Un’islamizzazione della rivolta radicale

Intervista di Catherine Tricot a Alain Bertho*

Pubblichiamo qui una versione ridotta dell'intervista apparsa su «Regards» in cui per analizzare gli attentati di gennaio a Parigi Alain Bertho ci invita a considerare il punto di vista dei soggetti stessi, sottolineando le difficoltà attuali nel proporre una radicalità positiva.

Come ha interpretato gli attacchi terroristici dei primi dell'anno a Parigi?

Qualche giorno dopo gli attentati del 7 e del 9 gennaio ho letto Underground. In questo libro, basato essenzialmente su interviste, il romanziere giapponese Haruki Murakami prova a comprendere l'attacco mortale al gas nervino Sarin perpetrato dalla setta Aum nella metropolitana di Tokyo nel 1995. Ha così interrogato alcune vittime e alcuni membri della setta. Il suo lavoro mostra fino a che punto, in questo genere di situazioni, le irriconciliabili esperienze soggettive delle vittime e degli assassini si oppongano sul senso dell'evento. L'esperienza delle vittime è quella di un perché senza risposta. La ripetizione circolare delle testimonianze e dell'estremo dolore non produce alcun significato. Lo abbiamo visto a gennaio in Francia, lo abbiamo rivisto a Tunisi a marzo. Quando «le parole non bastano più», o quando «non esistono parole» per dirlo, significa che l'evento è «impensabile», nel vero senso della parola. Ma ciò che restituisce il senso dell'atto e ne assicura la sua continuità soggettiva prima, durante e dopo l’evento, è ciò che pensano coloro che ne sono stati attori o che avrebbero potuto esserlo. Questo è l'intento di Haruki Murakami quando dà la parola ad alcuni membri d'Aum. Ci offre così la possibilità di leggere una intellettualità condivisa da qualche assassino e da molti altri più pacifici giapponesi, nel nome dei quali sono stati commessi gli assassinii. Sebbene il passaggio all'atto sia sempre eccezionale, ci mostra come si radichi in una visione del mondo e in un'esperienza condivisa. Questo è l'elemento mancante per un'autentica comprensione del 7-8-9 gennaio 2015.

Come ricostituire o completare questo quadro?

Nonostante l'orrore che ci evoca, bisogna comunque comprendere il senso che costoro hanno dato a quegli atti. La categoria di terrorismo è troppo generale e generica. Abbiamo a che fare con l'incontro di esperienze personali e di una figura contemporanea e mortifera della rivolta che la sola logica poliziesca e militare non riusciranno a far scomparire. Gli atti di Amedy Coulibaly e dei fratelli Kouachi, come quello di Mohammed Merah, sono il frutto di storie singolari, di storie francesi. Come quelle di alcune migliaia di giovani francesi partiti in Siria. Come quelle di coloro, molto più numerosi, che, a differenza nostra, non guardano per forza con tanto orrore questa guerra annunciata contro l'occidente corruttore. Allo stesso modo, i salafiti tunisini frequentati dagli assassini del Bardo sono particolarmente ben radicati a Sidi Bouzid e Kasserine, culle della rivoluzione di dicembre 2010/gennaio 2011. Meglio ancora: alcuni di loro, all’epoca non appartenenti a dei gruppi salafiti, sono stati gli artefici della rivoluzione tunisina.

Come interpreta la conversione all’Islam di giovani senza alcun rapporto con la cultura araba, a volte cresciuti in realtà impegnate e di sinistra?

Penso che sia necessario capire che non abbiamo a che fare con un fenomeno settario isolato, e soprattutto che non abbiamo a che fare con una «radicalizzazione dell'islam», ma piuttosto con un'islamizzazione della rivolta radicale. Sappiamo che i candidati francesi alla jihad sono spesso dei convertiti o, come nel caso di Coulibaly e dei fratelli Kouachi, dei praticanti tardivi. La verità dei loro moventi e del loro pensiero non deve essere cercata più di tanto nella teologia, dell'islam in generale o del wahhabismo in particolare, ma nella coerenza contemporanea dei propositi politici di cui sono portatori. [...]

Per tutta una generazione che varca oggi l'età adulta, s'impone un'evidenza: alla fine del cammino, imboccato dai propri genitori, che sono emigrati per una vita migliore, che hanno militato per il sol dell'avvenire o intrapreso il percorso della riuscita personale, c'è un’impasse. Non c'è più speranza collettiva di rivoluzione o di progresso sociale e vi è poca speranza di riuscita individuale. [...]

Che cos'è una rivolta che non ha più né futuro né speranza? Quando abbiamo questo in testa, capiamo meglio la potenza soggettiva dei propositi jihadisti. Il solo avvenire proposto è la morte: quella «dei miscredenti, degli ebrei e dei crociati», come quella dei martiri. [...]

Il crollo della categoria di futuro di cui abbiamo parlato, e che l'antropologo Arjun Appadurai ha messo al centro de suo ultimo libro The Future as Cultural Fact, è senza dubbio una delle dimensioni dell'ondata di scontri che hanno toccato il mondo intero dall'inizio di questo secolo. […] Questi scontri possono sfociare su due divenire possibili: la costruzione di una figura durevole della rivolta e della speranza che s'incarna nei movimenti politici organizzati e nelle prospettive istituzionali, o la deriva verso lo sconforto e la violenza minoritaria.

Durante questi dieci ultimi anni, una generazione si è rivoltata. Se nulla sembra muoversi, come sconvolgersi che alcuni decidano di passare alla «fase 2»? È l'esperienza biografica degli assassini di gennaio. Il 17 settembre 2000, Amedy Coulibaly, che aveva allora 18 anni, ruba delle moto con un amico, Ali Rezgui, 19 anni. Vengono inseguiti dalla polizia... che spara, e Ali muore nelle sue braccia in un parcheggio di Combs-la-Ville. Nessuna indagine viene aperta per questa bavure [abuso poliziesco]. Ciò provoca due giorni di scontri alla Grande-Borne di Grigny. Dove sono oggi tutti gli attori degli scontri delle banlieue del 2005? E tutti quelli che li hanno guardati fare con simpatia? Come vedono la vita e la politica? Che sguardo portano sugli eventi di gennaio? Non li abbiamo ascoltati prima, né durante, né dopo il 7 gennaio. La sera dell’8 gennaio, non sono andato alla République, ma all'appuntamento davanti al comune di Saint-Denis, città nella quale abito. Ho raramente visto così tanta gente, così emozionata. Era presente tutta la rete dei militanti, ma non c'erano quasi le persone ordinarie, gli sconosciuti, la gente e i giovani «dei quartieri». Presi nella nostra emozione collettiva, non so se ci siamo resi conto della frattura silenziosa che stava prendendo forma.

Come ha vissuto la grande manifestazione dell'11 gennaio?

È un evento complesso. Non so se abbiamo mai conosciuto nella storia une mobilitazione così massiccia, costruita su uno smarrimento. Non l'ho propriamente vissuta come una marcia funebre, come il funerale della generazione del ‘68. È su questo smarrimento che lo Stato ha potuto costruire un senso al quale ha dato il nome di «L’esprit du 11 janvier». Nell'espressione «Je suis Charlie» ci sono almeno due cose che è necessario chiarire. Innanzitutto il «je» che non è uno scontato nous sommes Charlie. Poiché il «noi» non è preesistente allo smarrimento, si costruisce nella condivisione dell'emozione e nell'assembramento. Per questo è ideologicamente plastico. Poi c'è Charlie. Ma ci sono stati tre tipi di categorie di vittime: i «miscredenti» (Charlie), gli ebrei (l'Hypercacher) e i «crociati» (il poliziotto dell'11ème arrondissement et la poliziotta di Montrouge). Mohammed Merah se l'era già presa con gli ebrei e i «crociati» senza suscitare tante emozioni. E scommetterei che se Coulibaly avesse agito solo e i fratelli Kouachi non avessero attaccato Charlie, la mobilizzazione non sarebbe assolutamente stata la stessa. Qualche cosa si è annidata attorno all'attacco ad un giornale poco conosciuto e poco letto, diventato sicuramente simbolo di una libertà collettiva. È anche contro un bersaglio, testimone degli anni ‘60-‘70, che se la sono presa, senza saperlo, gli assassini, ossia a dei ricordi di infanzia e giovinezza, alle ultime tracce di una rivolta giovanile di un'altra epoca. Ma una parte delle incomprensioni nazionali si trova qui. In un certo modo, un’équipe ereditiera del maggio ‘68 ha condotto fino all'ultimo delle battaglie diventata fuori-luogo rispetto alle questioni pressanti dell'oggi. Charlie ha iscritto la sua irriverenza nei confronti dell'islam nella sua postura d'opposizione alle chiese e ai dogmi che impediscono la liberazione della società. Non ha calcolato che in Francia nel ventunesimo secolo, prendersela con l'Islam, significa soprattutto ferire le persone dominate per le quali la religione è un punto d’appoggio per far fronte alla sofferenza sociale.

