Alfabeta / Usare

usareDOMENICA 8 NOVEMBRE ALLE 22.10 SU RAI5

VA IN ONDA LA QUINTA PUNTATA DI ALFABETA:  USARE

con Marc Augé, Aldo Bonomi, Ugo Mattei, Gilberto Gil, Lucia Tozzi

Domenica 5 novembre la trasmissione “Alfabeta” si confronta con uno dei principali temi della filosofia politica contemporanea: quello dell’uso, inteso come regime alternativo alla proprietà. Negli ultimi anni, l’attualità di questa categoria è stata mostrata da filosofi come Giorgio Agamben e Serge Latouche, giuristi come Stefano Rodotà e Ugo Mattei, e perfino alcuni movimenti politici (si pensi al Movimento per l’acqua bene comune). «Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria», annotava Marx. Oggi, mentre la finanziarizzazione ha portato a compimento un processo storico che vede smaterializzarsi la sfera economica, sempre meno vincolata alla produzione di beni, sono sati elaborati dei concetti, dei dispositivi giuridici (ad esempio i beni comuni) e delle pratiche concrete che pongono al centro l'uso, in alternativa al possesso. Conversando con filosofi, antropologi, economisti, ingegneri, giuristi e perfino artisti/politici come Gilberto Gil, Andrea Cortellessa e Alfabeta2 esplorano le attuali articolazioni del termine usare non limitandosi alla dimensione economica e giuridica, ma analizzando anche i suoi aspetti linguistici ed esistenziali.

GLI OSPITI

GIOVAN BATTISTA ZORZOLI – docente in energie rinnovabili

ALDO BONOMI - economista

UGO MATTEI - giurista

PIERRE DARDOT E CHRISTIAN LAVAL- filosofi e scrittori

MARC AUGÉ - etnologo e antropologo

GILBERTO GIL - musicista e politico

LUCIA TOZZI – studiosa di urbanistica

MAURO ANNUNZIATO - Ingegnere ENEA

TOMMASO OTTONIERI - poeta

DAVIDE OBERTO - curatore di Festival di cinema documentario

Tommaso Ottonieri (brani da Lapilli della gravitazione)

estratti da Recollections di Kamal Aljafari

Il programma è prodotto da Boudu-Passepartout. Regia: Uliano Paolozzi Balestrini Fotografia: Duccio Cimatti Montaggio: Francesca Bracci e Martina Ghezzi.

Ufficio Stampa Riccardo Antoniucci Tel. 3407642693 Mail: pressboudu@gmail.com

Alfabeta / Usare: un percorso tra i libri

Il testo letto da Tommaso Ottonieri è tratto da Geòdi, Aragno 2015

 

Libera università metropolitana, Sul concetto di uso. Prassi, istituzioni, comune, a cura di Paolo Virno, 2014 (http://www.lumproject.org/sul-concetto-di-uso-prassi-istituzioni-comune/)

Giorgio Agamben, L’uso dei corpi. Homo sacer IV, 2, Neri Pozza 2014

Pierre Dardot, Christian Laval, Del Comune, o della rivoluzione nel XXI secolo [2014], prefazione di Stefano Rodotà, DeriveApprodi 2015

Marc Augé, L’antropologo e il mondo globale [2013], Raffaello Cortina 2014; Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste [2014], Raffaello Cortina 2014

Aldo Bonomi, Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel nord Italia, Einaudi 1997; Il capitalismo in-finito. Indagine sui territori della crisi, Einaudi, 2013

Aldo Bonomi, Eugenio Borgna, Elogio della depressione, Einaudi 2011

Aldo Bonomi, Enzo Rullani, Il capitalismo personale. Vite al lavoro, Einaudi 2005

Giovanni Battista Zorzoli, Il mercato elettrico. Dal monopolio alla concorrenza, Franco Muzzio 2005

Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Laterza 2011; Il benicomunismo e i suoi nemici, Einaudi 2015

Ugo Mattei, Alessandra Quarta, L’acqua e il suo diritto, Ediesse 2014

Tecnologie del sé. Un seminario con Michel Foucault [1988], Bollati Boringhieri 1992, 2005

Michel Foucault, L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France (1981-1982) [2001], Feltrinelli 2003;  Il governo di sé e degli altri. Corso al Collège de France (1982-1983) [2008], Feltrinelli 2009

Capitani coraggiosi

Giorgio Mascitelli

Nell’attuale situazione economica uno degli appelli più frequenti rivolti dalle grandi agenzie internazionali, pubbliche e private, ai governi dei singoli paesi e particolarmente a quelli dei paesi definiti maiali in inglese per via del loro debito pubblico, è quello di compiere riforme coraggiose. Con questa espressione si intende comunemente una serie di provvedimenti, che in armonia con le dottrine neoliberiste, elimina o riduce drasticamente i diritti sociali di fasce crescenti della popolazione gettandole nella precarietà e nella povertà.

Ora se facciamo mente locale a cosa significa il termine coraggio, c’è da rimanere sorpresi dell’uso che ne viene fatto a proposito delle succitate riforme. Difatti compiere un’azione coraggiosa implica sempre la disponibilità ad affrontare rischi per chi la compie: è così nell’epica, dall’Iliade alla Battaglia di Fort Alamo, è così nel sentimento comune, è così nel vocabolario che definisce il coraggio “Forza morale che mette in grado di intraprendere grandi cose e di affrontare difficoltà e pericoli di ogni genere con grande responsabilità” (Zingarelli).

Nel caso delle riforme coraggiose, al contrario, nessuno tra coloro che le propone e le attua rischia alcuna conseguenza di carattere personale, perché i rischi sono tutti a carico dei destinatari o meglio delle vittime delle riforme stesse. Certo vi è il rischio dell’impopolarità presso il proprio elettorato ampiamente ricompensato dalla popolarità presso le èlite internazionali: prova ne sia che nessuno tra i promotori di queste riforme si è trovato a vivere in condizione di precarietà, terminato il proprio mandato. Questo discorso non riguarda soltanto i politici, ma è estendibile a tutti i membri delle èlite globali: tutti gli amministratori di società e banche che con le loro coraggiose speculazioni hanno provocato la crisi dei subprime o i tecnocrati che l’hanno favorita con le loro innovative e perciò coraggiose normative hanno mantenuto la loro posizione o, se sono stati allontanati, hanno ricevuto dei premi sotto forma di liquidazioni principesche.

L’elencazione di queste ovvietà non ha naturalmente come fine quello di scoprire che il mondo è ingiusto, cosa che ciascuno di solito scopre da sé grosso modo dall’età della pubertà, decidendo nella propria intimità come adattarsi a questa scoperta; né serve, altra scoperta dell‘acqua calda, a scoprire che il discorso di ogni potere lascia sempre delle spie linguistiche delle proprie contraddizioni e mistificazioni e un‘adeguata analisi di questo discorso le rivela sempre.

