Il pianeta dei giovani-vecchi

Christian Caliandro

I “giovani-vecchi” sono una delle peculiarità di questo Paese. Altrove, in Europa e nel mondo, i giovani sono ancora giovani: e non solo quelli “creativi”, secondo una qualifica di larga fortuna nell’ultimo decennio – vale a dire, quelli che inventano cose che prima non esistevano, e che danno forma il futuro – ma anche quelli che non possiedono particolari ambizioni.

In Italia no, per tutta una serie di ragioni storiche. I giovani-vecchi non amano per nulla il nuovo, inteso soprattutto come qualcosa “che disturba”, almeno al primo contatto, proprio perché sconosciuto. Ne fruiscono invece volentieri la versione più edulcorata ed innocua possibile, quella propinata dalla cultura dominante. Si relazionano con voluttà a questa cultura iper-strutturata che li vende, collettivamente, generazionalmente, a se stessi. Leggi tutto "Il pianeta dei giovani-vecchi"

Obama e Landini tra finzione e realtà

Christian Caliandro

Due episodi che più lontani non si potrebbe: le elezioni midterm negli Stati Uniti e gli scontri al corteo Ast. Barack Obama e Maurizio Landini. Eppure, ad accomunarli e ad avvicinarli dalle due sponde dell’Atlantico c’è un elemento centrale: la gestione della comunicazione.

1.

Obama è politicamente un sole al tramonto: lo certificano queste elezioni, che d’ora in poi lo ingabbiano e lo paralizzano nella condizione proverbiale e poco invidiabile di “anatra zoppa”. Con la maggioranza contraria alla Camera e al Senato, infatti, vedrà sistematicamente invalidate sia le sue iniziative di legge sia le future nomine. Il Presidente che più di tutti, forse, negli ultimi decenni – dai tempi di John Fitzgerald Kennedy e addirittura di Franklin Delano Roosevelt – era riuscito a catalizzare un’attenzione straordinaria, addirittura planetaria attorno a sé e alla sua figura simbolica, costruendo una narrazione epica che penetrava singolarmente nell’immaginario collettivo e popolare, si è sciolto come neve al sole. Rispettando una regola aurea della politica e della vita: più alte le aspettative, più cocente la delusione se queste aspettative vengono poi clamorosamente disattese.

E perché sono state disattese? In effetti, la questione è centrale nella vita politica contemporanea, e nella formazione della cosiddetta opinione pubblica. Ci troviamo qui all’incrocio esatto di parecchi problemi che riguardano anche (e forse soprattutto) noi italiani in questo momento, e che possono essere sintetizzati in una domanda ulteriore: che cosa succede se sistematicamente al discorso non segue l’azione, se la comunicazione precede e annulla il livello della decisione, se la dimensione mediatica presuppone e oscura quella costruttiva? In definitiva, è come assistere alla superfetazione di una realtà parallela, in cui figurine si agitano e recitano le azioni, le politiche davanti agli spettatori-cittadini: arriva però il momento in cui la realtà-realtà, la realtà 1 se vogliamo, sbatte nella polvere la realtà 2 - la dimensione finzionale parallela.

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Shepard Fairey, Hope poster

2.

È precisamente quanto sta accadendo in America in questo momento. Il dispositivo della comunicazione si è inceppato, quello dell’elaborazione e della produzione dei contenuti simbolici è esaurito, e l’influenza sull’immaginario collettivo è andata da un’altra parte. Nonostante gli indubbi successi nella sfera economica, questa presidenza verrà molto probabilmente ricordata per una riforma sanitaria stiracchiata e poco altro. Pochino, per entrare nella Storia. La differenza sostanziale con un Roosevelt, per esempio, è che il New Deal riuscì a saldare magnificamente l’immaginario e la pratica, la cultura e l’intervento nella realtà: John Steinbeck e Walker Evans con la ricostruzione dell’infrastruttura materiale, economica, sociale. Certo, c’erano i famosi discorsi del caminetto, che inaugurarono una nuova, diretta forma comunicativa del Presidente con i cittadini e introdussero una meravigliosa “aria confidenziale” nel discorso politico: ma non c’era solo quello. L’obiettivo fondamentale era sempre e comunque, infatti, la trasformazione della realtà sociale: attraverso una miriade di politiche e di interventi innovativi, come per esempio la riforma agraria, patrocinata dalla rivoluzionaria e dimenticata figura di Henry A. Wallace, Ministro dal 1933 al 1940 e vicepresidente dal 1941 al 1945. Mi sbaglierò, ma non ho visto molti Wallace nell’amministrazione americana di questi sei anni.

3.