«L'esprit du 11 janvier» non l'ha coinvolta?

Una volta ancora, chi controlla il senso dell'evento? Chi lo costruisce? È il potere che parla dello «spirito dell'11gennaio». Lo ribadisco, la condivisione dell'emozione si è fondata su un non-detto. Gli incidenti attorno al minuto di silenzio sono stati rivelatori di questo non-detto. E piuttosto che ascoltare il malessere che si esprimeva allora, sono stati nel vero senso dell'espressione «ridotti al silenzio», sottomessi all'obbrobrio generale e addirittura messi sotto accusa. Siamo così passati da un'emozione condivisa all'emozione intimata. Si pensa di inculcare attraverso l'autorità i valori della Repubblica? Lo sappiamo bene, da almeno una generazione, che questi valori sono anche delle promesse non mantenute. L'obbligo di aderirvi è una violenza supplementare. [...]La proprietà dei valori è di fornire un senso etico all'esperienza. E, ahimè, per alcuni, la jihad risponde proprio a questo.

Qual è il rapporto tra jihadisti di qui, che partono in Siria, e coloro che contestano il minuto di silenzio?

Siamo di fronte a delle traiettorie soggettive diverse e in parte disgiunte. È un errore grossolano assimilare quelli che hanno contestato il minuto di silenzio a dei candidati jihadisti, o anche a dei turiferari. E anche tutti coloro che partono in Siria non sono forzatamente devoti all'assassinio individuale. C'è in questo passaggio all'atto ultimo una parte di distacco irrazionale. Ma c'è anche un contesto condiviso e dei vissuti che si fanno eco. Come in altre epoche, questo contesto è oggi abbastanza potente per polarizzare questi distacchi psichici, per dare un senso contemporaneo alla follia. Per i giovani del La Grande Borne, Amédy Coulibaly è identificato come uno un «po' fuori». Ma in quale contesto soggettivo si trova? Un contesto dato da esperienze condivise, smarrimento e ribellione di fronte ad un mondo politico, mediatico, istituzionale che non tiene conto del malessere o della sofferenza di una parte delle classi popolari. È più di un'esperienza di «esclusione» oggettiva. È l'esperienza collettiva di una negazione soggettiva.

Quali sono le conseguenze di questa negazione d'esistenza?

Non bisogna sottostimare gli effetti devastanti di questa esperienza popolare: l'esperienza della menzogna permanente dei discorsi politici e giornalistici che ha per oggetto i territori da loro abitati. Questa esperienza distrugge il senso della nozione stessa di verità e alimenta tutte le voci e tutti i complottismi diffusi da Alain Soral e dai suoi amici. Da questo punto di vista, l'influenza di Dieudonné come eroe «anti-sistema» doveva essere precedentemente considerata come un sintomo più globale e non una deriva morale solitaria. Dall'altra parte, non si sottovaluti che l'indifferenza generale nei confronti dell'islamofobia ha anche aperto la strada a un rinnovo dell’antisemitismo. Oggi, il risultato è che se l'islamofobia progredisce, l'antisemitismo anche. In concorrenza alla destra ufficialmente islamofobica del FN, oggi trova terreno fertile una nuova destra estrema, «rivoluzionaria» , popolare e antisemita.

E adesso?

Un periodo si chiude... La conversione allo jihadismo è oggi una delle figure possibili della rivolta. La risposta a questo dramma non può certamente incarnarsi nell'ordine, repubblicano o no che sia. La risposta è piuttosto da cercarsi in una figura alternativa e contemporanea della rivolta, una rivolta che non si pone sul terreno della negazione del futuro, della negazione del passato e dell'odio del pensiero. Le due questioni chiave che sono davanti a noi sono quella del possibile e quella della pace. «Podemos», ci dice il movimento di Iglesias in Spagna. Quando la finanziarizzazione del potere ci racchiude nel calcolo delle probabilità e dei rischi, è urgente aprire dei possibili senza i quali il futuro non è che una parola vuota. E quando la guerra o la minaccia della guerra (o del terrorismo) tendono a divenire una modalità di governo, è tempo di ridare senso a una prospettiva di pace collettiva che non passi per una politica securitaria, né per degli attacchi aerei un po' ovunque nel mondo. È forse anche questo ciò che ci hanno detto i manifestanti dell'11 gennaio. Non sono sicuro, però, che siano stati ben ascoltati su quest'ultimo punto.

Traduzione dal francese di Marta Lotto

* Alain Bertho è professore di antropologia a Parigi VIII, direttore della Maison des sciences de l'homme de Paris-Nord e autore del libro Le temps des émeutes (2009). Da dieci anni si occupa di rivolte urbane nel mondo, di cui segnala in tempo reale l'evoluzione sul blog  http://berthoalain.com/

Toujours Charlie?

UNO SPECIALE SULLA RÉPUBLIQUE E CHARLIE CON TESTI DI BADIOU - INGLESE – DONAGGIO – BUFFONI – RAKHA – GALLO LASSERE

A un mese dagli eccidi di Parigi, abbiamo voluto ritornare sul dibattito che ad essi è seguito. Lo abbiamo fatto raccogliendo alcune voci e concentrandoci su alcuni aspetti, convinti non solo che non sia facile dare una lettura univoca di quegli eventi, ma che non sia neppure necessario. In Francia, intanto, analisi e discussioni continuano, e non solo su legislazioni antiterrorismo e sul potenziale nemico interno, ma anche sulla segregazione sociale e razziale che mina la République ben più in profondità degli occasionali massacri realizzati da un piccola minoranza di adepti dell’idiozia e del fascismo di marca religiosa.
Andrea Inglese

IL ROSSO E IL TRICOLORE
Alain Badiou

Oggigiorno, il mondo è totalmente investito dal capitalismo globale, sottomesso ai dettami dell’oligarchia internazionale e asservito all’astrazione monetaria come unica figura riconosciuta dell’universalità. Viviamo in un periodo di transizione molto difficile, che separa la fine della seconda tappa storica dell’Idea comunista (la costruzione indifendibile, terrorista, di un “comunismo di Stato”) dalla terza tappa (il comunismo come realizzazione politica, adatta al reale, dell’“emancipazione dell’umanità intera”). In questo contesto, si è insediato un mediocre conformismo intellettuale; una sorta di rassegnazione al contempo lamentevole e soddisfatta, che accompagna l’assenza di ogni futuro altro, ovvero la ripetizione dispiegata di ciò che già c’è.
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NOTE SU IO SONO CHARLIE E IL SUO CONTRALTARE
Andrea Inglese

Sei Charlie o non sei Charlie? In definitiva, parrebbe sia questa la forma logica, in cui si è espressa la nostra esperienza degli attentati di Parigi, nel corso dei quali sono state ammazzate tra il 7 e il 9 gennaio venti persone, venti cittadini francesi, inclusi i tre attentatori. L’elaborazione del trauma si è concentrata, ad un certo punto, sulla necessità di identificarsi o meno con Charlie Hebdo.
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COMPAGNI DI NIENTE
Enrico Donaggio

Ho passato una giornata intera attaccato al computer come a un polmone d'acciaio, seguendo l'evolversi dei “fatti di Parigi”, un brutto personaggio di un brutto film di Altman. Mi sono preoccupato per gli amici che vivono in quella città, che sento anche un po' mia. Ho avvertito la violenza di un colpo che questa volta toccava noi, quelli più o meno come me, di cui qualcosa mi importa.
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DA CHARLIE A ADONIS
Franco Buffoni

La reazione della popolazione francese mi è parsa più sotto il segno dell’orgoglio ferito, anche territorialmente, che non della fredda rivendicazione di laicità e di libero pensiero. Tuttavia, mi sembra evidente che la mentalità comune francese, quanto a laicismo, ad abbandono del cattolicesimo, abbia una cinquantina d’anni di vantaggio rispetto a quella italiana. La Vandea, è vero, è sempre in agguato - e lo ha ben dimostrato due anni fa con l’avversione al mariage pour tous - ma è fortemente minoritaria.
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CHI C... È CHARLIE
Youssef Rakha