Il fatto è, invece, che l’attuale discorso del potere è un discorso virtuoso, che cioè non si limita a indicare con oggettività scientifica necessità e priorità nei campi dell’economia e della politica, ma tende a costruire una forma globale di vita con la sua etica: è quanto dimostra per esempio Maurizio Lazzarato nell’analizzare la crisi dei debiti pubblici e privati, allorché nota che il potere tende a modellare una vera e propria figura dell’uomo indebitato (La fabbrica dell’uomo indebitato, DeriveApprodi 2012). Altrettanto mettono in luce Pierre Dardot e Christian Laval evidenziando le strategie neoliberiste nella costruzione di un soggetto competitivo (La nuova ragione del mondo, DeriveApprodi 2013).

Ora uno dei capisaldi di questo discorso etico è il principio della responsabilità individuale esteso in ogni ambito: per esempio la posizione sociale di ognuno dipende esclusivamente dalle proprie scelte, o ancora ciascun greco è ritenuto responsabile individualmente del debito contratto dal proprio stato e accresciuto dagli attacchi speculativi, come se avesse contratto dei debiti personali. L’evidenza che tale principio non si applica alle classi dirigenti, perfino in situazioni che implicano effettivamente una quota di responsabilità individuale, non è tuttavia solo una questione di ipocrisia o falsità (perché naturalmente esistono asserzioni morali false e altre che sono vere) di questa morale, ma rivela in nuce quello che è l’effettivo principio su cui si regge la nostra società.

È un principio di carattere gerarchico per cui al di sopra di un certo livello di funzioni occupate e di ricchezza personale accumulata, le azioni compiute non comportano responsabilità individuali, che ha più di un tratto in comune con la vecchia immunità dei primi due ordini delle società ancièn regime.

Visto che viviamo in tempi in cui il potere pretende di modellare le nostre vite in ogni aspetto, occorre armarsi di coraggio, anche se è vero che, come diceva quel tale, se uno il coraggio non ce l’ha, mica se lo può dare. Anche in questo caso, però, non bisogna perdersi d’animo, perché il management moderno ci ha mostrato che se uno non ce l’ha può sempre prenderselo in leasing.

Il comune come forza produttrice

Chiara Colasurdo

Pubblichiamo questo intervento in occasione delle prossime presentazioni del libro di Dardot e Laval «Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo» (DeriveApprodi, 2015).

Nel dibattito europeo si sta imponendo a gran voce il tema del comune, come forma di organizzazione e decisione delle comunità territoriali - inscindibilmente legato a quello dei beni comuni – quei beni, materiali ed immateriali, oggetto di interesse collettivo. Sembrerebbe quasi inflazionarsi questo tema, date le numerose pubblicazioni che si spingono, per assurdo, ad inglobarvi tutto quanto rientra nella sfera dei diritti della persona in particolare.

Il motivo per cui forse è ancora importante concentrare l'attenzione sulla questione che questi temi pongono, è l'enorme distanza che esiste tra lo studio, la ricostruzione teorica dei beni comuni e le pratiche del comune, distanza che alle volte devia dall'obiettivo, insieme costruttivo e decostruttivo, di trovare delle forme reali di resistenza all'attacco violento che il neoliberalismo sferra quotidianamente contro la dignità delle nostre vite.

Allora la questione che voglio porre è ciò che con Lévinas potremmo definire come un' irriducibilità al tema, ciò che eccede la formalizzazione o la descrizione tematizzante1, una questione di ospitalità delle tracce che si dipanano continuamente a partire dall'agire quotidiano. Ecco perché provo a prendere le mosse dalle pratiche dei beni comuni in atto all'Asilo di Napoli, e in Italia, in una prospettiva produttiva.

Queste pratiche sono la sostanza di un potere che si esplica attraverso infinite capacità di azione, generative di un'incondizionata produzione sociale per un verso, e capaci altresì di produrre un'economia della vita che ha l'ambizione di non rimanere incastrata nella morsa del mercato e dello Stato. La potenza/potenzialità della sostanza si manifesta attraverso modi, che sono l'attualità della sostanza agente che ne sanciscono l'assoluta realtà2: è propriamente il caso delle esperienze di occupazione di spazi con vocazione culturale, delle relazioni che si creano internamente e collateralmente a queste e che diventano generative di nuovi esperimenti politici, culturali, economici; esperienza e rappresentazione hanno bisogno di essere tradotte attraverso nozioni comuni nella geometria dello spazio sociale.

Ebbene questi modi acquisiscono uno statuto di diritto, un diritto assoluto di esistenza pari all'assoluta realtà di una sostanza che, nelle pratiche che interpretiamo, è fatta di corpi, di intelligenze, di spazi, urbani ed immateriali, ed investe altresì la questione della gestione dei servizi pubblici: in breve si tratta di tradurre il momento dell'individuazione del bisogno nel momento della sua soddisfazione.

È in quest' alveo che si inserisce la questione dell'organizzazione della produzione e del lavoro, più in generale della valorizzazione della forza produttiva delle esperienze che praticano la strada del comune. Corpi autonomi eppure corpi riconoscibili e riproducibili. Lo sviluppo di questa complessità può aprire caratterizzazioni produttive dei beni comuni intesi come spazi di decisione pubblica, ma anche come luoghi di riappropriazione ed equa redistribuzione delle risorse oltre che di sperimentazione di nuove forme di organizzazione sociale ed economica basate sulla mutualità e sulla cooperazione.

Dentro lo spazio urbano il tema dei beni comuni agisce coinvolgendo il grande problema della decisione: comune deve essere la decisione sul destino dei territori in cui la vita si svolge, del patrimonio pubblico e privato, ed in questo caso possiamo parlare di produzione di democrazia diretta. Alla responsabilità comune può essere affidata la gestione produttiva di risorse attraverso regole non più fondate sul calcolo utilitario, sottraendo la reciprocità – dimensione tipica del rapporto di lavoro - al fine utilitaristico e ai rapporti mercantili; garantendo, al contrario, fini redistributivi informati a standard di equità. In questo caso viene in rilievo il problema dei soggetti giuridici, dei soggetti collettivi in particolare, della responsabilità diffusa, il problema di una tensione verso la ricerca di nuove forme di aggregazione e produzione sociale che stiano in mezzo tra l'individuo e lo Stato, come suggestioni sociali e giuridiche di un lavoro politico tutto da svolgere.

Alla luce della configurazione di queste nuove forme di organizzazione e produzione come nuove istituzioni, le istituzioni del comune, è necessario indagare lo spazio teorico che può offrire, sulla scorta delle nozioni comuni di deleuziana memoria, una consistenza materiale all'immanenza di questi esperimenti, anche in vista della loro riproducibilità. Sfibrate le garanzie e le tutele pubbliche affidate al modello italiano di Welfare State, nei rapporti di produzione del capitalismo cognitivo precarietà, mobilità, frammentarietà contrattuale e sociale divengono elementi costitutivi del lavoro di tutti i soggetti indipendentemente dal genere3. Posizionandosi obliquamente i beni comuni si caratterizzano come il banco di prova di una nuova possibilità, uno spiraglio di trasformazione in divenire.

