla e, alla fine, probabilmente muore. Eppure, è ancora dell’anima che si tratta: in un tempo in cui parlarne resta necessario ma non può non essere, anche, ridicolo e insensato.

Spesso ciò che sulla pagina barthelmiana sembra solo una trovata teppistica può essere letta, invece, come aspra allegoria che punta il dito su urgenze non rimandabili. Nel racconto Brain Damage (incluso nella raccolta La vita in città, 1970; traduzione di Vincenzo Latronico, minimum fax 2013) si sostiene che certi fiori blu vadano attaccati alla corrente elettrica. L’incongruità del quadretto si riduce di molto se si pensa a cosa sono i fiori blu nell’Heinrich von Ofterdingen di Novalis: simbolo del simbolo, ossia della forza che può tenere insieme percezione tecnica e percezione poetica del mondo. Collegare questi fiori alla presa della corrente significa trapiantarli in un’epoca diversa da quella in cui sono spuntati: un’epoca in cui, per dirla con McLuhan, l’elettricità è il medium per eccellenza, il supporto di ogni messaggio.

Se nel 1963 Florence Green ha ottantun’anni significa che è nata nel 1882. Proprio come, vediamo un po’, il signor James Joyce. Non credo sia un caso. Nel 1964 Barthelme scrisse per la rivista «Location» un saggio intitolato After Joyce, sul problema di scrivere non solo dopo Joyce ma anche altre grandi figure, Beckett su tutte, che già avevano rielaborato la magnifica, non replicabile lezione del maestro. E diceva che agli scrittori restavano aperte due strade: quella dell’«ostilità» e quella del «gioco» (play).

Si può dire che dal 1961, quando pubblica il suo primo racconto, Barthelme le abbia battute entrambe senza sosta, facendole incrociarsi in mille punti. In Dilettanti, opera di uno scrittore nel pieno della maturità (nato nel 1931, Barthelme è morto nell’89), tali incroci sono operati con una varietà di soluzioni dal sorprendente virtuosismo, che richiede sempre una profonda partecipazione da parte di chi legge. Che non può mai abbandonarsi al cullante tepore della narrazione, ma deve invece restare sempre desto e concentrato: coi sensi, l’immaginazione e l’intelletto. Il medesimo racconto potrà così venire letto, insieme, come finissima e non placata critica delle istituzioni repressive (quanti inquisitori, torturatori, controllori, censori transitano nella raccolta, in apparenza paghi della loro bizzarria: attenzione, lettore, attenzione…); come analisi spietatamente amorevole della vita ordinaria (la coppia, i figli, gli amici, il lavoro…); come esercizio di smagliante immaginazione creatrice di mondi e altrettanto spietato scetticismo che, di quei mondi, rivela l’inconsistenza.

In uno dei racconti più memorabili, Il grande abbraccio, la polarità immaginazione-disincanto viene messa in scena direttamente, o quasi: in un’altra allegoria tanto trasparente quanto enigmatica. Qualcuno comunica una notizia a qualcun altro, e noi non sapremo mai nulla di loro, né conosceremo la notizia. I protagonisti sono l’Uomo dei Palloncini e la Signora degli Spilli. Lui fabbrica palloncini che contengono, o piuttosto sono, storie; lei, tutta coperta di spilli, dice sempre la verità. Sono destinati a incontrarsi. Si può dire che ogni racconto di Barthelme nasca dal loro terribile, necessario incontro.

Donald Barthelme
Dilettanti
traduzione di Vincenzo Latronico e Anna Mioni
introduzione di Christian Raimo
minimum fax, 2015, 174 pp.
€ 11

Il peso della grazia

Angelo Guglielmi

Ho letto il romanzo di Raimo forse senza capirlo. Dicono che è un romanzo sull’amore. Certo, come negarlo; ma l’amore è la forma occasionale della realtà che, per quanto la riguarda, sta altrove. E Raimo in questo romanzo si mette sulle sue tracce e la trova dove non c’è. Se ponete attenzione scoprite che tutti i momenti realistici del romanzo sono pretestuosi e difficilmente credibili: l’incontro del protagonista con Fiora in un pronto soccorso (dove si discute di Omero, Monet e Borges); la scusa della restituzione della tessere di sanità perché il flirt possa avanzare e diventare amore; l’incidente capitato a Fiora in Africa (è accusato di avere travolto con il suv un bambino) per giustificare (quando scopre di essere incinta) l’improvviso fuga dal protagonista disperato; e, massimo dei massimi, il ritrovamento di Fiora attraverso il riconoscimento della targa della sua auto, che l’innamorato ormai sfinito girovagando a caso per la città legge nel camioncino che lo ha superato e ora lo precede. E ne potrei indicare molte altre, pretestuosità e menzogne, sicuro di non essere contraddetto.

