La funzione trasformatrice della cultura

Christian Caliandro

«Gli italiani sono il popolo più creativo del mondo»: quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase, da decine di politici e giornalisti del Belpaese? Ma le cose non stanno proprio così. Chi pensa e dice una cosa del genere, con ogni probabilità non sa nulla del mondo del 2012 e neanche degli ultimi venti-trent’anni. Con ogni probabilità, possiede un’idea piuttosto asfittica della produzione e della fruizione culturale. Un’idea totalmente autoreferenziale e autocelebrativa della cultura e della creatività, imbevuta di retorica ma pochissimo proiettata verso lo spazio esterno – e persino verso quello interno. Il contesto italiano dell’ultimo trentennio, infatti, è riuscito a generare (tra gli altri incredibili risultati) quello che è un vero unicum nella storia culturale recente dell’Occidente: una forma acuta e perniciosa di dissociazione dalla realtà e dal mondo esterno, di vera e propria schizofrenia. Si fa raccontare e adotta un’altra verità rispetto a quella effettiva. Un’altra identità.

È, questa, una strana forma di autoriflessività, che non contempla affatto il riconoscimento di sé: piuttosto, implica la perdita di se stessi. L’oblìo. Purtroppo, la maggior parte delle produzioni e delle narrazioni culturali attuali (romanzi, film, opere d’arte, fiction televisive, discorsi pubblici), anche se per fortuna non la totalità di esse, non fa che confermare questo stato di cose. Il ruolo principale della cultura è quello di costruire le identità particolari e collettive, non di oscurarle. Di elaborare i traumi, non di contribuire a rimuoverli. Di criticare radicalmente la realtà e le sue storture, non di validarle e costruirci attorno un cordone sanitario. Di aiutare le persone a comprendere l’esistenza, e la propria evoluzione all’interno di questo tempo esistenziale. Di produrre continuamente il senso dell’umano. La società italiana attuale, invece, soffre dell’incapacità cronica, a tutti i livelli, di immaginare il futuro: la (ri)costruzione di se stessa nel futuro. E persino, cosa forse ancor più grave, di percepire il presente.

L’Italia è ossessionata dai suoi fantasmi. In ogni territorio della vita collettiva e civile (politica, economia, impresa, cultura) si continuano ad applicare con ostinazione schemi obsoleti e griglie interpretative antiquate che non funzionano, che non funzioneranno - e che molto probabilmente non hanno mai funzionato. La ragione, molto intuitiva, è che gli schemi obsoleti vengono adottati dai cervelli obsoleti. A loro volta, i cervelli obsoleti sono pervicacemente legati alla percezione della realtà e del mondo che si sono formati una volta per tutte, e dunque reagiscono solo alla conferma del già dato e del già noto (di qui, la cultura come pratica autoconsolatoria e retorica): ogni innovazione, intesa come modifica radicale dell’ordine conosciuto, è percepita come una minaccia. E viene regolarmente esclusa dallo sguardo.

Invece, proprio la crisi che stiamo attraversando, se viene interpretata per quello che in effetti è - epocale trasformazione e attraversamento che collega una versione della realtà con un’altra, inevitabilmente diversa da quella precedente - richiede una totale e radicale riconfigurazione dei modelli di riferimento e delle prospettive. Del tipo di relazione che istituiamo con il mondo. E non c’è nulla come la cultura che riesca a svolgere questa funzione nella maniera più completa ed efficace: la cultura addestra gli individui al cambiamento, a vivere nel cambiamento e a non interpretarlo come un pericolo. Di certo, non è qualcosa che inventiamo oggi: duemilaquattrocento, mille, cinquecento e sessanta anni fa era un fatto ben noto. Solo che, periodicamente, tendiamo a dimenticarlo, e allora sono guai seri. Dobbiamo solo impararlo di nuovo, impararlo subito e impararlo a fondo.