Dopo aver restituito la bellezza di uno spazio monumentale alla città, attraverso un percorso che si è incardinato immediatamente nel diritto pubblico, ci si interroga sulla potenza della soggettività, quindi sulle possibilità produttrici di soggetti cooperanti, in una rete di interdipendenza che tiene insieme elementi di stanzialità ed elementi di nomadismo senza i quali l'Asilo non esisterebbe. Lavoro vivo il cui valore esige che si misuri con l'incalcolabile, come la giustizia; perché oltre alle generazioni future, una convinzione radicata è che anche il presente debba trovare nel presente forme di soddisfazione intesa come circolazione ininterrotta, fecondità inesauribile, capacità generativa. Produzione di coscienza politica e produzione di socialità, che possono condurre ad una trasformazione globale del sistema di valori, una riorganizzazione capace di incidere anche sul diritto dell'impresa, informandolo di principi cooperativi e non competitivi: il valore prodotto dal lavoro vivo è dismisura, un surplus che può organizzarsi come una macchina per costruire un mondo nuovo4.

Il piano transnazionale, il piano europeo ci mostra la necessità di una politica comune per promuovere lavoro comunitario, non pagato come lavoro salariato dentro un sistema che separa la forza dalla sua azione, cioè dalla sua stessa essenza, e dargli riconoscimento sociale, politico ed economico a partire dalla sua potenza, dalla reale consistenza, dalla sostanza, della forza produttiva5 nel modo peculiare in cui si esplica, come atto e potenza simultaneamente. Decolonizzare le relazioni di produzione dalla metafisica attraverso cui si traducono in relazioni di sfruttamento e agire la forza lavoro come forza produttrice e non meramente produttiva6 questa può essere una prima direzione. Una politica della solidarietà come rafforzamento della società civile, che smascheri l'illusione di poter risolvere, con lo strumento formale del contratto, il problema della distanza tra sé e l'altro, supportata da un reddito di esistenza, che non si configuri come il corrispettivo di una prestazione, e che garantisca un legame sociale liberamente scelto, e non condizionato dalla necessità della sopravvivenza, costitutivo di vita pubblica che eccede il doppio attacco del mercato e dello Stato7.

C'è bisogno di forme di agevolazione fiscale, peraltro informalmente in sperimentazione nella giovane organizzazione del lavoro praticata all'Ex Asilo Filangieri, per quei tipi di prestazioni, come quelle culturali e artistiche, che sono per natura prevalentemente intermittenti. Sostegno al reddito e defiscalizzazione del lavoro e della produzione dal basso si pongono come orizzonti etici e politico-economici indispensabili in tempi di precarietà generalizzata.

Se ci lasciamo spronare da J. L. Nancy quando con riguardo a la democrazia a venire ingiunge che “occorre che si doni il tempo che non c’è”8 , ci rendiamo conto che quel tempo da donare si traduce in una responsabilità politica nei confronti del nostro tempo, che muove aprendo spazi di produzione materiale ed immateriale, di relazione e di sviluppo di forme di cooperazione che siano anche prodromi di una organizzazione etica perché attenta alla felicità ed alla dignità umana, che tende alla giustizia sociale; consci che l'emancipazione economica è anche libertà sociale e politica: diritti di tutte le persone.

La questione dell'organizzazione e dell'articolazione di nuove forme di conflitto è la questione centrale. Noi dobbiamo provare ad immaginare in quali dinamiche di relazione sociale, in quali pieghe e meandri, può emergere un piano diversificato, capillare e seduttivo di lotta alla generalizzazione della precarietà e della povertà.

Una nota critica sul modo in cui si agisce ancora oggi il conflitto, può emergere dalla constatazione di un esercizio sistemico, affatto rivoluzionario, di quel barlume di potere di organizzazione all'interno dei movimenti stessi, che ne ha sancito la fallacia: non è più possibile restare alla mera constatazione e contestazione simulando l'esercizio della forza, certamente la rabbia sociale può riuscire ad essere più scaltra, a manifestarsi attraverso tutt'altra intelligenza. Oggi più che mai è necessario lavorare sulla distruzione dei valori e dei simboli, lottare contro la loro restaurazione, proponendo e costruendo un'altra organizzazione sociale ed economica, rompendo l'egemonia del discorso teorico che accompagna l'organizzazione totalitaria della società evidenziando, al contrario, pulsioni, esigenze di vita, nuove identità che sfuggono al suo dominio. Mi piace ricordare che, ironicamente, nella dimensione relazionale delle nostre esperienze politiche si dice che “siamo noi i beni comuni!”. Devo ammettere c'è della verità in questa espressione!

Infine, per approfondire il tema, mi sembra indispensabile rimandare al recente lavoro di Christian Dardot e Pierre Laval, pubblicato da Derive Approdi nel mese di aprile, con la prefazione di Stefano Rodotà, Del Comune o della Rivoluzione nel XXI secolo. Il saggio, che verrà presentato a Napoli e a Roma nei prossimi giorni, traccia, molto attentamente, la direzione delle lotte e degli esperimenti politici e giuridici che in questi anni hanno caratterizzato la difesa dei beni comuni con particolare riguardo alle nuove forme di organizzazione del comune.

Presentazioni:

Giovedì 11 giugno, ore 17.00 - Biblioteca del Senato, Sala degli Atti parlamentari - piazza della Minerva 38, Roma. Con: Pierre Dardot, Fausto Bertinotti, Giacomo Marramao. Coordina Antonia Tomassini.

Sabato 13 giugno, ore 16.30 all'Asilo, vico Giuseppe Maffei 4, NapoliCon: Pierre Dardot, Ilenia Caleo, Antonello Ciervo, Lorenzo Coccoli, Chiara Colasurdo, Adriano Cozzolino, Francesco Festa, Fabrizio Greco, Maria Rosaria Marella, Sergio Marotta, Giuseppe Micciarelli, Federico Zappino, Esc Atelier autogestito.