Il solo pensare di contribuire al dibattito su Charlie Hebdo è di per sé problematico. È problematico perché, sia in quanto tragedia pubblica sia in quanto difesa della libertà creativa, questo evento ha assunto proporzioni gigantesche. È problematico perché si è trattato di un tutti-contro-tutti moralistico: esprimere solidarietà significa trascurare il contesto, abdicare al senso della tua relazione con la vittima “oggetto” del consenso e, in ultimo, diventare un hashtag.
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OLTRE CHARLIE
Davide Gallo Lassere

Questo testo si propone una rassegna parziale delle analisi più interessanti prodotte durante queste settimane in Francia al fine di orientarsi nei recenti fatti di Parigi. Sebbene questi ultimi si prestino a essere osservati da una pluralità di prospettive, la domanda prioritaria da porsi mi pare quella concernente i processi di soggettivazione che hanno condotto a tali deviazioni identitarie.
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Note su Io sono Charlie e il suo contraltare

Andrea Inglese

Identificazioni

Sei Charlie o non sei Charlie? In definitiva, parrebbe sia questa la forma logica, in cui si è espressa la nostra esperienza degli attentati di Parigi, nel corso dei quali sono state ammazzate tra il 7 e il 9 gennaio venti persone, venti cittadini francesi, inclusi i tre attentatori. L’elaborazione del trauma si è concentrata, ad un certo punto, sulla necessità di identificarsi o meno con Charlie Hebdo. Intorno a quest’identificazione o al suo rifiuto ha finito col ruotare una parte rilevante del dibattito politico nato da quegli avvenimenti. Alcuni fenomeni importanti, però, da un punto di vista sociale, si sono situati probabilmente altrove, laddove non erano in questione identificazioni, ma altre forme più articolate di adesione e testimonianza. E proprio in ragione del loro potenziale semantico non riconducibile a un identificante semplice, tali fenomeni sono stati spesso malintesi. Proverò a soffermarmi su di essi, e lo farò nell’unico modo che mi sembra accettabile, partendo cioè dalla mia diretta esperienza, includendomi nel discorso non solo come una mente che analizza e giudica, ma anche come un corpo che sente, riflette e percepisce attraverso limiti, vuoti, opacità.

M’interessa in modo particolare riflettere su alcuni punti emersi nelle posizioni di alcuni Non sono Charlie (Mi riferisco ovviamente ai Non sono Charlie di sinistra, perché ce n’era ovviamente anche una certa quantità di estrema destra). A fronte del progressivo convergere del discorso politico, mediatico e di piazza, e a fronte del progressivo impoverimento di questo discorso, schiacciato in modo apologetico sullo slogan Io sono Charlie e sulla figura autoassolutoria della République unita e unanime, le voci minoritarie dei Non sono Charlie, soprattutto quelle in grado di proporre analisi e critiche articolate, hanno costituito un sano e necessario contraltare. Esse hanno ricordato, innanzitutto, che la cosiddetta barbarie a cui gli eccidi di Parigi ci hanno confrontato non è prerogativa esclusiva di gruppi minoritari, che sostengono ed esprimono, attraverso il loro radicalismo religioso, una visione fascista della società. Forme di barbarie e fascismo sono componenti ordinarie della politica estera di paesi democratici e occidentali, Stati Uniti in testa, e sono ormai componenti altrettanto ordinarie della politica interna della République, sia nei confronti delle minoranze senza diritti – i non-cittadini presenti sul proprio territorio – sia nei confronti dei ceti popolari, sottoposti a un duplice castigo: quello della povertà e quello della discriminazione.

Si è voluto anche precisare che l’attività satirica e giornalistica di Charlie Hebdo non poteva essere considerata esemplare di una battaglia per la libertà di espressione. Penso che anche queste critiche siano state utili a fronte di una celebrazione tanto entusiasta quanto ignorante della complessa storia del giornale e dei suoi redattori. Ciò non ha però impedito che tanta gente rendesse ugualmente un omaggio affettuoso a quelle persone assassinate, fossero o meno campioni esemplari della libertà di espressione. Così è accaduto, ad esempio, per quanto mi riguarda. Dopo una strage del genere, si rende omaggio alla storia complessiva di una persona e non alla linea politica del suo giornale in una determinato epoca, e questo omaggio è un’espressione di affetto, che non deve per forza accordarsi con una comunione di opinioni e attitudini. È sufficiente che questa comunione ci sia stata in un determinato momento, e in modo particolarmente intenso per lasciare un ricordo importante.

Soggetti collettivi

Ognuno degli attacchi omicidi dei fratelli Kouachi e di Amedy Coulibaly ha mostrato un chiaro carattere fascista, nel modo in cui è stato realizzato e per le ragioni che, ai loro occhi, avrebbero dovuto giustificarlo. Nulla di ciò, se non metaforicamente, aveva a che fare con la guerra. Si è trattato di atti terroristici in piena regola: ammazzamenti di individui per lo più civili ed inermi e non motivati da alcuna necessità di difesa personale. Gli attentatori hanno ucciso dei miscredenti colpevoli di aver oltraggiato l’immagine del Profeta, delle persone in un negozio perché colpevoli di essere (probabilmente) ebrei, delle persone in divisa perché, anche se neri o arabi, erano al servizio di uno stato occidentale.

Nelle ore immediatamente seguenti al primo massacro, si è diffuso in modo spontaneo, attraverso i social network in effervescenza, lo slogan Io sono Charlie. Poi è stato ripreso anche nelle piazze, durante i primi improvvisati assembramenti, ed è divenuto quasi lo slogan ufficiale della grande manifestazione nazionale di domenica 11 gennaio. Come tutti gli slogan, anche questo ha qualcosa di rozzo e di riduttivo. Come tutti gli slogan, esso prospera all’ombra delle figura retorica della sineddoche. Come tutti gli slogan, esso dice qualcosa di importante, e tace molte altre cose altrettanto importanti. Importante qui è l’orrore che è stato suscitato in seguito alla strage nella redazione di un giornale satirico popolare. Una delle prime forme pubbliche di espressione di questo orrore, a metà strada tra l’esorcismo e il gesto elementare di solidarietà, è stato questo slogan, e ciò lo ha candidato a divenire con successo una leva simbolica di mobilitazione. Sarebbe futile dare tanto peso a uno slogan, se appunto esso non avesse già catalizzato un’enorme attenzione e non avesse condizionato le riflessioni politiche inerenti agli attacchi di Parigi, alle loro cause e conseguenze.

Qualcuno ha sottolineato che una tale reazione di solidarietà non ha avuto luogo in seguito agli attentati realizzati da Mohammed Merah nel marzo 2012 a Tolosa e Montauban, che avevano fatto sette vittime, tra cui tre bambini ebrei. Ciò è senza dubbio vero, ma è anche vero che Charlie Hebdo, come testata giornalistica e come complessiva attività dei suoi disegnatori, è penetrato nella vita culturale dell’intero paese, e ne è divenuto una componente familiare, e in modo trasversale alle sensibilità politiche e alle generazioni. Poiché le identità nazionali esistono, intese come identità collettive, ossia fatti sociologici fondamentali e non come ideologie più o meno minoritarie, è evidente che determinati fenomeni le tocchino nel vivo più di altri. Ed è anche evidente, piaccia o meno, che l’enfasi sull’appartenenza confessionale o etnica indebolisce i legami con il nucleo identitario nazionale. Per identità nazionale intendo ciò che determina l’adesione di un individuo ad un soggetto collettivo in grado di inglobarlo e di esserne, nel medesimo tempo, l’espressione politica e culturale. I criteri che determinano tale identità sono molteplici: non solo la fisionomia di un determinato territorio e una determinata costituzione, ma anche tutta una serie di realtà che precedono e rendono possibile ogni legislazione esplicita: la lingua, la famiglia, le istituzioni educative, i “costumi”, ecc. Mi pare indispensabile un riferimento al soggetto collettivo nazionale per comprendere la portata delle manifestazioni di massa che si sono svolte in Francia dopo l’attentato. In un passo del Contratto sociale, per illustrare le caratteristiche di un soggetto collettivo, che è qualcosa di più e di diverso di una semplice moltitudine d’individui, Rousseau scriveva: “Appena questa moltitudine è riunita in un corpo, non è possibile offendere una delle membra senza attaccare il corpo, e ancor meno offendere il corpo senza che le membra ne risentano”.

