Buon Natale!

Juan Domingo Sánchez Estop

Molto prima che il cristianesimo diventasse la religione ufficiale dell'impero romano, le date che oggi corrispondono al Natale erano quelle di una delle più importanti feste romane: i Saturnali. I Saturnali celebravano la fine del lavoro nei campi e il riposo invernale dei contadini. In questi giorni gli schiavi godevano di una relativa libertà e si celebrava anche la fine dei giorni più corti dell'anno, l'inizio di un nuovo ciclo. Il cristianesimo recuperò queste date e in particolare quella del 25 dicembre (giorno del Sol Invictus o di Helios secondo il culto mitraico) per festeggiare la nascita di Gesù. Il cristianesimo quindi situò la nascita di Gesù negli stessi giorni in cui gli schiavi potevano godere di una certa libertà e sperare in una liberazione definitiva simboleggiata dal berretto frigio del dio Mitra.

La chiesa celebra in questi giorni la nascita di un uomo restio a farsi assimilare da qualsiasi potere. L'insegnamento del Nazareno, che riprende alla lettera il messaggio rivoluzionario dei profeti, stona in effetti con un'istituzione convertitasi molto presto in un centro di potere a giustificazione di tutti i poteri terreni e di ogni sfruttamento. Sorprende che si predichi il vangelo all'interno di un'istituzione di questo tipo, così come stupisce la pubblicazione di Stato e Rivoluzione di Lenin nell'URSS di Stalin. In tutte e due i casi un messaggio contrario all'ordine esistente finisce per essere neutralizzato dalla sua ripetizione rituale all'interno delle liturgie ufficiali.

Vale la pena allora fare uno sforzo per riscoprire l'autentico messaggio di Gesù – e quello di Lenin – al di là delle mistificazioni. Gesù non è il predicatore di un'obbedienza basata sul terrore, predica invece un'obbedienza libera basata sulla speranza o sulla ragione. E non predica un'obbedienza cieca, ma un'obbedienza alla legge che coincide con la giustizia e la carità. Il messaggio messianico di Cristo - che la Chiesa ha dimenticato - vuole fondare l'obbedienza alla legge su una preliminare assunzione della dimensione del comune. Nessuno prima di Louis Blanc e del Marx della Critica al programma di Gotha aveva detto con tanta chiarezza in cosa potesse consistere una società in cui l'accesso alla ricchezza fosse separata dalla proprietà e dal lavoro, una società comunista. L'idea di «carità» («gratuità»: charis in greco è la grazia, ed è propria della grazia la gratuità) coincide esattamente con un accesso ai beni di questo mondo indipendentemente dai titoli giuridici di proprietà e dalla subordinazione a un ordine del lavoro:

Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?

Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?". Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena [Matteo, 6:25]

Gesù chiama a condividere, ad abbandonare la proprietà, a non preoccuparsi per l'economia e a credere piuttosto nella libera capacità produttiva del comune e della comunità: Vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi [Luca, 18:22]

Andy Warhol, The Last Supper (1986)
Andy Warhol, The Last Supper (1986)

In termini moderni si direbbe: Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni. I veri discepoli del figlio del falegname non sono i grandi prelati né i potenti, ma i comunisti e gli atei. I comunisti in quanto difensori non degli orrori del socialismo di Stato, ma del regime del comune fondato sulla giustizia e la carità , ovvero una giustizia fondata non sulla proprietà ma sul libero accesso al comune.

E gli atei dicevamo, ma anche in questo caso gli atei veri, quindi non quelli che difendono un'atroce religione della Storia, dello Stato o qualsiasi altro incubo. I veri atei sono quelli che non credono nella provvidenza, né in un ordine dell'Universo, ma nella gratuità e nell'aleatorietà della storia e della natura, nella fondamentale aleatorietà del necessario. Tra questi atei della grazia ci sono naturalmente, insieme ai materialisti che rifiutano il principio di ragion sufficiente, i cristiani che propugnano insieme ai teologi della liberazione una «teologia dei predicati» che afferma non che «Dio è amore», ma che «l'amore è Dio», che il figlio dell'uomo è Dio, e che fuori dalla comunità degli uomini, fuori dal regno di questo mondo, non c'è nessun Dio.

