Oltre Charlie

Davide Gallo Lassere

Questo testo si propone una rassegna parziale delle analisi più interessanti prodotte durante queste settimane in Francia al fine di orientarsi nei recenti fatti di Parigi. Sebbene questi ultimi si prestino a essere osservati da una pluralità di prospettive, la domanda prioritaria da porsi mi pare quella concernente i processi di soggettivazione che hanno condotto a tali deviazioni identitarie. Didier Fassin, professore a Princeton e autore di un importante studio antropologico sul ruolo della polizia nei quartieri popolari, non ha dubbi al riguardo: è la stessa società francese – con le sue politiche urbane, sociali e scolastiche, oltre a quelle securitarie e penitenziarie – ad aver generato ciò che essa ritiene un’infame mostruosità (http://www.lemonde.fr/idees/article/2015/01/15/notre-societe-a-produit-ce-qu-elle-rejette-aujourd-hui-comme-une-monstruosite-infame_4557235_3232.html).

Sulla stessa lunghezza d’onda un articolo firmato da diversi intellettuali di rilievo e comparso su Le monde del 15 di gennaio (http://www.lemonde.fr/idees/article/2015/01/15/non-a-l-union-sacree_4557288_3232.html): l’empatia nei confronti di chi è comprensibilmente sceso in piazza in occasione dell’importante manifestazione di domenica 11 non può infatti cedere al misconoscimento del razzismo strutturale e quotidiano congenito alla République (l’autentica religione della Francia, secondo gli Indigènes de la république: http://indigenes-republique.fr/charlie-vu-par-les-arabes-et-les-noirs-des-quartiers/#_ftnref3) né, tantomeno, deve impedire di criticare la scandalosa strumentalizzazione da parte di media e governo del sisma affettivo scatenatosi in seguito agli assassinii.

A tal proposito, Erik Fassin (http://blogs.mediapart.fr/blog/eric-fassin/190115/pour-le-droit-linsolence) ricorda con triste ironia il paradosso vagamente ipocrita dell’union nationale radunatasi a celebrare la libertà d’espressione e il diritto di blasfemia proprio in concomitanza con l’inizio del processo al rapper Saïdou Z.E.P. e al sociologo e militante Saïd Bouamama per aver scritto in un libro (http://www.zep-lesite.com/v02/Nique_la_France.pdf) e in una canzone (https://www.youtube.com/watch?v=KdA2j4oU7v8) nique la France (fotti la Francia).

Ciò detto, se è senz’altro vero che le reazioni e le passioni politiche predominanti nelle settimane successive all’attento si sono indubbiamente sottratte al razzismo aperto, immediato e diretto (riproponendo in vari modi i motivi ideologici di fondo della République: universalismo dell’assimilazione, laicità e il trittico liberté-égalité-fraternité), non va però taciuto l’indurimento degli attacchi islamofobi, sia di stampo simbolico (http://paris-luttes.info/charlie-le-bal-des-vautours-2399) che materiale (http://paris-luttes.info/deferlante-raciste-et-islamophobe-2397).

Uguale discorso per tutta una serie di provvedimenti disciplinari che lasciano chiaramente trasparire un’inquietante deriva securitaria, dal diffondersi delle denunce per “apologia di terrorismo” fino alla creazione (e all’abuso scriteriato durante queste prime settimane: http://tempsreel.nouvelobs.com/charlie-hebdo/20150205.OBS1768/video-apologie-du-terrorisme-ahmed-8-ans-donne-sa-version.html) dei procedimenti di segnalazione dei giovani potenzialmente devianti annunciati da Manuel Valls nel suo discorso poco edificante all’Assemblée Nationale di martedì 13 gennaio (http://www.rfi.fr/france/20150113-lutte-antiterroriste-mesures-annoncees-manuel-valls-assemblee-nationale/).

Come ricorda Frédéric Lordon col consueto acume (http://blog.mondediplo.net/2015-01-13-Charlie-a-tout-prix), lo slogan Je suis Charlie è infatti irto di trappole e foriero di molte contraddizioni. È per questo che vorrei concludere ricordando l’impennata dell’intolleranza antimusulmana e antisemita in Francia e l’accresciuta banalizzazione dei sentimenti xenofobi, riportando i dati di una significativa ricerca qualitativa e quantitativa effettuata dalla Commissione nazionale consultativa dei diritti dell’uomo (http://www.ladocumentationfrancaise.fr/rapports-publics/144000199-la-lutte-contre-le-racisme-l-antisemitisme-et-la-xenophobie-annee-2013).