È su questo fragile supporto di eventi che poggia, facendoli crollare (togliendogli significato, la realtà (chiamiamolo pure il vero contenuto) del romanzo. La realtà del romanzo è la distrazione del protagonista. È un giovane fisico precario impegnato in una ricerca che lui per primo avverte improbabile: misurare la velocità delle fiamme turbolente (le prime analisi le azzarda in un laboratorio in Finlandia dove per un mese intero non può uscire di casa perché il mondo intero è sepolto dalla neve). È lui stesso a dire: «è come se cercassi un liquido di tipo asciutto». Invitato a un incontro di selezione alla ricerca di un posto di lavoro più stabile, l’argomento che sceglie (e sul quale sarà giudicato) è il fallimento, affascinato dalla voragine che si apre sotto coloro che falliscono, in cui (pur smarrendosi) sperimentano tensioni ignote.

Vaga per i quartieri e le strade della città, senza meta: «mi piace [...] fare turismo umano, osservare le facce delle persone». In qualsiasi situazione si trovi o qualsiasi cosa stia per fare avverte l’urgenza di allontanarsene e pensare ad altro. È continuamente distratto, spinto da uno scavallamento ininterrotto verso ciò che in quel momento non è utile e non c’è. Infinitamente disponibile si incontra (e li aiuta) con i barboni della città (in particolare i poveri polacchi sempre ubriachi) e a un certo punto, già avanti negli anni, si fa cristiano; anche perché (io sospetto soprattutto perché) «il cristianesimo è una religione che cerca di convincerti soprattutto del contrario di quello che pensi. Che dice le cose brutte sono belle. Che i morti non sono morti. Che richiede di amare gli ingrati e i malvagi». E di questo la sua esperienza gli dà continue prove: anche per lui realtà non è mai lì dove è, ma sempre al di là delle occasioni quotidiane nelle quali si scontra e scortica: «Io non sarei felice se non potessi perdere le cose».

Questo personaggio è il più (direi il tutto) del romanzo, impaginato in una storia d’amore con una donna per parte sua stramba (è una nomadelfina), che tuttavia funge da sponda per aprire agli occhi del lettore la figura del personaggio centrale. Del continuo dilatarsi e traboccare, come una bottiglia di liquido effervescente, siamo stati spettatori (anche ammirati). A questo punto il problema per l’autore era riuscire a gestire una struttura narrativa capace di tenere dritta in piedi questa supermagmatica materia. E qui ho qualche dubbio che ci sia riuscito: il romanzo si sfarina, tende a affondare dentro se stesso, perde vita (pure beneficiando degli sforzi della suspence) e procura al lettore più di un momento di noia. Frantumandosi ai margini rischia di diventare una macchia (come una turgida goccia di inchiostro male asciugata).

IL LIBRO
Christian Raimo
Il peso della grazia

Einaudi (2012), pp. 455
€ 21

Un po’ di febbre

Angelo Guglielmi

L’età della febbre è una antologia di testi narrativi raccolti all’insegna del «cogliere il presente». Proposito ammirevole purché lo si intenda come cogliere ciò che si nasconde nel presente. Giacché la superficie del presente appartiene a tutti i viventi: la differenza sta nell’aderenza, sempre scivolosa quando è vissuta come convenienza più che come scoperta. Mi viene questa riflessione proprio pensando ai nostri scrittori che, preoccupati dall’esaurimento di strumenti dell’immaginare e dello scrivere che pure erano stati utilizzati con efficacia fino a quarant’anni fa, si trovano (negli ultimi trent’anni) a pasticciare «non soluzioni» grazie alle quali si illudono di cavarsela (di trovare una via d’uscita).

Il problema che è alla base della scrittura narrativa è la percezione della realtà. Qui non vogliamo tornare a discettare del concetto di realtà: lo abbiamo fatto tante volte (e tante volte evidenziandone la difficoltà) sempre tuttavia convinti di come non siano sufficienti (e anzi profondamente errate – tali da non cogliere nel segno) tanto la pretesa di una definizione ideologica della realtà quanto quella di una sua resa dettata dall’esperienza quotidiana.