Non lasciamo il Natale in mano a quelli che hanno crocifisso Gesù, ai prelati e ai potenti, a quelli che rubano ai poveri. Il Natale non appartiene a loro, ma all'unica comunità in cui credette Gesù, all'unico popolo di Dio che a sua volta è Dio stesso, non il Dio Unico perché la sua divinità è intrinsecamente molteplice ed è l'unica che merita di essere chiamata Dio. Dentro e contro una tradizione cristiana degenerata e corrotta dal potere, festeggiamo la nascita di un grande protagonista della libertà comunista e atea: Gesù di Nazaret.
Buon Natale!

Traduzione di Nicolas Martino

Un salone a bassa stimolazione intellettuale

Andrea Inglese

Non ho mai avuto un concetto chiaro del salone del libro, ma ho capito che è qualcosa d’importante, e quando qualcuno me ne parla, lo guardo con aria d’intesa, anche se non so mai se si riferisca a Francoforte o a Torino. Neppure so con certezza se mai ho partecipato in qualche forma a questo evento, ma conservo dei ricordi di stordimento, di conferenze simultanee, di gazebo animatissimi, con scrittori in vena di battute, o comici e presentatori in vena di romanzi.

Facendo parte di quelli che non hanno un rapporto facile con i libri – me ne ritrovo in casa troppi, e non riesco a leggerne che una minima parte – i luoghi dove i libri vengono esposti massicciamente – e dove bisogna confrontarsi con le straordinarie novità editoriali di una produzione mondiale – mi producono una certa dose di panico e smarrimento. L’illimitatezza di tanto genio multiculturale e proteiforme, romanzesco e saggistico, macabro e poliziesco, mi estenua in anticipo. Nonostante le promesse di così folta merce stampata, continuo a sentirmi un essere mortale, di media idiozia, imperfettamente alfabetizzato e dalle risorse immaginative non abbondanti.

Quest’anno, però, è cambiato il vento e i terribili Moloch delle letterature straniere non incombono più. Ricordo l’anno in cui il paese ospite era Israele. L’alternativa era durissima: o aggiornarsi in modo serio sulla galassia della letteratura israeliana, al di là dei soliti Grossman, Oz e Yehoshua, mettendo così in pace la coscienza letteraria, oppure boicottare il salone, e mettere in pace almeno la coscienza politica.

Per il 2014, questi dilemmi saranno, fortunatamente, obsoleti. Io avrei fatto salti di gioia, se avessero invitato le Isole Cayman. Qualche manualone sull’allevamento di tartarughe, alcuni libri fotografici sulla Seven Mile Beach, e una profusione di agili e colorate brochure di fondi d’investimento. Non posso, però, lamentarmi: la scelta di Città del Vaticano mi sembra altrettanto oculata e denota una presa di coscienza dei limiti non solo del lettore medio italiano, ma anche del lettore “forte”, che ha comunque bisogno ogni tot anni di farsi un salone del libro un po’ più “amichevole”.

La storia della letteratura vaticana è senza dubbio nobile e veneranda, anche perché i papi son sempre stati gente dalla penna facile. Inoltre la Santa Sede ha avuto subito degli innegabili best-seller, a partire dai vangeli – quelli canonici se non altro – specialmente dopo le innovazioni del celebre artigiano Gutenberg. Però è chiaro che da qualche secolo in qua, forse a causa del cosiddetto processo di secolarizzazione, poeti, romanzieri, saggisti, drammaturghi, filosofi, uomini e donne di scienza vaticani sono un po’ a corto di argomenti. Certo, storie di martirio per la salvaguardia della verginità ne circolano ancora, e superbamente scritte.