  1. E. Lévinas, Altrimenti che essere o al di là dell’essenza, Jaca Book, Milano 1983, 83-84. []
  2. G. Deleuze, Cosa può un corpo. Lezioni si Spinoza. Ombre Corte, Verona, 2013, p. 11. []
  3. In tal senso C. Morini, Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, Ombre Corte, Verona 2010; N. Power, La donna a una dimensione. Dalla donna-oggetto alla donna-merce, DeriveApprodi, Roma, 2001. []
  4. T. Negri, Arte e multitudo, DeriveApprodi, 2014, p. 85. []
  5. In tal senso, A. Gorz, On the Difference between Society and Community, and Why Basic Income Cannot by Itself Confer Full Membership of Heither, in Ph. Van Parijs (a cura di), Aguing for Basic Income, Ethical Foundation of Radical Reform, Verso, London-New York 1992, p. 183. []
  6. P. Macherey, Il soggetto produttivo. Da Foucault a Marx, Ombre Corte, Verona, 2013, p. 41. []
  7. Sul tema, G. Standing, Precari. La nuova classe esplosiva, il Mulino, Bologna, 2012; p. 224: “La soddisfazione è l'appagamento che può derivare dal godimento della vita e delle relazioni umane in generale, In ogni caso, fare della felicità un feticcio non è cosa degna di una società civilizzata . Occorre che il precariato presti molta attenzione al tipo di esistenza che lo Stato predispone”. []
  8. J.-L. Nancy, L'esperienza della libertà, Einaudi, Torino, 2000. []

La liberazione del comune

Uno speciale sul «comune» di Dardot e Laval con testi di: Ciccarelli - Spanò - Napoli – Ciervo - Coccoli e Zappino *

TUTTO È COMUNE, ANCHE DIO
Roberto Ciccarelli

Del comune, o per farla finita con i beni comuni. Potrebbe essere questo il titolo alternativo alla nuova monumentale opera di Pierre Dardot e Christian Laval: Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo (DeriveApprodi, 2015). La polemica non è solo teorica, ma politica. Non si attacca la stagione dei movimenti sociali a partire dal referendum sull’acqua del 2011, né si liquidano i beni comuni per riaffermare il ruolo dello Stato o del mercato.
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COSE IN COMUNE
Michele Spanò

Il diritto (romano), e perfino i giochi di etimologie, circoscrivono con esattezza il luogo del comune: esso è quella azione che sottrae qualcosa all’appropriazione per renderlo accessibile a tutti e ciascuno (res, personae, actiones: Gaio non mente). Ciò che ci concerne, però, è tra noi che dobbiamo discuterlo.
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IL COMUNE: UN'APPARTENENZA NON PROPRIETARIA
Paolo Napoli

Se vogliamo fornire al comune un’appropriata storia giuridica, occorre volgere lo sguardo verso un diritto romano «vivo». Come sappiamo, si suppone che il diritto romano abbia incoronato la sovranità dell’individuo commerciale e il suo potere sul mondo. La proprietà privata sarebbe dunque il segno di una originaria facoltà soggettiva sulle cose, che si esprime nelle forme dell’appropriazione e dello scambio, e ogni altra forma di proprietà sarebbe derivata da questa facoltà primigenia.
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PER UNA GOVERNAMENTALITÀ DEL COMUNE
Antonello Ciervo - Lorenzo Coccoli - Federico Zappino

Nessuna trasformazione può darsi in seno agli assetti sociali vigenti, non almeno alle condizioni imposte dalla nuova ragione del mondo, la cui caratteristica principale risiede appunto nella sua capacità di neutralizzare, reprimendola o sussumendola, ogni istanza di trasformazione. Né tuttavia ci si può accontentare di soluzioni utopiche o di retroguardia. Quel che vogliamo qui suggerire è un’ipotesi alternativa: l’idea cioè che, proprio a partire dal principio politico del comune, sia possibile pensare una forma di governo altra rispetto a quella neoliberale, e però capace di disseminarsi progressivamente su tutto il campo sociale, fino a modificare e poi rovesciare i rapporti di forza dominanti.
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Tutto è comune, anche Dio

Roberto Ciccarelli

Del comune, o per farla finita con i beni comuni. Potrebbe essere questo il titolo alternativo alla nuova monumentale opera di Pierre Dardot e Christian Laval: Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo (DeriveApprodi, 2015). La polemica non è solo teorica, ma politica. Non si attacca la stagione dei movimenti sociali a partire dal referendum sull’acqua del 2011, né si liquidano i beni comuni per riaffermare il ruolo dello Stato o del mercato.

Dardot e Laval propongono una teoria dell’istituzione, del diritto all’uso e di una prassi socio-politica per liberare il principio del “Comune” dalla reificazione giuridica di “bene”, vale a dire dalla sua principale contraddizione. Lo Stato e il mercato non sono gli angelici portatori di un verbo impersonale al servizio di tutti, ma i vettori della normalizzazione o della distruzione dell’agire comune.

Nella prefazione alla traduzione italiana, Stefano Rodotà ricorda che i “beni comuni” rappresentano una nuova tassonomia dei beni il cui scopo è esprimere la personalità di ciascuno e permettere l’esercizio dei diritti fondamentali. I “beni comuni” rappresentano inoltre una dislocazione del diritto dall’ambito proprietario e mercantile a quello dell’uso collettivo. Legittimamente, scrivono Dardot e Laval all’altro capo del volume, questa teoria vorrebbe liberare ciò che comune agli uomini dal comando dello Stato e dalla proprietà privata. Il suo problema è che continua a usare la categoria giuridica di “bene comune” (o di “beni comuni”) che ha logicamente bisogno di uno Stato.

Uno spazio per il comune
Qual è allora lo spazio per il “comune” (e per i beni comuni)? Per Dardot e Laval è la prassi collettiva. Bisogna ripensare il “comune” al di fuori del “bene” e sviluppare il concetto di “uso comune” incarnandolo nell’agire in concerto, un’espressione di Hannah Arendt tradotta in “co-attività” e “co-decisione”. Non si tratta di rifiutare lo Stato, né di collocarsi al di fuori del diritto, ma vedere entrambi come entità e strumenti di una nuova teoria del governo e dell’istituzione. Quella ispirata dal filosofo (e molto altro) greco-francese Cornelius Castoriadis che la definì “prassi istituente”.

Alla base della categoria giuridica di “beni comuni” esiste una prassi che ingloba sia il fare sia la poiesis, cioè l’agire che non ha solo l’obiettivo di fabbricare un oggetto, ma lo sviluppo delle facoltà del soggetto. Una prassi è “istituente” (e non “istituzionale né “istituzionalizzante”), quando crea nuove istituzioni e non si limita a perfezionare il funzionamento di quelle esistenti in una costituzione data. È questo il senso della “rivoluzione” per il nostro secolo indicata nel sottotitolo di questo volume.

In principio è il comune
Dardot e Laval considerano il “comune” un “principio”, e non una cosa, una sostanza, o una qualità propria. “Il principio – scrivono – viene prima e fonda tutto il resto”. “Ordina, comanda, regge l’attività politica”. È una definizione che si presta a diverse interpretazioni. Il “comune” è il prodotto dell’agire di chi partecipa a un’attività comune, ma anche il principio che giustifica tale attività. Cosa giustifica l’idea per cui il principio sia sempre, e comunque, il risultato di un agire comune tra gli uomini? I sostenitori della sovranità o della proprietà privata potrebbero essere d’accordo, ponendo i loro valori al centro della stessa teoria.

L’unica, possibile, giustificazione della verità ontologica affermata da Dardot e Laval (“In principio è il Comune, il Comune è il principio di tutte le cose”) è politica. Il comune è un principio politico. Senza la storia raccontata in questo libro – il socialismo auto-gestionario e associativo, il comunismo dei consigli o anche le teorie dell’insurrezione e del potere costituente – la tesi del volume sarebbe infondata. E, tra l’altro, soggetta a influenze teologiche.