La cultura dunque, da agente della rimozione e della dissociazione, può – e deve – diventare agente della trasformazione. Interpretare ancora, invece, la cultura e l’industria culturale in termini puramente economicistici significa, banalmente, volerle costringere ancora in un recinto che non le appartiene, all’interno di regole e parametri non suoi. Di un sistema, cioè, che non la riguarda e che le è addirittura ostile.

Per questo, gran parte della retorica della «creatività» prodotta negli ultimi quindici anni è drammaticamente assurda. Proviene da una concezione totalmente distopica del funzionamento interno dei fenomeni culturali e dell’innovazione creativa, prodotta all’interno di una mentalità sempre e comunque neoliberista. Significa applicare i princìpi economicistici e strumentali alla cultura, ricadendo – dal verso opposto – negli stessi errori dei decisori che proclamano ed applicano i tagli ai finanziamenti per il settore culturale pubblico. Il ragionamento, nella sostanza, è: «se non rende (nell’immediato), non serve». Che equivale ad affermare: «ma la cultura rende, eccome». Se ci pensiamo bene, tra «con la cultura non si mangia» e «con la cultura si mangia» non corre poi tutta questa differenza: entrambi gli approcci discendono, di fatto, dalla medesima filosofia.

La cultura, invece, non può che portare all’alterazione radicale di un intero sistema morale di riferimento (i valori che regolano in profondità la vita collettiva e immaginaria di intere società). Di un sistema economico, politico, sociale. Compito della cultura, in una fase storica come quella che stiamo attraversando, non può che essere – dopo aver ratificato ed analizzato la fine dell’epoca precedente – immaginare, articolare e costruire l’epoca nuova. La cultura è il telaio, la struttura fondamentale di progettazione del presente e del futuro.

Biennale de L’Havana: la decomposizione è un sogno

Christian Caliandro

Nella sala del Museo de la Revolución dedicata a Ernesto Che Guevara e a Camilo Cienfuegos ci sono le statue di cera dei due eroi che, in un angolo di foresta meticolosamente riprodotto, puntano lo sguardo verso l’avvenire. È come assistere alla decomposizione di un sogno. Tutto impolverato, tutto rovinato, tutto rotto e aggiustato e poi rotto ancora. Può essere affascinante.

La Biennale – qui ancor più che in qualsiasi altra città d’Europa e, forse, del pianeta – è decisamente un corpo estraneo. Un circo triste, che piomba in un contesto urbano di cui nulla sa e su cui non interviene. In queste rovine non c’è desolazione (almeno, a me non sembra: ma posso sbagliarmi). Sono rovine «vive», per così dire, che se ne fregano del fascino proiettato verso gli sguardi esterni, che resistono alle semplificazioni da cartolina e che conducono la loro esistenza insieme alle vicende umane che ospitano. Questa è una città realista. Ma il mondo dell’arte non lo è, e non può dunque conoscerla se non molto superficialmente. Semplicemente, non gli interessa conoscerla. Fa il suo numero, ignorando ed essendo ignorato, e poi va via per installarsi in qualche altro posto. Il mondo dell’arte contemporanea è una muffa culturale.

Test1: inaugurazione della mostra al Centro Guayasamín. Subito si articola l’atmosfera surreale – come al solito. Nella corte si affacciano perfomer cubani a dire incomprensibili messaggi performativi, nel totale disinteresse e nel bel mezzo di un casino infernale. Nessuno sente nessuno, nessuno sente niente. A nessuno importa realmente. Sai che c’è un’azione, un rito sociale in corso, e questo è quanto. Al piano di sopra, devi levarti le scarpe per guardare le scritte per terra di Carlos Garaicoa, come se fosse una moschea o un tempio buddista.