Vi è tutta la stupenda, ariosa, letteratura adolescenziale: La Pentecoste di Domenico Savio, Canotaggio con Don Bosco, Bernadette a spasso per i Pirenei. La sferzante letteratura aforistica: Dieci comandi sono abbastanza, Tre per uno e uno per tre, Novene quando serve. Poi i corposi trattati sulla sessualità pre-matrimoniale, con finezze patristiche che faranno fremere gli oramai annoiati lettori delle Cinquanta sfumature di grigio. E quelle ponderose, innumeri, rimasticature su temi perfettamente sgonfi, come la fede, la tolleranza, la carità, in regime di dispiegato capitalismo, di sfrenato e capillare consumo.

Per non parlare della manualistica tipicamente vaticana sull’insabbiamento degli scandali sessuali e finanziari (un titolo tra tutti: Sabbie su Sodoma). Ci saranno quindi autori sconosciuti, titoli risibili, zuppe ben riscaldate, ma anche quei pochi irresistibili classici, scritti da profeti e apostoli, che non presenteranno certo cattive sorprese: alla fine le acque del Mar Rosso si ritirano, e Cristo sbuca dal sepolcro. Tutto ciò rende finalmente più digeribile l’estenuante maratona culturale del salone, senza le complicazioni del confronto tra culture diverse o dei fastidiosi ed estenuanti dibattiti democratici.

Tutto sarà più rapidamente assimilabile grazie a quel pacchetto di verità predefinite (e sacre), che spero non vengano a mancare in nessuno dei prodotti letterari vaticani. Un anno, insomma, a bassa stimolazione intellettuale. Una scelta, per altro, coerente con gli inviti alla vita morigerata, che ci vengono anche dalle laiche autorità istituzionali a fronte di una crisi economica perdurante. Razionare benzina, bistecche e riflessioni.

Franziscu

Carlo Antonio Borghi

Domenica 22 settembre nel cuore storico della città di Cagliari Papa Francesco diventa Papa Franziscu e parla alla folla a braccio e ogni tanto in limba. La marea umana lo acclama ma contemporaneamente si alza al cielo un grido ritmato come se ci fosse in corso una manifestazione: lavoro-lavoro-lavoro.

I sardi questa disgraziata parola la pronunciano raddoppiando e triplicando la V: lavvvoro-lavvvoro-lavvvoro. È un Papa performer. Parla a braccio e usa le braccia e la faccia in cerca del contatto fisico con disoccupati, cassintegrati, precari. Issu Franziscu, lui Francesco. Franziscu evoca immagini di idoli globalizzati che concentrano le risorse del mondo in poche mani. Riceve in dono un caschetto da minatore o da operaio petrolchimico del profondo Sulcis. Riceve in dono la bertula, una bisaccia tessuta e cucita dai pastori in lana di pecora.

Quella di Sua Santità è una danza di gesti e parole come nella contact-dance tanto cara alle arti performative della contemporaneità. Lascia piazza Yenne governata dalla statua di re Carlo Felice e prende la via che porta al Santuario di Nostra Signora di Bonaria, quella Madonna che ha dato il nome alla ciudad de los Buenos Aires nella prima metà del XVI secolo. Lungo la via benedice e da il cinque. Lo aspettano i centomila nella piazza detta dei centomila, distesa ai piedi del sagrato del santuario fondato dagli Aragonesi nella prima metà del secolo XIV.

Fraseologia, Teologia e Narratologia della Liberazione, attraverso il valore-lavoro in forma di parabola ad alta voce e nella sua postura di Santità coram populo. Liberazione dall’indigenza e ricerca della solidarietà globale e locale. Qualcosa di marxista si spande nell’aria e nell’area sacra del santuario simbolo di Cagliari. Miracolo! Per un attimo dall’alto del sacro colle si vede Buenos Aires e il suo popolo di cartoneros che campano la vita raccogliendo e rivendendo cartone. A Baires stessa si incontra una omonima Basilica di Bonaria ma di forme neogotiche, eretta negli anni venti del Novecento.