E ora, veniamo a Maurizio Landini e agli scontri del 29 ottobre durante il corteo Ast in piazza Indipendenza a Roma: certamente, questo episodio una volta incastrato nel framework interpretativo dei media nazionali, diventa ciò che deve essere – viene cioè stiracchiato, deformato, svuotato. Ma proviamo a guardarlo per gli elementi che presenta. Proviamo a osservare le immagini, per esempio, delle riprese di Gazebo. Siamo nel fuoco della battaglia, per così dire: il nostro punto di vista coincide con quello intermedio tra le due parti della contesa, polizia da una parte e lavoratori dall’altra. Le immagini sono confuse, movimentate, agitate, quasi da cinéma vérité. Il campo è molto ristretto, la scena confinata in un angolino, un budello. E poi, subito dopo che sono partite le manganellate, irrompe in campo con potenza e efficacia dalla destra dell’inquadratura una figura totalmente nuova, inedita – almeno in tempi televisivi – di leader. Si protende verso i poliziotti, urla di fermarsi: la mano del lavoratore che gli protegge la sommità della testa ha un impatto simbolico devastante nella sua semplicità.

Caliandro Scontri al corteo Ast, Roma (ANSA) (500x279)
Scontri al corteo Ast, Roma

Cioè: da una parte abbiamo politici inavvicinabili, chiusi ermeticamente nelle loro auto blindate o nel cerchio delle bodyguard; dall’altra, un leader che guida, che non ha paura di lanciarsi nella mischia – non per fare a botte, ma per proteggere i suoi. Davvero come in un romanzo di Steinbeck. Il tutto prontamente ripreso da parecchie telecamere. Io credo che davvero siamo in presenza di qualcosa di nuovo: una figura “politica” che riesce a infrangere il circuito smaterializzante della rappresentazione, della finzione, della riproduzione, della comunicazione fondendo (pasolinianamente, quasi, è il caso di dirlo) il corpo con la mente, con il pensiero; ricongiungendo la materialità e il progetto, riconnettendo la visione alla realtà della vita individuale e comune. E si becca infatti una bella manganellata – con tanto di sonoro schiocco - sulla mano destra mentre urla “Basta! Basta! Basta!”. E subito dopo: “Ma cosa state facendo???”. Ecco: che cosa stiamo facendo?

L’erba vorrei. Christian Caliandro

Vorrei che l’Italia smettesse, finalmente, di sprofondare. Vorrei che le persone non fossero così deboli e tristi – che ritrovassero la dignità. Attorno a me continuo a vedere persone che, ognuna nel suo campo specifico e nel proprio contesto di riferimento, conducono una lotta molto dura in condizioni impervie.

La maggior parte sta al massimo a galla, resistendo per il momento agli urti: quelli che sono stati e sono in grado di costruirsi una parvenza di ‘carriera’, lo fanno in realtà accettando tutta intera la situazione data e i suoi presupposti. L’ingiustizia di tutto questo. Vorrei che si costruissero le condizioni per un minimo addestramento collettivo a resistere a questa ingiustizia, a orientare la propria esistenza verso il rifiuto di queste regole nuovissime eppure così antiche.

Vorrei vedere film italiani potenti e meravigliosi e terribili. Vorrei vedere opere d’arte italiane maleducate e spericolate e selvagge. Vorrei leggere altri libri italiani come quelli che sto leggendo. “Mi sento ponte ideale; attraverso me, due mondi in successione e in contrasto comunicano ancora” (Guido Morselli, Roma senza papa, Adelphi 1974).

Vorrei che l’obiettivo non fosse più solo quello di sopravvivere. Di cavarsela. Di tirare a campare. Perché in questo modo è semplicemente impossibile che un vero cambiamento si produca: il cambiamento non avviene da sé. Il cambiamento non viene donato da nessuno, ma va ricercato e perseguito con tenacia lucidità lungimiranza durezza. Il cambiamento, il futuro, va scavato nel presente.

Vorrei che l’Italia interrompesse e infrangesse questa finzione nociva di cambiamento. Per resistere all’onda di sdegno e disgusto che monta e che ogni volta viene negata e ricacciata indietro, infatti, è stata addirittura allestita una “rivolta generazionale” che annulla il senso stesso della rivolta, una rivolta che rifiuta ogni forma di conflitto e di opposizione e di critica dell’esistente perché né è la conferma precisa e l’ultima validazione – e che altro non è se non una sostituzione su base anagrafica di figure e figurine nello schema, nella commedia, nella scena. Una simulazione, una “mascherata” basata sulla rimozione sistematica di cambiamenti ogni volta annunciati e ogni volta congelati.

Vorrei assistere allo spezzarsi di questa rimozione. Di questo gelo. La finzione muta, cambia pelle, aspetto. Ma gli italiani rimangono patologicamente affezionati ad essa: tutta intera la struttura psichica del Paese si agita, respira, opera attraverso e dentro questa finzione. Vorrei che il discorso critico e autocritico diventasse un’opzione vera, reale.

Vorrei che affrontare, esperire, gustare e godere persino l’amarezza e la gloria del fallimento fosse una possibilità praticabile a livello diffuso. Vorrei vedere un’intera nazione installarsi nella condizione ulteriore. “Qualità: sapere cosa è buono, cosa non lo è, e perché” (Ian McDonald, Forbici vince carta vince pietra, Bantam Spectra 1994). Vorrei che tornassimo, finalmente, tutti a casa: è ora di tornare a casa.