Test2: questi sono i vampiri, ma i vampiri veri. Dietro una vetrina (sempre, rigorosamente dietro una vetrina), gli spettatori osservano gente che lavora. Si configura una costante relativamente nuova: è come se gli esseri umani fossero ormai talmente disabituati alla pratica del lavoro manuale (sentendola enormemente estranea alla propria quotidianità), da poterla percepire ormai solo come oggetto ‘esotico’. In modalità, per così dire, Museo di Storia Naturale o al massimo di Etnografia. La vetrina registra una distanza incolmabile dalla familiarità con la realtà materiale.

Test3: al Gran Teatro de l’Habana, la megamostra autocelebrativa del mondo dell’arte. I giovani artisti sudamericani invitati, educati nelle scuole e nella accademie di Londra e di New York, hanno fatto esattamente ciò che ci si attendeva da loro. I lavori-compitini – tutti ordinati nelle loro scatoline, disposte in bell’ordine all’interno di questo spazio oggettivamente strepitoso eccessivo e fuori scala che è il Gran Teatro (strepitoso, eccessivo e fuori scala proprio perché appartiene ad un altro ordine di idee e di valori rispetto a ciò che adesso, occasionalmente, contiene) – ruotano nominalmente attorno al tema «Practicas Sociales». Ironia della sorte, verrebbe da dire. Ma qui la sorte non c’entra: queste opere rafforzano il canone bislacco dell’arte dell’ultimo quarantennio.

Tutto attorno e in mezzo, i soliti rituali di bacini e «come stai?!?», «che ci fai qui?» (che ci faccio secondo te a L’Havana?). E nessuno, ma proprio nessuno, che si domandi come mai questo luogo, questo evento e questo momento appaiano così disconnessi dalla realtà rumorosa e vivace che si anima appena fuori dalle enormi finestre (effettivamente nessuno si affaccia neanche, a queste finestre). O forse no, forse se lo stanno domandando in molti (anche perché la cosa è troppo evidente): solo, la questione viene mentalmente derubricata con un «non pertinente».

Potremmo essere ovunque, adesso: a Gwangju, a Venezia, a Caracas, in India o negli Stati Uniti. E questo vuol dire che il modello delle Biennali ha fagocitato tutto il resto. Questa tribù irrispettosa, e tutto sommato pacchiana, continuerà a vagare per il globo, per posti con cui non ha pressoché nulla in comune. Finché qualcosa di nuovo e di grosso non interverrà a modificare radicalmente lo scenario.

Atmosfera spettrale

Christian Caliandro

Regna in Italia, in queste settimane e in questi mesi, un’atmosfera stranissima e interessante. Spettrale. Tutti sono distaccati, dissociati da ciò che sta accadendo realmente. In attesa di un futuro pessimo e cupo che si dipana nel presente. Presi in trappola. L’Italia sembra infestata, dal suo passato e soprattutto dai suoi demoni più recenti. Una specie di nostalgia malsana e diffusa per ciò che ci ha condannati: un voler tornare indietro, o meglio, un non voler andare avanti a vedere quello che ci aspetta oltre la collina. Per l’ignavia di sempre, mista alla paralisi e all’immobilismo che negli ultimi venti anni si sono aggravati. Cronicizzati.

Così, anche le analisi e le interpretazioni si aggirano spuntate nel paesaggio di spettri che è diventata l’Italia contemporanea. «Il Paese delle interpretazioni è abitato da un popolo che non sa interpretare», come scrive Giuseppe Genna in Dies Irae (2006). Le macerie economiche e sociali ricordano da vicino il secondo dopoguerra (e anche questo è diventato già, con rapidità impressionante, un mantra): manca però del tutto, almeno per il momento, lo spirito della ricostruzione. La spinta della ricostruzione. Quell’entusiasmo e quell’energia impastati di disperazione, dell’aver nulla da perdere.