Ora Franziscu ha ricevuto anche le tipiche e rigide scarpe dei pastori sardi, sos hosinzos. Serviranno per marciare, protestare e transumanare. La mancanza di lavoro fa più vittime delle armi da guerra, chimiche e tradizionali. Il genocidio consumista strozza e soffoca la speranza di uguaglianza. Mentre Franziscu si offre alla folla, in Kenya e in Pakistan gli integralisti islamici fanno strage di cristiani nelle chiese e nei centri commerciali.

I lavoratori, i malati, i carcerati, i poveri, gli immigrati incontrati da Franziscu sarebbero tutte componenti di un’unica prossima classe globale. Non ci sarebbe altro da fare che rimboccarsi le maniche e provare a organizzarsi per portare altrettanti centomila lavoratori ed ex o non lavoratori nella stessa piazza dei centomila.

Il testimone e la mano passano alla sinistra. Papa Franziscu ha chiesto al suo Dio di aiutarli a lottare per avere lavoro e dignità. Si fa avanti una classe pronta a lottare con la benedizione gestuale e vocale di Papa Franziscu? Dall’alto delle empiree sfere dell’Eden megalitico e nuragico Giovanni Lilliu Sardus Pater I si unisce a lui Papa Franziscu I. Umana marea di sardi in una perfetta mattina della terza domenica di settembre.

Umana cosa è aiutare gli afflitti – scriveva Boccaccio nell’incipit del Decamerone al tempo della peste di sette secoli orsono. Siamo ancora nelle pesti. Ben venga un cenno di benedizione se è segno di mobilitazione.

Il potere che frena

Augusto Illuminati

Il katechon – chi o ciò che trattiene – è una figura enigmatica che appare nella seconda Lettera ai Tessalonicesi di Paolo 2, 6-7, con la funzione di ritardare l’avvento dell’Anticristo. Il quale a un certo punto comunque trionferà e perverrà allo scontro con Cristo ritornato in terra, ovvio vincitore che porrà fine ai tempi.

Figura enigmatica e ambigua: perché combatte il male, senza riuscire a sconfiggerlo definitivamente, e però ritarda la parousia di Gesù, assai attesa dai primi cristiani e poi rimandata sine die. La copiosa letteratura apocalittica sembra imbarazzata da questa aporia, tanto che l’esegesi di quel passo è affidata a un numero esiguo di commenti, raccolti in appendice al libro e divisi nell’assegnazione del ruolo catecontico all’Impero romano o alla stessa Chiesa come organizzazione e sacramenti. Secondo un’assennata notazione dell’illirico Vittorino di Petovio (fine III secolo), «lo Spirito Santo parla in modo confuso, anticipa l’ordine degli avvenimenti e corre fino all’ultimo tempo, per poi tornare nuovamente ai tempi che sono stati prima: presenta, infatti, un avvenimento che accadrà una sola volta come se fosse accaduto più volte».

Donde le ricorrenti difficoltà per individuare sia il katechon che l’Anticristo, ancor più nel presagire l’avvento del tempo ultimo. In epoca moderna Carl Schmitt, che nella sua teologia politica ha molto insistito sul katechon assegnando tale ruolo alla rappresentanza barocca dello Stato e il ruolo dell’Anticristo allo spirito anarchico del liberalismo e del socialismo antirappresentativo, ha ammesso (nel terminale Glossarium) che per ogni momento storico esiste un katechon specifico. Lo stesso Cacciari, che pur definisce in termini leggermente diversi l’Iniquo (Anomos), ha trovato, di volta in volta con declinante pathos tragico, varie figure catecontiche: il Pci nel 1968, Montezemolo e Napolitano nel nuovo millennio.