La questione dell’identità nazionale, come fatto sociologico fondamentale e ineludibile, non è certo una di quelle particolarmente care al pensiero marxista, che vede in un soggetto collettivo interclassista un modello negativo, mistificatorio, di soggettività. Ciò nonostante, tale questione dovrebbe ancora oggi essere trattata con attenzione proprio da chi si pone come obiettivo di costruire un soggetto politico antagonista. La creazione di un tale soggetto collettivo, in grado di rappresentare la parte sfruttata della società, non può realizzarsi che a patto d’indebolire l’identità nazionale o, addirittura, di ridefinirla. Il pensiero anticapitalistico sorvola spesso magicamente non solo la questione della composizione di classe di un possibile soggetto antagonista, ma sorvola anche il rapporto per nulla evidente che un tale soggetto collettivo dovrebbe avere nei confronti delle diverse identità nazionali. Nonostante gli sforzi dell’ideologia individualistica, nella sua declinazione più radicale e neoliberista, volti a negare qualsiasi realtà a identità di carattere collettivo e nazionale, tali identità continuano ad esistere, non certo come realtà immobili, ma nemmeno come residui irrilevanti di qualche ideologia obsoleta o reazionaria.

Una prova che le identità collettive esistono è che sono in grado di mobilitare masse di persone, e che tali mobilitazioni, per sfaccettate e articolate che siano, trovano contenuti, simboli, rituali ben definiti e comuni. Se l’autentica voce dell’autentica classe antagonista, dopo gli ammazzamenti di gennaio, fosse stata quella dell’anti-slogan Non sono Charlie, avremmo dovuto vedere non solo una sparpagliata astensione, ma anche una diversa e consistente mobilitazione, ma è proprio ciò che non è avvenuto. Ora, quella voce sarà stata anche autentica – e senza dubbio ha prodotto una serie di analisi importanti e condivisibili – ma non è stata in grado di catalizzare un’identità collettiva e alternativa a quella nazionale e repubblicana che contestava. Non è un piccolo problema per chi ha a cuore i destini generali. Le voci fuori dal coro sono necessarie, ma non sono sufficienti per far cambiare la musica. Bisognerà che, prima o poi, queste voci fuori dal coro siano in grado di produrre una realtà corale, catalizzando, componendo e articolando una grande massa di altre voci. Sarebbe interessante, ad esempio, riflettere su come il successo di un partito come Syriza abbia potuto realizzarsi non attraverso un conflitto frontale con l’identità nazionale greca, ma facendo anzi leva su tale identità.

Ciò non dovrebbe sorprendere nessuno, le identità nazionali, a differenza di quanto credono i nazionalisti, hanno natura prospettica e progettuale: vivono guardando al futuro piuttosto che al passato, e sono costantemente aperte a una ridefinizione, dal momento che vivono nell’interazione continua con altre realtà collettive, altre identità e culture. Nella Grecia attuale, la questione sociale è divenuta una questione nazionale. E, in questa vicenda, l’esperienza del popolo greco, i suoi affetti oltre che i suoi semplici bisogni materiali, hanno senza dubbio e comprensibilmente giocato un loro ruolo importante. I dettami della commissione Europea non hanno solo contribuito all’enorme impoverimento di un popolo, ma hanno anche, nei suoi confronti, avvalorato forme di pubblica umiliazione.

Non è comunque mia intenzione indagare la possibilità di costruire un soggetto collettivo antagonista, confrontandosi o meno con il dato storico e sociologico delle identità nazionali. Mi pare, però, che una tale analisi avrebbe senso, e potrebbe illuminare quello che mi sembra un punto cieco, ad esempio, nelle riflessioni per altri versi estremamente lucide di Badiou nell’articolo Il rosso e il tricolore.

Il volto ambiguo della République

Quando Io sono Charlie è apparso, esso si è inserito come uno slogan tra i tanti possibili all’interno di una corrente di reazioni molteplici e spontanee che, per altro, non sembrava così assetata di simboli, bandiere e divise. Esso ha coesistito, quindi, con una varietà di atteggiamenti, che spesso non avevano alcun bisogno di rivendicare un’identificazione stretta. Mi raccontava un amico, che le prime persone a ritrovarsi in piazza a Parigi, triste e attonite, la sera dell’attentato del 7 gennaio, sono state proprio quelle più vicine affettivamente a Charlie Hebdo, quali che fossero le loro valutazioni sulla recente linea politica del giornale o sulla fondatezza delle sue campagne satiriche contro il fanatismo religioso. Queste persone, paradossalmente, erano le ultime a sentire l’esigenza di uno slogan come Io sono Charlie. I loro legami diretti o indiretti di amicizia o simpatia con i personaggi assassinati non li sollecitavano a nessuna identificazione: si può rendere omaggio alla scomparsa di qualcuno che ci è caro o che ci è stato caro, anche avendo piena coscienza della distanza che, sotto diversi aspetti, è esistita o esiste tra noi e lui.

Io sono Charlie ha funzionato così in modo duplice e ambiguo: ha permesso, da un lato, alle amplificazioni mirate dei media e del governo di enfatizzare un comune denominatore rigido, ma nello stesso tempo si è prestato a declinazioni plurali: Io sono Charlie, io sono musulmano, io sono ebreo, io sono un poliziotto. Il versante plurale, però, pur non coincidendo con un’adesione acritica ai generici valori della libertà d’espressione o a quelli della Repubblica, non ha neppure voluto dire pluralità indiscriminata. Le imponenti manifestazioni francesi, nate spontaneamente in diverse città di Francia, e sfociate nelle grandi manifestazioni nazionali di domenica 11 gennaio, hanno avuto a mio parere come componente comune, pur nella pluralità delle specifiche espressioni, una presa di posizione antifascista. Questa presa di posizione antifascista, trasversale alle generazioni, alle comunità e in parte anche ai ceti sociali, ha potuto convivere, seppure in modo contraddittorio, con una difesa “assolutoria” della Repubblica. Ma la difesa antifascista della Repubblica e la celebrazione della Repubblica, grazie al pretesto antifascista, non sono la stessa cosa. Non solo, ma il rito antifascista in un paese dove il Fronte Nazionale è considerato, secondo gli ultimi sondaggi, intorno al 30%, non è né vuoto né insignificante. E soprattutto, se la percezione di una componente anti-fascista maggioritaria è corretta, non si può certo parlare di una mobilitazione a-politica. Non mi sogno con questo di credere che una manifestazione, anche se di straordinarie proporzioni numeriche, sia di per sé risolutiva di alcunché. Mi sembra, però, che nelle analisi critiche mosse a sinistra dai diversi Non sono Charlie su questo punto ci sia stato malinteso, errore o consapevole forzatura.

È indubbio che la ricerca di unanimità da parte del governo ha toccato vertici demenziali e controproducenti, arrivando a proporre sanzioni per quei giovani che, all’interno delle istituzioni scolastiche, hanno rifiutato di rendere omaggio alle vittime degli attentati, e in speciale modo ai vignettisti di Charlie Hebdo. Tutto questo non autorizza però a considerare in blocco milioni di manifestanti degli allocchi manipolati dalla televisione e dalla classe politica, o degli acritici apologeti delle politiche estere occidentali o delle politiche interne dello stato francese, o peggio ancora dei persecutori anti-islamici. Ci sarà stato probabilmente anche tutto questo, ma come parte di un insieme più grande, contradditorio e complesso. Così come è abbastanza sbalorditivo leggere in un articolo di Frédéric Lordon [http://blog.mondediplo.net/2015-01-13-Charlie-a-tout-prix], pensatore stimabilissimo per lucidità e impegno politico, una frase di questo tenore: “Tutto porta a credere che il corteo parigino, per immenso che sia stato, si sia rivelato di una notevole omogeneità sociologica: bianco, urbano, educato”.

Posto che questi tre criteri difficilmente possono, da soli, contribuire a fornire una categoria sociologica particolarmente efficace, bisognerebbe essere onesti nel momento in cui si avanza come argomento squalificante la presunta omogeneità sociologica di tali manifestazioni. Innanzitutto, da mercoledì 7 a domenica 11 gennaio, vi sono state in Francia mobilitazioni in grandi come in piccoli centri, e non solo nella capitale. Io stesso ho assistito a un raduno davanti al municipio di una cittadina popolare della periferia parigina, raduno a cui hanno partecipato tanto il sindaco comunista quanto alcune donne musulmane con il velo. Visto l’alto tasso di persone meticce a Parigi, oltre che di neri e francesi originari del Maghreb, mi sembra assai poco probabile che solo i bianchi si siano mobilitati, o forse mia moglie, che è meticcia, faceva parte domenica sera, in piazza della Nazione, di una sconsiderata minoranza. L’omogeneità sociologica, che andrebbe però definita attraverso criteri più pertinenti di quelli indicati da Lordon, è senz’altro un problema di fondo non dei soli manifestanti pro-Charlie, ma di tutta la società francese, e si riscontra anche nella categoria professionale a cui appartiene Lordon (docente universitario) e persino nei gruppi antagonisti attivi nei grandi centri urbani e connessi variamente con le università. Su questo punto, ho voglia di dire che tanto prospera un sapere antagonista nei dipartimenti universitari in Francia, tanto questo sapere pare sprovvisto di organi politici sul territorio, e in modo particolare nelle periferie urbane povere, dove sopratutto i giovani francesi figli d’immigrati africani sono destinati ai lavori non qualificati, nel migliore dei casi, alla disoccupazione e alla marginalità, in quello peggiore. La rottura dell’omogeneità sociologica è quindi un obiettivo che dovrebbe riguardare sia i contesti di formazione di un sapere critico e antagonista sia quelli di messa in opera, in forma allargata e organizzata, di un tale sapere.