Invece, considerando le esperienze storiche e, in generale, dell’irruzione della politica delle masse sulla scena dell’Otto-Novecento, oggi si può comprendere che il principio evocato dagli autori è, più propriamente, una potenza. E, come tale, condizionata alla soggettività che la esprime e alla storia politica di cui è il segno.

Ritorno al mutualismo
Del Comune spiega come si costruisce una forza sociale e politica, situata nel tempo e nello spazio, e non in funzione di un mero principio ontologico. Questo, in fondo, è il suo interesse: indicare un’attualità pratica nel presente, diretta alla costruzione di una forza collettiva. Gli strumenti per realizzare questa “politica del comune” sono tre: il mutualismo, la cooperazione, il federalismo.

Concetti con una lunga storia, esposta da Dardot e Laval in maniera suggestiva. Chi oggi parla di “mutualismo” a proposito del coworking, delle pratiche di mutuo-aiuto, di quelle sindacali o nell’ambito della cosiddetta “innovazione sociale”, troverà in questo libro l’origine di una storia rimossa da quasi un secolo. In termini filosofici, il mutualismo è una pratica derivata da “mutuum”. A sua volta, questo concetto è il derivato di “munus”, cioè un “dono che obbliga a uno scambio”. L’aggettivo derivato è “communis” – il “comune”. Indica la condizione di chi ha in comune i “munera”, cioè i doni da scambiarsi.

Nella storia del movimento operaio, il “comune” è stato prodotto da quella che Dardot e Laval chiamano la “co-attività” tra gli individui associati sul lavoro e nella società, non da una comunità “popolare”, “sangue e suolo” oppure “nazionale”. Le pratiche del mutualismo sono solidali, economiche, socio-sanitarie, finanziarie, politiche e sono basate sull’auto-organizzazione, non sulla delega o sulla rappresentanza.

Questo scenario è possibile solo attraverso la creazione di federazioni su base sociale e professionale, ma anche politica e istituzionale, tanto su scala locale quanto su quella globale. Fare politica oggi significa federare una pluralità tendenzialmente infinita di pratiche. Un’attività che può diventare molto complessa. All’inizio ci sono tuttavia le unità di base – le “comuni” politiche, così le definiscono Dardot e Laval, basate sull’auto-governo politico, sociale o lavorativo che si sviluppa sui territori. Queste “comuni” formano coalizioni a livello nazionale e, a livello globale, mostrano un’idea di governo basata su una nuova razionalità politica, quella dell’auto-governo.

Un’alternativa al nuovo feudalesimo
La politica del comune è ispirata a un’idea di federalismo non sussidiario, ma comunista. Questo comunismo federalista risponde a una tradizione sconosciuta oggi, e negletta nella storia dello stesso movimento operaio. È stata formulata inizialmente da Proudhon nel 1840, ha contagiato Marx quando scriveva della Comune di Parigi nel 1871. Del tutto rimossa dalla storia del comunismo sovietico, e dalle divergenti vicende del comunismo e della socialdemocrazia europea, questa peculiare idea di comunismo oggi circola sotterraneamente.

Dardot e Laval la riscoprono come possibile alternativa al sistema del governo capitalistico e alle attuali tendenze alla rifeudalizzazione delle sovranità nazionali o all’odio del populismo xenofobo. La loro impresa genealogica la colloca correttamente nel diritto romano, rinviando all’antico senso del “municipium”. Questa tradizione ha avuto un singolare sviluppo nella tradizione del federalismo europeo e, in particolare, nel municipalismo repubblicano e civile italiano, come abbiamo ricostruito nel Quinto stato, un libro che ha singolari assonanze con quello di Dardot e Laval. C’è tuttavia una differenza sostanziale non colta dagli autori francesi: il diritto romano imponeva a tutti l’obbligo dei tributi e del servizio militare. Nel 1858 Carlo Cattaneo invece scriveva che il mutualismo emerge come il senso del diritto e della dignità civile.

Dal punto di vista storico, le pratiche mutualistiche sono state applicate nel municipalismo italiano tra il X e il XII secolo. Fu questo il primo incubatore della borghesia moderna. In seguito furono applicate all’origine del movimento operaio. Oggi Del Comune propone la loro applicazione nella società del lavoro indipendente (precari, autonomi, inoccupati) per favorire la crescita di un processo di costituzione civile antagonista alla storia, culturale e costituzionale, dello Stato-Nazione.

L’obiettivo è creare una cittadinanza non statale e non nazionale, ma insorgente. L’attenzione del libro è rivolta alla creazione di cittadini politicamente capaci di inventare istituzioni che permettano di essere co-produttori coscienti del comune, non solo consumatori di servizi o di merci. L’operazione è ardita, e mai come oggi l’attitudine alla cooperazione viene negata alla radice. E, tuttavia, queste sono le coordinate condivise dalla cultura globale dei “beni comuni”.

La strada in salita
Quello di Dardot e Laval è un programma filosofico ambizioso, ispirato alla vena socialista eretica e al costituzionalismo illuminista radicale che presenta un’ipotesi di comunismo per il XXI secolo. In questa cornice, lo Stato non scompare, ma diventa l’estensione di un continuum istituzionale che lo eccede dall’alto e dal basso.

Il suo principio-base è la comune, non la comunità. L’auto-governo, non la sovranità popolare. L’attività, il lavoro, la professione, l’interesse culturale, civico ed economico per garantire il quale gli estranei si uniscono per condividere risorse, saperi, tempo libero e possibilità. La reciprocità riguarda potenzialmente tutti gli aspetti della vita individuale e associata.

È una strada in salita. Viviamo in tempi non rivoluzionari. E, se una rivoluzione esiste, è quella neoliberista per la quale non esiste altra realtà che quella in cui viviamo. Nell’orizzonte di una vita umana, ovunque è negata la praticabilità di un’autonomia. Il lavoro non è il luogo della cooperazione, ma dell’auto-sfruttamento a titolo gratuito. Il futuro è un incubo, senza pensione, né reddito.

Proprio in questo abisso, al culmine della disperazione, c’è una vita che brulica e dimostra l’esistenza di un’alternativa nelle pratiche quotidiane. Quelle incarnate nei corpi che si spingono contro quell’orizzonte. Al crepuscolo, torniamo a leggere il verso di Baudelaire, citato all’inizio del libro: “Avviso ai non comunisti: tutto è comune, anche Dio”.