La contraddizione del katechon risulta, oltre che dall’ambivalenza della dilazione della fine, dal fatto che i suoi possibili portatori sono spinti a travalicare la funzione puramente «amministrativa» (lo Stato) per conseguire un’auctoritas epocale di spettanza della Chiesa, o viceversa (nel caso della Chiesa) a invadere le competenze statali, per esercitare in prima persona il potere effettuale. Una divisione perfetta del lavoro genera infatti, in ognuno dei due campi, un senso di impotenza. La tensione irrisolta e procrastinatoria della figura genera tali scambi e conflitti, mentre addirittura la Chiesa contiene in sé quell’eresia che poi si cristallizzerà nel trionfo provvisorio dell’Anticristo. Cacciari analizza questa dinamica con grande erudizione e finezza, così da sintetizzare il bimillenario dibattito con efficacia, malgrado i consueti manierismi linguistici.

Il punto centrale dell’elaborazione sta però proprio nella differente definizione che del paolino mistero dell’iniquità offre Cacciari – in non lieve scarto da Schmitt. Il Nemico non è, come per il giurista tedesco, il comunismo anarchico (dai dolciniani alla Comune parigina, da Müntzer ai Räte monacensi e allo spartachismo berlinese), nella logica del Grande Inquisitore che tiene a bada il Cristo dostoevskiano, ma l’intera Modernità neopelagiana che si crogiola nelle differenze e rifiuta la tragica consapevolezza del peccato e la necessità della Rappresentazione, la moltitudine degli ultimi uomini di cui parlava Nietzsche dopo la morte di Dio; oggi dunque il Nuovo Ordine Mondiale del neoliberalismo, l’immanenza laicista, il culto della Rete contro quello della Croce.

Prometeo, il volto esplicitamente anticristico dei totalitarismi e delle ideologie, ha ceduto il passo a Epimeteo, l’iniquità tollerante e conciliante, la crisi permanente, il subdolo placidus dell’Apocalisse. Così proprio adesso ci muoviamo fra i segni del dominio anticristico, cui ormai non riescono a opporsi Stato e Chiesa, rischiandone anzi la complicità.

Massimo Cacciari
Il potere che frena
Adelphi (2013), pp. 214
€ 13,00

Dal numero 29 di alfabeta2 – a maggio nelle edicole e nelle librerie

Stupore felice

Letizia Paolozzi

Ho ascoltato la notizia delle dimissioni di Benedetto XVI sentendomi invasa da uno stupore felice. A colpirmi sono state le parole con le quali ha spiegato la gravità del suo atto ma soprattutto la qualità del messaggio simbolico.

Che se si tratti di un gesto rivoluzionario, dell’inizio di un rinnovamento della Chiesa, della riforma dell’istituzione, del rifiuto dell’ipocrisia, della ricerca di autenticità nell’umiltà oppure dell’ammissione di una incapacità a far uscire la Chiesa dalle sue fragilità (Vatileaks, i guasti di istituzioni finanziarie come lo Ior, le lotte intestine, la scoperta dei casi di pedofilia, la distanza sempre più grande tra i dogmi sulle questioni eticamente sensibili “non contrattabili” e la secolarizzazione dei paesi occidentali), per me quello che conta è l’enormità della rottura simbolica: aver deciso di dire al mondo (e io in questo mondo abito e ne sento gli scricchiolii, ne vedo le falle) una parola viva sulla crisi dell’autorità e del potere.

Se il predecessore, Giovanni Paolo II, aveva legato il pontificato al carisma e alla esibizione di una forza comunicativa impressionante, ora Benedetto XVI decide di nominare la debolezza di un uomo. La sua debolezza. Ma in questa maniera il gesto di rinuncia – le dimissioni – si trasforma in accettazione di altissima responsabilità. Così il riconoscimento della vecchiaia e del deperimento della carne è risuonato alle mie orecchie come una affermazione coraggiosa. Un discorso portatore di libertà, condotto in latino.