Affetti

Un altro aspetto della mobilitazione generale che è stato considerato in modo riduttivo riguarda le cosiddette “emozioni”. Si tratta, in questo caso, di una valutazione abbastanza diffusa che ho ritrovato spesso nei Non sono Charlie, ma anche in coloro che, pur solidarizzando con le vittime degli attentati, hanno sottolineato il rischio di lasciarsi trasportare dalle emozioni, rinunciando così a una postura critica e riflessiva. Un platonismo ortodosso è divenuto il tratto comune dei commentatori: le emozioni sono una cosa inaffidabile, illusoria, incostante, e su di esse nulla di sensato, di razionale, di positivo può essere edificato. È poi bizzarro ritrovare il medesimo atteggiamento anche nel già citato articolo di Frédéric Lordon, economista e filosofo che, in diverse occasioni, ha difeso in un’ottica spinozista l’importanza degli affetti sul terreno dell’agire collettivo.

Farò riferimento alla mia esperienza personale, per mostrare quanto la mobilitazione spontanea, che ha portato la gente per le strade in diverse città della Francia fin dalla giornata del 7 gennaio, ha avuto un ruolo catartico, terapeutico, in ogni caso benefico. E questo nonostante tutti i tentativi di “recupero” politico, e di celebrazione della Repubblica “senza macchia”. Ogni giorno veniamo a conoscenza di centinaia, a volte di migliaia di morti violente. Possiamo averne anche qualche assaggio televisivo o fotografico. La morte violenta, però, che colpisce anche una sola persona in una cerchia sociale a noi prossima, tende a toccarci molto più vivamente di un grande numero di morti lontane. Gli attacchi terroristici del 7 e del 9 gennaio hanno prodotto nella popolazione francese l’amplificazione traumatica di questa esperienza: l’ammazzamento ha fatto irruzione in modo imprevedibile e indiscriminato nel quotidiano, ha sfigurato i luoghi familiari, ha minato la certezza dell’incolumità fisica, che fa da sfondo a tutte le abitudini della vita ordinaria.

In chi lo patisce, un tale trauma tende a esasperare gli stati d’animo che sono già esistenti, che fanno già parte di lui in modo più o meno latente. È come se ognuno diventasse la caricatura di se stesso: il proprio patrimonio di affetti e conoscenze subisce come un effetto di radicale stilizzazione. E una volta che ognuno diventa caricatura di se stesso, il dialogo, ma anche il semplice contatto con l’altro, diventa certo più difficile, più pericoloso. In qualità di abitante della periferia che viene a lavorare giornalmente a Parigi, ho potuto studiare direttamente su di me ciò che l’evento terroristico ha suscitato. Il 7 gennaio, venni a sapere del massacro della redazione di Charlie Hebdo poco prima di terminare la mia giornata lavorativa. Durante tutto il tragitto di ritorno, che mi portava di nuovo da Parigi alla mia cittadina di periferia, mi ero trasformato in un concentrato di aggressività. Mi sentivo in guerra, in modo particolare, con due tipologie di persone: da un lato, con il parigino tipico, uomo tra i trenta e i cinquant’anni, che si muove in modo autistico per corridoi e banchine del metrò, e che ti scavalcherebbe vivo, morto, o agonizzante, senza batter ciglio; dall’altro, con la donna col chador e magari i guanti. Sono queste due tipologie di persone che, di solito, non mi piacciono per ragioni più o meno idiosincratiche, come non mi piacciono una quantità di altre persone, situazioni, oggetti. Queste idiosincrasie, ovviamente, non hanno mai compromesso i miei rapporti né con gli abitanti di Parigi maschi, che hanno tra i trenta e i cinquant’anni, né con le donne musulmane col velo, che incontro quotidianamente nella scuola materna frequentata da mia figlia.

Il punto, qui, non sono certo le persone che non ci attirano, che non suscitano la nostra simpatia, ma semmai come delle ordinarie e innocue antipatie quotidiane, confinate nell’ambito del vissuto personale, si possono trasformare in sentimenti di autentica ostilità. Il trauma dell’attacco terroristico aveva trasformato anche me, durante qualche ora, in una caricatura, esasperando alcune mie idiosincrasie sociali. Il parigino coi paraocchi era divenuto il simbolo esagerato dell’indifferenza sociale a tutto; la donna con il chador il simbolo esagerato del rigorismo religioso. Per altro, né l’indifferenza sociale né il semplice rigorismo religioso erano direttamente responsabili del massacro fascista, ma il massacro fascista era stato efficace nei suoi scopi ultimi: suscitare e diffondere l’odio. Insomma, dopo essere venuto a conoscenza di quanto era accaduto, avevo un surplus d’aggressività da scaricare da qualche parte, e le mie ordinarie antipatie sociali mi avevano offerto due candidati, probabilmente per semplice metonimia. Se l’attacco fosse stato realizzato da qualche neonazista cristiano, avrei cominciato, probabilmente, a guardare torvo preti e suore.

Quanto accadeva a me, stava accadendo con molta probabilità a una grande quantità di gente a Parigi e in tutto il paese – santi e beati esclusi. Ci doveva essere un surplus d’aggressività in circolazione, e un popolo in procinto di diventare la propria caricatura. In questa situazione è accaduto qualcosa di inatteso. Una volta arrivato a casa, come tutti mi sono messo a guardare la televisione e, ad un certo punto, alcuni canali hanno cominciato a trasmettere le immagini di gruppi di persone che, spontaneamente, si erano radunati in piazza della Bastiglia. Mi è bastata una breve visione di quella folla. Ho provato dapprima un enorme sollievo. Ciò che era accaduto aveva cessato di riguardarci come individui privati, o come commentatori furiosi della propria pagina di Facebook. Ci riguardava ora come generici cittadini, in grado di uscire per strada, e di riunirci anche senza avere grandi cose da dire o da fare. La maledizione del muro privato delle vite era stata dissolta con un gesto elementare. Quel raduno sanava il surplus di aggressività che mi ero portato dietro, lo disperdeva, lo dissolveva. E soprattutto mi permetteva di riconoscere l’inconsistenza delle mie idiosincrasie, il loro carattere di pregiudizi “periferici” che, come tanti altri, costellano la nostra vita in modo superficiale, senza giungere mai a condizionarla. In un momento simile, l’andare in piazza dei parigini e degli altri francesi voleva dire una cosa molto semplice ma precisa: non siamo solo degli individui, ognuno chiuso nella propria solitudine, non siamo solo dei gruppi, ognuno chiuso nel proprio tratto differenziale, siamo anche una collettività, cioè un insieme di individui diversi che si possono avvicinare liberamente gli uni agli altri, e stare assieme gli uni con altri, in un medesimo e comune spazio pubblico. E possiamo fare questo proprio nel momento, in cui tutti i nostri pregiudizi ordinari, le nostre antipatie, diffidenze e paure sono state esasperate e minacciano di prendere il sopravvento, dividendoci e isolandoci ancora di più.

Le persone, in questo caso, e giustamente, si sono lasciate guidare dagli affetti, e gli affetti hanno espresso qualcosa di razionale: il nostro nemico è il fascismo, laico o religioso che divide, e ciò di cui abbiamo bisogno ora è di incontraci, di comprendere che facciamo parte di un unico soggetto collettivo, che non vuole disgregarsi e lasciarsi disgregare. Il governo ha voluto trasformare questo bisogno di unità, in una certificazione di unanimità. Ancora una volta è importante distinguere le due cose: ci si è uniti sì contro l’attacco fascista, ma ci si è uniti, anche, per contenere le tentazioni fasciste interne al corpo sociale (i razzisti del Fronte Nazionale e le costellazioni annesse). Quanto alla pantomima dei capi di stato, essa ha sancito la fine del percorso terapeutico e spontaneo delle persone. Il massimo di mobilitazione ha coinciso con la massima visibilità della classe politica, ma invece di sancire il trionfo della nazione unita dietro i capi, quella coincidenza ha prodotto una sorta d’ossimoro, l’incontro della derisoria e ipocrita sfilata dei pochi, isolati e ultravisibili, con l’anonimo, massiccio, sovrabbondante, stralunato corteo dei tanti.