Qui, invece, si rimane agganciati a vecchie manìe (vecchie di tre quattro decenni; e in alcuni casi anche di tre quattro secoli) e a meccanismi consunti. Che non hanno mai funzionato, e a maggior ragione mai funzioneranno in un contesto mutato per sempre. La realtà è lontana, viaggia distante, e non sembriamo in grado di afferrarla nemmeno per rigirarcela fra le mani. Figuriamoci per capirla. C’è una barriera, uno schermo – ancora, sempre – tra ciò che stiamo vivendo e ciò che ci raccontiamo. Tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Ricadiamo continuamente nel dominio, e nell’equivoco, della rappresentazione. La nostra passione per la «dissimulazione» – la distanza precisa e incolmabile tra ciò che affermiamo e ciò che facciamo, tra le nostre dichiarazioni e le nostre azioni, tra i nostri obiettivi presunti e i nostri comportamenti – ci sta fregando forse definitivamente.

Mentre i politici continuano a blaterare e a contendersi brandelli, spoglie, un intero sistema istituzionale (che già partiva da una condizione di fragilità estrema) va placidamente in frantumi. La maggior parte dei giornalisti si concentra sistematicamente sui dettagli più sbagliati, insignificanti e «fuori tempo», perdendo di vista la gigantesca trasformazione in atto; per forza: addestrati in un’epoca frivola, l’angolazione da cui osservano è inutile – anche dannosa – per decifrare ciò che accade, o anche solo per ordinare gli elementi. L’inadeguatezza dello sguardo è la cifra dominante.

Gli eventi realmente importanti appaiono dunque senza senso, come razzi sparati in una notte di nebbia; quelli superficiali e impermanenti assumono una rilevanza sproporzionata, proprio perché costruiscono per una classe dirigente in preda alla depressione un’ultima barriera dietro cui rifugiarsi, pur di non affrontare direttamente i veri problemi e le difficoltà epocali (meglio concentrarsi ancora, finché si può, sui siparietti e sull’eterna commedia delle parti: un’autentica ecolalia mentale e culturale che dall’esterno può sembrare asfissiante e psicotica, ma dall’interno ha il gusto zuccheroso della rassicurazione, della consolazione).

Quella che stiamo attraversando è, del resto, una disintegrazione tipicamente nostrana, da «Paese senza»: la parte tragica si colora comunque di tinte grottesche, da film di Zampa o di Comencini. Lo spettro di Ugo Tognazzi – uno dei tanti, uno dei migliori – si aggira per questo deserto con il suo inconfondibile ghigno.

Isolation Desolation

Christian Caliandro

If I could, you know I would
If I could, I would
Let it go
This desperation
Dislocation
Separation
Condemnation
Revelation
In temptation
Isolation
Desolation

U2, Bad (The Unforgettable Fire, 1984)

L’isteria collettiva italiana sta assumendo in queste settimane tratti molto strani, e pressoché inediti. Mentre il Presidente della Repubblica ci informa di non percepire attorno a sé «un’esasperazione confusa», imprenditori e operai oltre l’orlo del fallimento si danno fuoco, si sparano, si impiccano. Il resto della gente, la maggior parte almeno, preferisce non soffermarsi a riflettere su ciò che sta realmente accadendo, e soprattutto su ciò che potrebbe accadere. La Grecia è lì, vicinissima a noi nello spazio e nel tempo, eppure molto distante: come un male da esorcizzare, una malattia di cui non parlare (e infatti, uno dei mantra più diffusi, e ingenui, è: «l’Italia non è la Grecia»).

Ma l’isteria, l’isteria è difficile da gestire e da maneggiare. Pervade ogni angolo della vita collettiva del Paese, innervando i comportamenti e le opere. È la stessa desolazione silenziosa e atroce che percorreva tanti film italiani - da Un borghese piccolo piccolo (Mario Monicelli 1977) e L’avvertimento (Damiano Damiani 1980) a Romanzo di un giovane povero (Ettore Scola 1995) - ma che oggi sembra non trovare più il suo racconto, la sua voce. Una disperazione risucchiata dal solito buco nero della rimozione collettiva, autentica passione nazionale.

