Marco Scotini, Urla contro la fabbrica loquace

Gabriele Sassone

Scotini_Chto DelatDi spalle, almeno una dozzina di persone. Stanno in piedi davanti alla facciata di un palazzo, nel rumore ordinario della città, rispettando la posizione e indossando dei cartelli bianchi. Stacco. Un uomo con gli occhiali si volta: “L’ingiustizia oggi cammina con passo sicuro”, dice il suo cartello scritto in cirillico.

Il frame iniziale di Angry Sandwich People, il video del collettivo russo Chto Delat/What is to be done?, che trasforma la protesta in un happening urbano, apre le porte, già in copertina, verso il lungo itinerario con cui Marco Scotini conduce il lettore dentro la fabbrica dell’arte contemporanea. Una fabbrica connotata innanzitutto dal riuscito neologismo che intitola il volume, Artecrazia.

Tre sezioni – dedicate alle esposizioni, ai pubblici e agli schermi – organizzano i ventiquattro contributi che, in larga parte, compaiono per la prima volta in italiano. La destinazione internazionale della scrittura di Scotini è rilevante poiché denota un tono che non rimanda a concessioni o fraintendimenti. Ovvero: rispetto a quanto si pubblica abitualmente nel contesto nazionale – mi riferisco alla maggior parte degli interventi critici presenti in riviste specializzate e non, dove spesso il dibattito si riduce a una giustapposizione di censimenti, oppure alle sciocche categorie del like o del dislike, della adulazione o del pettegolezzo – qui le affermazioni sono portate in maniera chiara e diretta. Abbastanza da generare, durante la lettura, la superficie di attrito necessaria a ridurre la distanza tra ciò che vediamo e ciò che sappiamo dell’arte contemporanea e del suo sistema.

Esemplare è il martellante capitolo d’apertura rivolto alle esposizioni periodiche, in particolare a Manifesta, modello d’impresa in grado di determinare “effetti totalizzanti di normalizzazione e codificazione dello spazio della cultura”. Ma non era stato reso esplicito da molto tempo che queste rassegne itineranti fossero chiamate a generare nuove idee di socialità e di dialogo tra le culture? I dati e le argomentazioni riportati nel saggio, al contrario, delineano un’arte ridotta al modello post-fordista, al controllo delle pratiche sovversive, un’arte governamentale che impone alcune condotte illudendo che siano alternative e indipendenti – e pertanto, sostiene Scotini, “macchine di co-azione all’obbedienza”.

All’opposto troviamo, tra i capitoli finali, lo smottamento di questa subordinazione incondizionata: Alberto Grifi e i giorni di Parco Lambro, cui saranno dedicate due giornate di studio durante la prossima Documenta a Kassel. Il dissenso spontaneo, dal basso, esploso nel 1976 in occasione del Festival del Proletariato Giovanile, trasforma “il rituale dell’evento” in una profanazione. La telecamera passa dalle mani dell’autore a quelle dei soggetti filmati e registra, per circa 27 ore, la moltiplicazione istantanea dei punti di vista poiché “la disobbedienza non appartiene solo all’oggetto da filmare […] ma anche al soggetto che filma”. In altre parole, la sovversione forse è praticabile – oggi come allora – tramite l’apertura totale verso le possibilità offerte da una situazione imprevista, non calcolabile, come le danze nude e l’espropriazione delle merci.