Se si vogliono combattere le condizioni di possibilità degli atti terroristici del 7 e del 9 di gennaio è da qui che bisogna partire, come evidenziato con grande lucidità su Mediapart (http://blogs.mediapart.fr/edition/les-invites-de-mediapart/article/210115/qu-est-ce-que-ca-fait-d-etre-un-probleme) da Chadia Arab, Ahmed Boubeker, Nadia Fadil, Nacira Guénif-Souilamas, Abdellali Hajjat, Marwan Mohammed, Nasima Moujoud, Nouria Ouali e Maboula Soumahoro.

Dopo Parigi

G.B. Zorzoli

È giusto, è doveroso sottolineare l’importanza e il significato delle reazioni, non solo francesi, agli attentati contro la redazione di Charlie Hebdo e il supermercato kosher, culminate nella straordinaria marcia per le strade di Parigi. Sarebbe però sbagliato, e alla lunga foriero di altre tragedie, passare sotto silenzio le ombre che hanno accompagnato questa vicenda e l’eventualità di un’altrettanto tragica eterogenesi dei fini.

I media hanno puntato i riflettori sull’assenza di Obama o del suo vice alla manifestazione di Parigi, ma i vuoti sono stati molti di più e non privi di significato. Quanti capi di stato dell’America Latina erano presenti? Molti i “buchi” relativi all’Africa sud sahariana non francofona. Se si possono comprendere le ragioni della mancata partecipazione ad alto livello da parte di alcuni paesi della penisola araba, considerazione analoghe non valgono ad esempio per India, Cina, Giappone.

In sostanza, la risposta popolare, quasi plebiscitaria, venuta dall’intera Europa agli attentati parigini, che si è riflessa nella presenza a Parigi dei capi di stato o di governo anche di paesi non facenti parte dell’UE, ha trovato analogo riscontro quasi esclusivamente nei rappresentanti di alcune nazioni ad essa geograficamente o storicamente limitrofe. Nel suo insieme il mondo, a differenza di ciò che qualcuno ha retoricamente scritto, non si è fermato sbigottito di fronte ad azioni che trascendono la di per sé esecrabile violenza su esseri umani, in quanto sono dirette contro diritti inalienabili, come la libertà di opinione e l’uguaglianza di donne e uomini, indipendentemente dalla loro razza e dalla religione che professano. E non ha manifestato in forme tangibili la propria solidarietà alle vittime e la ferma condanna degli obiettivi politici perseguiti dai terroristi.

Non riesco a formulare una spiegazione soddisfacente per queste assenze: probabilmente le motivazioni sono più d’una e differiscono per ciascuna delle parti del mondo che non hanno ritenuto di marcare in modo adeguato il proprio sostegno. Alla necessità di approfondire i perché di una risposta agli attacchi terroristici, in larga misura solo europea, va però affiancata una riflessione di tutt’altra natura.

Quale può essere la reazione di un nigeriano di fronte a un'Europa capace di dimostrare una straordinaria capacità di mobilitarsi per un episodio di terrorismo, che potrebbe però sembrare minimale e circoscritto ai suoi occhi, abituati al terrore quotidiano di Boko Haram (centinaia di morti in pochi giorni), ma – basta ricordare l’episodio delle ragazze rapite mesi fa – sostanzialmente inerte di fronte al terrore, alle violenze e ai massacri quotidianamente perpetrati nel paese africano? O di un libico, con la vita sconvolta e minacciata da conflitti tra gruppi rivali, provocati dall’intervento di paesi europei (in primo luogo proprio la Francia), che hanno tirato il sasso e ora assistono impassibili alle conseguenze del loro operato?

Dell’abitante di un paese, la Siria, dove la guerra ha già causato centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, mentre gli stati UE non trovano nemmeno un’intesa per accogliere in modo decoroso chi rischia la morte in mare per arrivare da noi? Di un iracheno, che non può dimenticare come le menzogne di Bush (esplicitamente o implicitamente condivise da troppe nazioni europee) siano all’origine non solo delle centinaia di migliaia di morti dal 2003 a oggi, ma del caos in cui il paese è attualmente precipitato?

Le manifestazioni di solidarietà, di cui noi in questi giorni diamo giustamente una valutazione positiva, possono dunque essere vissute da quelli che Fanon definiva i dannati della terra come un’ennesima riprova dell’egoismo di nazioni ai loro occhi ricche, pronte a reagire contro le minacce al proprio status (non solo economico), ma indifferenti a crimini ben peggiori, e in parte a loro attribuibili, quando avvengono altrove. Un altrove che, per certi aspetti, include anche i quartieri delle città europee, dove gli immigrati sono di fatto richiusi. Un terreno, questo, sul quale è facile far crescere i terroristi di domani.

Se non ci abituiamo a leggere con gli occhi degli altri anche ciò che noi consideriamo positivo, rischiamo la stessa fine dei boscaioli di Brecht, che “segavano i rami sui quali erano seduti e si scambiavano a gran voce la loro esperienza di come segare più in fretta, e precipitarono con uno schianto, e quelli che li videro scossero la testa segando e continuarono a segare”.