A un mese da quei fatti di sangue, nulla ovviamente è stato sanato delle sofferenze sociali, della discriminazione ordinaria, dei soprusi polizieschi che colpiscono i ceti popolari della République, ma possiamo sperare che una buona parte della popolazione, oggi, sia consapevole che lo jihadismo dei fratelli Kouachi e di Amedy Coulibaly non è un problema musulmano, non è un problema di differenze etnico-culturali, ma è un problema repubblicano e francese, perché nasce dentro la società francese e dentro le istituzioni repubblicane.

 

Compagni di niente

Enrico Donaggio

Ho passato una giornata intera attaccato al computer come a un polmone d'acciaio, seguendo l'evolversi dei “fatti di Parigi”, un brutto personaggio di un brutto film di Altman. Mi sono preoccupato per gli amici che vivono in quella città, che sento anche un po' mia. Ho avvertito la violenza di un colpo che questa volta toccava noi, quelli più o meno come me, di cui qualcosa mi importa. Non gli altri, loro, alla cui dimenticanza, silente ma iperattiva, dedico ogni secondo della mia vita: rumore bianco, sporco lavoro di sfondo di un antivirus che non si vede, ma che divora energia e memoria. Ho scritto “Je suis Charlie” su di un sito e mi è spiaciuto non andare alla manifestazione dove tutti si sentivano Charlie.

Due giorni dopo era già come se fosse passato un secolo: notizie, emozioni e attenzioni ritornate nei valori di norma. Routine and business as usual. Con i professionisti e i dilettanti del mondo intero a chiedersi perché, a riempire montagne di carta, video e pixel con speculazioni pelose o acutissime. Per me, invece, tutto quasi come prima. Tranne per la foto di Charb. Da cui fatico a staccare gli occhi. A scrollarmi lo sguardo di dosso. Che non riesco a buttare. Perché mi dice o chiede qualcosa che non capisco.

“Sono anche io un fumetto, una figurina senza potere, e non me l'aspettavo proprio di morire così”, questo non smette di dire la faccia di Charb, la sua postuma tenerezza. Il pugno alzato, probabilmente ironico al momento dello scatto, esorcismo e citazione di un'appartenenza simbolica, di una comunanza priva di contenuto preciso. Parodia e segno di riconoscimento cifrato per vecchi animali di un branco in diaspora. Le spalle e la maglietta da nerd o da bambino andato a male. Gli occhi come una strada in un giorno di pioggia, foglie per terra e umido nelle ossa. L'assurda luce retrospettiva che inzuppa la foto, quella del destino che già conosce la fine della storia, li vela addirittura di lacrime inesistenti. L'ironia macabra del titolo in prima pagina, gli “intoccabili”. Quel foglio di giornale sulla pancia. Non un sequestrato, rapimento borghese o politico, che dimostra di essere ancora in vita; non l'ostaggio di qualche gruppo di fanatici; nemmeno un ciclista prima di una discesa lunga e fredda come la morte, o un supereroe smandrappato anni Settanta, stile Max Bunker. Un rompicoglioni, invece, con il suo giubbotto antiproiettile e le sue armi di una lotta senza quartiere e nemico: parole, disegni, coraggio. Un intellettuale, insomma.

Charb

Sul fatto che non esistessero più, fino a questo brutto inizio d'anno, tutti d’accordo. Come sulla certezza che a estinguerli fosse stata la loro vanità. Nella stragrande maggioranza dei casi, quella che li ha spinti a saltare dentro al monitor dei vincitori (tv o fb poco importa), perché tenevano famiglia, narcisismo e conto in banca. In altri, quella di cui era fatta la fragilità del loro impegno: l’impotenza della cultura a trasformare e a governare il mondo, la mancanza di un terreno su cui tracciare una linea netta, oltre cui non si passa. Da difendere a costo della vita. Come nella poesia con cui Franco Fortini ha lasciato il mondo: “'Non possiamo più, - ci disse – ritirarci. / Abbiamo Mosca alle spalle'. Si chiamava / Klockow … Proteggete le nostre verità”. Già, le “nostre” verità. Quelle per cui nessuno ci chiederà mai di lasciarci la pelle, ultimi uomini d'Occidente.

Sta tutto qui il problema della strage di Charlie Hebdo. L'enigma per cui in metà del mondo si rischia la morte per disegni, parole, idee che, nell'altra metà del mondo, la nostra, non sfondano di un millimetro il muro di un'indifferenza tollerante e distratta, non incidono di un grado sul corso dei destini privati e generali, vengono digerite con un rutto di soddisfazione dallo stomaco tritatutto del nuovo spirito del capitalismo. Fino al giorno, orrendo e imprevisto per qualunque filosofia della storia, in cui questi due mondi vengono a contatto in una redazione parigina. A cadere sotto il piombo di due coglioni è un nostro compagno, un rompicoglioni. Un compagno di niente che, esattamente come noi, non se lo aspettava. Di lui oggi restano una foto, che non smette di guardarci.

E una poesia, che sembra scritta da un illuminista di bassa lega e fuori tempo massimo. Ma che dopo quei kalshnikov riluce di una intollerabile, bellissima, inattesa verità: “Dipingi un Maometto glorioso, e muori. Disegna un Maometto divertente, e muori. Scarabocchia un Maometto ignobile, e muori. Fai un film di merda su Maometto, e muori. Resisti al terrorismo religioso, e muori. Lecca il culo agli integralisti, e muori. Prendi un oscurantista per un demente, e muori. Cerca di discutere con un oscurantista, e muori. Non c’è nulla da negoziare con i fascisti. La libertà di ridere senza alcun ritegno, la legge ce la dà già, la violenza sistematica degli estremisti ce la dà ancora una volta. Grazie, banda di coglioni”1. Grazie Charb.

  1. Dall'editoriale del numero di Charlie Hebdo del 15 ottobre 2012 []

Da Charlie a Adonis

Franco Buffoni

Questo pezzo è una risposta unica a due domande che ho inviato a Franco Buffoni in seguito agli attentati parigini di gennaio e che toccano aspetti particolari della riflessione pubblica nata intorno ad essi. A. I.

Che lettura complessiva dai del modo in cui l’opinione pubblica italiana ha parlato non solo dell’attacco terroristico in sé, ma soprattutto della reazione della popolazione francese a sostegno di un giornale di satira come “Charlie Hebdo”? Quell’idea di laicità rivendicata da una fetta importante della popolazione francese è una particolarità nazionale, una sorta di storica idiosincrasia del popolo francese, o riguarda più generalmente i principi dell’uguaglianza in una società che si vorrebbe democratica?

Cosa ne pensi del diritto alla blasfemia, quando viene esercitato in contesti come quello della satira politica, delle arti o della letteratura? Nello scenario politico attuale, sia all’interno dei paesi europei, sia in un’ottica d’informazione globalizzata, molti considerano che, per diverse ragioni, il diritto alla blasfemia debba essere rimesso in discussione, o rappresenti comunque una forma degenerata di libera espressione. Nel 2007, il Parlamento Europeo raccomandò la soppressione del reato di blasfemia in tutti i paesi dell’Unione, ma in Italia la blasfemia è ancora considerata un illecito amministrativo.

Con l’eccezione di due frange numericamente esigue (una tesa al sostegno incondizionato a CH e ai suoi modi e contenuti, l’altra a sostenere il punto di vista degli assalitori), mi sembra che l’opinione pubblica italiana sia stata perfettamente interpretata dalle parole (e dal gesto in aereo) del suo capo spirituale: la religione è sacra come la mamma e, se qualcuno la insulta, il credente-figlio è legittimato a reagire. Certo, non con l’assassinio, ma con un bel pugno sì.

La reazione della popolazione francese mi è parsa più sotto il segno dell’orgoglio ferito, anche territorialmente, che non della fredda rivendicazione di laicità e di libero pensiero. Tuttavia, mi sembra evidente che la mentalità comune francese, quanto a laicismo, ad abbandono del cattolicesimo, abbia una cinquantina d’anni di vantaggio rispetto a quella italiana. La Vandea, è vero, è sempre in agguato - e lo ha ben dimostrato due anni fa con l’avversione al mariage pour tous - ma è fortemente minoritaria. In Italia invece - pur di non abbandonare la coperta di Linus di una vaga credenza - si prende oggi sul serio un “teologo” come Vito Mancuso. Proprio come in Francia si prendeva sul serio Maritain a metà del secolo scorso.