La densità dei passaggi tra le questioni sollevate rende irrealizzabile ora una ricognizione dettagliata, però è opportuno sottolineare la disinvoltura con cui Scotini (già autore di Politiche della memoria, DeriveApprodi 2014) trasforma la sua digressione in una sorta di ri-assemblamento filmico di un presente sempre più dislocato. In effetti, la coralità di voci chiamate in causa (tra gli altri Charles Esche, Peter Friedl, Sanja Ivekovic, Harald Szeemann, Franco Vaccari, Paolo Virno, Li Xianting, Deimantas Narkevicius, Clemens von Wedemeyer) contrappone al tempo dell’Artecrazia, cioè “del governo di un numero ristretto di eletti in grado di legittimare la propria funzione assegnando ruoli”, il tempo di un’arte decentrata, plurale, determinata a non investire energie e capitali soltanto sull’attesa e sulla fidelizzazione dei pubblici, sulla cattura del sapere, sulla sua capacità persuasiva o sul suo potere di generare relazioni – insomma, su tutto ciò che Christian Marazzi, con una metafora in prefazione, attribuisce alla “fabbrica loquace”, un dispositivo di comunicazione talmente persuasivo da affievolire persino i conflitti percepibili nel contesto sociale. In un acuto saggio su Guy Debord, difatti, emerge in modo evidente quanto questa paradossale depravazione del nostro tempo – lo spazio concesso all’immagine – corrisponda a una sorta di avamposto capitalista: “indipendentemente da ciò che essa mostra o censura, l’immagine che comunque si dà a vedere è anche e soprattutto quella che nasconde tutte le altre”.

Ecco il motivo per cui, probabilmente, ogni testo è puntellato da insistenti domande in grado di smontare l’oggetto del discorso per lasciare emergere la sua matrice artificiale, neo-arcaica: generando un’interferenza nella rappresentazione che il sistema restituisce di sé, Scotini dimostra come la tendenza a dubitare di tutto, a spogliarsi delle rigidità del mestiere e della compiacenza del critico d’arte per inoltrarsi in derive filosofiche, narrative e filmiche, ci consegna un libro che mette a disagio. Un libro che, invece di cercare consenso, predispone a desiderare di ridistribuire la conoscenza, a lacerare la rete dell’auto-esposizione, ad arginare il tempo della produttività e, non da ultimo, a rifugiarsi in nuove configurazioni. Purtroppo per noi, però, la fuoriuscita da questi paradigmi sarà un’operazione quanto mai lenta e dolorosa.

Marco Scotini
Artecrazia. Macchine espositive e governo dei pubblici
prefazione di Christian Marazzi
DeriveApprodi, 2016, 279 pp., € 20

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La solidarietà al tempo della crisi

crisi_cohousingOggi e domani presso la Sala Principi D’Acaja, Università di Torino (Palazzo del Rettorato), via Po 17, Torino. si tiene il convegno Rispondere alla crisi. Pratiche, invenzioni, sostituzioni, a cui parteciperanno tra gli altri Chiara Saraceno, Christian Marazzi, Giso Amendola, Cristina Morini, Ugo Mattei. Proponiamo il testo di presentazione.

Alessandra Quarta e Michele Spanò

La crisi economico-finanziaria esplosa nel 2008 ha avuto devastanti conseguenze negli Stati europei e, tra questi, in Italia. L’aumento della disoccupazione, indotto dalla chiusura di molte imprese e dall’assenza di politiche industriali capaci di generare nuovi posti di lavoro, ha colpito larghe fasce della popolazione e in particolare quella giovanile (il cui tasso di disoccupazione ha oggi superato il 40%). L’arresto della crescita economica ha contribuito a diffondere la povertà relativa e quella assoluta, aggravando le condizioni di vita di molte famiglie, soprattutto nel sud dell’Italia, dove il sistema di welfare e gli investimenti in spesa sociale versavano già in condizioni critiche. Negli ultimi anni, sono stati principalmente i Comuni a finanziare la spesa sociale, con un impegno diverso sul territorio nazionale e un conseguente effetto negativo in termini di diseguaglianza; le sovvenzioni statali, al contrario, sono diminuite drasticamente, fino ad azzerarsi in settori particolarmente delicati (ad esempio il Fondo Nazionale per le persone non autosufficienti e il Fondo Nazionale Affitti). 
L’attuale situazione economica induce processi di esclusione sociale in grado di compromettere il diritto alla salute, il diritto alla casa e quello al lavoro, rendendo di fatto evanescenti le garanzie giuridiche esistenti. All’interno di questo scenario, è tuttavia possibile isolare una serie, non esigua, di “pratiche di resistenza” alla crisi. Nel corso degli ultimi anni, infatti, le incertezze e i problemi determinati dalla crisi economica sono stati molto spesso affrontati attraverso processi collaborativi e di condivisione, cooperativi e solidali, che meritano di essere analizzati con sguardo critico e con la consapevolezza che essi, negativamente e specularmente, altro non segnalano se non, da un lato, le mancanze del sistema pubblico e, dall’altro, le disfunzioni del mercato.