Alle radici del terrorismo al servizio della guerra permanente

Salvatore Palidda

Quando, perché, come e dove si genera il terrorismo che il 7 gennaio ha massacrato Charlie Hebdo, ma prima s’è manifestato in tante occasioni e non solo col marchio “islamista”? La letteratura sull’argomento è ormai enorme, ma anche le descrizioni a volte corrette sono lacunose e mancano della lettura sufficiente per capirne le “radici” e gli eventuali rimedi.

Il “profilo” più credibile descritto da alcuni autori è che si tratta di giovani marchiati dalla disgregazione sociale, marginali spesso diventati devianti (alcool, droghe, spaccio, piccola delinquenza). Ma, come s’è visto anche a Londra e altrove, si tratta anche di giovani di buona famiglia, senza passato deviante, magari scolarizzati sino alla laurea eppure convertiti al radicalismo islamista sebbene prima atei o cristiani, o persino ebrei. Sarebbero tutti "infatuati" dal neo-mito (ma quanto vecchio) dell’“eroe negativo” che trova nello jihadismo una sorta di maniera di definirsi positivamente rispetto alla sua condizione di esclusione economica, sociale, culturale o dovuta a quel razzismo perfido di cui sono intrisi anche i ceti medio-alti. Non sopporta la mancanza di pari dignità, di rispetto per lui e i suoi simili, non trova lavoro o gliene offrono solo malpagato, inferiorizzato, nocivo o da delinquente, se laureato non ha le stesse chances di chi è wasp o di origini “DOC”.

Cerchiamo di andare alle radici: questi “radicalizzati” sono il prodotto di un preciso contesto (frame), cioè il frutto di una precisa costruzione sociale. È esattamente la conseguenza della profonda destrutturazione liberista dell’assetto economico, sociale, culturale e politico della società industriale in cui prima si situava l’immigrazione e i figli di immigrati e in generale delle classi subalterne o anche delle classi medie (che anche allora si rivoltavano diventando criminali – si pensi alla banda Cavallero e altri casi del genere - e in alcuni casi anche terroristi – si pensi a diverse biografie dei “rossi” e dei neri in Italia e altrove). Il liberismo ha smantellato il welfare, l’inserimento pacifico, l’assimilazionismo, l’integrazione sociale e culturale (di destra e di sinistra) (vedi Robert Castel) e ha innescato la criminalizzazione razzista. Le rivolte nelle banlieues cominciano nel 1985 ed emerge allora anche il lepenismo dapprima come razzismo anti-immigrati e antisemitismo e via via contro l’égalité e la solidarité...

Liberismo oblige: l’accanimento per aumentare i profitti impone l’inferiorizzazione a cominciare dagli immigrati e dai loro figli per poi estenderla alla maggioranza della popolazione. Le rivolte delle banlieues sono palesemente contro il liberismo che fa dei giovani del popolo la "posterità inopportuna" (vedi Sayad), la racaille (feccia). E devastante e criminogena è la risposta a queste rivolte che da allora non smettono di riprodursi sia perché il liberismo si accanisce accentuando l’esclusione, la marginalizzazione in tutti i sensi, sia perché la risposta le alimenta. I governi da un lato perseguono la pura criminalizzazione razzista e dall’altro elargiscono qualche "caramellina" distribuita ai "docili" (una piccola minoranza dei giovani marginalizzati).

Per questo lavora in subappalto la schiera di educatori, assistenti sociali, psicologi, islamologi, antropologi, sociologi e politologi e varie ONG, spesso embedded, cioè il “terzo settore” di cui si serve la governance liberista privatizzando il welfare ed escludendo ogni effettivo risanamento delle cause che aggravano la disoccupazione, le economie sommerse, la destrutturazione economica e sociale. In trent’anni questa è la "carotina" elargita a una minoranza della "posterità inopportuna", mentre alla maggioranza è rifilata la criminalizzazione razzista, sistematica e spesso assai violenta (vedi Rigouste e D. Fassin) in Francia con Sarkozy e poi con Valls. Di fatto si alimenta soprattutto la clientela elettorale dei partiti al governo parallelamente al business del sicuritarismo (più soldi alle polizie e ai dispositivi di sicurezza).