I nostri scrittori negli ultimi trent’anni hanno tagliato la testa al toro e considerato «realtà» gli eventi in cui inciampavano ogni giorno (e non è sbagliato, purché se ne colga il peso specifico – che non è quello della bilancia), vivendola nella doppia forma:del racconto cronachistico (ispirato a «fatti» accaduti o inventati) e dell’autobiografia. Bene, a qualcuno è riuscito di fare lievitare la narrazione elevandola ad atto di responsabilità pubblica. Ma più spesso le nostre librerie sono state invase da romanzi a trama gialla (col merito comunque di avere riportato in vita un «genere» che già in passato aveva dimostrato di avere artigli sensibili), e dove c’è l’acqua o il petrolio immediatamente ne avvertono la presenza; molti romanzi giornalistici (che non hanno nessun merito); molti testi di confidenze e confessioni che se sfuggono al pettegolezzo incorrono nell’inconveniente della storia esemplare (sì, inconveniente: un esito difficile da tenere a bada).

Comprensibile è allora che minimum fax (una casa editrice svelta e giovane ) senta il bisogno di intervenire per infondere qualche nuova vitalità e varietà nelle nostre lettere (che oramai sono percepite non si sa perché – anzi ben lo sappiamo – essenzialmente come «narrativa»). Di qui l’antologia L’età della febbre, che raccoglie testi narrativi di scrittori nuovi (anche se alcuni già con qualche pubblicazione alle spalle) di età inferiore ai 40 anni (anzi, fra i trenta e i quaranta). Dunque davvero nuovi giacché appartenenti all’ultima generazione attiva dopo quella degli attuali quarantenni che qualche anno prima (con l’altra antologia La qualità dell’aria, pubblicata dalla stessa casa editrice) si manifestò con testimonianze e prese di parola portatrici di una nuova idea di mondo (oltre che di un nuovo modo di scrivere – che poi è la stessa cosa).

Nel nostro caso, cioè nell’Età della febbre, la mira (senza proclami e manifesti) è meno ambiziosa ma più concreta: «provare a raccontare l’Italia contemporanea, affinando l’attenzione, lavorando sul minimo passaggio» – così dice la bella presentazione di Christian Raimo. Ma è una concretezza apparente, priva di indicazioni effettive (a parte quell’affinare l’attenzione e non molto di più) e in fondo tutta poggiata su aspettative implicite negli esordi (o comunque nei racconti ancora da scrivere). È l’attesa di un risultato prima di esserne una preparazione. Davvero pensiamo che basta avere qualche anno in meno, per dare alla narrativa una nuova (o più robusta) identità? L’impressione è che quel lavorare sul minimo passaggio si riduca a una chiamata d’aggiornamento degli arredi. Ed è proprio questo che accade. Negli undici racconti dell’antologia (dei quali uno a fumetti) certo c’è una maggiore presenza di «digitale» – e il disordine ordinato che comporta (sorprendente l’installazione tecnologica di Emmanuela Carbè); non ci sono spinelli (o coca) se non in Vincenzo Latronico (che il suo felice esordio lo marcò quattro anni fa con La cospirazione delle colombe); non c’è la città e quasi assente è il paesaggio (non c’è suggestione di «bellezza»); c’è una più oliata snodatura di intrecci pur complessi (vedi Claudia Durastanti); non c’è sesso manifesto, finora ingombro (inevitabile) di ogni racconto; c’è un allagamento di chiarità nelle manifestazioni della vita sentimentale sottratta alla minaccia sempre incombente del buio (luminose le bugie di Chiara Valerio).

Dunque si tratta di racconti (e autori) che non si allontanano dai paradigmi (immaginativo stilistici) seguiti dai loro più o meno vicini predecessori, se non per quelli che io chiamo gli arredi cioè lo sfondo su cui si tengono le celebrazioni narrative. A dire il vero dei nove racconti (esempi) dell’antologia uno ( a mio parere) fa eccezione, ed è Il prodotto interno lordo di Giuseppe Zucco. Si tratta di un racconto scritto sul fondo bianco delle mutande di un bambino, sul quale le macchioline marroncine che appaiono ogni mattina vengono lette dalla madre come segnali della vita (soprattutto) interiore del figlio. È una sorta di biografia emotiva, che nel corso del racconto si estende alla condizione dei genitori, e che ha conseguenze anche sul loro matrimonio: di cui quelle macchioline (assumendo forme ogni volta diverse) segnalano i momenti di rottura e regolano gli accoppiamenti pacificatori. È un racconto paradossale e certamente ironico dove tuttavia (e qui è la novità) l’effetto straniante non è ottenuto con lo strumento dell’ironia (da sempre utilizzato per rovesciare i significati attesi) ma con una scrittura oggettiva che racconta quel che vede. Certo trasformare lo sfondo del cielo (sul quale per tradizione si scrutano i movimenti degli astri e si leggono le sorti del mondo) nel fondo di cotone bianco delle mutande di un bambino picchiettate di schizzi di cacca (come stelle) è un’impresa non solita...