La pulsione alla blasfemia è direttamente proporzionale al senso soffocamento, di oppressione, che una determinata confessione religiosa esercita su una società. Si tratta a volte di una sensazione, di una impressione. Un po’ come il tasso di umidità: è come una temperatura percepita. Non a caso gran parte della blasfemia di CH era esercitata contro il mondo musulmano e solo in minima parte contro quello cattolico o ebraico.

In Italia, se si assiste ad una assemblea UAAR, il tasso di blasfemia contro il cattolicesimo appare molto alto: certamente diminuirebbe se venisse abolito l’ottopermille, se il concordato venisse espunto dalla Costituzione, se l’IRC lasciasse il posto ad un insegnamento laico di evoluzione delle civiltà culturali, ecc.

È certamente percepibile una contraddizione tra la richiesta di blasfemia libera per tutti e contemporaneamente la richiesta di sanzioni contro opinioni che la modernità occidentale considera politicamente scorrette. Mi sembrerebbe contraddittorio, per esempio, sostenere da una parte una legge contro l’omofobia che prevede sanzioni per chi dichiara che l’omosessualità è contro natura, e dall’altra permettere la libera irrisione delle credenze metafisiche di alcuni altri cittadini. Parlare di buon gusto, di arte, di satira, mi sembrerebbe a questo punto leopardianamente necessarissimo. Ma avrei anche la sensazione di rifuggire dal vero nodo della questione. Che secondo me concerne l’uso del Libro nella nostra contemporaneità. Testo epico o testo sacro?

Una radicata convinzione di Daniel Baremboim, è che per instillare l’amore per la musica si debba iniziare molto presto, educando l’orecchio. Aggiungerei: persino prima della nascita. Se la madre ascolta buona musica, o addirittura se suona il pianoforte mentre è in attesa, ci sono buone probabilità che il piccolo nasca mozartianamente “già imparato”. Baremboim, da uomo pragmatico e generoso quale è, una ventina di anni fa fondò a Berlino un “asilo musicale” per bambini dai due ai sei anni, con programmi e metodi di apprendimento calibrati sui gusti e l’età dei giovanissimi allievi. Ebbene, l’ottanta per cento di quei bambini ha poi scelto di compiere studi musicali, o almeno fa regolarmente parte di un coro.

Perché il punto non è come combattere i terroristi dell’Isis. Ma come sottrarre i piccoli alle cosiddette scuole religiose, alle madrase, avviandoli a forme di spiritualità più alta, disancorate da dogmi, precetti, odi e ideologie. Cercando di volgerli all’assorbimento di un’etica basata sul rispetto dell’intelligenza e della natura, sullo studio armonico delle scienze e dei fenomeni naturali, del micro e del macro, dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, della biologia e dell’astrofisica. Intervenire successivamente, quando gli ex piccoli sono indottrinati e nel pieno vigore dei loro vent’anni, è pericoloso e controproducente. A meno di farlo ad armi pari. Come stanno facendo i curdi contro l’Isis nel nord della Siria. Lì si sta svolgendo una guerra che mi ricorda le guerre di religione europee di cinque-secentesca memoria.

Una riflessione a parte meriterebbe l’indottrinamento dei seconda o terza generazione. Costoro nascono europei e scoprono a vent’anni che un Islam revanscista può soddisfare il loro bisogno di riscatto nei confronti di una società evoluta che li emargina: “Fanatismi terribilmente crudeli, disumani” – scrive Danilo Mainardi – “sono comparsi in tutti i tempi e all’interno di molte, se non tutte, le culture. Merito dell’etologia è avere delineato la dinamica biologica, sociale e culturale che può portare convincimenti ‘per fede’, siano essi politici o religiosi, fino alla degenerazione del fanatismo. E dunque della pseudospeciazione. Comprendere, e usare la ragione, può essere un passo determinante perché certi errori finalmente non continuino a ripetersi”.

Sono convinto che il dialogo interreligioso tra ebrei, cristiani e musulmani diverrebbe credibile se promuovesse filologicamente lo studio della Bibbia come testo epico, con le sue ramificazioni evangeliche e coraniche. Inducendo nei giovani abramitici - ebrei, cristiani e musulmani - un interesse critico per la cruenta e gloriosa storia delle loro religioni, spinta propulsiva all’arte più sublime come al più gretto oscurantismo e all’odio più feroce, fino a mostrare l’origine - in epoca illuministica - di un valore come la tolleranza.

Gli ebrei potrebbero dare il buon esempio affermando di non essere il popolo eletto semplicemente perché non esistono popoli eletti, o meglio di esserlo, ma solo per la loro capacità di leggere in originale un testo epico di valore inestimabile. I cristiani replicherebbero che Cristo fu un grandissimo maestro - il cui insegnamento è valido e attuale - nato da una donna come tutte le altre, torturato, giustiziato e sepolto come tanti altri uomini innocenti. In questo i cristiani troverebbero laici e atei al loro fianco, nella esaltazione per esempio dell’istituto del perdono - desumibile da Matteo 5, 38-48 - se disancorato da un’ottica metafisica. Istituto che in primis i cristiani dovrebbero nuovamente e apertis verbis implorare gli ebrei di porre in essere nei loro confronti, viste le persecuzioni che la loro rozzezza “apocalittica” li ha portati ad esercitare contro gli ebrei per due millenni. E gli ebrei - considerata la buona volontà anche “filologica” (per fare un solo esempio: Gerolamo mis-traducendo da Isaia 7, 14 l’ebraico “almàh” - una donna giovane - con “virgo” rese anche biblico un mito ben precedente: quello del dio nato da una vergine) - accoglierebbero l’istanza nella loro immensa sapienza talmudica.

I musulmani certamente apprezzerebbero questi limpidi esempi di onestà intellettuale. I giovani universitari - futura classe dirigente - in particolare ne sarebbero commossi. Senza magie e resurrezioni, elezioni, incarnazioni e transustanziazioni, sarebbero anch’essi maggiormente indotti a volgersi verso una nuova spiritualità, verso una religione dell’umanità, della solidarietà di specie.

Tutti uniti contro l’odio e la pseudospeciazione, potrebbe essere lo slogan. E magari potrebbero cominciare a scorgere l’anacronismo – per esempio – di criteri religiosi a fondamento di stati moderni, o del concetto stesso di religione di stato. In particolare, se da parte dei cristiani arrivasse qualche scusa in più per le crociate, se a san Petronio in Bologna si contestualizzasse l’offesa al Profeta con una sottostante lapide di “presa di distanza”; e se i fratelli maggiori, nella loro immensa sapienza talmudica, la smettessero di predicare che un’anziana signora in età non più fertile avendo partorito Isacco, il marito Abramo scacciò a formare altro popolo i figli avuti in precedenza dalle concubine…: perché a nessuno fa piacere di essere considerato figlio di.

La Bibbia considerata esclusivamente come testo epico da parte di ebrei e cristiani sarebbe un grande esempio per i musulmani. Che potrebbero sentirsi incoraggiati a sottoporre il Corano a una analisi del testo con moderna strumentazione ermeneutica, e magari a soffermarsi criticamente su sura 47, versetto 4 (“Quando incontrerete coloro che non credono, uccideteli”).

Chiudo ricordando che in un incontro pubblico con Adonis, convenimmo che l’ostacolo maggiore allo scatto antropologico di cui necessita la Sapiens-sapiens di cultura abramitica è costituito dal monoteismo. Il monoteismo con la sua costrizione a scegliere tra vero o falso. “Non avrai altro Dio all’infuori di me” - l’espressione fondante del monoteismo - infatti, non esclude l’esistenza di altri dèi: esclude semplicemente gli “altri”. Una esclusione posta in essere da Israele nei confronti delle “nazioni”, e in seguito fatta propria anche dagli altri abramitici cristiani e musulmani. Pronti a scannarsi – in primis – tra loro. È il monoteismo in sé che - secondo Adonis e secondo me - dovremmo imparare a leggere come un retaggio mitico, con la sua coda di credenze babbonatalistiche: ordine del creato, diritto naturale, disegno intelligente...

Ebrei, Cristiani e Musulmani condividono epicamente la stessa rampa di lancio, in quel km quadrato tra Palestina e Libano da dove, nell’ordine, per gli ebrei decollò Elia sul carro di fuoco, per i cristiani Cristo con propellente autonomo, per i musulmani Maometto sul bianco cavallo alato. Potrebbero i loro saggi, grazie alla filologia, cominciare a pensare di avere a che fare con testi epici e non con testi sacri? Potrebbero essi cominciare a insegnare agli innocenti che poi si massacreranno che non esistono popoli eletti, né vergini che partoriscono né profeti che decollano?