Gruppi informali e spontanei di soggetti hanno cominciato a dar vita a nuove pratiche di solidarietà o a sperimentare l’autorganizzazione per rispondere a bisogni fondamentali individuali o collettivi. La reviviscenza di esperienze comunitarie ne attesta una nuova centralità: la cooperazione diviene infatti la premessa e l’operatore di una diversa distribuzione di costi e benefici. In Europa, la Grecia – dove l’applicazione delle misure di austerità come antidoto alla crisi economica ha finito per produrre una forma feroce di eterogenesi dei fini, determinando un ingente impoverimento della popolazione e l’impossibilità da parte dello Stato di garantire il benessere dei cittadini – ha conosciuto esperienze di questo tipo: il collasso del servizio sanitario nazionale, ad esempio, è stato affrontato attraverso risposte costruite “dal basso”, con l’apertura di ambulatori sociali e farmacie solidali, diventate importanti pratiche di resistenza alla crisi.


Anche in Italia è ormai possibile fornire una mappa dettagliata di pratiche tra loro molto diverse che assolvono obiettivi altrettanto differenziati, ma che presentano tuttavia tratti comuni: reagiscono alla crisi economica attraverso soluzioni alternative tanto al sistema pubblico che al mercato, attivano meccanismi di solidarietà e di cooperazione, sono disciplinate da statuti e consuetudini. Dal punto di vista del pensiero economico, queste esperienze, riconducibili alla cd. sharing economy, stimolano una riflessione generale sull’attuale modello economico neoliberale, basato su una forma radicale di individualismo e sulla convinzione che il meccanismo concorrenziale sia l’unico capace di soddisfare bisogni differenti e in competizione tra loro.


Alcune di queste pratiche nascono come risposta diretta a una situazione di bisogno o di assenza determinata dalla crisi: si pensi, ad esempio, al cohousing, che consente di affrontare l’esigenza abitativa in una dimensione comunitaria; al coworking, che rappresenta una nuova forma del lavoro; o agli strumenti di finanza etica, che consentono di finanziare attività, progetti e imprese sociali che, altrimenti, non riuscirebbero ad accedere agli ordinari canali di credito. Queste esperienze, pur evidenziando una disfunzione nelle politiche pubbliche, si dimostrano alternative anche al sistema privato e in particolare al mercato, opponendo alla concorrenza la cooperazione. In altri casi, l’autorganizzazione finisce per sostituire il Welfare State, introducendo nel nostro ordinamento soluzioni dette di neo-mutualismo, che appaiono modellate su quelle adottate all’inizio del ‘900. La creazione di ambulatori sociali e di sportelli che offrono servizi di cd. bassa soglia (indirizzati cioè a persone che versino in una situazione economica di estrema difficoltà senza alcuna condizionamento d’accesso, es. costo della prestazione, titolarità di documenti di identità e di riconoscimento) si inserisce in questa stessa cornice e consente di interrogarsi su quanto questo fenomeno possa costituire una riserva di creatività sociale e istituzionale destinata a durare e a “supplire” a uno Stato che non finisce di “ritirarsi” dal sociale.


A cavallo tra queste due “famiglie” di pratiche, si colloca il fenomeno del crowdfunding: la raccolta di finanziamento presso il pubblico, attraverso piattaforme digitali, ha conosciuto un’ampia diffusione negli ultimi anni e rappresenta un’alternativa all’assenza di risorse pubbliche, ma anche un modo di finanziare progetti imprenditoriali, sociali e culturali capaci di influenzare “emotivamente” il donatore.
Questo frammentato scenario – che di certo non esaurisce l’ampio numero di pratiche emerse in risposta alla crisi, ma di cui il convegno vuol essere un primo tentativo di campionatura e mappatura – racconta realtà che sempre più rappresentano i nuovi stili di vita delle italiane e degli italiani.