Così, mentre quasi tutti - tranne i pochissimi privilegiati: sempre gli stessi: il privilegio infatti, per sua stessa natura, non può passare di mano, se non nell’ambito della medesima dinastia… - sperimentano una forma nuova di infelicità e di chiusura inesorabile degli orizzonti, fanno cioè esperienza della distopia realizzata (senza in parecchi casi possedere neanche gli strumenti culturali per decifrare e gustare le declinazioni di questa realizzazione), un messaggio viene ossessivamente ripetuto: «non è poi così male: e attenti, che potrebbe andare peggio».

Il disagio è più forte, proprio perché non ha nome. E non ha nome perché la nazione è ancora prigioniera nel dominio della rappresentazione. Ci si ostina a negare la realtà, mentre la sua proiezione immaginaria si è già ampiamente sgretolata. Ma non basta ancora. Ci si aggrappa ai brandelli rimasti, alle scorie dei sogni, per la paura di ciò che esiste davvero in fondo al pozzo. E allora, quando un disagio non riesce ad esprimersi, invade e paralizza ogni angolo dell’animo. Più l’angoscia viene negata, più domina le nostre scelte.

L’opzione più efficace e logica sarebbe, a questo punto, quella di tematizzare questo disagio. Nominarlo, cioè articolarlo culturalmente. Ci stanno provando, negli ultimi tempi, autori - scrittori, registi, musicisti - diversi tra loro, come Giuseppe Genna con Dies Irae (2006), Giorgio Vasta con Il tempo materiale (2008), Antonio Moresco e Walter Siti, Stefano Sollima e Daniele Vicari rispettivamente con i film ACAB e Diaz  (che rappresentano probabilmente l’inizio del ritorno al cinema civile italiano che fonde impegno e azione) ed infine Il Teatro degli Orrori con il cupo e sorprendente concept-album Il Mondo Nuovo. Sono, forse, annunci di qualcosa che sta per definirsi: la narrazione culturale dell’italianissima zona oscura. Quella in cui siamo sprofondati tutti.

La lotta No Tav e i due massimi sistemi del mondo

Christian Caliandro

Nel nuovo quadro dell’economia globalizzata il… compito principale [della politica]
non è più quello di dirigere, ma di garantire un certo grado di coesione sociale;
essa non può più coltivare disegni ambiziosi, ma solo rattoppare e tamponare.
È allora che la politica e i suoi interpreti iniziano a perdere autorità e qualità:
le loro ‘disinvolture’ etiche, che le ideologie avevano permesso di riscattare e
trasfigurare, non possono più nascondersi sotto la gonna di una grande giustificazione.

Franco Cassano, Egonomia: così l'individuo senza società ha cancellato la politica
(La Repubblica, 2 Marzo 2012)

In queste settimane molto convulse e molto confuse, da più parti - sui giornali e in televisione - si levano alti lai sulle possibili degenerazioni della protesta No Tav. La classe dirigente italiana, da parecchi anni ormai, continua ossessivamente - a destra come a sinistra - ad agitare lo spauracchio degli anni Settanta e della violenza politica: «si rischia di tornare agli anni di piombo», «gli anni Settanta non torneranno», «stanno per tornare gli anni Settanta». Per molti versi, sembra quasi che il decennio appena trascorso abbia preparato e creato le condizioni per un rispecchiamento collettivo in quel decennio.