Non vi sembri curioso l’apprezzamento di una femminista per chi scrisse “La lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna”. Quella Lettera aveva comunque presente la differenza sessuale e la capacità relazionale femminile. Apriva a un rapporto diverso con la trascendenza da parte dei due sessi.

So bene che nel suo pontificato Benedetto XVI ha contrastato le coppie gay e lesbiche, l’uso del preservativo e ha insistito sui “principi non negoziabili”, tuttavia gli sono grata di aver negato, ancora ieri, all’Angelus, in piazza San Pietro, davanti alla folla di fedeli, che la vera realtà sia il potere. Penso che rinunciare significhi ridare umanità a un papato che se ne è chiamato fuori. E inventare un altro modo di governare (non solo della e nella Chiesa).

Roma senza papa

Andrea Cortellessa

Negli anni Sessanta Guido Morselli immaginò il pontificato dell’irlandese Giovanni XXIV, all’altezza del 2000, come il tran-tran da CEO di una multinazionale di medio livello. Che a un certo punto, sostanzialmente per comodità, dà l’addio ai fasti barocchi (e al traffico non meno barocco) dell’Urbe per insediarsi in un impersonale, grigio residence di Zagarolo. Più che agli interrogativi senza risposta di Michel Piccoli nel citatissimo, in questi giorni, Habemus Papam di Nanni Moretti (ritrasmesso ad hoc in tivù), viene da pensare al cicaleccio formicolante quanto vacuo di Roma senza papa, appunto, come alla più efficace prefigurazione del gesto di Benedetto XVI che ha sconvolto il mondo, anzitutto mediatico, l’11 febbraio.

Da ben sette anni orfani dei frissons da freak show di Wojtyla, colla sua interminabile colliquazione in mondovisione, non è parso vero ai media poter sparare di nuovo in front page Piazza San Pietro (che fa sempre, diciamolo, la sua porca figura sullo schermo – specie sotto la pittoresca nuvolaglia di febbraio). Sicché dopo aver ululato per anni al martire, all’eroe, al bodyartist estremo Wojtyla – del pari il medesimo media world ora incensa, per lucidità spregiudicatezza e coraggio (?), il suo decoloratissimo successore. (Mentre fioriscono sfrenate, si capisce, le dietrologie: da VatiLeaks allo IOR al truce Segretario di Stato Bertone – che le Dimissioni servirebbero a mettere in fuorigioco, laddove già il figuro a quanto pare si stava preparando a telecomandare Ratzinger come Ratzinger aveva telecomandato Wojtyla durante il suo lungo addio. Curiosa tattica, quella di chi per dar scacco a un sottoposto insubordinato non trovi di meglio che dimettersi).

L’appellativo che risuona con maggiore insistenza è «rivoluzionario»: sostenendo che, con l’explicit a sorpresa, il pontificato di Ratzinger avrebbe riscattato, tutto in una volta, il settennato di sbadigli a sganasciare che lo ha preceduto. Ce lo aspettavamo conservatore, s’è detto, ed è stato – appunto – un rivoluzionario. Non si sa bene di che indirizzo sia, codesta pretesa «rivoluzione» di BXVI (il cui gesto più memorabile, nei sette anni di catalessi politica, è stato nel 2009 il tentativo, di memorabile goffaggine, di riannettersi – nulla di più urgente in agenda, si vede – gli ultras tradizionalisti di rito lefebvriano: giungendo a revocare una scomunica wojtylesca a quel vescovo Williamson che aveva fatto parlare di sé come negazionista della Shoah).