Il convegno si propone di offrire una presentazione e un’analisi di alcune di quelle pratiche che possono essere ricondotte al quadro di senso sopra descritto, raccogliendo sensibilità e pratiche diffuse e facendole dialogare con giuristi, economisti, filosofi, politologi e antropologi. Per ciascuna pratica oggetto di approfondimento, sarà scelto un caso specifico e un soggetto promotore che lo possa raccontare, al fine di introdurre l’argomento ed evidenziare alcuni nodi della discussione. L’obiettivo è di colmare la lontananza che spesso si registra tra pratiche sociali e scienze umane, costruendo un momento di confronto che consenta di verificare la duttilità di alcune categorie, la necessità di nuove elaborazioni teoriche e l’eventuale capacità di rispondere a necessità e istanze sociali sempre più urgenti.

Ogni domenica su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.   Oggi alle 16.10, replica di Combattere, con Paolo Fabbri, Fabio Mini, Luigi Zoja, Federica Giardini, Giuliano Battiston

alfadomenica luglio #3

Fumagalli su Marazzi - Demichelis sul tempo della minorità – Intervista sul rifiuto del lavoro Coordinate Semaforo

DIARIO DELLA CRISI INFINITA
Andrea Fumagalli

Sulla dicotomia e contrapposizione tra logica economica e logica finanziaria si snoda la raccolta di diversi interventi di Christian Marazzi negli ultimi tre anni e ora pubblicati da ombre corte con il titolo Diario della crisi infinita.
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NEL TEMPO DELLA MINORITÀ
Lelio Demichelis

Qui parliamo allora di tre libri, diversi ma tutti importanti per comprendere la nostra condizione (dis)umana nell’epoca del capitalismo tecnologico globalizzato. Pubblicati da Laterza nella nuova e benvenuta collana «Solaris».
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a Ilaria Bussoni

Mettere l’accento su quella vita sussunta, disciplinata, subordinata ai dispositivi di estrazione del valore contemporaneo, continuare a sentire quel desiderio che ci muove dentro e fuori dal lavoro, dentro e fuori dalle soggezioni, dunque anche dalle posizioni soggettive che finiamo per incarnare, questo mi sembra essere l’incipit per parlare di rifiuto del lavoro oggi.
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COORDINATE DALL'IRLANDA
Fabio Pedone

Finnegans Wake, l’opera suprema di Joyce, è molte cose, e fra l’altro è anche una vendetta contro la lingua del dominio inglese, vale a dire la sua sovversione secondo una linea di forza di matrice minoritaria. Ed è una vendetta portata a segno da un Irishmansradicato, che si è autoimposto l’esilio dalla sua isola ed è vissuto per quasi vent’anni a Trieste e a Zurigo, prima di trasferirsi con la famiglia a Parigi, dove con la pubblicazione diUlysses nel 1922 avrebbe rivoluzionato il romanzo moderno.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Automazione - Esofonia - Insonnia - Volontariato.
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Diario della crisi infinita

Andrea Fumagalli

La conclusione della trattativa tra Grecia e Troika mostra in modo lampante come la governance economica del capitalismo contemporaneo sia quasi esclusivamente governance bio-politica. Una governance che segue un principio di razionalità che nulla o poco ha che fare con quella razionalità dell’homo oeconomicus che viene ritenuta alla base di qualsiasi scelta economica efficiente e continuamente sbandierata dai manuali di economia politica, dalla stampa e dagli stessi politici di governo per giustificare decisioni che di economico hanno invece ben poco. Prendiamo ad esempio le richieste che, con una pistola puntata alla tempia, sono state imposte alla Grecia per allentare il cappio della stretta della liquidità: 3,5% di avanzo primario per i prossimi 10 anni, 50 miliardi di fondo di garanzia per privatizzare, smantellare e mettere da parte le risorse per ripagare il debito.

Una banale logica economica e contabile, condita con matematica elementare, ci potrebbe mostrare che tale obiettivo non potrà mai essere perseguito. La spiegazione è sempre la stessa: se vuoi ridurre un rapporto (in questo caso il rapporto debito/Pil) può sembrare logico intervenire sul numeratore (quindi riduzione della spesa pubblica e aumento delle tasse – ma solo quelle regressive in modo da non penalizzare troppo i ceti più ricchi). Ma se l’effetto collaterale è ridurre anche il denominatore, cioè il Pil, in modo più che proporzionale (in seguito al demoltiplicatore del reddito), è chiaro che il rapporto non potrà mai diminuire.