Ora, lasciamo stare per il momento la rozza equazione «anni Settanta = anni di piombo», che ha fatto sprofondare per decenni in un buco nero di percezione collettiva un decennio che ha prodotto moltissime idee e cose interessanti, dal punto di vista culturale, sociale e politico, e che è stato invece compresso in una definizione-Moloch. Se ci pensate bene, sarebbe come nominare gli anni Cinquanta «di ferro», o gli anni Sessanta «di plastica»: tanto più che la definizione venne mutuata, in tempo reale, dal titolo dell’omonimo film di Margarethe von Trotta (1981: a tutt’oggi, una delle opere più complete e significative mai dedicate alla comprensione del terrorismo). In quel caso, il «piombo» designava la qualità spettale - plumbea, appunto - della vita quotidiana nella Germania dei primi anni Settanta (e che rappresentò il terreno di coltura della RAF); qui da noi, schiere di giornalisti e politici trasformarono quell’atmosfera psicologica in qualcosa di molto materiale, che più fisico non si può: il piombo delle pallottole. Ma per ora lasciamo stare, come si è detto.

Ciò che in questi giorni emerge molto chiaramente è il tentativo - rozzo anche questo, ma a quanto pare efficace - di equiparare ogni forma di dissenso e di critica alla violenza politica. In Italia, è una storia vecchia e tragica. Ma la vicenda degli anni Settanta non sembra averci insegnato proprio nulla - o forse, ad alcuni ha insegnato moltissimo, anche troppo. Il dire, come ha fatto di recente il ministro dell’Interno Cancellieri, «massima disponibilità al dialogo; ma il progetto non è assolutamente in discussione», costituisce di per sé infatti una bella sfida alla logica. Come a dire: «protestate, urlate, fate quello che vi pare, ma alla fine questa cosa si farà, e basta». Dove sarebbe, di grazia, l’apertura in questo caso?

Al massimo, si tratta di una finzione di apertura, di un’illusione di apertura: «vi facciamo sfogare un altro po’». Ma la disponibilità vera consiste nell’ascolto, e nella capacità di farsi persuaderela - laddove per esempio gli argomenti addotti dalla controparte risultino inoppugnabili. L’arte del dialogo presuppone sempre, infatti, la possibilità per ognuno degli attori di mutare anche radicalmente la propria opinione su un argomento quando le tesi e le riflessioni dell’altro, o degli altri, risultano più convincenti e interessanti delle proprie. Come scrive Primo Levi ne I sommersi e i salvati (1986): «nei paesi e nelle epoche in cui la comunicazione è impedita, appassiscono presto tutte le altre libertà; muore per inedia la discussione, dilaga l’ignoranza delle opinioni altrui, trionfano le opinioni imposte».

Assistiamo, qui ed ora, allo scontro tra due opposte concezioni del mondo e della realtà socio-economica: l’erosione dei diritti e dello spazio pubblico a favore di un approccio totalmente privatistico e liberista da una parte (un approccio che si è tradotto rapidamente e in cultura popolare e ideologia pervasiva), e un pensiero indirizzato alla riconfigurazione totale dei valori che regolano la vita collettiva contemporanea dall’altra (all’insegna di un senso comune che comune, purtroppo, non è più, e che va perciò ricostruito). Non è altro che l’eterno conflitto tra l’economia intesa - in modo perverso e (auto)distruttivo - come privazione dei tantissimi a vantaggio esclusivo dei pochissimi, e una nuova concezione (quella legata al «bene comune») che, come nota giustamente Ugo Mattei, emerge da un passato lontanissimo (il Medioevo), eppure a noi oggi molto vicino.

La produzione di fantasmi

Christian Caliandro

Ma io quasi quasi credo che siamo tutti quanti
degli spettri, pastore. In noi rivive non solo ciò che
abbiamo ereditato dal padre e dalla madre, ma tutto
un complesso di vecchie idee morte, di credenze superate
e via dicendo. Non si può dire che tutto ciò sia realmente
vivo dentro di noi; ma vi si trova comunque depositato,
e noi non possiamo liberarcene. Basta ch’io prenda un giornale
e lo scorra, ed ecco che mi sembra di vedere
dei fantasmi insinuarsi tra le righe.”