Christian Laval, Pierre Dardot
Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo
Prefazione di Stefano Rodotà
DeriveApprodi (2015), pp. 544
€ 30,00

Cose in comune

Michele Spanò

«Sono ovunque, e ce ne accorgiamo appena»: questo è il folgorante incipit del libro più singolare che sia stato scritto sulle cose (EC, 7). Tuttavia, quelle a cui Emanuele Coccia ha dedicato il suo formidabile trattato di etica iperrealista, non sono le cose sans phrase; sono le cose di oggi: le merci. In esse – questa è la tesi strabiliante – alberga la nostra felicità possibile, la promessa del bene che possiamo insieme darci e farci. Sarebbe d’altronde complicato, oltre che vacuo, immaginare la nostra forma di vita prescindendo da ciò che – le cose – sta, alla lettera, tra di noi. Mauss, nel suo notissimo scritto sul dono, lo aveva intuito con esattezza: «Si tratta, in fondo, proprio di mescolanze. Le anime si confondono con le cose; le cose si confondono con le anime. Le vite si mescolano tra loro ed ecco come le persone e le cose, confuse insieme, escono ciascuna dalla propria sfera e si confondono: il che non è altro che il contratto e lo scambio» (MM, 184).

Vale la pena domandarsi se questo perpetuo commercio (spirituale e materiale) abbia davvero – e sempre e comunque, e da sempre e per sempre – avuto a che fare, elettivamente e quasi inderogabilmente, con ciò che noi chiamiamo mercato (e che troppo spesso confondiamo con il capitalismo). Quanto occorre interrogare è la consistenza storica dell’equivalenza – e della distinzione che essa dunque fatalmente occulta – tra cosa e merce. Chi apra la traduzione di Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo di Pierre Dardot e Christian Laval (PDCL, specialmente il capitolo sesto) non mancherà di imbattersi nei materiali preparatori a questa indagine.

«Tutto va e viene, come se ci fosse uno scambio costante di una sostanza spirituale comprendente cose e uomini» (MM, 174). Cose, corpi e persone – nello specchio della grande antropologia – abitano uno spazio contiguo: quello della mescolanza e della trasmissione, del passaggio, del contagio e della confusione. «[...] A me sembra che il male/non è mai nelle cose [...]» avrebbe cantato Raboni ne Le case della Vetra; nulla di scandaloso, perché nulla può esistere di moralmente saliente, «se si pensa che esiste, prima di tutto, una mescolanza di legami spirituali tra le cose, che appartengono in qualche misura all’anima, e gli individui e i gruppi, che si trattano entro certi limiti come oggetti» (MM, 174). L’implicazione tra la cosa e la persona è assoluta: indiscernibili nella materia, commensurabili nel valore, compossibili nelle prestazioni.

C’è un tempo delle cose che è dunque prima, o il prima, di ogni retorica, prima di sintagma e paradigma, prima di metafora e metonimia, prima di ontologia e storia. Si dovrebbe dire, a rigore, che c’è un tempo delle cose prima delle cose (spingendo sfacciatamente sul pedale della speculazione diremmo che c’è un tempo delle cose prima dell’in-quanto-tale); in esso vige il regime dell’equivocità assoluta, dell’omonimia integrale e della più radicale improprietà. Ancora Mauss: «Tutto è collegato, si confonde; le cose hanno una personalità e le personalità sono in qualche modo cose permanenti del clan. Titoli, talismani, oggetti di rame e spiriti dei capi sono omonimi e sinonimi, dotati della stessa natura e funzione. La circolazione dei beni segue quella degli uomini, delle donne e dei bambini, dei banchetti, dei riti, delle cerimonie e delle danze, persino quelle degli scherzi e degli insulti. Si tratta, in fondo, della stessa cosa. Se le cose vengono date e ricambiate, è perché ci si dà e ci si rende “dei riguardi” – noi diciamo anche “delle cortesie”. Ma è, anche, che ci si dà donando e, se ci si dà, è perchè ci si deve – sé e i propri beni – agli altri» (MM, 238-239).

Poi venne Gaio, cioè il diritto: non più cose e persone; non più indistinzione e confusione. Tra esse – res et personae – e perché esse siano davvero tali – distinte perché non più irrelate – il diritto dovrà inventare l’actio, l’azione o la procedura. Un sistema rituale – fatto di parole e azioni – che designando, nominando efficacemente ovvero qualificando il mondo finalmente lo “realizza”. In un’immaginaria topica disciplinare «la scienza delle cose» troverebbe allora il suo luogo proprio sotto la rubrica del diritto. La separazione tra cosa e merce, tra cosa (in) comune e cosa appropriata, è nient’altro che l’opera – insieme terribile e straordinaria – del diritto. È solo il diritto infatti che, tramite le sue procedure, può davvero qualificare qualcosa come una cosa. Strabiliante tecnica di denaturazione del reale, il diritto è anche una potentissima macchina di reificazione del mondo. Nessuno come Yan Thomas ha descritto meglio questa «cattura giuridica delle cose» (YT, 56): una sofisticatissima batteria di operazioni che decidono se, e come, una cosa è destinata alla non appartenza e all’indisponibilità, e dunque all’uso e all’accesso di tutti e di ciascuno (essa è proprio nostra perché non l’avremo mai), o se essa è altrimenti profana: la cosa di qualcuno, dotata di un valore espresso tramite un prezzo, e dunque commerciabile al mercato (essa è veramente mia proprio perché potrebbe non essserlo più).

Il diritto non si pronuncia sulla qualità morale delle destinazioni possibili degli oggetti che produce; esso si bea della sua potenza e restituisce alla contingenza l’ufficio del conflitto e della polemica; lì dove si decide cosa vale e cosa no, chi ha e chi non ha. L’auctoritas rerum (AM, 688) e il comune sono entrambi pensabili solo allorquando qualcosa diviene oggetto di controversia; quando cioè la res si riappropria della sua sinonimia originaria: essa designerà allora tanto la cosa messa in causa quanto la messa in causa della cosa.

A Martin Heidegger non si addice l’ironia. Tuttavia, con uno sforzo titanico del suo inconscio – sospeso tra preterizione e lapsus –, è riuscito a sfoderarla in uno dei suoi saggi più vertiginosi: La cosa. Non si creda – mette in guardia il lettore – che la filosofia che pratichiamo dipenda essenzialmente dall’«arbitrio di un gioco di etimologie» (MH, 116). A fatica: concediamolo. E leggiamo: «È ben vero che l’antica parola altotedesca “thing” significa il riunirsi e precisamente il riunirsi per trattare di una questione in discussione, di un caso controverso. In tal modo, le antiche parole tedesche thing e dinc diventano termini per designare una questione, un affare; essi indicano ogni cosa che in un qualche modo riguarda gli uomini, li concerne, e che perciò sta in discussione (in Rede steht). [...] res publica non significa affatto “Stato”, ma ciò che chiaramente concerne ciascuno in un popolo, ciò che lo “preoccupa” (ihn “hat”) e che perciò viene discusso pubblicamente» (MH, Ibidem). Heidegger si imbatte in nulla di meno che quel legame – giuridico – che permette di trascorrere dalla res alla causa: «[...] res ha questo significato di “ciò che concerne qualcuno”» (MH, Ibidem).