È la dimostrazione più semplice dell’illogicità e dell’inefficacia conclamata delle politiche di austerity, come più di cinque anni di sperimentazione hanno evidenziato. Ci chiediamo allora quale sia la logica razionale che sottostà a questo tipo di scelte economiche. Non siamo di fronte a una governance irrazionale (come molti sostengono per comodità), ma a un altro tipo di razionalità, esito di una logica che possiamo definire finanziaria. In altre parole non è logica economica ma logica di potere.

È su questa dicotomia e contrapposizione tra logica economica e logica finanziaria che si snoda la raccolta di diversi interventi di Christian Marazzi negli ultimi tre anni e ora pubblicati da ombre corte con il titolo Diario della crisi infinita.

Questa raccolta si divide in tre parti. La prima, seguendo l’evoluzione della storia, raccoglie contributi e interventi di Marazzi apparsi su UniNomade – prima della sua implosione –, alla Radio Svizzera Italiana e a quotidiani (“il Manifesto”), dalla primavera araba all’istituzionalizzazione delle politiche di Quantitative Easing della Bce dei giorni nostri. La seconda ripropone interviste all’autore su argomenti particolari, mentre la terza parte raccoglie recensioni di libri sulla crisi finanziaria e alcuni interventi a convegni pubblici.

Si tratta di interventi apparentemente diversificati e distanti, sia come argomenti che come taglio d’analisi. In realtà è possibile rintracciare una duplice linea rossa. La prima sta nella metodologia di indagine che Marazzi utilizza: una metodologia che fonda le proprie origini nel pensiero operaista degli anni Sessanta, finalizzata a cogliere gli aspetti dinamici e soggettivi del rapporto capitale-lavoro di fronte alle trasformazioni del ruolo e della funzione dei mercati finanziari, già inizialmente indagati ai tempi della rivista «Primo Maggio» (qui l’ottimo saggio di Stefano Lucarelli al riguardo) e poi affinati con il libro anticipatore Il posto dei calzini (Bollati Boringhieri, 1999), ormai 20 anni fa.

In questi scritti, Marazzi analizza la logica finanziaria che si va definendo con la svolta linguistica nei processi di valorizzazione nel passaggio dal capitalismo fordista del dopoguerra al capitalismo bio-cognitivo di oggi. La seconda, come conseguenza della prima, sta nell’individuazione del ruolo centrale che gli stessi mercati finanziari svolgono, allo stesso tempo, come perno dell’accumulazione contemporanea e causa strutturale della crisi infinita attuale.

Se negli anni Settanta la politica monetaria gestita a livello nazionale (supremazia della Banca Centrale) era lo strumento per tentare di uscire dalla crisi indotta dall’insorgenza dell’operaio massa, negli anni Novanta, una volta annichilito lo spettro dell’opposizione del lavoro al capitale (iniziando a introdurre elevate dosi di precarietà), assistiamo al passaggio dello scettro del comando capitalistico dalla sovranità monetaria ai mercati finanziari globali. Non è un caso che negli ultimi tre decenni si registra il più potente processo di concentrazione finanziaria che la storia del capitalismo ricordi. Ecco allora che la governance bio-politica della finanza si può dipanare alla sua massima potenza, definendo di volta in volta convenzioni finanziarie in grado di produrre in un periodo sempre più breve (speculazione finanziaria) plus-valenze sempre più elevate (D-D’).