Henrik Ibsen, Spettri (1881)

 

Anche i fantasmi hanno mutato ruolo e funzione, soprattutto in Italia - ma non solo.
Come i vampiri, i fantasmi erano una volta i depositari della Storia e della memoria (dell’identità). Dell’accumularsi di racconti e ricordi, personali e collettivi; di traumi che, rimossi, tornavano a perseguitare i vivi e ad infestare il loro mondo. I fantasmi erano gli abitanti di un mondo parallelo al nostro, che pure influenzava completando la percezione diffusa del presente e del passato. Un completamento quasi necessario: la manifestazione del famoso «velo», che filtra ciò che è al di là della realtà tangibile e riconoscibile.

Oggi, anche gli spettri sono precari. Sono divenuti la traduzione di una condizione di invisibilità che li accomuna ai vivi. Fantasmatica è, per esempio, la classe dirigente di questo Paese, così come la sua non-presa sulla società. Spettrale è un sistema mediatico e informativo che smaterializza gli eventi e gli oggetti culturali, trascolorandoli in rappresentazioni di rappresentazioni e, appunto, tristi, nostalgiche fantasmagorìe. «Fantasmagoria: dal gr. phàntasma fantasma e agorèyo parlo [propr. in adunanza], da agorà concione, discorso - Arte di parlare ai fantasmi, cioè di chiamarli, di farli apparire e realmente di fare apparire delle figure luminose in fondo a una profonda oscurità: lo che avviene per mezzo di una lanterna fornita di lente; per analogia in letteratura, abuso di effetti prodotti con mezzi che ingannano lo spirito, come la fantasmagoria inganna l’occhio».

Fantasmatica è l’esistenza di individui che non si pensano come collettività, e che non concepiscono altra esperienza del mondo se non quella ipermediata. Decisamente spettrale è poi l’assenza ormai conclamata – e, scandalosamente, neanche più scandalosa – di veri e propri spazi pubblici, di discussione, di riflessione, di decisione. I «luoghi comuni», in cui si elaborava una buona approssimazione della verità, sono divenuti fantasmi di se stessi.

Davvero, come scrive George Orwell in 1984: «We are the dead».

Fantasmatico è, inoltre, il rapporto che intratteniamo con la nostra cultura e le nostre opere d’arte: sembriamo infatti curiosamente incapaci di viverlo in maniera costruttiva e creativa, riattivandolo attraverso la dimensione della produzione ed un concetto di «contemporaneo» non stantìo, non da recita scolastica. Spettrale, infine, è la nostra stessa presenza nel mondo, che a volte pare essere andato avanti – nel bene e nel male – senza di noi, che rimanevamo placidamente inconsapevoli, rinchiusi nella prigione mentale della Penisola-casetta (un po’ come la famigliola di The Others, il film diretto nel 2001 da Alejandro Amenábar).

Ma probabilmente, questa condizione comune – a suo modo unica e inedita – è proprio quella da cui ripartire e di cui prendere rapidamente consapevolezza. Il punto di vista sul mondo circostante di un fantasma che si rende conto finalmente del suo stato, invece di continuare a presumere di essere vivo, è sicuramente interessante, e foriero di qualche elemento interpretativo finalmente spiazzante.

Crescita esponenziale dell’aggressività collettiva

Christian Caliandro

Un fenomeno sotto gli occhi di tutti, o almeno di quelli che lo vogliono osservare, è l’aggressività nervosa, a tratti isterica, che si riscontra nei comportamenti della gente, nell’Italia di questi tempi. Senza necessariamente rivolgere l’attenzione agli episodi di vera e propria violenza criminale e apparentemente inspiegabile, è sufficiente guardarsi intorno nella vita di tutti i giorni per percepire chiaramente queste vibrazioni negative. È una tensione fatta di scatti repentini e ingiustificati contro i più semplici richiami alle elementari norme di civiltà, oppure di rivalsa egoista e brutale contro presunti nemici, al solito costruiti artificialmente e offerti impunemente. Leggi tutto "Crescita esponenziale dell’aggressività collettiva"