Qualcuno ha fatto notare come l’istituto dell’abdicazione sia in effetti un relitto giuridico dello status di Papa Re, con tutti i suoi bravi poteri temporali (per questo non ve n’era traccia dal XV secolo): se l’autorità del Pontefice è per eccellenza spirituale, non si vede come l’Illuminazione Divina (e il dogma dell’Infallibilità che ne deriva) possa essere di punto in bianco – e anzi con anticipo di due settimane, come nemmeno la più bennata collaboratrice domestica – revocata e a tutti gli effetti sospesa (un alto prelato polacco, con ovvie nostalgie wojtyliane, s’è di fatto adontato: «dalla Croce non si scende quando si vuole»). C’è poi chi dice che il coup de théâtre in Vaticano avrebbe rotto le uova nel paniere alla rincorsa elettorale dell’altro Unto dal Signore, il Berlusca candidato premier per la sesta volta, che s’è visto così inopinatamente sottratta la luce dei riflettori. Più verosimile pensare che BXVI si sia voluto allineare alle Grandi Riforme minacciate per la prossima legislatura dai Monti Boys: la si faccia finita con ’sta barba del posto fisso e più flessibilità per tutti (ma anche, pensionamenti il più in là possibile).

Tutto ciò premesso, però, confesso che la mutria in cartapecora da Imperatore del Male di Star Wars del Ratzinger scoronato, in queste ore, mi è venuta in una certa simpatia. Chi non si ricorda di quella stellare prima pagina del manifesto, «Il Pastore Tedesco»? Ora che può di nuovo scodinzolare in pace per i Giardini Vaticani, finalmente il povero Ratzi è tornato un cane sciolto.

150 anni di memorie divise – Dialogo del Centro TraMe con John Foot

a cura del Centro TraMe

John Foot ha dedicato e dedica tuttora le sue ricerche al nostro paese e alla sua storia recente nei suoi vari aspetti: dallo sport (Calcio 1898-2007. Storia dello sport che ha fatto l’Italia) alla storia delle città italiane (Milano dopo il miracolo. Biografia di una città) fino all’analisi delle vicende politiche. Nel 2009 ha pubblicato il libro Fratture d’Italia, in cui racconta le “memorie divise” sviluppatesi attorno agli eventi più importanti della storia del paese – dalla Prima Guerra mondiale fino agli anni di piombo – a partire dall’analisi di varie pratiche di memoria (targhe, monumenti, anniversari e commemorazioni).

[Nei mesi scorsi su AlfaBeta2 Slavoj Zizek e Alexander Stille hanno parlato dell’“anomalia Italia”. E su questa espressione è ritornato qualche settimana dopo Donald Sassoon sul Sole24Ore. Lei stesso apre il suo Modern Italy (2003) citando Peter Lange: Che cosa rende l’Italia un caso di difficile classificazione?. Tutto sommato gli inglesi a volte discutono ancora su quale nome usare per designare la loro nazione e per decenni hanno fatto i conti con l’IRA; gli spagnoli elaborano ancora il doloroso passato franchista, cercano di gestire forti spinte secessionistiche interne e qualche settimana fa hanno ricordato i trent’anni dall’ultimo tentato golpe militare; il Belgio sta attraversando una profondissima crisi politica che ne minaccia la stessa esistenza. E infine la riunificazione della Germania non sembra essere andata di pari passo con quella dei tedeschi.]

Allora, a 150 anni dall’unità, in che senso l’Italia rimane tra le nazioni europee l’anomalia di “difficile classificazione”?

In molti sensi, anche se naturalmente è sempre necessariovedere l’Italia in una prospettiva comparativa. Sono peculiarità italiane: la deficitaria legittimità dello Stato e delle istituzioni pubbliche (una sorta di permanente crisi di legittimazione, per citare Habermas), la tendenza al trasformismo politico, alcune questioni antropologiche legate al comportamento politico, la battaglia in corso tra la classe giudiziaria e quella politica, l’uso pubblico della storia, il potere degli intellettuali, il ruolo del clientelismo e del patronage, la crisi dello stato-nazione, il potere del crimine organizzato, il ruolo della società civile e della famiglia. Tutti questi elementi non sono esclusivi dell’Italia ma, messi insieme, rendono l’Italia “difficile da classificare”. Leggi tutto "150 anni di memorie divise – Dialogo del Centro TraMe con John Foot"