Se negli anni Settanta si lottava per un salario indipendente dai processi allocativi di mercato, dagli anni Novanta in poi è la finanza a diventare la variabile indipendente. Al rapporto capitale-lavoro tende ad aggiungersi il rapporto credito-debito, come ci ricorda anche Maurizio Lazzarato ne La fabbrica dell’uomo indebitato (DeriveApprodi, 2012). E la razionalità economica, allora, non è più quella che consente di chiudere il circuito economico in presenza di un accumulazione di capitale reale ma piuttosto quella, del tutto opposta, che obbliga alla restituzione di un debito (che deve essere non rimborsabile), anche a costo di generare crisi, come le politiche d’austerity hanno ampiamente dimostrato. Ma così facendo, come ci spiega Marazzi,

il capitale sta subendo una sua nemesi storica. Ha distrutto la classe operaia fordista [almeno in occidente, ndr.], questo è il suo capolavoro; però il capitale è per definizione, in termini marxiani, un rapporto sociale, quindi distruggere la classe operaia ha significato distruggere quella dinamica che è legata all’essenza stessa del capitale, appunto il suo essere un rapporto sociale, quello che gli permette di crescere (p. 120).

È da questa contraddizione che nasce il concetto di crisi infinita come illusorio strumento di governance del presente ma fattore di permanente e strutturale instabilità del futuro. E non è un caso che Marazzi ci ricordi che:

Nel Poscritto a Operai e Capitale, Tronti scriveva che quello che aveva portato alla grande crisi del ’29 era stato il silenzio operaio nel corso degli anni Venti (p. 121).

Il che ci lascia intendere che oggi è il silenzio delle lotte a perpetuare lo stato di crisi. E infatti Marazzi in più di un intervento si sofferma a esaminare le insorgenze sociali che hanno caratterizzato l’ultimo decennio, dai movimenti spagnoli e greci, a Occupy statunitense, alle lotte italiane dell’Onda e dei Forconi, sino quelle del Magreb e del Brasile. Insorgenze che hanno palesato una diversa composizione del lavoro vivo ma, anche se in loco possono aver ottenuto qualche successo o alimentato qualche rottura, non sono state comunque in grado di scalfire il potere del moloch finanziario.

Ecco allora che Marazzi di fronte alla dittatura dell’oligarchia finanziaria, capace di organizzare anche veri e propri golpe bianchi (one time tanks, now banks) come la vicenda greca di questi giorni ha mostrato, si sofferma sulla possibilità di sottrarsi al bio-potere della finanza tramite la costruzione di circuiti monetari e finanziari alternativi, basati su una moneta complementare, definita “moneta del comune”.

Per evitare di cadere nella trappola tra l’uscita dall’euro secondo un approccio basato sulla sovranità monetaria nazionale oppure un sostegno all’euro così come è […], noi avevamo buttato lì l’idea della moneta del comune. … Bisogna però riconoscere che finora la moneta del comune resta una prospettiva tutta da costruire, anche teoricamente. Per il momento mi sembra che sia stata intesa dai movimenti più che altro nei termini di monete sub-sovrane e parallele; per quanto siano cose sperimentalmente interessanti, siamo però ben lontani da una costruzione teorico-politica tale da rendere l’idea della moneta del comune qualcosa di operativo o comunque di agibile, capace cioè di aggregare forze, consensi e alleanze. Insomma, resta un capitolo da scrivere (p. 119).

Un capitolo che nell’ultimo anno ha cominciato a essere scritto e che rappresenta, insieme all’analisi della composizione del lavoro vivo contemporaneo e alla necessità di formulare una nuova misura (più soggettiva che oggettiva) del valore, una delle sfide principali che abbiamo di fronte.

Christian Marazzi
Diario della crisi infinita
Prefazione di Franco Berardi Bifo
ombre corte (2015), pp. 192
€ 17,00

La bolla dell’insubordinazione

Christian Marazzi

La crisi del capitalismo finanziario che si è imposto negli ultimi trent’anni è speculare alla crisi del rapporto tra capitale e lavoro che ha siglato la fine del regime fordista d’accumulazione e la transizione verso un capitalismo caratterizzato dalla centralità della rendita rispetto alle variabili «reali» dell’economia, ossia salario, prezzo e profitto. La finanziarizzazione dell’economia prende avvio negli anni Settanta con la deregolamentazione dei mercati dei cambi che ha fatto seguito alla rottura degli accordi di Bretton Woods, si sviluppa con la deregolamentazione dei mercati finanziari con la nascita dei mercati obbligazionari ai quali gli Stati si rivolgono per finanziare i propri debiti pubblici, si espande ulteriormente alla fine degli anni Ottanta con lo sviluppo dei mercati dei prodotti derivati e, dalla metà degli anni Novanta a oggi, con la globalizzazione dei mercati monetari e finanziari. Leggi tutto "La bolla dell’insubordinazione"