Il diritto (romano), e perfino i giochi di etimologie, circoscrivono perciò con esattezza il luogo del comune: esso è quella azione che sottrae qualcosa all’appropriazione per renderlo accessibile a tutti e ciascuno (res, personae, actiones: Gaio non mente). Ciò che ci concerne, però, è tra noi che dobbiamo discuterlo.

AM = André Magdelain, Auctoritas rerum, in Id., Ius, imperium, auctoritas. Etudes de droit romain, Ecole française de Rome, Roma 1990, pp. 685-705.
EC = Emanuele Coccia, Il bene nelle cose. La pubblicità come discorso morale, il Mulino, Bologna 2014.
MH = Martin Heidegger, La cosa, in Id., Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976, pp. 109-124.
MM = Marcel Mauss, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, in Id., Teoria generale della magia, Einaudi, Torino 1965, pp. 155-292.
PDCL = Pierre Dardot, Christian Laval, Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo, DeriveApprodi, Roma 2015.
YT = Yan Thomas, Il valore delle cose, Quodlibet, Macerata 2015.

Il Comune: un’appartenenza non proprietaria

Paolo Napoli

Ciò che segue è uno stralcio della relazione tenuta da Paolo Napoli al seminario «Dal pubblico al comune», svoltosi tra il 2010 e il 2012 presso il Collegio internazionale di filosofia di Parigi, animato tra gli altri da Pierre Dardot e Christian Laval, Carlo Vercellone e Toni Negri.

Res nullius in patrimonio
Se vogliamo fornire al comune un’appropriata storia giuridica, occorre volgere lo sguardo verso un diritto romano «vivo». Come sappiamo, si suppone che il diritto romano abbia incoronato la sovranità dell’individuo commerciale e il suo potere sul mondo. La proprietà privata sarebbe dunque il segno di una originaria facoltà soggettiva sulle cose, che si esprime nelle forme dell’appropriazione e dello scambio, e ogni altra forma di proprietà sarebbe derivata da questa facoltà primigenia.

Yan Thomas, in un libro («Il valore delle cose», Quodlibet, 2015; qui l'anticipazione e qui la recensione) che ha completamente rovesciato questa inossidabile rappresentazione, ha compiuto una vera e propria rivoluzione copernicana dalla quale un discorso giuridico sul comune può ricavare grande vantaggio. Thomas fornisce la prova documentaria di un diritto proprietario che, lungi dall’aderire alla natura dell’uomo, è solo il negativo di un gesto istituzionale prioritario ben preciso: l'dentificazione, da parte dei poteri pubblici e sacrali, di cose considerate non appropriabili, parti di un patrimonio che non appartiene a nessuno (res nullius in bonis) e, in quanto tali, sottratte all’ambito del commercio. Si tratta di beni destinati agli dèi o alla polis, la cui esclusione da un regime patrimoniale dello scambio rappresenta la condizione per pensare, per contrasto, lo spazio libero dell’attività commerciale.

All’interno di questa dialettica tra cose «appropriabili» o «non appropriabili», non in virtù della loro natura oggettiva ma in ragione di una decisione istituzionale, Thomas fa ben di più che svelare il carattere derivato della disponibilità individuale che invece si presume originaria. Thomas non si accontenta di questa inversione logico-pratica nel processo generativo del diritto privato, e nemmeno si limita a dimostrare che il valore delle cose commerciali non poteva essere concepito senza il costante riferimento al mondo delle cose inestimabili, ovvero sottratte alla misura commerciale del valore. Nel diritto romano Thomas individua gli strumenti tecnici attraverso i quali emerge una terza qualifica, irriducibile alla dimensione tanto statuale quanto privata. Si tratta di una zona nella quale non è più questione dell’appartenenza di un diritto – alla polis o all’individuo – bensì del suo uso: il problema trascendentale della titolarità soggettiva è spostato dalla forza di destinazione delle cose.

Lo spazio pubblico sarebbe allora composto da una zona di demanialità lasciata alla libera disposizione dello Stato – che può vendere o distribuire le proprie terre – e da un insieme di cose pubbliche che sono protette, non in quanto oggetti di proprietà pubblica bensì come zone di uso pubblico. All’interno di questa seconda categoria figurano beni «assolutamente» indisponibili quali piazze, mercati, teatri, strade, fiumi, conduttore dell’acqua… Detto altrimenti, una volta isolata, questa zona di assoluta indisponibilità non colpisce solo i singoli, ma anche la polis: il divieto non consacra la vittoria dello Stato sull’individuo, bensì la sovranità di una prassi liberata tramite la combinazione tra una destinazione istituzionale e l’uso di una pluralità di persone, ossia la moltitudine dei cittadini. Si apre qui uno spazio che potremmo chiamare «comune», nella misura in cui delimita il perimetro dell’azione così come l’azione stessa: potendo quest’ultima realizzarsi tanto nel godimento diretto di questi beni, quanto in una procedura giuridica che ne protegga la destinazione.

Dall’indisponibile all’amministrazione
Toni Negri ha sostenuto – in occasione di un seminario svoltosi a Torino nel marzo 2011 – che di fronte alla crisi economica globale occorre rivendicare un diritto del comune che poggi sulla legittima rivendicazione di una rendita sociale. Far riconoscere questo diritto del comune alla rendita sociale – un diritto che non sia né privato né pubblico – è per Negri la sola strada per uscire dalla crisi.

Vediamo allora in quali termini sia possibile praticarla. Come ogni diritto, un tale diritto alla rendita sociale può essere rivendicato e protetto per vie diverse. Un primo modo per declinarlo è quello del suo riconoscimento in giustizia, secondo la modalità classica che presuppone il concorso di un terzo «pubblico», nazionale o internazionale, dunque indispensabile agli attori. Una seconda possibilità è quella dell’arbitraggio, ovvero di un terzo scelto dalle parti. Tutte le pratiche di mediazione, la cui importanza è stata esaltata a partire dagli anni Novanta nell’opposizione binaria tra diritto negoziato e diritto imposto, rientrerebbero in questa forma flessibile di definizione dell’agenda governamentale e di risoluzione dei conflitti che possono derivarne. Una terza ipotesi consisterebbe nell’aggirare il passaggio da istituzioni terze – giuridiche o burocratiche, nazionali o internazionali – per restituire alla lotta politico-sociale la capacità di fondare e proteggere questo diritto alla rendita sociale.

Benché sia probabile che questa lotta debba comunque tradursi in pretese giustificabili, credo che prima di intraprendere questa procedura si apra per la prassi uno spazio che non è sottoposto alle categorie giuridiche. Si tratta di una contro-governance che passa attraverso la riqualificazione del concetto di «amministrazione» sottratto alla burocrazia, nella misura in cui essa concentra il potere all’apice della piramide sovrana. Riprendiamo il concetto di amministrazione lì dove lo avevano lasciato Saint-Simon e Marx – la libera amministrazione delle cose sostituirà il potere dell’uomo sull’uomo – e proviamo a rivalorizzare questo concetto con l’ausilio di una duplice qualifica: sottraendolo a due rappresentazioni. Da un lato, occorre staccarlo dai principi weberiani della razionalità strumentale fondata sul calcolo, la previsione, la misura temporale del lavoro e la stretta relazione tra mezzi e fini.