Ma a parte questo racconto, che è decisamente un sorpresa, non molto d’altro l’antologia sembra proporci. È che non basta l’età (che certo fa la sua parte) – lo ripeto – a creare nuovi scrittori. È necessario un progetto che indichi una possibile prospettiva. I pochi momenti di svolta, negli ultimi sessant’anni di narrativa italiana (indipendentemente da ogni valutazione di valore), si sono avuti dietro la spinta di un progetto. Così è accaduto col Gruppo 63 (preceduto dal «verri» di Anceschi e dalle sue proposte di nuova poesia); così è accaduto con le tre antologie di Tondelli che, prima ancora di rivelare nuovi scrittori, ha legittimato un nuovo modo di vivere e di esprimersi (finalmente all’aperto lungo i paesi del mondo); così è accaduto coi Cannibali e il loro surrealismo combattente; e così con La qualità dell’aria, col ritorno al racconto a trama non dimentico tuttavia di una sapienza strutturalista e delle esperienze formali più avanzate.

Nell’Età della febbre non c’è progetto ma solo attesa delle novità (che lo scorrere del tempo, eventualmente, potrà portare). E progetto significa riflessione critica sulla situazione di partenza e individuazione di possibili scatti in avanti, nella consapevolezza che possono essere trovati solo in un nuovo modo di scrivere.

Per quel che vale voglio ricordare che qualche anno fa, quando in occasione della celebrazione del Centenario della CGIL mi fu richiesto di organizzare un’iniziativa editoriale in tema di narrativa, non trovai di meglio che scrivere una lettera ai giovani scrittori italiani allora attivi informandoli dell’incarico ricevuto e invitandoli a prendervi parte. La lettera così recitava: «Sono stato incaricato in occasione del centenario della CGIL, che cadrà nel 2006, di raccogliere in una apposita collana tutti i testi (o una significativa selezione) poetici, narrativi e saggistici scritti negli ultimi cento anni sul tema: il lavoro. Questa è la premessa alle cui indicazione mi atterrò ma in cui non vorrei che si esaurisca il mio impegno. Certo frugherò non solo con il pensiero nella letteratura dell’ultimo secolo alla ricerca di titoli sull’argomento ancora oggi significativi come, per citare i primi nomi che mi vengono in mente, Memoriale di Volponi o Donnarumma all’assalto di Ottieri. Più interessante mi parrebbe tuttavia o comunque necessario, non solo per festeggiare il centenario, di unire alla riproposta di testi già editi (che riuniti in una nuova pubblicazione potranno svelare aspetti critico-problematici che considerati uno per uno sfuggono all’analisi) anche alcune opere (specificamente di narrativa) di nuova produzione, ovviamente incentrate sul tema del lavoro.

Ripeto che questa (seconda) parte del mio impegno è destinata a dare un senso più compiuto all’operazione conferendole una giustificazione più alta. E non solo per quel tanto di lustro in più che ne ricaverebbe l’iniziativa celebrativa ma soprattutto perché, oltre le ragioni della celebrazione, l’eventuale produzione di nuovi testi potrebbe significare la rimessa in moto o comunque costituire un nuovo impulso alla ricerca letteraria in un momento in cui non sembra troppo ricca di stimoli. Non potrebbe essere il tema del lavoro, tanto importante per la nostra vita al punto di coincidere così spesso con essa, a rappresentare questo stimolo (magari atteso e finalmente trovato) per sperimentare nuove soluzioni formali, una diversa mobilitazione della fantasia a dar vita a nuovi linguaggi?». Spedii questa lettera a una ventina di scrittori ancora oggi attivi (alcuni nomi per tutti: Covacich, Magrelli, Trevi, Balestra, Ammaniti, Pascale ecc.) e da tutti ricevetti risposte positive e soprattutto di appassionata condivisione. L’impresa poi non ebbe seguito perché le Case editrici che avevano sotto contratto quegli scrittori li scoraggiarono (ché piuttosto si affrettassero a consegnare il romanzo già in programma).

Mi viene in mente: non potrebbe essere, oggi che il problema del lavoro ci investe così drammaticamente, il momento di riprendere quel progetto? Certo metterebbe gli scrittori di fronte a un impegno imprevisto, e forse capace di garantire risultati inattesi.

L’età della febbre. Storie di questo tempo
a cura di Christian Raimo e Alessandro Gazoia
minimum fax (2015), 328 pp.
€ 16