 

Chi c… è Charlie?

Youssef Rakha

Il solo pensare di contribuire al dibattito su Charlie Hebdo è di per sé problematico. È problematico perché, sia in quanto tragedia pubblica sia in quanto difesa della libertà creativa, questo evento ha assunto proporzioni gigantesche. È problematico perché si è trattato di un tutti-contro-tutti moralistico: esprimere solidarietà significa trascurare il contesto, abdicare al senso della tua relazione con la vittima “oggetto” del consenso e, in ultimo, diventare un hashtag. È problematico soprattutto perché trasforma un crimine, dalle minime proporzioni al di fuori della Francia, in un tropo culturale.

Charlie Hebdo non riguarda l'insensato (o altrimenti politico) omicidio di qualcuno da parte di un altro. Riguarda un male platonico chiamato Islam che disturba il pacifico e benigno ordine mondiale creato e mantenuto dall'Occidente post-cristiano. Difendendo quest'ultimo dal primo, i commentatori non solo presuppongono ciò che prima o poi si trasformerà nella tesi della supremazia razziale della vittima, ma travisano anche i contorni di chi è responsabile di quegli eventi, rappresentandolo come una forza estranea e indipendente da quell'ordine.

È come se i fratelli Kouachi non fossero un prodotto della società francese. È come se l'immigrazione araba in Francia non fosse il risultato delle conquiste francesi in Nord Africa, come se l'ascesa dell'Islam politico non fosse una conseguenza dell'eredità rivoluzionaria, coloniale e della Guerra Fredda dell'Occidente. La cronaca suggerisce, piuttosto, l'idea che i fratelli Kouachi sarebbero dei viaggiatori del tempo provenienti da un'epoca in cui la teocrazia e l'Illuminismo si disputavano il dominio sul mondo (mettete da parte la verità storica del ruolo dei musulmani in quella lotta e dimenticatevi anche dell'incapacità di fatto odierna dei musulmani di modificare il corso della civiltà).

Quanto è da vigliacchi opporsi ad una penna con una pistola; dobbiamo restare uniti contro la censura in tutte le sue forme; le vignette incriminate dovrebbero essere ristampate; e poi, ancora, erano davvero poco politically correct, forse non dovremmo ristamparle. Nessuno qui mette in dubbio l'orrore del crimine, ma dobbiamo guardarci da possibili reazioni nei confronti dei musulmani innocenti che vivono in Europa... Farsi coinvolgere in questo discorso vuol dire farsi intimidire da qualcosa che è anche peggio di una qualsiasi di tali banalità: l'idea preconcetta secondo la quale tutti i musulmani sarebbero per loro natura magicamente propensi ad offendersi di fronte all'irriverenza secolare.

Nessuna delle reazioni a Charlie Hebdo sembra essere consapevole dell'esistenza di musulmani per i quali la sola idea di “vendicare il Profeta” non è niente di più che una trita battuta. A prescindere dalle credenze di ciascuno – e questo musulmano concorderà sull'idea che le credenze sono comunque una questione personale –ci sono musulmani, la cui unica possibile rimostranza nei confronti della tendenza dell’infedele ad “insultare la religione” riguarda il rabbioso razzismo che la sottende. Questi musulmani fanno regolarmente satira su quel dogma ortodosso con cui sono costretti a vivere, senza parlare degli eccessi dei Wahhabiti e dei Salafiti, e lo fanno correndo un rischio personale significativamente più grande di qualsiasi rischio coscientemente assunto da Charlie. Mica si può pretendere da loro che si scusino per non essere riusciti a rinnegare pubblicamente la cultura in cui sono nati, no?

L'idea preconcetta per cui tutti quelli che sono nati musulmani sono automaticamente furibondi con Charlie Hebdo – che la dichiarata avversione di Charlie Hebdo nei confronti dell'Islam sia qualcosa a cui devono contrapporre la loro risposta intrinsecamente omicida, il che, io sospetto, è stata una parte significativa della motivazione che sta dietro alle vignette – è condivisa dalle reazioni di destra e di sinistra ai fatti di Parigi. È questa la cosa più offensiva di tutte, secondo questo musulmano che vi sta parlando, e non da ultimo perché quell'idea ha moltissimo in comune con i ripetuti tentativi da parte dell'ordine mondiale di impacchettare il Frankenstein islamista e rispedirlo nuovamente nel mondo arabo-musulmano.

Ironia della sorte, l'impegno per la libertà di espressione che ha informato la solidarietà per Charlie Hebdo fa eco all'impegno dimostrato verso le trasformazioni democratiche durante la primavera araba che, come è risultato, poteva solo condurre alla presa del governo da parte degli islamisti. Il risultato è che, ove la vecchia guardia autoritaria non è riuscita a recuperare il potere con la violenza, i petrodollari e i guerrafondai settari hanno dato origine a mutazioni del mostro, del tipo dell'ISIS (a cui, per una qualche contorta strada che passa per al-Qaeda nello Yemen, gli assalitori di Charlie Hebdo sembrano apparentemente rispondere).

Proprio come si presuppone che tutti i musulmani rappresentino una minaccia anti-secolare alla libertà, la libertà viene esportata nei paesi a maggioranza musulmana in forme settarie. E lo si fa attraverso mezzi militari e diplomatici; e in ogni caso, sia che venga presentato come “liberazione” umanitaria o “lotta al terrorismo” punitiva, l'intervento è sempre controproducente dal punto di vista politico e potenzialmente genocida, quando non lo – più sovente – nei fatti (pensiamo ad Afghanistan, Iraq, Siria e Libia).

E non contando il contraccolpo in termini di “spedizioni punitive” militari che ha provocato (il caso forse più evidente a Gaza), il terrorismo islamico è costato un numero infinitamente più alto di vite di musulmani che di non musulmani – e non sto parlando del fatto che una delle vittime dell'attacco iniziale di Charlie Hebdo fosse un poliziotto di religione musulmana.

Sotto questa luce, l'omicidio di Parigi appare meno come un difetto genetico nel DNA dei musulmani che come, invece, un effetto collaterale inevitabile della medicina capitalista e discriminatoria somministrata unilateralmente dal “mondo libero”. Sembra meno una lotta per la libertà di espressione che un tentativo per denigrare i musulmani, non tanto identificandoli con il terrorismo (e, in ogni caso, chi di loro ha scelto l'Islam politico sta facendo un gran lavoro in questo senso) quanto suggerendo che sono incapaci di assimilare i valori dell'Illuminismo. Ecco perché dover assecondare queste banalità sulla moderazione e la tolleranza, dover “migliorare l'immagine dell'Islam in Occidente”, è un insulto ancora più grave che l'essere chiamato terrorista.

E forse è possibile entrare in una discussione su Charlie Hebdo senza insultarsi; ma, almeno dal mio punto di vista, farsi coinvolgere in essa vuol dire negare, se non la propria pelle scura di per sé, allora la propria capacità di essere irriverente, di sapersi ribellare ed essere eversivo; la propria fede nella ragione, nella scienza e nell'uguaglianza; il proprio impegno nelle libertà personali e nei diritti individuali negati dall'Islam politico.

Significa negare la stessa possibilità di essere quel musulmano che io voglio essere: non la mia identità come potenziale fanatico che sostiene un dogma religioso sempre più irrilevante, ma la mia rivendicazione di appartenenza nei confronti di una parte gloriosa del passato di quella civiltà a cui si dà il caso io abbia diritto per nascita, e verso cui cerco, per quanto le probabilità siano veramente impossibili, di essere all'altezza.

Traduzione dall'inglese di Chiara Comito

titolo originale: Who the F*** Is Charlie, apparso il 12 gennaio 2015 su “The Sultan's Seal. The Blog of (Arabic) Literature and Photography”

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Youssef Rakha è nato al Cairo nel 1976 e ha studiato inglese e filosofia in Inghilterra; è giornalista culturale e collabora con diverse testate egiziane e internazionali. È autore di diversi romanzi, poesie, reportage fotografici e di viaggio; cura un blog sulla letteratura araba e la fotografia scritto in inglese e in arabo. Nel 2009 ha fatto parte del progetto “Beirut 39”, che raccoglieva i 39 scrittori arabi emergenti sotto i 39 anni.

Due dei suoi ultimi romanzi sono stati da poco tradotti in inglese: The Book of the Sultan's Seal. Strange Incidents from History in the City of Mars (Interlink Books, Northampton, Massachusetts 2015), The Crocodiles (Seven Stories Press 2014). Suoi scritti sono apparsi in traduzione italiana anche su Nazione Indiana e Internazionale.