Nel frattempo, i discorsi più mediatizzati hanno confortato la governance che rifiuta di riconoscere le vere cause della fracture sociale, ossia dell’anomia prodotta dal liberismo. Tanti classificati come democratici o di sinistra da trent’anni veicolano bla-bla sulla crisi dell’identità, sulla crisi dei "valori", genericamente contro il razzismo e l’antisemitismo, prescrivendo ricette a-sociologiche e a-politiche a favore di un trattamento psico-sociale di quasi nulla utilità (tranne che per i boss dell’"umanitario" che spesso sfruttano giovani precari malpagati). Da parte degli ideologi del liberismo, abbiamo avuto una produzione letteraria che, da Huntington e Fallaci a Houllebecq, ha sistematicamente rilanciato il sostegno alla guerra permanente/infinita (come diceva esplicitamente G. W. Bush).

È questo l’elemento chiave che marchia in maniera decisiva il frame liberista che s’è riprodotto soprattutto dall’inizio degli anni 1970: la rivoluzione liberista è stata la sovrapposizione di quella finanziaria/economica, di quella tecnologica e di quella politica, passata innanzitutto con la RMA (revolution in military affairs che è anche rivoluzione negli affari di polizia, vedi Alain Joxe). Il liberismo è sostenuto innanzitutto dalla lobby finanziaria-militare-poliziesca che ha assolutamente bisogno della riproduzione permanente delle guerre (unico modo per consumare i suoi prodotti... terribile ironia di questa guerra liberista: Coulibaly ha ucciso 4 persone nel supermercato casher con una mitraglietta israeliana). Questo alimenta il continuum delle guerre permanenti che diventano guerre per la sicurezza urbana, contro le rivolte nelle banlieues, la criminalizzazione razzista di rom e immigrati e persino la persecuzione dei barboni e la reintroduzione delle pene corporali per i minori al primo sospetto di loro devianza.

L’accanimento della carcerizzazione e della penalità e l’escalation delle violenze e torture con la conversione militare-poliziesca anche nelle carceri e il ricorso frequente a criminali e mafie per il lavoro sporco diventa un nuovo potente fattore criminogeno. La stigmatizzazione dei giovani che si sentono rigettati nella marginalità, insultati e senza futuro, spinge alcuni a cercare riconoscimento, gratificazioni o persino gloria nella loro stessa autodistruzione (sacralizzata nei media… lo jihadismo come ogni terrorismo dà l’illusione di un riconoscimento mondiale rispetto alla marginalità sociale e politica).

La “distrazione di massa” e la “distrazione” delle polizie e di parte della magistratura le orienta verso la criminalizzazione razzista (in nome della guerra all’islamismo radicale, all’antisemitismo, alla delinquenza giovanile quasi sempre classificata come manovalanza delle mafie, ai nemici della democrazia). Diventa allora ben prevedibile la deriva terrorista di “schegge impazzite” che trovano rifugio nelle proposte jihadiste o radicali, così come negli esempi di stragismo nichilista o di "umani-bomba". Un comportamento non nuovo nella storia dell’umanità, cioè tipico di chi non intravede alcuna possibilità di negoziazione pacifica per soddisfare le sue rivendicazioni di miglioramento della propria vita.

È questo che il liberismo è riuscito a realizzare: l’erosione dell’agire politico, l’impotenza dell’azione politica per negoziare col potere. L’asimmetria di potere che s’è sviluppata con il liberismo ha eroso le possibilità di agire collettivo pacifico. Ecco perché il fenomeno del radicalismo islamista, come altri radicalismi o anche l’auto-distruzione e i suicidi “postmoderni”, è un “fatto politico totale”: investe tutti gli aspetti e sfere dell’organizzazione politica della società e degli esseri umani.

Ora, dopo il massacro di Charlie Hébdo, è probabile un nuovo rilancio della guerra permanente a tutti i livelli, subito invocata da alcuni che trovano ampio spazio mediatico. Mentre l’a-sociologia e i benpensanti si contenteranno di provare a suggerire qualche piccolo tampone per limitare il danno.

 

Nous sommes Charlie

All’attentato di Parigi la redazione e il comitato scientifico di alfabeta2 rispondono insieme con indignazione e con collera. Sono uniti nell’ esprimere l’alta stima per la coerenza e il coraggio del direttore e dei collaboratori di «Charlie Hébdo» nella difesa estrema della libertà d’espressione e di stampa.

Sono uniti nel chiedere l’adesione attuale e futura ai valori per cui questi giornalisti, uomini e donne, hanno consapevolmente rischiato prima, poi dato la vita. Sono uniti nel chiedere che venga ricordato e sempre seguito il loro esempio nell’esercizio di un diritto difeso con le armi del linguaggio e dell’immagine. Parole libere e figure autonome che nessuno può, né potrà, tacitare e cancellare.

Sono uniti infine nella richiesta che la sanzione di un’azione crudele quanto spregevole sia anch’essa esemplare. Chiedono una condanna giuridica e politica che esprima il più profondo disprezzo per gli indegni mandanti e i bassi esecutori di principi inconciliabili con la democrazia e la libertà.

La redazione e il comitato scientifico di alfabeta2