Dall’altro, occorre ripulire il concetto di amministrazione da ogni forma di reificazione economicista, come se indicasse unicamente l’autorganizzazione della produzione e dello scambio da parte della società stessa. Se vogliamo allora intendere l’amministrazione come una forma di azione libera dalla zavorra della burocrazia, così come dalla sua teleologia tecnologico-produttiva, possiamo ammettere che essa si configura come una prassi meglio leggibile attraverso i termini di «uso» piuttosto che quelli di «rivendicazione». L’uso amministrativo comune supera la soggettività astratta della titolarità sulle cose poiché, come ci ha mostrato Yan Thomas a proposito delle cose che non appartengono ad alcun patrimonio, né privato nel pubblico, la sua ragione d’essere deriva dall’indisponibile.

Se il diritto del comune indica un tertium genus fondato sulla «uguaglianza nella coproduzione di norme giuridiche non statuali», come ha affermato Toni Negri nel seminario torinese, questo diritto troverà la propria legittimazione nell’indisponibile e il proprio statuto operativo nell’uso amministrativo. Quando parliamo di indisponibile, non dobbiamo pensare a una penuria ontologica, a una condizione di indigenza o, peggio, alla rinuncia all’azione. L’indisponibile, lungi dall’essere la figura del negativo che condanna la volontà alla moderazione, è piuttosto il frutto di procedure istituzionale che liberano, anziché inibire, le potenzialità collettive dei soggetti. E se vogliamo che queste potenzialità si capovolgano in appropriazione predatoria, non vi è altro che la «forma amministrativa», capace di dare al comune la sua forma di pratica.

Come ci ha mostrato Yan Thomas, il diritto romano ha fondato la propria metafisica individualista precisamente sull’indisponibile come ciò che precede l’appropriazione. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che un capitolo, altrettanto decisivo, di questa storia della categoria pratica di indisponibile è stato scritto dalla teologia cristiana. E non si tratta stavolta di teologia politica. Nessun diritto di eccezione, nessun cristallo hobbesiano con un lato aperto sulla trascendenza. È piuttosto, a mio avviso, la ragion d’essere del cristiano all’interno di questo mondo a giustificare la sua totale vocazione di amministratore e a squalificare il dominio come facoltà naturale sulle cose. Se la povertà è l’antagonista sociale del dominium, non dobbiamo dimenticare che il pensiero teologico già dalle sue origine ha avvertito la necessità di costruire una antropologia che prendesse una forma «amministrativa», poiché la missione di vegliare sul patrimonio comune della fede («custodire il deposito») e di renderne conto in ogni istante è affidata a ciascuno (Prima lettera a Timoteo).

L’ontologia raggiunge l’escatologia sorretta da una modalità «amministrativa» che scatena la creatività dei soggetti attraverso l’esclusione della modalità «proprietaria». Al pari del suo omologo nel diritto civile, il depositario pseudo-paolino non ha la disponibilità assoluta delle cose che gli sono affidate, e la soggettività del cristiano si definisce completamente attraverso questa vocazione amministrativa che si nutre di operazioni potenzialmente indefinite, con l’unica eccezione di azioni di disponibilità proprietaria. A partire da questa esclusione fondativa, la storia della Chiesa può anche essere intesa come una serie di lotte per la salvaguardia dell’indivisibilità collettiva di questo deposito comune, del quale nessuno è reputato averne il dominio. E l’intera storia di questo deposito può anche essere letta come lo scontro tra due modi di preservare la sua amministrazione, l’uno a partire da una tendenza «conservativa», gerarchica e burocratica, l’altro a partire da una visione propulsiva e radicale che tende all’uso cooperativo del deposito. In entrambi, i casi ci troviamo di fronte a una questione teologico-amministrativa che non si lascia imbrigliare nel problema della decisione sul caso di eccezione, esigenza specifica del teologico-politico.

Il «giudizio», in quanto facoltà strutturale del diritto, non fonda il rapporto tra il cristiano e il mondo (il «non giudicate» del Vangelo). L’annientamento escatologico di questo mondo, decretato dalla finzione paolina del «come se non», è in realtà riscattato dalla legge di un deposito che riceve la propria immanenza storica dal fatto preventivo di essere indisponibile. Potremmo certo citare tutta una serie di esempi istituzionali che attestano la diversità dei modi attraverso i quali si è storicizzata l’amministrazione di questo indisponibile, tanto spirituale quanto reale. Mi limiterò a evocare il problema francescano dell’usus pauper delle cose del mondo, che è contemporaneamente un indice del valore sociale del cristiano – in particolare degli ecclesiastici – e un modo di liberare le risorse destinandole al benessere della comunità.

O, per dare un altro esempio, potremmo ricordare il grande esercizio di immaginazione casistica della quale hanno dato prova i giuristi del XII secolo quando hanno attribuito la proprietà dei beni ecclesiastici ai luoghi anziché alle persone. Questa teoria, sostenuta dall’arcivescovo Mosé di Ravenna (1144-1154) quando occorreva giustificare la titolarità dei beni di un monastero una volta che i suoi membri fossero scomparsi (diceva che i beni appartengono alle mura del monastero), è stata oggetto di una interessante ripresa da parte della Corte di Cassazione italiana nel 1953: per giustificare la continuità dei diritti di sfruttamento di terreni rimasti a lungo spopolati, la Corte ha stabilito che le mura delle case del villaggio fossero rimaste le proprietarie di quei terreni comuni che avevano garantito la sussistenza degli abitanti.

Assistiamo allora a un fenomeno curioso sul piano antropologico: quello di una spersonalizzazione dell’appartenenza, allorquando è la materia che appartiene alla materia e l’amministrazione non è altro che il segno umano di convalida di questo continuum. E non è un caso che saranno i civilisti del XII secolo, seguiti dai decretalisti del XIII, a rigettare questa anomalia naturalista, restaurando la sovranità della persona, nell’occorrenza «giuridica». Insomma, i diritti non possono esistere senza titolari personificati, che siano di carne e ossa o fittiziamente costruiti.

I volti del diritto comune ci indicano in questo modo che l’uso amministrativo di questo diritto può rappresentare un laboratorio di riflessione e di usi condivisi. Se la governance ha la pretesa di liquidare ogni ipotesi di resistenza esterna alla globalizzazione, l’«amministrazione» è la forma fluens di una prassi che rifiuta questo disegno di egemonia. Torniamo con questo al problema dell’istituzione, che non è il libero corso di un potere legale e usurpatore della vita degli uomini, ma la modalità interamente processuale di deontologizzare il condizionamento subìto da parte della libertà.

Traduzione dal francese di Ilaria Bussoni