L’invenzione dei lavori inutili

Christian Marazzi

Pubblichiamo un estratto dall'ultimo libro di Christian Marazzi, «Diario della crisi infinita» in libreria in questi giorni per le edizioni ombre corte. Il libro raccoglie articoli scritti e interventi dell'autore pubblicati negli ultimi anni e che riuniti in questo volume disegnano, come recita il titolo, un diario della crisi: il capitale come rapporto sociale si è spezzato, la creazione di ricchezza è ormai incapace di generare crescita e benessere, mentre produce disuguaglianze vertiginose e sofferenza diffusa. È con questa profonda trasformazione che si misurano i testi e gli interventi raccolti, che non si limitano tuttavia all'osservazione e all'analisi degli eventi economici e politici degli ultimi anni, ma rimandano espressamente a una riflessione collettiva su come agire "dentro e contro" la crisi, lungo quali assi strategici, con quali obiettivi e modalità di lotta.

Il più grande economista del secolo scorso, John Maynard Keynes,in un suo scritto del 1930 prevedeva che entro la fine del secolo lo sviluppo della tecnologia avrebbe permesso la riduzione della settimana lavorativa a sole quindici ore. Keynes basava la sua previsione sulla base della limitatezza dei bisogni materiali. Non solo questa sua previsione non si è avverata (la crescita dei bisogni si è rivelata inesauribile), ma la tecnologia stessa è stata utilizzata per inventare nuovi modi per farci lavorare tutti sempre di più.

Un vero paradosso che viene di solito attribuito al consumismo, responsabile della creazione di un’infinità di nuovi lavori e industrie per soddisfare il desiderio di nuovi giocattoli e i piaceri più diversi. Eppure, se si guarda all’evoluzione dell’occupazione dell’ultimo secolo si nota che tanto è crollata (come previsto) l’occupazione industriale e agricola come effetto dell’automazione, e tanto, anzi tantissimo sono aumentate le libere professioni, i lavori dirigenziali, d’ufficio, di vendita e di servizio, passando da un terzo degli impieghi complessivi a tre quarti.

I lavori che veramente sono esplosi sono quelli amministrativi, con la creazione di intere nuove industrie come quella dei servizi finanziari o del telemarketing, di settori come quello giuridicoaziendale, dell’amministrazione accademica e sanitaria, delle risorse umane e delle pubbliche relazioni. Ai quali andrebbero aggiunti gli impieghi che forniscono a queste industrie assistenza amministrativa, tecnica o relativa alla sicurezza come pure l’esercito di attività secondarie, dai toelettatori di cani ai fattorini che consegnano pizze a chi lavora tanto tempo in altri settori.

I tagli all’occupazione, i licenziamenti e i pre-pensionamenti il più delle volte riguardano lavori socialmente utili, mentre aumentano le attività amministrative e il tempo di lavoro da dedicare a seminari motivazionali, ad aggiornamenti dei profili Facebook o a scaricare roba. Per non parlare di un altro paradosso, quello che vede i lavori che veramente giovano ad altre persone, come quello di infermieri, spazzini, badanti o meccanici, pagati una miseria.

È difficile dare una spiegazione economica a questo aumento delle attività amministrative e di controllo di lavori altrui. Come ricorda l’antropologo David Graber, nell’economia di mercato “questo è esattamente quel che non dovrebbe succedere”, quello che la concorrenza di mercato dovrebbe correggere. Di fatto, l’ultima cosa che deve fare un’azienda desiderosa di profitti è sborsare soldi a lavoratori di cui non ha davvero bisogno.

Forse la spiegazione c’è, non è economica ma politica e morale: liberare tempo per sé, lavorare meno per lavorare tutti e meglio, è visto con sospetto, come se comportasse la perdita di potere sulla vita degli altri. Meglio quindi inventare lavori inutili, ma utili per piegare tutti all’etica del lavoro.

Pubblicato in “RSI Radiotelevisione svizzera, Rete Due - Plusvalore” (12 dicembre 2014).